Tito

Tito fu imperatore dal 24 giugno 79 al 13 settembre 81. Nacque da Vespasiano e da Flavia Domitilla a Roma il 30 dicembre 39. Allevato dapprima in circostanze assai modeste per uno del suo rango, fu in seguito accolto alla corte imperiale per essere educato insieme a Britannico, figlio di Claudio, dando prova fin dall’infanzia di possedere eccellenti doti fisiche e intellettuali (Suet. Tit. 3). Tito servì come tribunus militum in Germania (dove fu collega di Plinio il Vecchio) e in Britannia (Suet. Tit. 4, 1; Tac. Hist. II 77, 1; Agr. 13). Dopo un matrimonio precoce con Arrecina Tertulla (scomparsa prima del 65), Tito si risposò con Marcia Furnilla, dalla quale ebbe una figlia, Giulia, per poi separarsene (Suet. Tit. 4; cfr. Philostr. VA VII 7). Quando nel 67 Vespasiano ricevette da Nerone l’incarico di condurre la guerra giudaica, Tito lo accompagnò e, nonostante fosse solo un quaestor, il padre lo nominò legatus della legio XV Apollinaris. Flavio Giuseppe, fatto prigioniero, ne racconta le imprese militari (Jos. BI III-IV): ancora nel 67 Tito conquistò le roccaforti di Iapha, Iotapata, Tarichea e Gamala. Il giovane ebbe un ruolo decisivo dopo la morte di Nerone, specie nell’opera di mediazione fra Vespasiano e il governatore di Syria, Gaio Licinio Muciano. Inviato a Roma come rappresentante delle armate orientali per prestare giuramento a Galba, fu sorpreso durante il viaggio dalla notizia dell’assassinio di quest’ultimo (Jos. BI IV 9, 2; Tac. Hist. I 10; II 1). Quindi, tornò indietro e, fermatosi a consultare l’oracolo di Paphos, gli fu predetto l’impero. Quando il 1 luglio 69 ad Alessandria le legioni acclamarono imperatore suo padre, Tito assunse i titoli di Caesar e di princeps iuventutis.

T. Flavio Vespasiano (jr.). Statua, marmo bianco, 79 d.C. dalla basilica di Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Vespasiano, dunque, si associò il figlio nell’impero, designandolo ufficialmente suo successore; insieme a lui ricoprì il consolato dal 1 gennaio del 70 (Tac. Hist. IV 38); l’anno successivo gli conferì la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius. Intanto, gli aveva affidato il compito di condurre a termine la guerra giudaica al comando di tre legioni (V Macedonica; X Fretensis; XVI Apollinaris): nell’aprile del 70, infatti, Tito aveva ripreso le ostilità, approfittando delle divisioni interne al fronte ribelle, e aveva cinto d’assedio Gerusalemme. Nonostante le tensioni interne, gli abitanti della città opposero una strenua resistenza; l’assedio, condotto da ben sei legioni, fu durissima. Dopo una sortita dei difensori, che ottenne il risultato di incenerire alcune macchine da guerra romane, Tito trasformò l’assedio in un vero e proprio blocco. In settembre, dopo cinque mesi, la città capitolò per fame e il Tempio fu saccheggiato e distrutto (Jos. BI V-VI; DCass. LXV 12, 1).

Portata a termine la campagna, acclamato imperator dai suoi soldati (Jos. BI VI 6, 1), Tito viaggiò per le province orientali e, dopo aver visitato l’Aegyptus, fece ritorno a Roma, dove insieme al padre celebrò uno splendido trionfo (Jos. BI VII 5, 5; DCass. LXV 6). Dopo la sua morte, l’evento fu eternato sull’arco eretto in suo onore in summa Sacra via (ILS 264); la costruzione dell’Amphitheatrum Flavium fu con ogni probabilità finanziata grazie al bottino di guerra (CIL VI 40454a).

Francesco Hayez, Distruzione del Tempio di Gerusalemme. Olio su tela, 1867. Accademia di Venezia.

Con la caduta di Gerusalemme, però, la resistenza dei Giudei non si estinse del tutto. Su un pianoro alla sommità di un costolone di roccia, presso la sponda occidentale del Mar Morto, sorgeva la fortezza di Masada, una residenza reale fatta fortificare da Erode il Grande, intorno al 37-34 a.C. In posizione quasi imprendibile, con spesse mura, edifici e addirittura campi coltivati, ma soprattutto dotata di profondissime cisterne per i rifornimenti idrici, fu occupata dalla setta degli zeloti. Soltanto nel 73 d.C., dopo quattro mesi d’assedio, le forze romane, guidate da Fabio Silva, riuscirono a penetrare nella fortezza, scavando una breccia nelle mura. I 967 difensori si suicidarono in massa pur di non cadere in mano ai nemici (Jos. BI VII 5-9).

Tito, investito anche della dignità di particeps imperii, fu collega del padre nel consolato per altre sei volte (nel 72, dal 74 al 77, e nel 79), oltre che nella censura. In via del tutto eccezionale, Vespasiano nominò il figlio praefectus praetorio, funzione che garantì al beneficiato la massima autorità militare nell’Urbe e al padre una sicura incolumità. Il giovane Tito, comunque, esercitò il proprio ruolo in maniera autocratica, facendo arrestare ed eliminare chiunque fosse sospettato di alto tradimento e lesa maestà: un caso famoso fu quello del consolare Aulo Cecina Alieno, che, reo di cospirazione, invitò a pranzo e fece assassinare all’uscita dal triclinium (Suet. Tit. 6; DCass. LXV 16). A molte critiche si espose per la sua avidità, la vita licenziosa e la relazione con la principessa giudea Giulia Berenice, sorella di Erode Agrippa II, che, per lo sdegno sempre crescente fra i nobili romani, Tito fu costretto a mandar via da Roma (Tac. Hist. II 2; cfr. DCass. LXV 15). Tutto ciò gli procurò così cattiva fama che, quando successe al padre (24 giugno 79), si temette che sarebbe stato un secondo Nerone (Suet. Tit. 7). I timori però si rivelarono infondati: il nuovo princeps seppe presto liberarsi dei propri difetti, mettendo al servizio della res publica le sue doti non comuni. La tradizione antica attesta la sua natura particolarmente umana nell’esclamazione: Amici, diem perdidi, con la quale considerava sprecato un giorno perché non si era mostrato gentile e benevolo con qualcuno (Suet. Tit. 8).

T. Flavio Vespasiano (Jr.). Sestertius, Roma 81-82, Æ 25,92 g. Recto: l’Amphitheatrum Flavium con la Meta Sudans (a sinistra) e un portico (a destra).

Il breve principato di Tito è noto per una serie di calamità: nel 79 la famosa eruzione del Vesuvio seppellì Pompei ed Ercolano (Plin. Ep. VI 16; 20; Suet. ibid.; DCass. LXVI 22-24); nell’80 Roma fu colpita da un incendio che distrusse, fra l’altro, il tempio di Giove sul Campidoglio, la domus Tiberiana sul Palatino, la porticus Octavia, i Saepta e il Diribitorium, il Pantheon, le Terme di Agrippa (Plut. Popl. 15, 2; DCass. LXVI 24); inoltre, una terribile epidemia mieté numerose vittime. Verso le persone colpite da simili sventure Tito mostrò non solo la sollecitudine di un governante amorevole ma anche l’affetto di un padre: provvide subito alle misure per riparare il disastro che aveva colpito la Campania, dove si recò personalmente e si fermò a lungo, e all’opera di ricostruzione degli edifici distrutti dall’incendio nell’Urbe.

Combattimento tra due gladiatori. Affresco, ante 79 d.C. dalla tomba di G. Vestorio Prisco, Pompeii.

Molto notevole fu la sua attività edilizia: Tito aggiunse il terzo e quarto ordine all’Amphitheatrum Flavium, che inaugurò nell’80; costruì delle terme e iniziò il tempio al divo Vespasiano (Suet. Tit. 8; DCass. LXVI 25; Mart. De spect. 2, 7; 24-28); fece riparare l’aqua Marcia e l’aqua Claudia e numerose strade in Italia e nelle province. Sul piano finanziario, il governo di Tito incise particolarmente sul bilancio pubblico a causa delle enormi spese sostenute (dovute anche a feste sontuose); quanto alla giustizia, benché assai severo nei riguardi dei delatori, il princeps fu in genere tanto mite da non comminare mai una pena di morte (DCass. LXVI 19). Nell’80 riprese la conquista della Britannia, affidando l’impresa a Gneo Giulio Agricola (Tac. Agr. 22). In generale, Tito proseguì la politica paterna, anche se, dal punto di vista dinastico, non elevò il fratello Domiziano alla co-reggenza, pur riconoscendolo come consors successorque. Tito morì il 13 settembre 81, mentre si trovava in Sabina, ad Aquae Cutiliae (Suet. Tit. 10-11; Dom. 2; DCass. LXVI 26). Le voci, secondo le quali Domiziano lo avrebbe avvelenato, sono successive invenzioni (Philostr. VA VI 32). Ricevette la consacratio del Senato e la tradizione antica lo celebra come amor ac deliciae generis humani (Suet. Tit. 1).

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Vespasiano

Tito Flavio Vespasiano fu acclamato imperatore nel luglio del 69. Uno dei suoi primi atti ufficiali, una volta insediatosi in Roma e dopo aver lasciato al figlio maggiore Tito il compito di gestire la rivolta giudaica, fu di ridurre il numero delle coorti pretorie da sedici a nove. La prima preoccupazione del nuovo princeps fu quella di ridimensionale l’ingerenza dei militari nella vita politica dello Stato, impendendo, in sostanza, che si ripresentasse quella stessa situazione che lo aveva portato al potere. Vespasiano non dimenticò mai, tuttavia, il debito che aveva nei confronti delle legioni di Syria, Aegyptus e Moesia, tra le prime a prestargli giuramento, tant’è che per festeggiare la propria ascesa all’impero, egli scelse il giorno in cui era stato acclamato dai soldati, piuttosto che quello della ratifica del Senato. Da parte loro, i militari vedevano nel nuovo principe uno di loro, un homo novus, di origini non nobili, che aveva saputo elevarsi proprio grazie alla sua abilità guerresca.

Un altro problema che Vespasiano volle dirimere il prima possibile fu quello dei disordini scoppiati ai confini dell’Impero, soprattutto sul Reno. Qui doveva essere ancora sedata la ribellione provocata tra i Batavi da Giulio Civile, insurrezione che si era estesa a macchia d’olio, creando un effimero governo “separatista” nelle Galliae. Vespasiano inviò otto legioni, al comando di Petilio Ceriale e Giulio Sabino, che in poco tempo, verso la fine del 70, ebbero ragione dei rivoltosi e riportarono la situazione alla normalità. Nel frattempo, nel settembre dello stesso anno, il giovane Tito poneva fine alla rivolta giudaica con la presa di Gerusalemme. Ristabilita la pace e sedate le sollevazioni nelle province, era ora necessario dare stabilità a un Impero scosso dalla guerra civile del longus et unus annus (Tac. Dial. 17, 3).

T. Flavio Vespasiano. Busto, marmo bianco, c. 70, da Napoli. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Per quanto concerne la politica interna, era evidente che proprio le origini dell’imperatore, che lo rendevano caro agli eserciti, potesse costituire un problema per l’ordine senatorio. Anche i più conservatori e intransigenti tra gli esponenti dell’alto consesso si erano ormai adeguati alla “necessità” del principato; ma, in fin dei conti, il princeps era pur sempre stato un rampollo di una delle più antiche e gloriose genti patrizie: un Giulio o un Claudio.

Era necessario, dunque, per Vespasiano giustificare il proprio potere, consolidarlo e garantirne la continuità. Richiamandosi ai suoi più autorevoli predecessori, già alla fine del 69 l’imperatore aveva promulgato un documento importantissimo, noto come lex de imperio Vespasiani (ILS 244): il rescritto, sancito da un Senatus consultum e ratificato pro forma dalle assemblee comitali, stabiliva una serie di prerogative, diritti e doveri del principe nei confronti della res publica, come la facoltà di convocare il Senato, di non essere vincolato a leggi e plebisciti, di intervenire nell’elezione dei magistrati. Più che di una nuova definizione “costituzionale” dei poteri dell’imperatore, si trattava probabilmente di una pubblicazione sistematica di quelli già esercitati dai predecessori.

Inoltre, nel 71, Vespasiano si associò nell’impero il figlio maggiore Tito, conferendogli la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare. Facendo questo, l’imperatore sabino intendeva richiamarsi direttamente ad Augusto, assumendolo a modello della propria propaganda. Nei coni monetali, che facevano il giro dell’Impero, per esempio, venivano ripetuti, in forme lievemente diverse, i rassicuranti simboli del potere augusteo: Aeternitas, Salus, Victoria. Accanto a queste astrazioni personificate, che restituivano alla gente fiducia nella stabilità del governo e nel benessere dello Stato, primeggiava soprattutto un’altra, che costituì la chiave di volta di tutta l’ideologia flavia: la Pace. Rappresentata come una figura muliebre con cornucopia e ramo d’ulivo, la Pax Augusti fu diffusa su ogni mezzo comunicativo. Non solo sulle monete, quindi, ma in suo onore fu progettato ed edificato il nuovo Foro, limitrofo a quello di Augusto. Inoltre, l’accorta politica di Vespasiano portò a una “rinascita” augustea anche nella letteratura, nelle arti e negli studi liberali. I poeti che gravitavano intorno alla corte flavia, in particolare Publio Papinio Stazio, trovarono in Virgilio il modello ideale dell’indimenticata età dell’oro della cultura romana.

T. Flavio Vespasiano. Dupondius, Roma c. 71. Æ 12, 81 g. Verso: Felicitas – publica – S(enatus) c(onsulto). La dea Felicitas stante, voltata a sinistra, con caduceo e cornucopia.

Per garantire alla gens Flavia il prestigio di cui era priva, Vespasiano rivestì il consolato quasi ininterrottamente, spesso insieme ai figli Tito e Domiziano. Sempre a Tito, con un’abile mossa politica, l’imperatore affidò anche l’incarico di prefetto del pretorio, da una parte per assicurarsi l’incolumità e dall’altra per inorgoglire e avvicinare i membri della classe equestre. Attraverso l’istituto della censura, che tenne insieme al figlio maggiore nel 73, Vespasiano poté anche intervenire nella composizione del venerando consesso, espellendone i senatori più scomodi e introducendo nuovi patres conscripti, esponenti delle aristocrazie provinciali d’Occidente.

Proprio nel campo dell’amministrazione delle province, Vespasiano dimostrò grande interesse e particolare attenzione. Molte delle opere pubbliche e delle infrastrutture commissionate e le nuove riorganizzazioni amministrative da lui intraprese avevano certamente scopi economici e fiscali, ma, di fatto, le iniziative del principe impressero un nuovo, fondamentale impulso allo sviluppo di quei territori. La massiccia concessione dello ius Latii o della Romana civitas e l’istituzione di numerosi municipia Flavia, soprattutto nelle Hispaniae, accelerarono il processo di romanizzazione del Paese e la formazione di un’alta aristocrazia locale, che col tempo avrebbe affiancato e poi soppiantato quella italica. Diversamente, le province orientali non godettero della medesima benevolenza: in particolare, l’Achaia, che Nerone aveva gratificato concedendo l’immunitas, fu reintegrata pienamente nel regime fiscale dell’Impero. In Cappadocia e Syria Vespasiano ordinò la costruzione di nuove fortezze legionarie e altre infrastrutture militari, concepite a scopi offensivi più che difensivi.

Nonostante l’epurazione, la destituzione e la sostituzione di alcuni eminenti personaggi dal Senato, è emblematico del mutare dei tempi che Vespasiano non sia stato rappresentato come un acerrimo nemico o un persecutore dell’oligarchia. L’opposizione a lui si limitò, a quanto sembra, ad alcuni circoli filosofici. L’unico complotto di un certo rilievo che sia stata tramandata fu quella che portò alla rovina Elvidio Prisco, genero di Trasea Peto, uno dei “martiri” dell’opposizione a Nerone.

Per cancellare le testimonianze della megalomane attività edilizia di quest’ultimo, Vespasiano si preoccupò di restituire al godimento pubblico molte aree di Roma, ampliando il pomerium e dando inizio alla costruzione dell’Amphitheatrum Flavium. Anche in altre città d’Italia e delle province l’imperatore incoraggiò in tutti i modi l’edilizia pubblica.

La morte lo colse nella nativa Sabina il 24 giugno del 79, quando era ancora impegnato negli affari di Stato.

Lawrence Alma-Tadema, Il trionfo di Tito. Olio su tela, 1885.

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Bibliografia minima:

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I popoli germanici: il mito delle origini e il pantheon

Cesare non inventò il nome dei Germani, né fu il primo Romano a incontrarli di persona, ma furono le sue esperienze durante le guerre galliche ad aiutare quella che oggi chiameremmo «etnografia germanica» a far breccia presso i Romani: si manifestò infatti un immediato interesse per le leggende relative alla loro provenienza, per le loro «origini sacre» e per le loro divinità. Uno studioso che riporti queste leggende prendendone allo stesso tempo le distanze dal punto di vista storiografico non corre grandi rischi. È invece di gran lunga più difficile, se non addirittura impossibile, rispondere alle domande sulla «vera» origine e provenienza geografica dei Germani. Se si pensa alle discussioni degli studiosi e degli appassionati della materia, alla gravosa eredità delle ideologie, fino alle aberrazioni del razzismo che erano e sono state connesse a questo tema, si è tentati di non parlarne affatto; tuttavia, siccome l’obiettivo è offrire una conoscenza il più possibile certa (conoscenza che sull’argomento è davvero modesta), proveremo ugualmente a occuparcene.

Sebbene non vi sia alcuna certezza assoluta al riguardo, è molto accreditata l’ipotesi secondo la quale le prime attestazioni dei Germani sono rintracciabili intorno al 500 a.C., in un’area che può essere fatta coincidere, dal punto di vista archeologico ma, con l’aiuto dell’idronimia, anche filologico, con quella della “Cultura di Jastorf” dell’Età del Ferro. Jastorf, nei dintorni di Uelzen, si trova al margine orientale della Lüneburger Heide (Bassa Sassonia), quasi 40 km a sud di Lüneburg, ed è il luogo di ritrovamenti archeologici che dà il nome a una cultura il cui nucleo comprendeva in un primo momento solo l’Hannover orientale, lo Schleswig-Holstein, il Meclemburgo e le regioni limitrofe. All’incirca nella stessa zona ebbe probabilmente inizio quell’importante processo storico-linguistico che viene chiamato «mutazione consonantica germanica» (o Legge di Grimm). Per illustrarlo basteranno due esempi: la p del latino pater diventa f, come nell’inglese father; la c di centum diventa h, come nel tedesco hundert. Attraverso la mutazione fonetica delle consonanti velari e labiali il germanico comune si differenziò dalle altre lingue indoeuropee, quali il greco, il latino, il sanscrito, lo slavo e il celtico. Mentre si compiva questo processo linguistico, divenne germanica una regione che si estendeva dalla foce del Reno, a ovest, fino all’Oder, a est, e dalla barriera di Löss, a sud, fino alla Scandinavia meridionale, a nord. Inoltre, va ricordato che gli Sciri e i Bastarni dovevano già essersi messi in cammino verso l’Europa sudorientale prima della conclusione della mutazione fonetica germanica; mutazione che essi, in un’area in cui si parlava dacico, getico e greco, portarono a compimento autonomamente, cosicché rimasero, dal punto di vista linguistico, germanici.

Massima espansione della “Cultura di Jastorf” tra IV e II secolo a.C. Da Krüger 2003; Dąbrowska 1986; Grygiel 2013.

È vero, peraltro, che proprio i migliori specialisti del settore mettono in guardia dall’equiparare i reperti archeologici a quelli filologici. Non è quindi possibile porre sullo stesso piano la cultura di Jastorf, di per sé molto espansiva, con i suoi sottogruppi, e i confini del territorio linguistico germanico; pertanto, sebbene i risultati dell’archeologia e della linguistica siano considerevoli, i metodi di queste discipline non consentono di trarre alcuna conclusione sulle cause storiche dei fenomeni descritti. Uno di questi fenomeni è senz’altro il fatto che i Germani si diffusero su vasti territori dell’Europa centrale e settentrionale prima che la migrazione di popoli vera e propria avesse luogo.

Come la slavizzazione di mezza Europa tra la fine del V e l’inizio del VII secolo, avvenuta con incredibile velocità, anche l’espansione germanica si può a stento descrivere con le categorie storiche utilizzate di solito. Bisogna però ricordare che già Cesare, nella sua qualità di etnografo, aveva compreso che, per molte tribù della Gallia nordorientale e orientale, la provenienza germanica era elemento di grande prestigio. Ciò sembra trovare conferma nel fatto che nei territori dell’originario nucleo germanico vi erano popoli la cui importanza si basava sulla loro antichità. Plinio il Vecchio, per esempio, riferisce che gli Ingevoni sarebbero stati il primo popolo della Germania (Plin. NH IV 96), mentre Cesare menziona i Suebi, quibus ne dii quidem immortales pares esse possint (Caes. BG IV 7, 5, «ai quali neppure gli dèi immortali potevano stare alla pari»).

All’interno del popolo suebo si distingueva la tribù dei Semnones, stanziata tra il medio corso dell’Elba e dell’Oder; nel III secolo, con il nuovo nome di Alamanni, si sarebbero spostati in direzione sud-ovest in una regione delimitata dal Meno e dall’alto corso del Danubio. Questi Semnones, riferisce Tacito (Germ. 39), si consideravano i più antichi e i più nobili e la tesi di questa presunta superiorità troverebbe conferma in particolari riti religiosi (fides antiquitatis religione firmatur): tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre i rappresentanti di tutte le tribù della medesima stirpe si radunano in silvam sacram per espletare i riti dedicati agli antenati e per un ancestrale sentimento religioso (prisca formidine); durante queste cerimonie, tra l’altro, compiono anche sacrifici umani. Per questa ragione i Semnones possedevano uno speciale carisma ed esercitavano il proprio dominio su un territorio così esteso che essi poterono essere considerati la tribù principale della loro stirpe (Sueborum caput).

Un elemento caratteristico dell’abbigliamento tribale suebo, ripreso e conservato da molti altri popoli, fra i quali i Bastarni stanziati presso il Mar Nero, era l’artistico “nodo suebo” di capelli intrecciati, anch’esso segno di grande prestigio, che gruppi originariamente provenienti da altre tribù vollero far proprio. L’esempio della diffusione dei Suebi all’interno della Germania Magna, a causa della quale al tempo di Cesare gli stessi Suebi erano spesso identificati con tutti i popoli transrenani, potrebbe perciò offrire una spiegazione della precedente germanizzazione di gruppi celti, veneti e altri antichi popoli europei non ulteriormente definibili.

Una peculiarità etnica ben distinta, un senso comunitario gentilizio, si manifestava nel loro distinguersi dagli altri popoli, dagli “stranieri”. Per i Germani i popoli a sud-ovest erano Volcae (cfr. ted. Volk, engl. folk, lat. vulgus), il cui nome ancora oggi serve a definire i vicino celto-romani come Welsh, Welschen, Walschen e Walchen. In conseguenza di ciò, nacque la denominazione ancora vigente presso i Greci moderni, gli Slavi e gli Ungheresi delle popolazioni romanze come Vlahi, Vlasi, Walachen e Olàh. Il pendant orientale era rappresentato dai Veneti, emigrati dal Mar Baltico fino all’Adriatico, il cui nome, nelle forme Wenden, Winden e Windische, sopravvive ancora oggi come denominazione dei popoli balto-slavi. Gli Scandinavi, infine, avevano ancora dei vicini a nord, lo strano popolo dei Finni, dedito alla magia di tipo sciamanico.

Thor (dettaglio). Incisione su pietra, XI secolo, dalla Altunastenen. Altuna (Uppland, Svezia).

Particolare prestigio aveva, come sottolineato da Tacito, l’anzianità della tribù, costantemente rinnovata e ricordata da un preciso rituale religioso. Origini venerabili, ovviamente dovute agli dèi, e il culto degli dèi stessi, origo et religio costituivano il fulcro della vita di una gens: quanto più antiche erano le origini e quanto migliori erano gli dèi, tanto migliore, nel senso di «più rispettabile», era il popolo. I Semnones coltivavano le origini della gens Sueborum, gli initia gentis, presso la quale a governare era il supremo dio onnipotente (regnator omnium deus). I popoli che si sentivano di appartenere alla stessa comunità d’origine, eiusdem sanguinis populi, inviavano in determinati momenti presso i Semnones dei propri delegati, che dovevano prendere parte alle cerimonie. Che le osservazioni svolte da Tacito fossero considerate attuali anche molto tempo dopo la sua morte è confermato dal fatto che i Quadi suebi, sconfitti da Marco Aurelio, volevano abbandonare il territorio dov’erano stanziati, fra le odierne Slovenia e Moravia orientale, per trasferirsi presso i Semnones tra l’Elba e l’Havel, cosa che tuttavia, a quanto sembra, l’imperatore riuscì a impedire (DCass. LXXI 20, 2).

Sebbene la vita di una tribù fosse sottoposta a continui cambiamenti, o forse proprio per questo, la sua vetustà era fonte di particolare prestigio. Dagli inizi dell’etnografia antica (già Erodoto aveva indagato prima di tutto sull’antichità di una nazione) alla visione nazionalistica moderna, l’antichità di un popolo decide infatti della sua posizione gerarchica, fino a creare le basi per rivendicazioni territoriali. Tuttavia, ha osservato Wenskus (1961, 82), «ciò che distingue la visione nazionalistica dalla coscienza etnica è il suo spirito missionario rivolto al futuro, che può portare all’aggressività e all’imperialismo. Mentre l’orgoglio per i propri antenati e per l’antica fama dovrebbe solo rendere consapevoli della posizione privilegiata della propria coscienza etnica, la visione nazionalistica ne trae delle conclusioni per il comportamento del singolo che risultano estranee all’originario pensiero etnico. Non si può pensare di comprendere lo spirito missionario della visione nazionalistica senza le correnti universalistiche che dal Cristianesimo e dalle filosofie antiche si riversarono sul pensiero etnico: senza la concezione di un’umanità comune, che è oggetto dello spirito missionario e che manca alla coscienza etnica, la visione nazionalistica è impensabile. La coscienza etnica non ha alcuna tendenza missionaria in sé, cerca solo di salvaguardare e di legittimare la propria posizione privilegiata».

Le società cultuali vengono presentate dalle fonti antiche più importanti come comunità originarie, genera (Plin. NH IV 99; Tac. Germ. 2), un termine in contrasto con il loro costituirsi come associazioni di entità autonome in un culto comune, paragonabile all’incirca alla lega anfizionica greca; tale contraddizione si può sciogliere se consideriamo che le tradizioni etniche vivono sempre più a lungo delle entità politiche che le hanno principalmente sostenute. Così il ricordo di alcune società cultuali pre-germaniche (Ingevoni e Lugi) potrebbe essere sopravvissuto in età successiva e aver portato, in virtù della sua antichità, un «senso di appartenenza» nei popoli germanici; in questo senso va inteso, con ogni probabilità, il più importante mito d’origine germanico.

In Germania 2, 2, Tacito riferisce che negli antichi carmi (carminibus antiquis), la sola forma di tradizione storica in loro possesso, i Germani celebrano il dio Tuistone, «l’ermafrodito» nato dalla Terra, il cui nome doveva essere *Tiwaz (cfr. il Tyr norreno). Considerato il dio primigenio e il giudice celeste, garante del diritto e testimone dei giuramenti, era padre del mitico Mannus, considerato il capostipite della stirpe, primo ordinatore della società (originem gentis conditoremque). Il nome di Tuisto/Tiwaz deriva dalla radice i.e. *deiw-os, cioè «che splende come il Sole», o *djeus dalla quale, a loro volta, discenderebbero il grec. Ζεύς e le voci lat. divus, deus, «dio», e Iuppiter (< *Djus-piter, «dio padre»). Insomma, Tuisto era considerato il padre degli uomini e degli dèi. Sotto certi aspetti, però, questo nume ricorda da vicino il Mars Romanus, il padre della stirpe capitolina, proiezione ideale del Romano. Non è un caso, tra l’altro, che quando le popolazioni germaniche adattarono il proprio calendario a quello romano, identificando le due divinità, traducessero Martis dies con Zios dagaz (< ted. Dienstag, engl. Tuesday).

Divinità antropomorfica. Statuetta, legno di quercia, V secolo a.C., da Altfriesack. Berlin, Neues Museum.

Il progenitore Mann, secondo la leggenda, ebbe tre figli, dai nomi dei quali derivano rispettivamente quello degli Ingaevones, che al tempo di Tacito abitavano le coste dell’Oceano, quello degli Herminones, che vivevano nella Germania continentale, e quello degli Istaevones. È molto più verosimile che il processo si sia svolto in ordine inverso: dal nome di questi gruppi etnici si è ipotizzato quello dei mitici capostipiti Inguio, Hermin e Istwo (analogamente a quanto avvenuto in Grecia, dove i progenitori Ione, Doro ed Eolo derivano dal nome degli Ioni, dei Dori e degli Eoli). Plinio il Vecchio (Plin. NH IV 99) specifica che gli Ingaevones erano popolazioni stanziate lungo le coste del Mare del Nord e del Baltico (come Cimbri, Teutoni e Chauci); gli Herminones (NH IV 100) erano insediati a est del Reno (Suebi, Hermonduri, Chatti e Cherusci); più a ovest di loro, lungo il Reno, risiedevano gli Istaevones. Tuttavia, osserva Tacito, oltre al venerabile albero genealogico a tre rami esistevano anche «nomi autentici e antichi di popoli» che egualmente vantavano origini divine, fra i quali i già menzionati Suebi, ma anche i Marsi che difendevano il tempio di Tanfana e, infine, i Vandili (o Vandali). L’autore mostra dunque di essere a conoscenza di tradizioni differenti, che peraltro riporta non senza modificarle; il suo predecessore, Plinio il Vecchio, conosceva infatti cinque genealogie germaniche, cioè, oltre alle tre ricordate in seguito anche da Tacito e a quella dei Vandili, anche quella del gruppo celto-germanico dei Bastarni, stanziati sulle rive del baso Danubio e sul Mar Nero. La discussione sul significato di tali genealogie è oggi più che mai accesa. Come dato in una certa misura attestato può valore solo il fatto che queste antiche società di culto, all’epoca in cui i Romani penetrarono nell’interno della Germania, se non si stavano già sciogliendo, stavano comunque attraversando una fase di notevoli cambiamenti.

Plinio, per esempio, al pari di Tacito, nomina i Gutones (gli antenati dei Goti), come abitanti della Germania orientale. Ma mentre Tacito li annovera fra i Suebi, secondo Plinio i Gutones sarebbero stati un sottogruppo dei Vandili. Sia la leggenda sull’origine dei Goti, che pure fu messa per iscritto solo molto più tardi (da Giordane nel VI secolo), sia quella ancora più recente dei Longobardi (che nel I secolo erano ritenuti ugualmente Suebi) sull’Elba considerano la vittoria sui Vandali la prima azione determinante ai fini della creazione dell’identità del popolo. In simili storie probabilmente sopravviveva il ricordo del fatto che un tempo il proprio popolo non era che un sottogruppo che dipendeva da società cultuali e stirpi più grandi dalle quali ci si distaccò a forza, causando o accelerando con questo la loro rovina. Non di rado avvenimenti del genere sono legati ai nomi delle divinità e a fatti leggendari. Di conseguenza, per quanto possano essere stati importanti come causa di eventi storici, non possono essere pienamente oggetto di conoscenza storica.

Se non si tratta di uno scherzo della tradizione e se ci si può quindi fidare della cronologia relativa, furono in primo luogo le gentes, nel senso di popoli, tribù e gruppi tribali, che si richiamavano a un’origine divina a paragonarsi alle divinità stesse. La loro sconfitta costituì un trauma persino per i popoli vicini, perché l’aiuto divino, che per loro era scontato, non si era tradotto in concreto. Così dal dio Mannus discendevano non tre individui singoli, bensì tre popoli (Ingaevones, Herminones e Instaevones), con i quali erano in competizione altre «genti dai veri nomi antichi» (tribù o gruppi di tribù) come Suebi, Marsi e Vandili, con miti d’origine molto simili. Di contro, si pianse la caduta di Ariovisto e si celebrarono le gesta e la fine di Arminio senza che vi fosse alcun segno che i due fossero stati deificati (cfr. Tac. Germ. 8), e anche nel periodo effettivo della migrazione dei popoli (IV-VI secolo) nessun principe germanico fu oggetto di una venerazione paragonabile all’antico culto orientale del sovrano. Tuttavia, le dinastie reali più importanti riuscirono a trasferire su di sé l’origine divina del proprio popolo, in un certo senso monopolizzandola.

Così dai Vandali Hasdingi scaturì la dinastia regia degli Hasdingi («dalle lunghe chiome»), le cui tradizioni e istituzioni antiche risalgono con ogni probabilità all’età lugico-vandilica. Quelli che sono considerati i loro re più antichi conosciuti sono infatti coppie di dioscuri, i cui nomi, Ambri e Assi, o Raus e Rapt, significano all’incirca «ontano e frassino», o «trave e canna». Sono evidenti precise analogie con il nome dei Goti Amali, considerati, dal canto loro, «a(n)si», un termine che egualmente indica una «trave» o un «albero», dal quale si possono realizzare «idoli su pali»; e, in effetti, ci sono pervenute raffigurazioni di divinità del genere in legno, talvolta di dimensioni più grandi del naturale.

L’albero genealogico degli Amali inizia con Gaut, il padre divino della stirpe dei Gauti scandinavi; quando i genealogisti anglosassoni non si accontentarono più di far risalire l’origine della stirpe regia a Woðanaz/Odino (cfr. Beda, Hist. Angl. I 5), ricondussero le loro origini divino fino a quel dio dei Gauti. La famiglia reale degli Svedesi si chiamava Ynglingar: essi erano i discendenti di Yngvi/Freyr e ogni nuovo sovrano era considerato la reincarnazione di questo dio. Probabilmente, questa credenza fu anche alla base della decisione dei Goti di chiamare «a(n)si» (cioè «semidei») gli Amali vittoriosi: il successo su un nemico superiore rendeva evidente l’origine «necessariamente sovrumana» della famiglia reale. Ma anche la seconda stirpe dei Balti, predecessori dei Visigoti, aveva origine, come gli Amali, da «semidei ed eroi» (Jord. Get. 78 ss.; Merob. Carm. IV 16 ss.). In questa forma attenuata, la stessa esegesi cristiana poteva accogliere antiche tradizioni di culto senza per questo fare proprio il politeismo pagano; un vescovo gallico, per esempio, sosteneva che il salico merovingio Clodoveo, che discendeva da un dio-toro, avrebbe dovuto rinunciare a rivendicare la divinità, ma non l’evidente rango dei suoi predecessori.

Dal tempo di Cesare fino all’anno Mille il tema delle divinità germaniche fu sempre attuale, quindi bisogna operare una distinzione fra le notizie che risalgono agli autori classici e all’epoca delle migrazioni dei popoli e quelle degli scrittori scandinavi che cercarono di dare organicità all’argomento: le figure di Odino, Frigg e Baldr, Freyr e Freya, Thor e Loki e tutti gli altri, che, dopo la grande battaglia dei Vani, abitano riuniti più o meno liberamente nel Walhalla o vengono evocate durante la festa di Bayreuth dalla musica di Wagner, hanno un valore limitato per la comprensione della religione germanica continentale. Tuttavia, l’idea della bipartizione del pantheon germanico che il Nord scandinavo tramanda nel racconto della battaglia fra gli Asi e i Vani, cui segue la conciliazione finale, si affermò con ogni probabilità anche nell’Europa continentale (questo scontro tra esseri divini, tra l’altro, sembra richiamare da vicino la Titanomachia della mitologia ellenica con l’affermazione degli dèi olimpici).

Secondo questa concezione da un lato c’erano i Vani, più antichi e stanziali, dispensatori di fertilità che conoscevano i matrimoni tra fratelli e, palesemente, anche le strutture matriarcali, ma che contavano fra loro anche divinità gemellari benigne; dall’altro c’erano gli Asi, più giovani e bellicosi, che rifiutavano i costumi della generazione precedente. Alla loro testa c’era Woðan/Odino, il dio intorno al quale si raccoglieva il seguito organizzato su base patriarcale. Gli Amali veneravano il loro predecessore Gaut e passarono agli Asi solo nel corso della loro storia continentale. Gli svedesi Ynglingar si consideravano discendenti del dio dei Vani Yngvi/Freyr. Prima che i Longobardi divenissero seguaci di Odino, si facevano chiamare Winnili ed erano associati alla divinità vanica Frea/Freya, sorella di Freyr.

Woðan. Bratteato, oro, c. fine VI secolo, da Vadstena (Östergötland). Stockholm, Statens historiska museum.

Queste storie furono trascritte molto tardi. Vi si può discernere una cronologia relativa, una successione di fenomeni e di processi, ma esse non trasmettono alcuna informazione su avvenimenti precisi e sui loro protagonisti: simili racconti non hanno una storicità databile e spazialmente definibile. Su un altro versante, Cesare, Plinio il Vecchio, Tacito e altri autori antichi descrivono la religione dei Germani a loro contemporanei, o almeno vicini nel tempo. Ovviamente, i loro interessi influenzavano la loro capacità di osservazione e di comprensione, vagliando la realtà germanica attraverso la pratica dell’interpretatio. Cesare, d’altronde, voleva raffigurare i Germani come selvaggi il più possibile primitivi e poco capaci di evolversi, affinché risultassero particolarmente temibili all’opinione pubblica romana e sentiti come una vera minaccia; sul piano cultuale, perciò, egli attribuì una religione naturale di tipo animistico che oltre al Sole, alla Luna e al fuoco non conosceva alcuna divinità né alcuna forma organizzata di venerazione. Dal canto suo, Tacito, nella sua interpretatio Romana, formulò un’equivalenza fra gli dèi che con variazioni minime sopravvive ancora oggi nel nome di quattro dei sette giorni della settimana, anche se raramente si è consapevoli della loro origine: Martis dies – Tuesday, Mercuris dies – Wednesday; Iovis dies – Thursday; Veneris dies – Friday.

Sulla scorta della descrizione cesariana del pantheon celtico (Caes. BG VI 17), Tacito (Germ. 9, 1) afferma che i Germani deorum maxime Mercurium colunt, cui certis diebus humanis quoque hostis litare fas habent («tra gli dèi tributano particolare venerazione a Mercurio, al quale ritengono sia lecito immolare anche vittime umane in giorni stabiliti»). L’autore equiparava Woðan/Odinoal romano Mercurius, per la sua funzione di guida delle anime (psicopompo): i guerrieri, infatti, prima di scendere in battaglia lo invocavano per offrirgli le proprie prodezze e nell’eventualità della morte lo pregavano affinché concedesse loro un’esistenza ultraterrena fra gli antichi eroi. Allo stesso modo, nell’Historia Langobardorum (VII secolo) Paolo Diacono identificò Odino (Goðan, «il re degli dèi») al Mercurio romano. Il teologo Abramo di Brema (XI secolo) ricondusse l’etimo del nome divino alla radice *wud- («furia»), mentre Agrippa di Nettesheim (1486-1535) alla radice * guð-, da cui il lang. Goðan e il norr. Óðr, che come aggettivo vuol dire «matto», «pazzo», «furioso», mentre come sostantivo significa «anima», ma anche «poesia». Il legame tra Woðan/Odino e Mercurio ritorna nell’identificazione del Mercurii dies al Woðanas dagaz (< engl. Wednesday, o.engl. wodnesdæg, ted. Mittwoch).

Stele votiva a Hercules Magusanus (AE 1971, 282). Pietra calcarea, c. 226. Bonn, Rheinisches Landesmuseum.

Mentre, dunque, Woðanaz era il dio della regalità, della magia e della guerra – tutte prerogative dell’élite guerriera – Þunaraz o Þonar (cfr. norr. Þórr) era un’entità elementale, connessa alla pioggia, al tuono e al fulmine. La maggior parte delle testimonianze pervenute dimostrano il forte legame tra la nazione germanica e questo dio: secondo la mitologia, Þonar era in costante lotta contro i Giganti (emanazione delle forze ostili della natura), raffigurato come un eroe solare e civilizzatore, paladino della giustizia e ordinatore del cosmo. Il suo legame con il popolo, che spesso era depositario della metallurgia, dimostra l’attributo del maglio (attrezzo che nella tradizione scandinava aveva persino un nome, Mjöllnir, «Il frantumatore»). Mentre Cesare riconduceva il dio Þonar al romano Vulcanus, sia per l’aspetto di artefice sia per quello di nume del fuoco e della luce, Tacito lo interpretò, in quanto uccisore di mostri e dotato di uno strumento simile alla clava, come Hercules. Per certi versi, entrambi gli autori avevano ragione. Ma, a proposito dell’interpretatio tacitiana si può aggiungere un’ulteriore spiegazione: gli antichi ritenevano che la clava di Ercole fosse stata ricavata dal tronco di una quercia, albero sacro a Giove, perché capace di attirare i fulmini. Per questo motivo la pianta era sacra, sia perché vista come oggetto di chiara manifestazione divina (Iuppiter tonans) sia perché luogo in cui l’umanità preistorica poteva reperire più facilmente la fonte principale della sua tecnologia e del suo sostentamento. Inoltre, tuoni e fulmini (e, per esteso, i temporali) erano forieri di pioggia, necessaria alla vita e alla produttività del suolo. Così, il semi-dio doveva essere un re sacro, che grazie alla clava di legno di quercia adunava le nuvole e attirava sul suo popolo le piogge benefiche; allo stesso modo, questo potere sovrannaturale di controllo degli elementi poteva essere usato per uccidere e incenerire i nemici. In pratica, presso i Germani, dalla clava in semplice legno (forse usata anche per i lavori manuali) fu gradualmente sostituita ed evoluta nel martello, che conservava ancora i poteri della quercia. In seguito, constatando che Hercules era Iovis filius – anch’egli assimilabile al germanico Þonar –, lo Iovis dies latino fu adattato al Þonaras dagaz (< ted. Donnerstag, engl. Thursday).

La Venere romana fu equiparata alla Frigg germanica, perciò, il Veneris dies fu interpretato come Frigu dagaz (< ted. Freitag; o.engl. Frigedæg > engl. Friday). Non è impossibile che vi sia quest’ultima dietro il culto di Iside che Tacito attribuisce a un sottogruppo dei Suebi (Germ. 9, 1): si spiegherebbe così la sua importanza presso i Longobardi, che provenivano anch’essi da quella stirpe.

Nella Abrenuntiatio Diaboli (formula battesimale) sassone vengono rinnegate le tre divinità principali Uuoðen, Þunaer e Seaxneat (quest’ultimo al posto di Tiu/Tuisto); presso gli Svedesi, a Uppsala, il terzo nome della lista è naturalmente Freyr. È significativo che Tacito conoscesse una dea tellurica di nome Nerthus, venerata dagli Ingaevones, tra i cui vicini scandinavi la figura del dio maschile Njörd svolgeva il ruolo di padre dei fratelli Freyr e Freya. Che intrattenesse oppure no un simile rapporto con Njörd, considerato tutto ciò che Tacito riferisce sul suo conto, Nerthus va inclusa nella cerchia delle divinità vaniche; ne facevano parte anche i numi Alci, oggetto di venerazione da parte delle tribù orientali in quanto salvatori e fratelli divini, che l’autore latino identificò con gli antichi dioscuri, Castore e Polluce (Tac. Germ. 43, 3).

André-Charles Voillemot, Veleda. Olio su tela, 1869.jpg

Al contrario di quanto racconta Cesare, le fonti riferiscono di sacerdoti in abiti femminili e soprattutto di sacerdotesse, che si mettono in evidenza non da ultimo in qualità di veggenti e indovine. Tacito (Germ. 8, 2) afferma che i Germani inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant, nec aut consilia earum aspernantur aut responsa neglegunt («ritengono anche che nelle donne vi sia qualcosa di sacro e profetico, e non disprezzano i loro consigli né trascurano i loro responsi»). Un passo di Cassio Dione dagli Excerpta Ursiniana riferisce dell’arrivo a Roma, sotto Domiziano, nel 91/2, della sacerdotessa Ganna insieme a Masio, re dei Semnones (DCass. LXVII 5, 3 = Exc. U 45, p. 400 = Suid. s.v. θειάζουσα): Μάσυος ὁ Σεμνόνων βασιλεὺς καὶ Γάννα (παρθένος ἦν μετὰ τὴν Οὐελήδαν ἐν τῇ Κελτικῇ θειάζουσα) ἦλθον πρὸς τὸν Δομιτιανόν, καὶ τιμῆς παρ’ αὐτοῦ τυχόντες ἀνεκομίσθησαν («Masio, re dei Semnones, e Ganna – era una vergine sacerdotessa che in Germania era succeduta a Veleda –, si presentarono da Domiziano e, dopo essere stati ospitati da lui con onore, ripartirono»).

Un’iscrizione su ostrakon del II secolo dall’egiziana Elefantina (SB III 6221), contenente una lista di persone appartenenti al seguito del praefectus Aegypti, menziona una veggente semnonica di nome Baluburg o Waluburg: Βαλουβουργ Σήνονι σιβύλλᾳ.

Nel 9 a.C., il figliastro di Augusto, il console Nerone Claudio Druso Maggiore, aveva condotto delle campagne militari in territorio suebico. Secondo Svetonio (Claud. 1), quando Druso volle attraversare il fiume Elba, indietreggiò spaventato alla vista di una barbara mulier straordinariamente grande, forse una semnona, che gli intimò sermone latino di non avanzare oltre. Anche Cassio Dione (LV 1, 3) riferisce che, come giunse in prossimità del fiume, Druso incontrò una donna dalle dimensioni sovrumane, che gli disse: ποῖ δῆτα ἐπείγῃ, Δροῦσε ἀκόρεστε; οὐ πάντα σοι ταῦτα ἰδεῖν πέπρωται. ἀλλ’ ἄπιθι· καὶ γάρ σοι καὶ τῶν ἔργων καὶ τοῦ βίου τελευτὴ ἤδη πάρεστι («Fin dove vuoi arrivare, insaziabile Druso? Non è nel tuo destino che tu veda tutti questi territori; torna indietro piuttosto, poiché la fine delle tue imprese è ormai prossima!»). Nonostante l’avvertimento, Druso aveva comunque tentato di attraversare la corrente, ma senza successo. Piuttosto si era accontentato di far erigere un monumento alle recenti vittorie. Quindi, decise di tornare indietro e, lungo la via, rimase ferito per una caduta da cavallo che gli aveva procurato la rottura di un femore e un’infezione tale da condurlo alla morte prima di raggiungere il Reno (DCass. LV 1, 4; Liv. Per. 142, 2; Val. Max. V 5, 3; Plin. NH VII 19, 20; 84; Tac. Ann. III 5, 2). Probabilmente la mulier barbarica di cui parlano Svetonio e Cassio Dione potrebbe essere identificata con quella Albruna menzionata da Tacito (Germ. 8, 2).

La barbara mulier ferma Druso. Illustrazione da Ward and Lock’s Illustrated History of the World, London 1882.

Tra le veggenti germaniche, una delle più celebri è senz’altro Veleda, virgo nationis Bructerae (Tac. Hist. IV 61): la sua vicenda, narrata da Tacito nei libri IV e V delle sue Historiae, è legata alla rivolta di Giulio Civile nel 69, apparentemente a favore di Vespasiano contro Vitellio.  Com’è noto, Civile apparteneva a un nobile casato dei Batavi, un popolo germanico che abitava un’isola (insula Batavorum) circondata dalle due ramificazioni del Reno, presso il Mare del Nord. Civile si era romanizzato servendo nell’esercito imperiale come praefectus di una coorte di suoi connazionali. A quanto si dice, fu la profetessa Veleda a ispirare la sua sollevazione, predicendo al principe batavo le vittorie che in seguito avrebbe conseguito contro le forze imperiali. La donna esercitava un fortissimo ascendente su diverse tribù germaniche (late imperitabat), proprio grazie alle sue conclamate capacità profetiche. Nel corso della ribellione, spesso ella fu chiamata insieme allo stesso Civile a presenziare negli arbitrati per la ricomposizione di rivalità e contese. Si dice che Veleda vivesse isolata all’interno di una torre e mantenesse i contatti con l’esterno soltanto grazie ai propri familiari. La sua dimora, verosimilmente, doveva trovarsi presso il corso del Lippe, dato che proprio su questo fiume i seguaci di Civile vittoriosi le portarono in dono la nave ammiraglia romana, bottino di guerra. Quando la ribellione fu repressa, anche Veleda finì fra i prigionieri dei Romani

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La vita di Flavio Giuseppe e il racconto della guerra giudaica

di G. VITUCCI (ed.), Flavio Giuseppe. La guerra giudaica, I, libri I-III, Milano 1974, ix-xxiv.

Giuseppe (più tardi, quando ebbe la cittadinanza romana, Flavio Giuseppe) appartenne a quella generazione di Giudei cui, mentre si appressavano al «mezzo del cammino», toccò di vedere la distruzione di Gerusalemme e la rovina del tempio. A Gerusalemme egli era nato fra il 13 settembre del 37 e il 17 marzo del 38[1]: troppo tardi per rendersi conto dell’ansia disperata di cui la città fu preda intorno al 40, quando da Roma arrivò l’ordine di collocare nel tempio, e farne oggetto di culto, un’immagine di Caligola. Superata, dall’avvento di Claudio, la grave tensione, la vita era ripresa nella più o meno generale rassegnazione agli incomodi del dominio romano, e Giuseppe poté intraprendere gli studi in un’atmosfera meno agitata. Più tardi, rievocando nell’ultima pagina dell’Archeologia quei suoi studi e tutta la sua formazione spirituale, egli distinse tra lo studio della grammatica e della lingua greca (della quale tuttavia confessava di non aver raggiunto una pronuncia perfetta: la sua lingua materna era l’aramaico) e quella che chiamava la παιδεία ἐπιχώριος, παιδεία propriamente giudaica: una παιδεία, aggiungeva, nella quale, per ammissione dei suoi connazionali, andava innanzi a ogni altro. In ogni modo, la preparazione di Giuseppe fu adeguata al suo elevato rango sociale; la sua era infatti una delle famiglie più cospicue, appartenente per parte di padre all’alta nobiltà sacerdotale[2], mentre per parte di madre egli si gloriava di discendere dalla famiglia reale degli Asmonei[3]. In questa preparazione, lo studio della Legge aveva una parte di primo piano, e non v’è ragione di non prestargli fede quando egli aggiunge di aver fatto, grazie alla sua non comune memoria e intelligenza, tali progressi, che al tempo in cui era solo un giovinetto di quattordici anni alcuni sommi sacerdoti e altre personalità di primo piano si recarono da lui a consultarlo[4].

Flavio Giuseppe. Busto (presunto ritratto), marmo, I sec. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek

Il quindicesimo anno di vita fu speso in una diretta sperimentazione delle regole teorico-pratiche seguite dalle tre sette che allora tenevano il campo, i Farisei, i Sadducei e gli Esseni, con l’intenzione di prepararsi a una scelta. Dai rapidi accenni della Vita (2, 10) si ricava l’impressione che si sia trattato di una frequentazione cursoria, con una permanenza meno breve presso gli Esseni, cui Giuseppe sembra alludere quando narra di essersi sottoposto a un duro tirocinio, passando attraverso una serie di prove molto severe. Assai più lunga fu invece l’esperienza ascetica vissuta nei tre anni successivi, quando si ritirò nel deserto a far vita di penitenza; il fatto che Giuseppe ricorda anche il nome del maestro che gli fu allora di guida lascia pensare che per lui si trattò di un impegno superiore al normale, e di un’adesione spirituale che i posteriori contatti con il mondo greco-romano non avrebbero potuto cancellare. Comunque, quand’egli fece ritorno in città, fu alla setta dei Farisei che andò la sua preferenza piuttosto che a quella dei Sadducei, verso cui era in genere orientata l’aristocrazia delle grandi famiglie sacerdotali[5], e il giovane Giuseppe continuò a esercitare il suo ingegno nel lavoro di interpretazione della Legge e il suo zelo nel praticarne i precetti.

Una prova di zelo esemplare il giovane la diede nel 64, quando intraprese un viaggio a Roma per perorare la causa di alcuni sacerdoti deferiti qualche anno prima al tribunale imperiale dal procuratore M. Antonio Felice, quello di cui Tacito ricorderà con frase efficacissima che tiranneggiò i sudditi come solo un individuo di estrazione servile poteva fare[6]. Nel ricordare l’episodio, Giuseppe (Vit. 13 ss.) si limita a osservare che le imputazioni erano di scarsa rilevanza, mentre sembra assai probabile che negli indiziati il funzionario romano avesse fiutato degli esponenti del movimento di resistenza, astenendosi peraltro, per una qualche ragione prudenziale, dall’applicare direttamente i suoi poteri coercitivi. Il viaggio di Giuseppe, anche se si svolse in condizioni più fortunose del solito per un drammatico naufragio in mare aperto, si concluse felicemente. Egli sbarcò a Pozzuoli, ove poté assicurarsi l’appoggio di un attore di origine giudaica, un tale Alituro, che era nelle grazie di Nerone sia, possiamo pensare, per il suo talento artistico, sia (e questo lo dice Giuseppe) perché godeva delle simpatie di Poppea, e l’imperatrice non solo assicurò il proscioglimento degli imputati, ma colmò anche di doni Giuseppe[7].

Un dottore della Legge e un fariseo.

Quando questi fece ritorno a Gerusalemme (nell’autunno del 65, a quel che sembra) trovò che la situazione creata dai gruppi di resistenza antiromana si avviava a grandi passi verso la rottura.

La tensione, cominciata oltre cent’anni prima ai tempi della presa di Gerusalemme e della profanazione del tempio da parte di Pompeo, era cresciuta di pari passo con l’ingerenza dei Romani nelle cose di Giudea, provocata sia dal protrarsi della lotta fra il sommo sacerdote Ircano II e suo fratello Aristobulo (cui più tardi subentrò il figlio Antigono), sia delle ripercussioni che in terra d’Oriente ebbero le vicende della guerra fra cesariani e pompeiani. Contro tale ingerenza, che nel 47, per volere di Cesare, aveva portato ad affiancare (di fatto, a sovrapporre) ai tradizionali poteri del sommo sacerdote quelli di un «viceré» con la nomina dell’idumeo Antipatro a ἐπίτροπος[8], era sorto in Galilea un movimento nazionalistico di resistenza con a capo Ezechia, capostipite di una famiglia di patrioti. Ma poco dopo, nello stesso anno 47, la sua banda venne battuta da un corpo di spedizione agli ordini di uno dei figli di Antipatro, Erode, il quale non si fece scrupolo di passarlo per le armi. Accennando a questo episodio (BJ I 204), Giuseppe chiama Ezechia ἀρχιλῃστής (“capo-brigante”) e λῃσταί i suoi uomini, con una nomenclatura che rifletteva il punto di vista dei Romani, per i quali erano latrones i provinciali che cercavano di opporsi con le armi in pugno al loro dominio. Ma da un punto di vista diverso, e non meno valido salvo che rispecchiava il pensiero dei vinti, ben altro che un delinquente comune era stato Ezechia, e per la sua morte i Sadducei avevano sollecitato il sommo sacerdote Ircano II a istruire un regolare processo. Insabbiato questo processo per l’intervento di Sesto Giulio Cesare, un procugino del dittatore che teneva allora il comando delle forze romane in Syria, l’impresa contro Ezechia era diventata il punto di partenza di una fortunata ascesa che avrebbe fatto di Erode, sotto la protezione di Marco Antonio e poi di Augusto, uno dei maggiori potenti del suo tempo. Era perciò naturale che i nazionalisti accomunassero Erode nel loro odio contro i Romani[9]; e fu da questi spiriti di intransigente difesa dei valori del Giudaismo che prese allora avvio il movimento di resistenza degli Zeloti, di cui divenne poi animatore Giuda, figlio di Ezechia, l’alfiere della rivolta scoppiata nel 6 d.C., quando la Giudea cessò di essere un protettorato e venne direttamente assoggettata al dominio romano. Ispirato inizialmente al dovere dell’ubbidienza verso il solo Jahvé (e, dunque, non verso l’«usurpatore» Erode né, tantomeno, verso i Romani), il movimento zelotico si era poi arricchito di motivi di carattere economico-sociale. Infatti, all’acquiescenza, in linea di massima predominante presso i ceti più elevati, che dalla pax Romana si vedevano propiziato il godimento di antichi privilegi, si era contrapposta l’azione degli attivisti a sostegno delle masse più umili, ansiose di novità e, magari, di un rivolgimento totale da realizzare con una lotta concepita in termini di guerra di religione[10].

Fenicia, Celesiria, Decapoli e Giudea sotto la dinastia degli Erodiadi. Karl von Spruner (1865.

Allorché nel 66 la situazione, dopo aver subito un continuo deterioramento, diventò insostenibile per l’azione provocatoria del governatore Gessio Floro, e a Gerusalemme presero a serpeggiare le fiamme della rivolta, fu Menahem, figlio di Giuda e nipote di Ezechia, quello che assunse e per qualche tempo tenne il comando delle operazioni. Il massacro della guarnigione romana aveva reso ormai inevitabile una spedizione punitiva delle truppe di stanza nella vicina provincia di Syria; ma queste forze, quando già sembrava che stessero per impadronirsi di Gerusalemme, vennero travolte assieme al legato Cestio Gallo in un’inaspettata quanto umiliante disfatta. La guerra voluta dagli estremisti, rappresentati oltre che dagli Zeloti anche dai cosiddetti “sicari”, era ormai alle porte, e coinvolse assieme agli altri il nostro storico.

Giuseppe dovette avervi fin da principio una parte di primo piano, anche se molti importanti particolari della sua azione restano in ombra. Ciò dipende anche dalle discrepanze fra il racconto che egli ne fece nel Bellum Iudaicum e quello dato nella Vita oltre vent’anni più tardi. A ogni modo, è soltanto nella Vita (17 ss.) che Giuseppe dà qualche cenno sulla posizione da lui assunta di fronte al problema della guerra, dal momento del suo ritorno da Roma fino allo scoppio delle ostilità: una posizione che lo vide allineato con i maggiorenti dei Farisei in una cauta (perché molto pericolosa) polemica contro le mene dei bellicisti, nel vano sforzo di richiamare costoro a una più realistica valutazione dei pericoli verso cui spingevano il Paese. Ma poi l’inopinato disastro della spedizione punitiva di Cestio Gallo sopraggiunse a rendere incontenibile l’esaltazione dei fautori della guerra; questi presero il sopravvento e nel Sinedrio, anche se con scarso entusiasmo, si deliberarono i provvedimenti richiesti dallo stato di guerra, in vista dell’immancabile ritorno offensivo dei Romani. A Giuseppe, ignoriamo per quali particolari considerazioni, ma certo in grazia della prudenza cui appariva ispirato il suo atteggiamento, venne subito affidato un incarico di rilievo; nel racconto di BJ II 568 quello di assumere il comando delle operazioni difensive nel settore della Galilea, mentre, secondo quanto narra in Vita 29, egli fu chiamato a far parte di una commissione di tre sacerdoti inviati in Galilea per dar ordine ai patrioti di deporre le armi e uniformarsi alla linea di cauto attendismo deciso a Gerusalemme. Nelle due notizie si è creduto di poter cogliere una grande divergenza, tanto da considerare come abusiva l’azione di comando esercitata in seguito da Giuseppe nella Galilea[11].

Truppe romane sopraffatte da un’imboscata dei ribelli giudei. Illustrazione di P. Dennis.

Ma questa teoria si rivela poco convincente; infatti, da quanto viene riferito nella Vita pare debba ricavarsi non la natura dell’incarico affidato a Giuseppe, ma il primo compito assegnatogli nell’esercizio delle sue attribuzioni, premessa indispensabile all’addestramento degli uomini e all’apprestamento delle opere difensive. Tale esercizio, che in partenza poteva fare affidamento sul sentimento patriottico della popolazione, rimasta per lo più sorda ai richiami dell’ellenizzazione[12], nei primi tempi venne reso assai arduo dallo scoppio di gravi episodi di insubordinazione: se si considera che a darcene notizia è lo stesso Giuseppe, e con lunga e dettagliata esposizione, è difficile dubitare della gravità della situazione che gli si trovò a fronteggiare. Nel suo racconto, se solo a prezzo di molti stenti e pericoli gli riuscì di affermare la sua autorità nei centri principali della regione, come Sepphoris, Tiberiade e Tarichee, ciò avvenne per le mene di Giovanni di Giscala, un esponente della resistenza locale che gli diede molto filo da torcere, fino a cercare di provocare la sua destituzione[13].

È un racconto, questo di Giuseppe, che appare attendibile anche in vari particolari, ma che sorvola, naturalmente, sul punto più importante: l’arrivo da Gerusalemme di un comandante superiore (a un certo momento rimasto solo per la partenza degli altri due colleghi con cui era arrivato, cfr. Vit. 77) non fu visto di buon occhio dai patrioti di Galilea, anche perché essi non tardarono a constatare che si trattava di un uomo non senza riserve verso gli ideali della resistenza, e che non credeva nella vittoria finale[14]. Era un difetto per niente trascurabile, capace anzi di neutralizzare i pregi di un comandante, anche il più accorto e valente di tutti quale Giuseppe si vantava di essere (cfr. BJ III 144); ed è notevole, per concludere su questo punto, rilevare che il comitato dei Settanta, da lui istituito come organo consultivo di governo, gli serviva in realtà per tenere in pugno come ostaggi i notabili del Paese[15].

In simili condizioni, non dovevano essere gran cosa gli apparecchi difensivi che Giuseppe era riuscito a realizzare in Galilea, il settore che per ragioni geografiche era esposto a ricevere per primo l’urto dei Romani. In BJ II 572 ss. egli dà l’elenco delle città che furono fortificate[16], e il numero degli uomini da lui arruolati e istruiti secondo gli ordinamenti e la tattica romana per renderli, appunto, capaci di misurarsi con i Romani; si sarebbe trattato di 100.000 uomini (BJ II 576), che poco dopo (II 583) diventano 60.000 fanti e 350 cavalieri, oltre 400.500 mercenari e una guardia del corpo di 600 uomini. A parte la discrepanza delle cifre (che potrebbe spiegarsi distinguendo fra un totale e una parte già pronta per l’impiego), e anche a non voler considerare ugualmente esagerata quella più bassa, si trattava di una forza raccogliticcia provvista in linea di massima soltanto di armamento leggero, e quindi non in grado di affrontare in una battaglia campale la fanteria pesante nemica[17]. Nelle più ottimistiche prospettive non poteva esserci altra speranza se non quella che la potenza d’urto del nemico si esaurisse nel passare dall’assedio dell’una a quello dell’altra fra le più importanti città fortificate, ma era una speranza che non teneva nel debito conto le comparativamente enormi capacità logistiche dell’esercito avversario. Affidato da Nerone a un capo sperimentato e prudente come Tito Flavio Vespasiano, quest’esercito aveva il suo nerbo in tre legioni e, con il consueto contorno di truppe ausiliarie, era più vicino ai 60.000 che ai 50.000 uomini[18].

Processione trionfale con l’esibizione delle spoglie del tempio di Gerusalemme. Pannello interno, rilievo, marmo, c. 81 dall’Arco di Tito a Roma.

Coadiuvato dal figlio Tito, che faceva parte del suo stato maggiore come comandante di una delle legioni, Vespasiano nell’inverno del 66/7 portò a termine la raccolta delle forze concentrandole a Tolemaide, e di lì si addentrò verso l’interno puntando sul grosso centro di Sepphoris, i cui abitanti, impressionati dalla bufera, si erano affrettati a far atto di sottomissione ai Romani, aprendo le porte a un grosso presidio. L’inizio delle operazioni non poteva essere più infausto per Giuseppe; abbandonato dalla maggior parte degli uomini che aveva raccolto a Garis, non lontano da Sepphoris, e che si erano dispersi in fuga, egli si ritirò verso l’interno portandosi a Tiberiade[19], donde inviò a Gerusalemme un rapporto che si chiudeva con la richiesta di inviargli immediatamente rinforzi o, altrimenti, di intavolare trattative di pace. Poi, saputo che il nemico si apprestava a investire l’importante centro di Iotapata, accorse ad assumervi il comando della difesa, e fece appena in tempo a entrare nella città prima che Vespasiano la stringesse d’assedio. Quest’assedio durò circa un mese e mezzo[20] e si concluse con l’espugnazione, nonostante le ingegnose trovate di Giuseppe, che si sofferma a riferirle con grande compiacimento (BJ III 141-339). Mentre la città veniva messa a ferro e fuoco, cominciarono le ricerche per catturare Giuseppe, che assieme a una quarantina di notabili si era rifugiato in una profonda cisterna. Scoperto il nascondiglio, egli si mostrò incline a consegnarsi al nemico, ma la sua arrendevolezza suscitò l’ira degli altri che, decisi a non farsi prendere vivi, gli imposero di scegliere se morire di propria mano o per mano dei compagni. Con un abile espediente, che ancora una volta Giuseppe si compiace di raccontare per filo e per segno con un’abbondanza di particolari a volte romanzeschi (BJ III 340-391), egli riuscì a liberarsi dell’incomoda compagnia e a consegnarsi nelle mani dei Romani.

L’assedio di Iotapata (67 d.C.). Illustrazione di A. Hook.

Sarebbe impossibile, ma soprattutto inutile, controllare la sua veridicità a proposito di arrendersi, perché quelle circostanze corrisposero a una verità psicologica assai più importante di quella che fu la verità storica, in questo caso per noi trascurabile. Vista la piega che fin dal principio avevano preso le operazioni, Giuseppe si era più che mai confermato nella convinzione che quella guerra conduceva alla rovina della patria, e che per salvare il salvabile si doveva cercare di trattare col nemico. A muovere il primo passo in questa direzione egli si era poi sentito prescelto dal dio d’Israele quando alla sua virtù profetica aveva concesso l’ispirazione di predire a Vespasiano il dominio dell’Impero: «Tu, o Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi ora legare ancora più forte e custodiscimi per te stesso; perché tu, Cesare, non sei soltanto il mio padrone, ma il padrone anche della terra e del mare e di tutto il genere umano»[21].

T. Flavio Vespasiano. Busto, marmo greco, 70-80 d.C. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Solo per portare tale messaggio, secondo l’incarico ricevuto dal dio, Giuseppe non aveva osservato l’eroica usanza, già in onore al tempo della riscossa maccabaica (2 Mac. 14, 41 ss.), di darsi la morte per non cadere nelle mani del nemico. Bisognava, inoltre, liberare il campo dalla dannosa «ambiguità» di una profezia che parlava del prossimo avvento di un re che dall’Oriente avrebbe esteso il suo dominio sul mondo intero: ciò era stato interpretato «da molti sapienti giudaici» (BJ VI 312) come allusivo all’avvento di un messia, mentre ora Giuseppe sapeva, e doveva far sapere, che la predizione riguardava invece l’ascesa al trono di Vespasiano. Che in realtà corresse una simile profezia è indubitato[22], così come altrettanto sicuro sembra che essa fosse nata in ambiente zelotico sotto l’influenza di antiche aspettazioni escatologiche. Pertanto, a ispirare la profezia era stata certamente la speranza nell’avvento di un uomo che da Israele avrebbe allargato il suo regno messianico su tutto il mondo, sì che l’interpretazione giusta era quella datane dai «sapienti giudaici», a torto contraddetti da Giuseppe con la sua speciosa interpretazione dell’attesto avvento messianico in chiave di un adventus Augusti. Ciò non vuol dire, assolutamente, che il giudeo-ellenizzato Giuseppe abbia distorto con spregiudicata disinvoltura il significato di un testo ritenuto ispirato: l’impressione è che egli sentisse di parlare in piena coscienza, sinceramente convinto che nei disegni divini a Vespasiano era serbato il dominio sull’Impero universale di Roma, sì che per i Giudei il meglio era cessare al più presto di trattarlo ostilmente. Questa convinzione (che, ripeto, sembra da ritenere autentica) dovette essergli di qualche conforto per la nuova vita che ora si apriva dinanzi a lui.

Avveratasi, di lì a un paio d’anni, la sua profezia con l’acclamazione a imperatore di Vespasiano (1 luglio 69), il nuovo «padrone della terra e del mare e di tutto il genere umano» si ricordò con simpatia del giovane sacerdote giudeo che si trascinava dietro in catene dal tempo della presa di Iotapata, e nell’euforia dell’ora ordinò che fosse liberato dalla schiavitù (in cui quello era caduto come prigioniero di guerra[23]). In tal modo, anche per le simpatie personali che seppe destare in Tito, Giuseppe diventò fautore, e poi anche cordiale collaboratore, di un nemico che, al termine di una durissima guerra, avrebbe distrutto Gerusalemme. Per molti aspetti il suo caso richiamava quello di Polibio, che oltre due secoli prima, persuasosi della superiorità politica della Repubblica romana, aveva scritto per chiarire a sé e ai suoi connazionali greci i motivi che ne giustificavano l’egemonia sui Paesi del mondo mediterraneo. Ma a Giuseppe era toccato non di teorizzare le ragioni del primato di un popolo straniero, ma di vivere nell’accampamento dello straniero che assediava Gerusalemme, di prestare la sua opera come interprete e strumento di propaganda, insomma di comportarsi in modo da essere bollato come traditore da chiunque non condividesse le sue riserve sull’opportunità della guerra scatenata dalla resistenza antiromana[24].

Per uno come lui, pur dopo l’acquisto della cittadinanza romana, restava aperto alle suggestioni dell’orgoglio nazionale[25], la taccia del rinnegato dové sempre essere un gran peso sul cuore; ciò appare, del resto, anche dal fatto che egli non si lasciò sfuggire nessuna occasione per difendersene, ritorcendo sui rivoluzionari l’accusa di aver essi, con la loro follia bellicista, tradito la causa della patria fino a provocarne la distruzione. Dopo aver seguito l’esercito romano nel 67 durante l’occupazione del resto della Galilea, nel 68 durante la sottomissione della Perea, dell’Idumea e della Giudea (finché Vespasiano fu raggiunto dalla notizia della morte di Nerone, che causò una lunga stasi della guerra fino alla sua elezione imperiale), dopo aver assistito alla ripresa delle operazioni sotto il comando di Tito fino all’espugnazione di Gerusalemme (settembre 70), Giuseppe vide nella serie ininterrotta dei rovesci patiti dai Giudei la conferma della sua convinzione che il dio era passato dalla parte dei Romani. Nella propaganda dei bellicisti l’incitamento alla resistenza si accompagnava alla promessa di un intervento del divino alleato che già tante volte aveva salvato Israele: Giuseppe replicava che tale intervento era certo, ma questa volta per colpire l’empietà degli uomini della resistenza, i quali per realizzare il loro intento non si erano astenuti dalle più orribili atrocità, calpestando ogni legge umana e divina (BJ V 400 ss.). Così, secondo lui, l’ingiustizia aveva preso a trionfare in Israele (in contrasto con la giustizia dei Romani, che si erano invece sempre limitati a non esigere che il tributo) costringendo il dio ad abbandonare l’alleanza col suo popolo per divenire σύμμαχος dei Romani, da lui scelti a strumento delle sue vendette e, perciò, protetti e premiati (BJ V 409-410). Questo era ritenuto da Giuseppe il vero tradimento che, privando Gerusalemme dell’aiuto divino, l’aveva condannata alla distruzione. Lui, se mai, aveva cercato di mitigare la furia vendicatrice dei vincitori, ricorrendo ogni volta che si poteva alla clemenza di Tito, specialmente nei giorni terribili che seguirono la caduta della città.

T. Flavio Vespasiano (jr.). Statua, marmo bianco, 79 d.C. dalla basilica di Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

L’odio e il disprezzo verso il «rinnegato» dovettero placarsi, ma non estinguersi, dopo che egli si fu ritirato a Roma; a rinverdire la memoria contribuivano l’invidia per le terre donategli in Iudaea da Tito e poi anche da Vespasiano, l’ospitalità da questi offertagli a Roma nella casa che abitavano prima di trasferirsi nei palazzi imperiali, l’assegnazione di una pensione annua (Vit. 442-443). Più volte venne addirittura fatto oggetto di calunniose denunce (BJ VII 437 ss.; Vit. 424-425), peraltro rimaste sempre senza alcun effetto. Libero dal peso di ogni preoccupazione materiale, circondato dall’affetto di tre figli e dalla moglie[26], Giuseppe poté attendere alla composizione di una storia della guerra giudaica, cui sembra già avesse in qualche modo pensato nel corso dell’assedio di Gerusalemme, quando aveva preso una serie di appunti, come egli stesso ricorderà più tardi[27]. Per prima cosa scrisse un’opera in aramaico, destinata ai Giudei della diaspora mesopotamica, cui in sostanza si allude con l’ampollosa espressione «ai Parti, ai Babilonesi, agli Arabi, ai Giudei d’oltre Eufrate e agli Adiabeni» di BJ I 6. Questi primi passi dell’attività storiografica di Giuseppe furono certamente seguiti con compiacimento dai suoi imperiali patroni, ai cui occhi l’opera si presentava, fra l’altro, come un ammonimento per quelle genti a non voler mai più covare o favorire propositi di ribellione antiromana[28]. Quando poi Giuseppe approntò una «traduzione» in greco (Ἑλλάδι γλώσσῃ μεταβαλών) della sua opera, sì che questa potesse andare nelle mani di una più larga cerchia di lettori in tutto l’Impero, l’interesse dei Flavi per il suo lavoro crebbe enormemente (anche se resta solo una congettura che fossero loro a ispirarlo). Quella di Giuseppe poteva diventare, come in effetti diventò, la storia ufficiale della gloriosa impresa che aveva portato in primo piano Vespasiano per la scalata al trono dei Cesari, e non per niente all’atto della pubblicazione essa portava l’imprimatur di Tito[29].

Naturalmente, si trattava di una «traduzione» solo per modo di dire: bastava il cambiamento (toto coelo) del pubblico cui l’opera era diretta per imporre una serie di ritocchi, a partire da quelli di carattere formale apportati dai collaboratori greci, alla cui opera Giuseppe dovette far ricorso non essendo in grado di scrivere in greco[30]. Certamente non poche dovettero essere le pagine ritoccate, soppresse o aggiunte: fra queste ultime, per esempio, tutte quelle relative alla minuta informazione geo-topografica sui Paesi che erano stati teatro della guerra e, in particolare, la descrizione della città e del tempio di Gerusalemme (V 136-247), nonché quella del trionfo di Vespasiano e di Tito (BJ VII 123 ss.)[31]. Anche a non voler mettere in discussione (per mancanza di elementi concreti) se nello scrivere l’opera in lingua aramaica Giuseppe avesse già avvertito l’opportunità di inquadrare la storia della guerra rifacendosi alla presa di Gerusalemme da parte di Antioco Epifane, è assai probabile che gli antefatti della guerra scoppiata nel 66 vi fossero trattati con maggiore concisione rispetto alla «traduzione» destinata poi al pubblico greco-romano[32].

Lawrence Alma-Tadema, Il trionfo di Tito. Olio su tela, 1885.

Dopo la pubblicazione del Bellum Iudaicum in greco, che ebbe luogo fra il 75 e il 79[33], Giuseppe poté continuare la sua attività storiografica sotto la protezione di Tito (che proprio negli anni fra il 75 e il 79 aveva convissuto a Roma more uxorio con la principessa giudaica Berenice, sorella di Agrippa II) e poi di Domiziano, che ai precedenti benefici aggiunse quello dell’esenzione fiscale per le proprietà fondiarie in Giudea (Vit. 428-429). Difficile invece, se non impossibile, farsi un’idea anche approssimativa del vantaggio che nell’ambiente di corte Giuseppe poté trarre da un suo eventuale accostarsi ai circoli giudeo-cristiani, di cui furono esponenti Flavio Clemente (cos. 95) e sua moglie Flavia Domitilla[34]. Sta di fatto che nel 93-94 egli riuscì a pubblicare una grossa opera di storia patria, la Ἰουδαϊκὴ ἀρχαιολογία («Storia antica dei Giudei», latinamente Antiquitates Iudaicae, dalle origini allo scoppio della guerra del 66), incoraggiato e sostenuto anche da un influente amico, che egli chiama Epafrodito e che sembra da identificare col noto liberto di Nerone[35]. Allo stesso Epafrodito furono poi dedicati anche la Vita, redatta dopo il 100 in polemica con Giusto di Tiberiade[36], che della guerra giudaica aveva pubblicato una storia in cui cercava di compromettere agli occhi dei Romani la figura di Giuseppe[37], e il contra Apionem, l’ultima delle sue opere, scritta in difesa del Giudaismo contro le denigratorie e calunniose invenzioni propalate soprattutto dai Greci col loro sprezzante spirito di superiorità. Nella chiusa delle Antiquitates Giuseppe dichiara di voler preparare un’edizione abbreviata della storia della guerra giudaica con un’appendice di aggiornamento nella parte finale[38]. Tale progetto non risulta sia mai stato realizzato, e perciò qualcuno ha avanzato la congettura, poco convincente, che qui lo storico si riferisse al suo proposito di scrivere la Vita, che fu pubblicata in appendice alla seconda edizione delle Antiquitates[39]. Certo è, invece, che non fu Giuseppe l’autore del cosiddetto “quarto libro dei Maccabei”, a torto attribuitogli, fra gli altri, da Eusebio (Hist. Eccl. III 10). La morte dovette coglierlo in uno dei primi anni del II secolo.

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[1] Il 18 marzo del 38 segnò l’inizio del secondo anno di principato di Gaio Caligola, mentre Giuseppe (Vit. 5) afferma di esser nato nel primo anno. Il termine iniziale, il 13 settembre del 37, si ricava da AJ XX 267, dove Giuseppe dichiara di aver compiuto i 56 anni nel corso del tredicesimo anno di principato di Domiziano, che andò dal 13 settembre 93 al 12 settembre 94.

[2] Cfr. BJ III 352; Ap. I 54; in Vit. 2 si specifica che il casato di Giuseppe rientrava nella prima delle ventiquattro «famiglie» sacerdotali.

[3] Di questa discendenza egli si vanta in Vit. 2, dove Giuseppe è in polemica con qualcuno che gli rinfacciava – quelli erano i tempi – l’oscurità dei natali. Pertanto, non è escluso che egli abbia esagerato in senso opposto, e sarei più incline a condividere le riserve di Hölscher 1916, 1935, che le giustificazioni di Radin 1929.

[4] Vit. 9, un racconto che richiama quello di Luc. 2, 41 ss. Tali progressi possono spiegare, per converso, alcune deficienze “culturali” che ai nostri occhi destano un certo stupore. Così, p. es., la pretesa (cfr. BJ IV 5) che gli abitanti di Gamala (da “cammello”, in ebraico gamal, in aramaico gamla) sbagliassero a chiamare con quel nome la loro città, che avrebbe dovuto chiamarsi piuttosto Kamala (alla greca! da κάμηλος), o l’affermazione che Melchisedek coniò il nome di Gerusalemme, aggiungendo a quello precedente di Salem l’epiteto (greco!) di ἱερόν (cfr. BJ VI 438). Solo più tardi, nel contra Apionem, polemizzando con uno scrittore antisemita, il quale faceva derivare il nome della città da un Ἱερόσυλα, un nome che avrebbe conservato il ricordo delle spoliazioni di templi perpetrate dai suoi fondatori, Giuseppe capirà l’assurdo di una simile etimologia, osservando che quello scrittore (I 319) οὐ συνῆκεν, ὅτι ἱεροσυλεῖν οὐ κατὰ τὴν αὐτὴν φωνὴν Ἰουδαῖοι τοῖς Ἕλλησιν ὀνομάζομεν («non considerò che noi Giudei non usiamo lo stesso vocabolo dei Greci per dire “spogliare i templi”»).

[5] Col che non deve considerarsi in contrasto l’atteggiamento critico che Giuseppe assume nei confronti dei Farisei in BJ I 67; 110-111; e AJ XIII 41.

[6] Tac. Hist. V 9, 3: ius regium servili ingenio exercuit («esercitò un’autorità di re con animo servile»).

[7] Sulla θεοσέβεια di Poppea, cfr. Smallwood 1959. È strano (o, almeno, a noi non può non sembrar strano) che in questo non troppo succinto racconto del viaggio a Roma siano rimasti senza eco il grande incendio che distrusse interi quartieri dell’Urbe e la successiva persecuzione anticristiana, due grossi fatti che accaddero appunto nell’anno 64. Che Giuseppe non ne abbia ricavato un’indimenticabile impressione pare da escludere; pertanto, egli avrà deliberatamente sorvolato su di essi per non deviare dal filo del racconto.

[8] Così in BJ I 199; cfr. 209; ἐπιμελητής, in AJ XIV 127.

[9] E con loro due anche il sommo sacerdote Ircano II, il «sacerdote empio» esecrato assieme ai Romani e all’«uomo di menzogna» (Erode) nel Commentario di Habacuc, uno dei testi più importanti fra quelli conservati dai manoscritti del Mar Morto. Cfr. BJ I 270.

[10] Cfr. BJ II 118; IV 161.

[11] Così Laqueur 1920.

[12] Cfr. Oepke 1941.

[13] BJ II 626-631; Vit. 189-332.

[14] Meno attendibile mi sembra su questo punto particolare la rappresentazione di Ricciotti (I, 39-40), che tratteggia la figura di Giuseppe come quella di un arrivista divorato dall’ambizione di diventare «una specie di monarca della regione, atteggiandosi a patriota insurrezionista». L’intento di Giuseppe fu in realtà quello di assicurarsi il controllo sulle varie componenti della resistenza locale, ed egli cercò di riuscirvi in ogni modo, anche vietando a Giovanni di Giscala di attingere dai magazzini dei viveri, come si legge in Vit. 72. Se qui Giuseppe scrisse che egli lo fece con l’intenzione di conservare il grano per i Romani (con ciò stesso inavvertitamente attribuendosi la figura del traditore), la cosa si spiega pensando che egli compose la propria autobiografia proprio per controbattere le accuse di attività antiromane rivoltegli da Giusto di Tiberiade, e di qui l’invenzione della poca gloriosa benemerenza. Sulla preferenza da accordare, in genere, al racconto della Vita rispetto a quello del Bellum Iudaicum, cfr. Gelzer 1952.

[15] Vit. 79 τοὺς δ’ ἐν τέλει τῶν Γαλιλαίων ὅσον ἑβδομήκοντα πάντας βουλόμενος ἐν προφάσει φιλίας καθάπερ ὅμηρα τῆς πίστεως ἔχειν φίλους τε καὶ συνεκδήμους ἐποιησάμην («I maggiorenti dei Galilei, complessivamente in numero di settanta, volendo con l’apparenza dell’amicizia tenermeli come ostaggi della fedeltà della religione, li feci miei amici e compagni nei miei spostamenti»).

[16] Un elenco non molto diverso da quello di Vit. 187 ss.

[17] Cfr. l’andamento dello scontro dinanzi a Iotapata di cui si parla in BJ III 113.

[18] Vd. BJ III 69.

[19] Cfr. BJ III 129 ss.; Vit. 395-412.

[20] Cfr. BJ III 142.

[21] BJ III 402. Che la profezia dell’impero fosse fatta a Vespasiano proprio da Giuseppe risulta confermato dal cenno di Svetonio (Vesp. 5, 9). La tradizione rabbinica, ostile al «rinnegato» Giuseppe, cercò poi di privarlo di un tal vanto e attribuì la profezia al rabbino Johann ben Zakkai.

[22] Ne parlano anche Tacito (Hist. I 10, 3; II 1, 2; V 13, 2), Svetonio (Vesp. 4, 9 ss.) e Cassio Dione (LXVI 1, 4).

[23] Come appare dal racconto di BJ IV 622 ss., dové allora trattarsi probabilmente di una manumissio inter amicos, la quale non era compresa tra le forme solenni di liberazione (manumissio) e pertanto non conferiva al servo, assieme allo status libertatis, anche il ius civitatis (sulla manumissio inter amicos, cfr. Albanese 1964, 7 ss.). A ogni modo, secondo il posteriore racconto di Vit. 423, fu solamente al suo arrivo a Roma al seguito di Tito, dopo la presa di Gerusalemme, che Vespasiano concesse a Giuseppe la cittadinanza romana, e Giuseppe da quel momento come civis Romanus si chiamò Flavio Giuseppe, assumendo il nomen dell’ex padrone.

[24] Cfr. BJ III 431 ss.

[25] Un orgoglio che nel Bellum Iudaicum si manifesta in varie occasioni, p. es., nel sottolineare la gravità della sconfitta inflitta dai Giudei all’esercito di Cestio Gallo (II 555); vd. anche I 1, e III 43. Più tardi fu lo stesso orgoglio patriottico a ispirargli la composizione delle Antiquitates Iudaicae e a spingerlo a controbattere nel contra Apionem le calunnie dell’antisemitismo dell’epoca.

[26] Fu questa la quarta e ultima moglie di Giuseppe, una nobile e virtuosa giudea cretese (Vit. 427), che egli sposò a Roma e da cui ebbe due figli, Giusto, nato nel settimo anno di Vespasiano (1 luglio 75-30 giugno 76), e Agrippa, di due anni più piccolo. Precedentemente, Giuseppe era stato unito con una donna alessandrina, ripudiata per dissapori coniugali dopo la nascita del figlio Ircano (Vit. 415), una giudea fatta prigioniera a Cesarea, che Vespasiano gli aveva data in moglie dopo la profezia dell’Impero (Vit. 414), e una giudea che egli aveva lasciato a casa quando si era recato ad assumere il comando delle operazioni in Galilea e che era rimasta assediata in Gerusalemme (BJ V 419).

[27] Ap. I 49 ἐν ᾧ χρόνῳ γενομένην τῶν πραττομένων οὐκ ἔστιν ὃ τὴν ἐμὴν γνῶσιν διέφυγεν· καὶ γὰρ τὰ κατὰ τὸ στρατόπεδον τὸ Ῥωμαίων ὁρῶν ἐπιμελῶς ἀνέγραφον καὶ τὰ παρὰ τῶν αὐτομόλων ἀπαγγελλόμενα μόνος αὐτὸς συνίειν («In quel tempo non vi fu un avvenimento di cui non venissi a conoscenza; infatti, prendevo diligentemente nota di ciò che vedevo nell’accampamento romano ed ero il solo in grado di comprendere quanto riferivano i disertori»).

[28] Di quest’ammonizione la più chiara formulazione sarà poi quella di BJ III 108, ove Giuseppe, al termine di un ampio excursus sull’eccellenza dell’organizzazione militare romana, conclude: «Su tutto ciò mi sono dilungato non tanto con l’intenzione di magnificare i Romani, quanto di consolare quelli che ne furono assoggettati e di dissuadere coloro che pensassero di ribellarsi». Questi non meglio precisati, ipotetici ribelli non possono essere se non i «connazionali dell’Adiabene», nominati nel discorso messo in bocca a re Agrippa II (BJ II 388) per distogliere i Giudei dai loro propositi di guerra.

[29] Cfr. Vit. 363 ὁ μὲν γὰρ αὐτοκράτωρ Τίτος ἐκ μόνων αὐτῶν ἐβουλήθη τὴν γνῶσιν τοῖς ἀνθρώποις παραδοῦναι τῶν πράξεων, ὥστε χαράξας τῇ ἑαυτοῦ χειρὶ τὰ βιβλία δημοσιῶσαι προσέταξεν («A tal punto, infatti, l’imperatore Tito era desideroso che soltanto attraverso quei libri il mondo fosse informato di quei fatti, che vi appose il suo visto e diede ordini per la loro pubblicazione»).

[30] Ap. I 50 χρησάμενός τισι πρὸς τὴν Ἑλληνίδα φωνὴν συνεργοῖς («avvalendomi di alcuni collaboratori per la lingua greca»). Che questi collaboratori si limitassero a un semplice lavoro di rifinitura è stato sostenuto da Shutt 1961, 33, in base ad argomenti ricavati da un esame stilistico, ma vd. le giuste riserve di Schreckenberg 1963. Ugualmente da sottoporre a cautela le troppo fidenti conclusioni cui Thackeray 1929, 100 ss., pervenne circa la personalità di alcuni di questi collaboratori; cfr. Petersen 1958, 260 n. 1.

[31] Poiché a I 29, nel sommario che Giuseppe dà della sua opera, il trionfo viene presentato come punto finale di essa, Eisler 1929, 252, ha congetturato che tutta la parte successiva del libro VII fosse stata composta in un secondo momento. In una prima stesura, approntata per essere offerta nel 71 in occasione del trionfo, l’opera sarebbe stata finita proprio con l’accenno alla pompa trionfale. Sembra però credibile che la Guerra potesse venir composta in così poco tempo, anche perché Giuseppe aveva bisogno dei collaboratori per la lingua greca, mentre nel sommario la menzione del trionfo per indicare la fine dell’opera può spiegarsi pensando che ivi uscisse dalla scena la figura del protagonista, Tito.

[32] Così Niese 1896, 201. Petersen 1958, 268 ss., spiega appunto come effetto di queste aggiunte la maggior mole dei libri I-II rispetto agli altri.

[33] Il terminus post quem non è la morte di Vespasiano, 23 maggio 79, cui l’opera fu offerta in omaggio (Vit. 361; Ap. I 51); il terminus ante quem non si ricava dalla menzione in BJ VII 158 ss., come di un’opera portata a compimento, del tempio della Pace, che fu dedicato nel 75 (DCass. LXVI 15, 1). Quest’ultimo dei due termini vale evidentemente per la pubblicazione dell’opera, non per la sua composizione, come invece pare intendere Hölscher 1916, 1940, e 1942.

[34] Vd. BJ IV 321; cfr. AJ XX 199; cfr. Mazzarino 1966, II 2, 101 ss.

[35] Cfr. PIR² III 80, n. 69.

[36] Cfr. FGrHist. 734. Poco convincente il tentativo di Frankfort 1961 per alzare la data di composizione dell’autobiografia al periodo tra il 93-94 e il settembre del 96.

[37] Sì che la Vita, più che una biografia, come vorrebbe il titolo, risulta essere per la massima parte una particolareggiata esposizione dell’attività di Giuseppe come comandante della difesa della Galilea nei sei mesi circa che precedettero l’assedio di Iotapata e la sua cattura.

[38] AJ XX 267 Ἐπὶ τούτοις δὲ καταπαύσω τὴν ἀρχαιολογίαν βιβλίοις μὲν εἴκοσι περιειλημμένην, ἓξ δὲ μυριάσι στίχων, κἂν τὸ θεῖον ἐπιτρέπῃ κατὰ περιδρομὴν ὑπομνήσω πάλιν τοῦ τε πολέμου καὶ τῶν συμβεβηκότων ἡμῖν μέχρι τῆς νῦν ἐνεστώσης ἡμέρας, ἥτις ἐστὶν τρισκαιδεκάτου μὲν ἔτους τῆς Δομετιανοῦ Καίσαρος ἀρχῆς, ἐμοὶ δ’ ἀπὸ γενέσεως πεντηκοστοῦ τε καὶ ἕκτου («Con questo terminerò la mia “archeologia”, che è compresa in venti libri con sessantamila righe. Se il dio me lo concederà, tornerò di nuovo a scrivere una storia abbreviata della guerra e di ciò che ci è accaduto fino a oggi, vale a dire fino al tredicesimo anno di Domiziano e al cinquantaseiesimo della mia vita»).

[39] Petersen 1958, ma vd. Feldmann 1965, 530-531. Di una seconda edizione della Vita, e non di una seconda edizione delle Antiquitates, preferiva parlare Motzo 1924, 214 ss.

Valerio Flacco, un raffinato rielaboratore

di CONTE G.B., PIANEZZOLA E., Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 3. L’età imperiale, Milano 2010, 303-304; cfr. PIAZZI F., GIORDANO RAMPIONI A., Multa per aequoraLetteratura, antologia e autori della lingua latina, Vol. 3, L’alto e il basso Impero, Bologna 2004, 242-243.

Valerio Flacco, probabilmente il più misterioso e difficile tra i poeti epici di età flavia, fu un autore di notevole raffinatezza culturale. Il suo poema incompiuto, gli Argonautica, rivelano una grande elaborazione letteraria, capace di tenere insieme un articolato incrocio di modelli e strutture poetiche, la cui raffinata complessità rende particolarmente spiacevole il vuoto di notizie su questo autore.

Biagio d’Antonio, Sposalizio di Giasone e Medea. Tempera su tavola, 1487. Paris, Musée des Arts Décoratifs.

Vita e opere

Quasi nulla si conosce, dunque, della vita di Valerio Flacco (il cui nome completo era C. Valerius Flaccus Setinus Balbus), attivo come scrittore nel ventennio fra il 70 e il 90 d.C. e del quale Quintiliano nel 95 lamentava la scomparsa recente (multum in Valerio Flacco nuper amisimusInst. X 1, 90), forse poco prima del 92. Si sa, però, che era di condizione sociale elevata, dato che, come informa Flacco stesso, rivestì la carica sacerdotale di quindecimvir sacris faciundis. L’opera di Valerio Flacco sono gli Argonautica, poema epico di cui restano (verosimilmente per incompiutezza piuttosto che per gusti della tradizione manoscritta) sette libri e una parte dell’ottavo (ma il progetto originario doveva prevederne dodici, in ossequio al modello virgiliano). L’opera di Flacco rappresentava una decisiva reazione alla Pharsalia di Lucano. Si tratta di una serie di vicende che corrisponde all’incirca a tre quarti del racconto sviluppato dal poeta Apollonio Rodio (III sec. a.C.) nei quattro libri del suo poema omonimo: un’opera che a Roma aveva già ispirato Varrone Atacino, mentre la versione tragica di Euripide era stata ripresa da Ovidio, Seneca e Lucano. Valerio Flacco narra i motivi della spedizione di Giasone in cerca del vello d’oro (libro I), il viaggio avventuroso e contrastato a bordo della nave Argo fino alla Colchide (libri II-V), gli intrighi e le lotte alla corte di re Eeta e l’amore tra Giasone e Medea, la conquista del vello d’oro e il principio del travagliato ritorno (libri VI-VIII).

Frisso ed Elle. Affresco, 50 a.C. ca. dall’Insula Occidentale VI (Pompei). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Gli Argonautica e i loro modelli

Valerio Flacco, pur ispirandosi da vicino al modello di Apollonio Rodio, mira a una riscrittura in gran parte autonoma del tema argonautico e non si limita a una “romanizzazione” come quella (rimasta celebre) attuata da Varrone Atacino nel I secolo a.C. Vi sono abbreviamenti, aggiunte, modifiche importanti nella psicologia dei personaggi, nel modo di concepire l’intervento divino, nel ritmo del racconto. Variazioni e innovazioni, però, si innestano spesso su di un contesto che – sia sul piano degli schemi narrativi sia su quello dell’espressione – risulta in varia misura debitore nei confronti di Apollonio. Rispetto dunque alla trama svolta dal poeta greco, qui viene dilatata nei libri V e VI la sezione, inesistente nel modello, relativa alla contesa tra Eeta e suo fratello Perse. La struttura del poema risulta così suddivisa in una parte odisseica di avventure per mare e in una parte iliadica di guerre e prove eroiche, come l’Eneide che consta di due esadi. La prima parte, inoltre, ricca di suggestioni esotiche, riflette l’interesse per la geografia e l’etnografia attestato in questo periodo anche dall’opera di Mela e di Plinio il Vecchio. Al modello epico tradizionale si conforma l’intero poema di Valerio Flacco sia per il tema mitologico sia per l’onnipresenza dell’apparato divino e la visione provvidenzialistica, sia ancora per la prospettiva moralistica ed edificante. L’attualità dell’antico mito, inoltre, è giustificata nel proemio dal parallelo – escogitato dall’autore con adulatoria amplificazione – tra la navigazione verso la Colchide e la spedizione navale in Britannia condotta da Vespasiano sotto il principato di Claudio: allo stesso modo, anche Virgilio aveva paragonato le imprese in Oriente di Ottaviano con la spedizione argonautica (Egl. IV 34-35)

Nei punti in cui Valerio Flacco segue da vicino il testo greco (fino a misurarsi talora in piccoli saggi di traduzione artistica) la sua rielaborazione appare guidata dalla ricerca dell’effetto: accentuazione del pathos e drammatizzazione, concentrazione del modello e conseguente gusto per la brevità dell’espressione (resa audace e allusiva fin quasi all’oscurità). Sono questi i procedimenti più frequentemente impiegati per ottenere un maggiore coinvolgimento emotivo del lettore. La formazione stessa del testo di Apollonio – imitatore di Omero e imitato, a sua volta, da Virgilio – si colloca al centro di una rete di rapporti che tengono insieme una vasta tradizione epica. Il poeta flavio – nella sua consapevole, “manieristica” posizione di epigono – si trova portato a un’operazione di continua scomposizione e ricomposizione dei propri modelli: egli sa recuperare al suo testo i necessari antecedenti di Omero e di Apollonio, ma, al contempo, non può non integrare il testo con materiali che derivano dall’opera di Virgilio. Così, per esempio, nella rappresentazione di Medea, la figura di maggior rilievo del poema: ora tenera fanciulla e come tale descritta secondo il modello omerico dell’incontro di Odisseo e Nausicaa, ora maga terribile e capace di ogni nefandezza, come nel modello rodio (nullum mente nefas, nullos horrorescere uisus, VI 453), ora donna innamorata che l’autore, con ricorso all’espediente narrativo omerico della τειχοσκοπία («vista dalle mura»), rappresenta mentre contempla rapita le imprese di Giasone. Nella caratterizzazione della donna, ambigua e contraddittoria, convergono, inoltre, tratti patetici della Didone virgiliana, spunti elegiaci (la cura o «malattia d’amore», l’innamorata che veglia mentre tutti dormono), aspetti comuni alle pitture terribili e stupefacenti del Seneca tragico e di Lucano (nella descrizione sinistra di Medea esperta di arti magiche: opibus magicis et uirginitate tremendam, VI 449). Valerio Flacco, dunque, si è ispirato ad Apollonio, “contaminandolo” però con altre sue fonti.

In questa complessa operazione l’autore mostra una viva consapevolezza che la letteratura consiste anche nella sedimentazione di un linguaggio dalla storia plurisecolare che, nella sua stratificazione, ha finito con il costituirsi in un’organica tradizione poetica. Egli non può tuttavia esimersi dal trarre opportuni suggerimenti anche da altri rappresentanti della letteratura augustea, in particolare da Ovidio, e i già menzionati “moderni” Seneca tragico e Lucano. Sicché questa poesia riflessa ed elaborata (che si qualifica anche per un certo virtuosismo manieristico evidente nella rielaborazione delle varie suggestioni) rischia a volte di disperdersi sotto le spinte, non sempre armonizzate, di una troppo vasta molteplicità di modelli.

Giasone nella reggia di Pelia. Affresco, ante 79 d.C. dal triclinium della Casa di Giasone (o dell’amor fatale, IX 5, 18), Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Lo stile e la tecnica narrativa

Il fondamentale influsso di Virgilio spinge Valerio a una poetica “reazionaria”: il tema è mitologico, l’apparato divino onnipresente, l’impostazione morale del racconto edificante – si è detto. Mentre Apollonio aveva fatto di Giasone un eroe problematico e chiaroscurale – di fatto, quasi un antieroe – Valerio riporta il suo protagonista a uno status di elevatezza epica, lo romanizza e lo assimila ad Enea, di cui possiede la virtus bellica, la pietas e la fama. Il fato provvidenziale di stampo virgiliano, con il suo portaparola Giove, controlla tutto lo sviluppo degli eventi. La narrazione di Valerio Flacco esaspera la propensione virgiliana allo stile soggettivo, a rendere cioè situazioni e avvenimenti attraverso il punto di vista e le sensazioni dei vari personaggi. Questa tendenza, com’è ovvio, comporta una continua psicologizzazione del racconto: se in Virgilio le sensazioni dei personaggi acquisivano talora rilievo maggiore rispetto agli stessi avvenimenti, in Valerio l’importanza assunta è tale da sopprimere persino la descrizione di particolari o la narrazione di eventi, spesso necessari alla comprensione del testo. È naturale che l’espansione del modello di Apollonio sia dunque orientata soprattutto verso il patetico, ricercato con ostinazione in tutte le potenziali occasioni e applicato a ogni tipo di personaggio, senza attenzione alle incongruenze che tale procedimento può generare nei vari caratteri.

Per quanto riguarda gli aspetti più strutturali della composizione, Valerio, pur rivelandosi elegante e raffinato nel particolare, nel dettaglio descrittivo, nella notazione psicologica, nel quadro isolato, tuttavia fallisce spesso nella creazione di strutture narrative articolate. Difetti di chiarezza e di linearità, e ancor più la mancata specificazione delle coordinate spazio-temporali dell’azione, danno l’impressione di un modo di comporre per blocchi isolati, un modo che presta più attenzione all’evidenza e all’effetto della singola scena che non alla perspicuità e alla coerenza dell’insieme. Nel suo complesso, ne risulta un testo narrativo assai difficile, spesso oscuro, che si caratterizza come estremamente dotto anche per quanto riguarda la sua destinazione (il pubblico che viene presupposto come lettore ideale). Il lettore in qualche caso non trova, nel testo di Valerio, nemmeno tutte le informazioni essenziali per la comprensione della vicenda, ma, per capire situazioni e linea narrativa, deve già essere a conoscenza degli avvenimenti; il più delle volte è comunque necessario che abbia presente l’immediato testo di riferimento, ovvero Apollonio. Gli Argonautica, insomma, si configurano come un’opera che, per realizzare una poetica ardua e sofisticata, presuppone nel suo destinatario un’ampia competenza letteraria.