Tito Manlio in duello con un Gallo (Liv. VII 9, 8-10)

Tum eximia corporis magnitudine in uacuum pontem Gallus processit et quantum maxima uoce potuit «Quem nunc» inquit «Roma uirum fortissimum habet, procedat agedum ad pugnam, ut noster duorum euentus ostendat utra gens bello sit melior».

Diu inter primores iuuenum Romanorum silentium fuit, cum et abnuere certamen uererentur et praecipuam sortem periculi petere nollent; tum T. Manlius L. filius, qui patrem a uexatione tribunicia uindicauerat, ex statione ad dictatorem pergit; «Iniussu tuo» inquit, «imperator, extra ordinem nunquam pugnauerim, non si certam uictoriam ui deam: si tu permittis, uolo ego illi beluae ostendere, quando adeo ferox praesultat hostium signis, me ex ea familia ortum quae Gallorum agmen ex rupe Tarpeia deiecit». Tum dictator «Macte uirtute» inquit «ac pietate in patrem patriamque, T. Manli, esto. Perge et nomen Romanum inuictum iuuantibus dis praesta». Armant inde iuuenem aequales; pedestre scutum capit, Hispano cingitur gladio ad propiorem habili pugnam. Armatum adornatumque aduersus Gallum stolide laetum et – quoniam id quoque memoria dignum antiquis uisum est – linguam etiam ab inrisu exserentem producunt. Recipiunt inde se ad stationem; et duo in medio armati spectaculi magis more quam lege belli destituuntur, nequaquam uisu ac specie aestimantibus pares. Corpus alteri magnitudine eximium, uersicolori ueste pictisque et auro caelatis refulgens armis; media in altero militaris statura modicaque in armis habilibus magis quam decoris species; non cantus, non exsultatio armorumque agitatio uana sed pectus animorum iraeque tacitae plenum; omnem ferociam in discrimen ipsum certaminis distulerat. Ubi constitere inter duas acies tot circa mortalium animis spe metuque pendentibus, Gallus uelut moles superne imminens proiecto laeua scuto in aduenientis arma hostis uanum caesim cum ingenti sonitu ensem deiecit; Romanus mucrone subrecto, cum scuto scutum imum perculisset totoque corpore interior periculo uolneris factus insinuasset se inter corpus armaque, uno alteroque subinde ictu uentrem atque inguina hausit et in spatium ingens ruentem porrexit hostem. Iacentis inde corpus ab omni alia uexatione intactum uno torque spoliauit, quem respersum cruore collo circumdedit suo. Defixerat pauor cum admiratione Gallos: Romani alacres ab statione obuiam militi suo progressi, gratulantes laudantesque ad dictatorem perducunt. Inter carminum prope modo incondita quaedam militariter ioculantes Torquati cognomen auditum; celebratum deinde posteris etiam familiae honori fuit. Dictator coronam auream addidit donum mirisque pro contione eam pugnam laudibus tulit.

Divinità con torques e pugnale. Statua, pietra locale, I secolo a.C. da Bozouls. Rodez, Musée Fenaille.

Allora un Gallo di statura gigantesca s’avanzò sul ponte deserto e urlò con quanta voce aveva in gola: «Si faccia avanti a combattere il guerriero più forte che c’è adesso a Roma, così che l’esito del nostro duello stabilisca quale dei due popoli è superiore in guerra!».

Tra i giovani romani più ragguardevoli ci fu un lungo silenzio, poiché da un lato si vergognavano di rifiutare il combattimento, dall’altro non volevano affrontare una sorte particolarmente rischiosa: allora Tito Manlio, figlio di Lucio, quegli che aveva liberato il padre dalle accuse del tribuno, lasciò la sua posizione e si avviò dal dittatore: «Senza un tuo ordine, comandante», disse «non combatterei mai fuori dai ranghi, neppure se vedessi certa la vittoria: ma se tu lo permetti, a quella bestiaccia che ora fa tanto lo spavaldo davanti alle insegne nemiche io vorrei dare la prova di discendere da quella stirpe che precipitò già dalla rupe Tarpea le schiere dei Galli». Allora il dittatore gli rispose: «Onore e gloria al tuo coraggio e alla tua devozione per il padre e la patria, o Tito Manlio! Va’ e con l’aiuto degli dèi da’ prova che il nome di Roma è invincibile!». Poi i compagni lo aiutarono ad armarsi: egli prese uno scudo da fante e si cinse in vita con una spada ispanica, più adatta per lo sconto corpo a corpo. Dopo averlo armato di tutto punto, lo accompagnarono verso il guerriero gallico che stava stolidamente esultando e che (particolare anche questo ritenuto degno di menzione da parte degli antichi) in segno di scherno tirava fuori la lingua. Quindi rientrarono al loro posto, mentre i due uomini armati restarono soli in mezzo al ponte, più come si usa negli spettacoli che secondo le norme di guerra, punto pari di forze a giudicarli dall’aspetto esteriore: l’uno aveva un fisico di straordinaria corporatura, sgargiante nelle vesti variopinte e per le armi dipinte e cesellate in oro; l’altro nella statura media di un soldato e d’aspetto modesto le sue armi, più maneggevoli che appariscenti; non canti, non esultanza né vana esibizione delle proprie armi, ma un petto fremente di palpiti di coraggio e tacita ira; tutta la sua fierezza egli aveva riservata per il momento decisivo del duello. Quand’ebbero preso posizione tra i due eserciti, con tanti uomini intorno dagli animi sospesi tra la speranza e la paura, il Gallo, come una rupe che sovrasta dall’alto, preteso con la sinistra lo scudo, calò con grande fragore sulle armi dell’avversario che si avvicinava un fendente che andò a vuoto. Il Romano, sollevata la spada, colpì con il proprio scudo la parte inferiore di quello del nemico; poi, insinuatosi tra il corpo e le armi di quest’ultimo in modo tale da evitare di essere ferito, con due colpi sferrati uno dopo l’altro gli trapassò il ventre e l’inguine, facendolo stramazzare a terra, disteso in tutta la sua mole. Quindi, risparmiando ogni altro scempio al corpo del caduto, si limitò a spogliarlo del solo torque, che egli si mise al collo intriso di sangue com’era. La paura insieme con lo stupore aveva agghiacciato il sangue ai Galli: i Romani, usciti prontamente dagli avamposti incontro al loro commilitone, rivolgendogli congratulazioni e lodi, lo condussero dal dittatore. Fra le rozze battute che i soldati quasi con ritmica cadenza si scambiavano nei loro cori, fu udito il soprannome di Torquatus; esso, in seguito, fu usato spesso anche dai suoi discendenti e tornò d’onore alla sua famiglia. Il dittatore aggiunse in dono una corona d’oro e di fronte alle truppe adunate celebrò con le lodi più alte quel combattimento.

Un soldato romano preda il torques a un guerriero gallico abbattuto. Illustrazione di R. Oltean.

Durante la guerra gallica del 361 a.C., della cui conduzione era stato incaricato il dittatore Tito Quinzio Penno Capitolino, un armato celta, presentato da Livio in tutta la sua possanza, sfida i Romani e invita «il guerriero più forte» tra i Romani a farsi avanti e ad affrontarlo in duello. Mentre gli altri giovani sono paralizzati dal terrore, Tito Manlio lascia il proprio posto, si presenta davanti al dittatore e gli chiede il permesso di offrirsi volontario per combattere contro il Gallo. Livio drammatizza l’episodio con dialoghi in discorso diretto fra il Celta e la schiera dei Romani e fra Tito Manlio e il suo comandante, conferendo alla narrazione un pathos e un’intensità che sembrano sfiorare toni prettamente epici, funzionali alla sua concezione altamente idealizzata della Storia esemplare di Roma.

La descrizione della vestizione del guerriero e del duello che segue riprendono moduli tipicamente epici. Livio dipinge la scena dello scontro in maniera così vivida che i due antagonisti, armati di tutto punto, sembrano quasi materializzarsi di fronte al lettore: l’uno, il Celta, tracotante nella sua possanza e nel suo sfoggio di armi cesellate d’oro, l’altro, Manlio, di corporatura più ordinaria e armato alla leggera, ma dotato di straordinario ardore, coraggio e voglia di sconfiggere l’avversario. I due si affrontano come i famosi eroi dell’epica, Enea e Turno, Ettore e Achille; grazie alla sua superiore tecnica militare il Romano ha la meglio, abbatte l’avversario e prende come trofeo della vittoria la collana del nemico (torques), dalla quale gli deriverà il cognomen di Torquato.

Tito Manlio e il Gallo.

Il duello fra Manlio e il Gallo è uno dei pochi episodi per i quali è possibile stabilire un confronto fra l’opera di Livio e la fonte annalistica da lui utilizzata, Claudio Quadrigario, un autore di età sillana: questo confronto è possibile grazie ad Aulo Gellio, che nelle Noctes Atticae (IX 13) ha conservato per intero il corrispondente passo di Quadrigario. È lo stesso Livio a dichiarare in qualche modo l’impiego della fonte, nell’accenno un po’ polemico nell’inciso in VII 10, 5 (quoniam id quoque memoria dignum antiquis uisum est): il particolare incriminato, del gesto del Gallo con la lingua, trova infatti un parallelo esattissimo in Quadrigario (Gallus inridere coepit atque linguam exertare). Le differenze fra i due racconti una lettura in parallelo dei due testi di Livio e Quadrigario può mostrare la distanza che separa le due narrazioni: distanza non tanto nella trama generale del racconto, che in linea di massima resta la stessa, quanto nella sua impostazione e interpretazione, oltre che nella resa stilistica.

Un frammento di Quadrigario (fr. 10b Peter) conserva due brani relativi alla presentazione del Celta e – dopo la sfida da lui lanciata ai Romani e accolta da Manlio – allo svolgimento del duello: «Intanto si fece avanti un Gallo, senza armatura, solo con uno scudo e due spade, ornato di collana e braccialetti, un Gallo che superava tutti per la forza e la statura e insieme per la giovane età e per il valore. […] Il duello si svolse proprio sul ponte, sotto gli occhi dei due eserciti, in un clima di grande paura. Così, come ho detto, si piantarono l’uno di fronte all’altro: il Gallo, secondo la sua tecnica, con lo scudo in avanti, teso nella guardia; Manlio, fidando più nel coraggio che nella tecnica, colpì con lo scudo lo scudo del Gallo e gli fece perdere l’equilibrio. Mentre il Gallo cercava di riprendere la posizione iniziale, Manlio di nuovo colpì con lo scudo lo scudo dell’avversario, e di nuovo lo fece spostare dal suo assetto. In tal modo, riuscì a infilarsi sotto la spada del Gallo e con la propria spada gli trafisse il petto; poi, di seguito, con un secondo identico assalto, lo ferì alla spalla destra e non si ritrasse finché non l’ebbe fatto cadere, in modo che il Gallo non avesse la forza di colpire a sua volta. Quando l’ebbe abbattuto, gli troncò la testa, gli strappò la collana e se la mise al collo, ancora sanguinolenta».

Il «Galata morente»: dettaglio della testa. Statua, marmo, copia romana da originale di bronzo dello scultore Epigono di Pergamo, 230-220 a.C. ca., dal Donario di Attalo I. Roma, Musei Capitolini.

Da Quadrigario il guerriero celta è presentato nelle sue caratteristiche barbariche: l’abbigliamento, la forza impressionante, la statura (poco oltre egli parla della sua «taglia enorme» e del suo «spaventoso aspetto»), la volgarità degli atteggiamenti e dei gesti; ma ha anche tratti che lo qualificano come un forte e valoroso avversario (Quadrigario sottolinea, fra l’altro la sua virtus, un termine che Livio riserva esclusivamente ai Romani). Al barbaro l’annalista non nega nemmeno il possesso di una certa tecnica militare; è piuttosto Manlio che confida più nel coraggio che nella tecnica, e che poi, una volta vincitore, esercita una barbarica violenza, mozzando il capo al vinto per togliergli la collana. L’opposta caratterizzazione dei duellanti in Livio. Tra il modello annalistico e il testo liviano è avvenuto come uno scambio nella caratterizzazione dei duellanti: la tecnica militare del Gallo di Quadrigario è, nella rielaborazione di Livio, solo in Manlio, mentre la ferocia di Manlio viene trasferita nel Gallo e trasformata in stolida tracotanza (10, 5, Gallum stolide laetum) e in rozza brutalità (illa belua, «quella bestiaccia» dice di lui Manlio in 10, 3).

Livio libera anche Manlio dalla macchia della truculenta azione conclusiva, negando esplicitamente, in palese polemica con l’annalista, che il Romano abbia infierito sul cadavere dell’avversario (10,11). La riscrittura di Livio tende soprattutto a modificare ideologicamente il senso dell’intero episodio; se analogo è nei due autori l’orgoglioso spirito della superiorità romana, Livio vuole da parte sua sottolineare la distanza di civiltà fra il Gallo e il Romano. È questo uno dei tanti esempi, in cui Livio manipola i dati della tradizione per non oscurare l’immagine di una Roma portatrice di civiltà e di moderazione.

Le fonti sulle guerre sannitiche

di E.T. SALMON, Il Sannio e i Sanniti, trad. it. B. McLEOD, Torino 1995, 5-12.

Di tutte le tribù e i popoli con cui i Romani si trovarono a dover contendere la supremazia sull’Italia nessuno fu più minaccioso dei Sanniti del Sannio. Forti e valenti, essi possedevano un territorio più ampio e un temperamento più risoluto di qualunque altra popolazione della Penisola. Erano abbastanza numerosi e abbastanza coraggiosi da rifiutare di sottomettersi docilmente a Roma, e la resistenza militare e politica che le opposero fu delle più strenue[1]. È un luogo comune dire che essi, ed essi soli, rivaleggiarono in modo veramente temibile con Roma per assicurarsi l’egemonia sull’Italia peninsulare, avvicinandosi considerevolmente al successo. Per mezzo secolo e più, dal 343 al 290, impegnarono i Romani nei tre successivi conflitti noti come “guerre sannitiche”, e riaccesero la lotta contro di essi ogni volta che se ne offrì l’occasione nel corso dei due secoli seguenti: la guerra che prese nome da Pirro, re dell’Epiro, potrebbe altrettanto a buon diritto essere chiamata “quarta guerra sannitica”, come infatti Livio suggerisce e Orosio afferma esplicitamente[2]. Anche Annibale trovò aiuto e appoggio fra le tribù sannitiche e, nel I secolo, in occasione dell’ultima grande insurrezione degli Italici contro il dispotismo romano, i Sanniti presero ancora una volta le armi, mostrando secondo il solito maggiore tenacia e più risoluta volontà di resistenza di tutti gli altri insorti.

L’Italia centrale nei secoli IV-I [Salmon 1995].

Se si considera l’importanza del ruolo svolto da questo popolo, è sorprendente che esso abbia suscitato un così scarso interesse. Nessuna versione della storia romana può fare a meno di dedicare loro abbondante spazio, ma ciò avviene invariabilmente nel quadro delle vicende di Roma e non facendone l’oggetto di una ricerca indipendente, benché essi meritino certamente attenzione di per se stessi. La stessa esiguità del confine fra vittoria e sconfitta è nel loro caso uno stimolante argomento d’indagine. Eppure, raramente è stata prestata loro un’accurata e approfondita attenzione. Nessuna monografia estesa ed esauriente è mai stata dedicata ai Sanniti[3], e ciò è particolarmente notevole poiché essi, per quanto remoti, non furono esseri puramente leggendari, ma uomini vivi, attivi in un’epoca intensamente studiata. È una vicenda densa e compatta, che ha inizio con la loro improvvisa apparizione come alleati di Roma nel 354 e termina con il massacro di Porta Collina nell’82, e per quanto non sia pienamente nella luce della storia, le sue linee principali sono nette e molti dei particolari sicuri[4]. Vi furono scrittori greci del IV secolo bene informati riguardo ai Sanniti e che probabilmente scrissero parecchio su di loro, ma di tali scritti non restano che frammenti sparsi[5]. Le narrazioni della storia dell’Italia del IV secolo pervenuteci, quando non trattano degli stessi Greci italioti, parlano per lo più dei Romani. I popoli sconfitti da Roma sono solo incidentalmente oggetto d’interesse: essi vengono menzionati solo quando li si considera importanti ai fini della storia di Roma. Münzer ha richiamato l’attenzione sulla limitatezza di tali esposizioni: «Le cose vengono viste esclusivamente sotto un determinato aspetto. Sul problema dei rapporti fra Roma e il mondo esterno tutte le prospettive eccetto quella romana vengono soppresse…»[6].

Dionigi di Alicarnasso, è vero, è scrittore dalla visione ampia, ed egli inserisce nella sua narrazione dissertazioni erudite sui vari popoli italici che vennero a contatto con i Romani[7], ma della parte delle Antichità romane a proposito del periodo in cui l’Urbe e i Sanniti ebbero contatti (libri XV-XX) non restano che scarsi frammenti[8].

La storia stessa della Roma arcaica veniva narrata nella forma di una tradizione stabile e inalterata, parte della quale era già nota a scrittori greci del IV secolo o anteriori[9], e la cui struttura fissa fu eretta a canone da Fabio Pittore nel III secolo. Derivava originariamente dalle nude e disadorne cronache dei pontefici romani (tabulae pontificum)[10] che vennero raccolte e ampliate nel II secolo fino a formare la collezione nota con il nome di Annales maximi, e i singoli storici si sentirono in dovere di non distaccarsi da questo percorso già tracciato, quanto piuttosto di dar vita al suo interno a una creazione letteraria[11], senza impegnarsi nel compito di una laboriosa ricerca tesa a confermare o modificare radicalmente la versione accettata[12]. Uno dei risultati di tale atteggiamento è che le apparizioni dei Sanniti sono, nella letteratura antica, casuali e sporadiche. L’unico caso in cui essi vengono fatti oggetto almeno di una parvenza di trattazione sistematica è in occasione delle loro guerre contro Roma, ma anche queste sono descritte esclusivamente del punto di vista dei vincitori. E ciò non è accidentale. Fabio Pittore si pose esplicitamente il compito di giustificare il comportamento dei Romani verso le altre genti, sforzandosi di sostituire a ogni e qualsivoglia visione della storia d’Italia diffusa dagli scrittori greci una versione decisamente favorevole a Roma[13]. Fra questi, Duride di Samo, Geronimo di Cardia, Filisto e Callia di Siracusa, Lico di Reggio e Timeo di Tauromenio avrebbero potuto dire non poco, e non tutto a sfavore, sui Sanniti, al tempo stesso lasciando per lo più in disparte i Romani[14]. Fabio Pittore rimediò fin troppo bene a questo stato di cose.

Sarebbe esagerato dire che ciò abbia significato la completa scomparsa di quanto i Greci scrissero allora sulle montuose zone interne dell’Italia meridionale e sui loro vigorosi abitanti, che in effetti gli Italioti avevano tutti i motivi di conoscere, con poco piacere, fin troppo bene: qualche informazione sui popoli sabellici è filtrata attraverso i pregiudizi e l’indifferenza dei Romani ed è sopravvissuta. Ma ciò è avvenuto attraverso una sorta di “filtro romano”, e la nostra immagine dei Sanniti è essenzialmente determinata dalla prospettiva e dalla selettività di Fabio Pittore e dai suoi successori.

I libri VII-X di Livio sono la fonte principale sulle tre guerre sannitiche ed è opinione comune che la descrizione che contengono riposi su una solida base fattuale. Il fulcro della sua narrazione, certo derivata originariamente da archivi sacerdotali[15], è costituito dagli elenchi dei consoli romani che sembrano ragionevolmente attendibili.

Guerriero sannita. Illustrazione di P. Connolly.

Va detto che gli annalisti anteriori a Livio erano fin troppo inclini a dar credito a quelle descrizioni e documentazioni di carriere di cui, secondo Plinio, erano pieni gli archivi delle grandi casate romane e che, secondo Cicerone, Livio e Plutarco, traboccavano di esagerazioni e distorsioni, quando non addirittura di sfacciate menzogne[16]. I generali che avevano partecipato alle battaglie scrivevano talvolta le loro memorie, e non c’è ragione per credere che nel farlo essi fossero modesti o scrupolosi[17]. Né si dimentichi che statisti e generali romani avevano talvolta i propri poeti e panegiristi personali che cantavano le loro imprese[18]. Ancora più numerosi, eloquenti e convincenti erano poi i discendenti di una gens decisi a vantarne le glorie. I Flavii avevano evidentemente degli archivi propri, i Carvilii avevano uno storico. Se i Postumii ebbero Aulo Postumio Albino che ne esaltò il nome, i Valerii ebbero Valerio Anziate[19]. I Cornelii, da cui provenivano non meno di sei dei ventitré pontefices maximi repubblicani di cui siamo a conoscenza[20], erano nella posizione ideale per alterare i documenti sacerdotali, così come i Papirii, che furono evidentemente fra i primi redattori degli Annales maximi[21].

Ne nacque così un accavallarsi di rivendicazioni contrastanti, mentre le varie gentes si davano a fabbricare imprese totalmente immaginarie e cercavano di attribuirsi il merito di gesta non loro o di sminuire le affermazioni altrui. Ben nota è la rivalità fra Fabii e Cornelii Scipiones: inoltre, i Fabii erano anche invidiosi nei confronti dei Carvilii e i Cornelii Scipiones dei Fulvii[22]. I Claudii e i Postumii erano chiaramente il bersaglio della denigrazione di altre casate aristocratiche e, stando a ciò che sostiene Livio, anche i Volumnii avevano il favore di alcuni annalisti e lo sfavore di altri[23]. Era sempre possibile per uno storico tentare di dar lustro al proprio clan gentilizio semplicemente inventando una promagistratura o qualche altro ufficio speciale in cui si potesse sostenere che un membro della famiglia si era particolarmente distinto[24].

Fortunatamente, sembra fosse molto meno facile inventare dei consolati e, quindi, le liste dei consoli e quelle dei trionfi non sembrano aver subito contraffazioni altrettanto estese[25]. È vero che esse spesso non rivelano quale dei due consoli avesse compiuto una determinata azione ed era quindi facile per un annalista tendenzioso inventare o sfruttare la malattia di un console per attribuire onori all’altro[26]. In tali circostanze, si può capire perché Catone si rifiutasse di menzionare alcun condottiero per nome[27], come pure è comprensibile l’onesta incertezza di Livio su quale comandante dovesse ricevere il merito di una data vittoria[28]. Ciononostante, i Fasti consulares e triumphales sono una fonte relativamente pura e incontaminata e si può attribuire loro ampia credibilità[29].

Un’altra fonte d’informazioni ragionevolmente degna di fede è costituita dalla documentazione riguardante la fondazione di coloniae e la consacrazione di templa da parte dei Romani. In generale, tali documenti appaiono accurati e ciò riveste una certa importanza, poiché viene così fornito un metro per misurare i progressi militari di Roma, in quanto spesso venivano consacrati templi e fondate colonie in conseguenza di vittorie romane.

È quindi evidente che Livio ha tramandato numerosi dati storicamente certi. Al tempo stesso, però, vi ha anche mescolato una certa quantità di invenzioni. A parte la sua inclinazione a ricamare sulla vicenda, trasformando ciò che avrebbe potuto essere un racconto sobrio in una saga eroica[30], egli ha ripetuto molti sfrenati voli di fantasia dei suoi predecessori. Gli storici romani non seppero mai resistere alla tentazione di magnificare le imprese della loro nazione o della loro famiglia, o di entrambe, e ciò vale per i più antichi come per i più tardi, per Fabio Pittore come per Valerio Anziate[31].

L’umiliazione delle Forche Caudine. Illustrazione di S. Ó Brógáin.

C’erano però delle differenze di grado. Più antico era lo scrittore, più è probabile che si mantenesse entro certi limiti e ponesse qualche freno all’immaginazione “patriottica”. Fabio Pittore e altri a lui vicini nel tempo, pur essendo tutt’altro che fedeli ai fatti, sembrano aver descritto episodi definiti ed essersi mossi in un ambito relativamente ristretto, che non lasciava loro molto spazio per invenzioni su vasta scala: erano non exornatores sed tantummodo narratores[32]. È chiaro che il grado di alterazione nei loro testi doveva essere inferiore a quello dei resoconti annuali dei cosiddetti “Vecchi Annalisti”, come Calpurnio Pisone e Cassio Emina, dell’età dei Gracchi[33]. Eppure, anche questi furono modelli di sobrietà in confronto agli scrittori dell’età di Silla, una o due generazioni più tardi, quei famigerati “Nuovi Annalisti”, come Valerio Anziate e Claudio Quadrigario[34]. Alcuni di essi scrissero così copiosamente da avere spazio illimitato per esagerare o inventare quasi a piacimento singoli episodi da attribuire ai loro personaggi favoriti (ma va detto che, al tempo di Cicerone, le eccessive esagerazioni non erano più di moda!). Quanto Livio si sia servito dei “Nuovi Annalisti” e quanto da essi dipendesse sono dati così universalmente noti da non aver bisogno di dimostrazione[35] ed è opportuno esaminare le conseguenze per ciò che riguarda la sua narrazione delle guerre sannitiche.

Gli scrittori dell’età di Silla scrivevano al tempo della guerra sociale e di quella civile, a essa immediatamente successiva, ed erano così vicini a tali cruciali conflitti che le loro posizioni non possono non essere state influenzate. Fu proprio in quegli anni che i Sanniti imposero la pace alle loro condizioni nella guerra sociale e arrivarono a un passo dalla vittoria nella guerra civile, a Porta Collina. Era quindi inevitabile che essi vedessero le guerre sannitiche di più di due secoli prima alla luce di tali importanti eventi e che fossero certi che tanto i Romani quanto i Sanniti si fossero resi conto fin dal momento del loro primo scontro dal fatto che la posta in palio era il dominio sull’Italia e che, dunque, la lotta in cui erano coinvolti fosse di titaniche dimensioni[36]. Viste le circostanze, era inevitabile che i “Nuovi Annalisti” descrivessero le guerre sannitiche come una grande epica romana, per la quale non mancavano certo i modelli, sia greci sia latini: Nec id tamen ex illa erudita Graecorum copia sed ex librariolis Latinis[37]. Se non sentirono la necessità di alterare la struttura tradizionale, poterono però, all’interno di essa, dar libero corso al loro genio inventivo o alla loro inclinazione imitativa riguardo ai singoli dettagli[38]. Inventare o moltiplicare le vittorie dei Romani[39] e sopprimere o attenuare le sconfitte era per loro pratica sistematica, automaticamente applicata. Essi ravvivavano i loro racconti arricchendo la maggior parte degli avvenimenti, veri o inventati, di particolari pittoreschi, prolissi o assurdi. Il fatto che il periodo che descrivevano fosse remoto e il tenace conservativismo della nomenclatura dell’aristocrazia romana aiutavano e incoraggiavano ampiamente tali sconfinamenti nel mondo della fantasia.

I “Nuovi Annalisti” non si limitavano a dar libero corso all’immaginazione riguardo ai loro connazionali: erano anche inclini ad applicare la stessa tecnica, per così dire all’inverso, ai loro fortuiti e superficiali commenti sui popoli che Roma andava ininterrottamente sconfiggendo.

Se l’uso dello stesso nome ripetuto per generazioni in una famiglia romana rendeva possibile far risalire a uno dei suoi antichi membri imprese che più esattamente si sarebbero dovute attribuire a uno dei suoi discendenti, poteva sembrare del tutto giustificato adottare lo stesso procedimento riguardo ai Sanniti. Se le imprese sannitiche nella guerra sociale e in quella civile hanno influenzato l’interpretazione delle prime guerre sannitiche data dai “Nuovi Annalisti”, viene da chiedersi se anche la loro descrizione di particolari di queste ultime non sia stata adornata con episodi e personaggi tratti dalle prime. Per esempio, è stato spesso sottolineato che importanti figure sannitiche del IV secolo e degli inizi del III avevano nomi notevolmente simili a quelli dei condottieri del I secolo e alcuni studiosi sostengono addirittura che il primo gruppo altro non sia che un’anticipazione fantastica del secondo[40]. Simili metodi possono certamente venire spinti all’eccesso: per esempio, negare l’esistenza di Gavio Ponzio nel 321 solo perché un Ponzio Telesino fu al comando delle forze sannitiche nell’82[41] significa spingere lo scetticismo troppo lontano[42]. Il Churchill del XVIII secolo non è meno reale perché un Churchill governò l’Inghilterra nel XX[43].

Romani e Sanniti sanciscono la pace con cerimonia solenne. Illustrazione di R. Hook.

Comunque, è fin troppo probabile che i “Nuovi Annalisti”, quando parlavano sia dei Romani sia dei Sanniti del IV e III secolo, non fossero attendibili e sfortunatamente molto di ciò che essi scrissero è echeggiato nelle pagine di Livio. Benché cosciente della loro inattendibilità, egli attinse abbondantemente dai loro scritti, forse perché convinto, al pari di Plinio il Vecchio, che nessun libro sia così cattivo da non valere nulla[44]. Su alcuni punti, egli stesso apporta le necessarie modifiche, come nel caso della pace caudina del 321-316 o della sconfitta romana a Lautulae nel 315. In effetti, un’accurata lettura di Livio è tutt’altro che infruttuosa: spesso, dalle informazioni che egli fornisce è possibile ricostruire un racconto convincente e coerente.

Oltre a lui, vi sono alcuni scrittori che forniscono informazioni sulle tre guerre sannitiche, ma per servirsene è necessario impiegare la stessa cautela e prudenza da usarsi con Livio. In effetti, alcuni di essi, come Eutropio e Orosio, si limitano a riassumerne l’opera, mentre almeno uno, Floro, ne rappresenta un abbellimento, in quanto la sua narrazione, pur se essenzialmente liviana, si avvale di vari espedienti retorici per raggiungere risultati ancor più sensazionali[45]. I magri frammenti di informazioni sparsi nelle pagine di Dionigi di Alicarnasso, Cassio Dione e Appiano, gli isolati episodi menzionati da Plinio il Vecchio, Frontino e l’autore del De viris illustribus, e il materiale occasionalmente rintracciabile in alcune delle Vite di Plutarco, hanno caratteristiche simili a ciò che si può trovare in Livio ed è fin troppo probabile che abbiano avuto origine dalle opere dei “Nuovi Annalisti”.

E ciò vale probabilmente anche nel caso delle scarne notizie contenute in Diodoro, malgrado la diffusa opinione che esse proverrebbero da una fonte più antica. Diodoro ignora completamente la prima guerra sannitica e i primi otto anni della seconda, ma ciò non prova che egli non sapesse nulla in proposito[46]: nella sua scelta degli argomenti da menzionare egli è sempre piuttosto volubile, anche quando narra la storia della sua terra natale, la Sicilia[47]. Inoltre, la parte relativa alla terza guerra sannitica non ci è pervenuta, quindi possiamo realmente servirci di lui solo per ciò che concerne gli ultimi quattordici anni della seconda guerra sannitica. Riguardo a dodici di essi, egli fornisce succinte notizie sulle operazioni belliche, spesso diverse o complementari rispetto a quelle riportate da Livio, e vario è il grado d’importanza che è stato loro attribuito. L’estrema concisione della cronaca di Diodoro ha spinto molti studiosi a ritenere che egli si sia rifatto a una versione degli Annalisti di epoca graccana o dei saltuari storici di rango senatorio che li precedettero[48]: Niebuhr e Mommsen sostengono addirittura che la sua fonte fu lo stesso Fabio Pittore[49]. Perciò, Diodoro è spesso considerato più attendibile di tutti gli altri scrittori antichi per ciò che riguarda le guerre sannitiche.

Il fondamento di questa opinione non è evidente né convincente. Il fatto che il sistema cronologico di Diodoro fosse diverso da quello di Livio (sistema che, a sua volta, non era lo stesso di Varrone) non dimostra che esso fosse migliore o più antico[50], e il fatto che le sue affermazioni sul conto dei Romani fossero così trite non garantisce che derivassero da una fonte unica o particolarmente antica[51]. In effetti, Diodoro stesso rivela di essersi servito di una varietà di autorità antiche, e latine per giunta[52]. Sembra certo che fra esse ci sia stato almeno uno dei “Vecchi Annalisti” (Calpurnio Pisone)[53], ma è lecito ritenere che vi fossero anche alcuni “Nuovi Annalisti”[54].

Guerrieri sanniti. Affresco, IV secolo a.C. da una tomba a Nola. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Sulle sporadiche apparizioni dei Sanniti dopo le tre guerre sannitiche, possediamo frammenti d’informazioni provenienti da varie fonti. Il ruolo da essi svolto nella guerra contro Pirro può venir ricostruito mettendo insieme le rare notizie che troviamo in varie epitomi di Livio o Dione, o le allusioni disseminate nelle pagine di Plutarco, che costituiscono una fonte preziosa poiché egli ricalca originariamente Timeo, personaggio contemporaneo e interessato a quegli eventi. Qualche accenno al comportamento dei Sanniti durante la seconda guerra punica si può trarre dalle pagine di Polibio e di Livio: ma Polibio, come sempre, non sembra disposto a sprecare simpatia per un popolo non romano e i riferimenti di Livio sono nella migliore delle ipotesi incidentali rispetto al filone principale del suo racconto. Egli è confuso e approssimativo quando accenna al contributo dato dai Sanniti alla sconfitta di Annibale, prevenuto e impreciso quando parla dell’aiuto e sostegno dato da costoro al nemico punico. Silio Italico è, almeno fino a Canne, molto più generoso nei loro confronti, ma sarebbe azzardato considerare le sue invenzioni poetiche come vera storia.

Dopo il 200 le vicende dei Sanniti vengono praticamente ignorate per più di un secolo. Essi riappaiono poi improvvisamente e svolgono un ruolo di primaria importanza nella guerra sociale e in quella civile, all’inizio del I secolo. Sfortunatamente, su queste due fondamentali lotte le fonti antiche sono frammentarie e scarse. La cronaca della guerra marsica, composta in greco da Lucullo, che vi aveva preso parte attivamente, non ci è pervenuta; stessa sorte è toccata all’opera del suo molto apprezzato contemporaneo, Sisenna. Il più esteso resoconto pervenutoci è in Appiano, ma è molto diseguale. Malgrado ciò, è importante e lo sarebbe ancor di più se si potesse provare che esso si basa su di un autore italico. Un recente tentativo in questo senso non ha però incontrato consensi[55], e la maggior parte degli studiosi ammette che neanche da Appiano si possano ricavare informazioni attendibili sui Sanniti, proporzionate all’importanza del ruolo da essi svolto nella seconda decade del I secolo. Probabilmente ciò dipende dal fatto che la tradizione riguardante tale periodo si basa in buona sostanza sulle menzognere memorie di Silla, che non era certo uomo da rendere giustizia ai Sanniti.

Dopo l’82 i Sanniti spariscono totalmente dalla scena della storia e la loro uscita è tanto improvvisa quanto lo era stata la loro apparizione quasi tre secoli prima.


[1] Anche dopo che i Romani ebbero celebrato ventiquattro trionfi su di essi (Floro I 11, 8), i Sanniti erano ancora pronti a rinnovare la loro resistenza ogni volta che ne avessero l’occasione.

[2] Livio XXIII 42, 2; Orosio III 8, 1; III 22, 12.

[3] Le Untersuchungen zur Geschichte der Samniten di B. Kaiser (Pforta 1907) non sono andate oltre il vol. I.

[4] Proprio nel periodo delle guerre sannitiche la storia romana acquista un aspetto di vitale realtà. Certamente Roma deve aver avuto una qualche forma di documentazione fin dal IV secolo: gli scrittori greci del tempo non avrebbero definito «città ellenica» una società illetterata (Eraclide Pontico in Plutarco, Vita di Camillo 22, 2; Demetrio Poliorcete in Strabone V 3, 5, p. 232).

[5] Per esempio, Filisto in Stefano di Bisanzio, s.v. Mystia, Tyrseta; Pseudo-Scilace, Periplo 15.

[6] Römische Adelsfamilien, p. 46; cfr. p. 66; si vedano anche passi come Livio XXXIII 20, 13; XLI 25, 8.

[7] Anche Strabone si sofferma più di una volta sui popoli non romani, ma principalmente come geografo. Si vedano, inoltre, le osservazioni di E. Bickerman sulle origines gentium, in CPh 67 (1952), pp. 65-81.

[8] Egli era verboso e retorico e ci si chiede quanto attendibili sarebbero state le sue informazioni, se ne fossero rimaste in maggior quantità. La cifra da lui menzionata di 15.000 Romani caduti a Eraclea non ispira certo fiducia: egli doveva sapere che, secondo Geronimo di Cardia, vivente al tempo della battaglia, i morti erano stati 7000 (Plutarco, Vita di Pirro 17, 4).

[9] Antioco di Siracusa, contemporaneo di Tucidide, faceva riferimento a Roma (Dionigi di Alicarnasso I 73, 4); Aristotele alludeva al sacco della città da parte dei Celti (Plutarco, Vita di Camillo 22, 3); e Teopompo se non altro menzionava Roma (fr. 317 Jacoby). Cfr. inoltre Dionigi di Alicarnasso I 72 ed E. Wikén, Die Kunde der Hellenen, passim.

[10] Sembra che ogni collegio sacerdotale conservasse i suoi fasti (CIL I 1976-2010). Quelli dei pontefici erano molto antichi (Dionigi di Alicarnasso III 36; cfr. V 1) e alcuni sopravvissero al sacco dei Galli, come si desume da Livio (VI 1, 10, VI 1, 2). Una famosa emendazione del De legibus I 2, 6, vorrebbe che Cicerone definisse «scarne» queste cronache dei pontefici; egli, tuttavia, si riferisce allo stile più che al contenuto. In realtà, le tabulae contenevano una grande quantità di informazioni: menzionavano carestie di grano ed eclissi di sole e di luna, secondo Catone (Aulo Gellio II 28, 6; cfr. Dionigi di Alicarnasso I 74) e probabilmente molto di più, se la lunghezza degli Annales maximi è significativa. Gli Annales erano in 80 libri: in altre parole, più estesi dell’opera di Livio (si veda Cicerone, De oratore II 52; Festo, p. 113 Lindsay; Macrobio III 2, 17; Servio, Ad Aeneidem I 373; cfr. Livio I 31, 32, 60, e, in particolare, Sempronio Asellione, fr. 2 Peter). Presumibilmente, le tabulae pontificum compilate durante le guerre sannitiche (vale a dire, dopo il sacco di Roma da parte dei Galli) si conservarono intatte fino ai tempi in cui si cominciò a scrivere storia e almeno dalla guerra di Pirro in poi furono redatte secondo un preciso ordine cronologico (Plinio il Vecchio, Naturalis historia XI 186). Il materiale contenuto nelle cronache dei sacerdoti poteva essere integrato con quello fornito da ballate popolari ed elementi di folclore, cui fanno allusione numerosi scrittori antichi (Varrone in Nonio, p. 77; Livio II 61, 9; Orazio, Carmina IV 15, 29-32; Dionigi di Alicarnasso I 79, 10; VIII 62, 3; Valerio Massimo II 1, 10; Plutarco, Vita di Numa 5, 3).

[11] Gli Annales maximi erano tutt’altro che succinti (si veda la nota precedente). Dovevano essere infarciti di abbondante materiale inventato. Dei due particolari che si sa per certo che vi erano riferiti, uno è un’evidente falsificazione (è un verso di poesia presentato come un verso popolare latino, ma, in realtà, semplicemente una traduzione da Esiodo: Aulo Gellio IV 5, 6). L’altro è probabilmente autentico: si tratta di un’eclissi di sole (5 giugno, circa 350 A.U.C.) menzionata da Ennio, che l’aveva trovata nelle cronache dei pontefici (Cicerone, De re publica I 25). Ennio, tuttavia, al pari di Catone (fr. 77 Peter) si servì delle cronache dei pontefici prima che venissero rielaborate, e contaminate, come Annales maximi. Non è facile identificare le aggiunte fittizie degli Annales maximi, ma la saga di Camillo, certamente più tarda di Fabio Pittore, è quasi di sicuro una di esse (M. Sordi, I rapporti romano-ceriti, p. 46).

[12] La versione tradizionale sembra confermata dagli scarsi frammenti di scrittori greci che ci sono pervenuti.

[13] Cfr. in particolare M. Gelzer in Hermes 68 (1933), pp. 129-166.

[14] Non avrebbero certo potuto passare sotto silenzio i Sanniti quando descrivevano le attività dei vari condottieri mercenari di Taranto (Plinio il Vecchio, Naturalis historia III 98; Plutarco, Agesilao 3; Lico, fr. 1, 2, in Müller, FHG II, p. 371). Sappiamo che Teopompo mostrò scarso interesse per i Romani (Plinio il Vecchio, Naturalis historia III 57). Geronimo, invece, non li trascurava (Dionigi di Alicarnasso I 6, 1).

[15] È per lo più impossibile, tuttavia, stabilire quali elementi risalgano alle tabulae pontificum e quali siano raccolti da archivi familiari o da altre fonti. Tiberio Corucanio, console nel 280, era certamente uno degli eroi che comparivano nelle cronache sacerdotali (Cicerone, Brutus 14, 55). Non abbiamo notizie precise sui Libri magistratuum di Gaio Tuditano (Macrobio I 13, 21) né sui Libri lintei a cui attinse Licinio Macro (Livio IV 1, 2; IV 20, 8; IV 23, 2; cfr. Dionigi di Alicarnasso XI 62, 3; R.M. Ogilvie in JRS 48 [1958], pp. 40-56).

[16] Plinio il Vecchio, Naturalis historia XXXV 7; Cicerone, Brutus 16, 62; Livio VIII 40; Plutarco, Vita di Numa 1 (dove cita un certo Clodio). Viene da chiedersi se le grandi famiglie plebee, una volta ottenuta l’uguaglianza politica, non si siano date a fabbricare archivi per gareggiare con i loro rivali patrizi.

[17] Appio Claudio Cieco, il famoso censore del 312, era, secondo Cicerone (Tusculanae disputationes IV 1, 4), un uomo di lettere ed evidentemente narrò i suoi successi nella guerra sannitica: in quella circostanza egli dedicò un tempio a Bellona (Livio X 19, 17), che sappiamo era adornato da scudi che esaltavano le imprese dei Claudii (Plinio il Vecchio, Naturalis historia XXXV 12; deve riferirsi all’anno 312 e non al 495). Generali di epoche successive che descrissero le proprie operazioni (in lettere, dobbiamo riconoscere) furono Scipione Africano (a Nova Carthago: Polibio X 9, 3) e Scipione Nasica (a Pydna: Plutarco, Vita di Emilio Paolo 15, 3).

[18] Viene subito in mente il caso di Fulvio Nobiliore e di Ennio.

[19] Livio VIII 22, 2; VIII 37, 8; Valerio Massimo VIII 1, 7; Plutarco, Quaestiones Romanae 54, 59; Polibio XXXIX 1, 4; Plinio il Vecchio, Naturalis historia XI 186; R.M. Ogilvie, Commentary on Livy, Books I-V, Oxford 1965, pp. 12-16.

[20] Cfr. T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, New York 1951, per gli anni 431, 332, 304, 221, 150, 141.

[21] Cfr. Dionigi di Alicarnasso III 36, 4; A. Schwegler, Römische Geschichte, I, pp. 24 s.; F. Münzer, RE XVIII (1949), s.v. Papirius, nn. 1-5, coll. 1005-1006.

[22] Livio X 17, 11-12 (= 296); X 22, 1-2 (= 295); XXIII 22, 8 (= 216); XXVIII 45, 2 (= 205). Tre Fabii furono consecutivamente pontifices maximi, coprendo un arco di tempo pari quasi all’intero periodo delle guerre sannitiche: essi furono quindi in una posizione ideale per falsificare la documentazione.

[23] Cfr., per esempio, Livio IX 42, 3; X 15, 2; X 18, 7; X 19, 2-3; X 23, 4; X 30, 7; e cfr. CIL I², Elogia X, p. 192. Il fatto che i Postumii fossero sfortunatamente coinvolti più tardi, durante l’età repubblicana, in alcune disfatte romane, per esempio nella silva Litana (Polibio III 118, 6; Livio XXIII 24, 6; Frontino I 6, 4), nella guerra giugurtina (Sallustio, De bello Iugurthino 38) e nella guerra sociale (Livio, Periochae 72, 75), rafforzò l’immagine negativa creata dal disastro delle Forche Caudine.

[24] Per il periodo della prima e della seconda guerra sannitica, nei Fasti triumphali sono registrate solo tre dittature, mentre Livio ne menziona quasi trenta (F. Cornelius, Untersuchungen, p. 36).

[25] Nel periodo delle guerre sannitiche, per esempio, i consolati ripetuti di solito sono divisi da un intervallo di tempo ragionevole, e sembrano plausibili (prima del 343 si succedevano spesso a intervalli molto brevi: il che, però, era forse inevitabile, quando i consoli provenivano soltanto dalle poche famiglie patrizie).

[26] Fra i consoli che si ammalarono, citiamo Lucio Furio Camillo nel 325 (Livio VIII 29, 8), Publio Decio Mure nel 312 (Livio IX 29, 3), Tito Manlio Torquato nel 299 (egli morì: Livio X 11, 1) e Lucio Postumio Megello nel 294 (Livio X 32, 3).

[27] Plinio il Vecchio, Naturalis historia VIII 11. Viene però da chiedersi se Catone non sia stato il principale autore di molte delle leggende che si andarono creando attorno a grandi eroi plebei, quali Manio Curio Dentato e Gaio Fabrizio Luscino, che egli ammirava molto (Cicerone, Cato maior 15, 15; De re publica III 28, 40; Plutarco, Vita di Catone il Vecchio 2).

[28] Talvolta il dilemma di Livio riflette probabilmente, più che le rivalità fra famiglie, la lotta fra gli ordini: secondo le preferenze dell’annalista, la stessa vittoria veniva attribuita al console patrizio o a quello plebeo.

[29] I “Nuovi Annalisti” non conoscevano i Fasti nella loro forma attuale, che sembra in buona parte il frutto delle ricerche di Varrone. La loro narrazione sarebbe stata probabilmente più sobria, se fossero stati a conoscenza della sua ricostruzione.

[30] L’atteggiamento di Livio si può dedurre dalle sue stesse parole (X 31, 15): Quinam sit ille quem pigeat longinquitatis bellorum scribendo legendoque quae gerentes non fatigaverint? Per alleviare la noia si poteva ricorrere all’aggiunta di particolari pittoreschi, tanto più che quello delle guerre sannitiche fu comunque il vero periodo di grandezza della storia romana: Illa aetate quae nulla virtutum feracior fuit (IX 16, 19).

[31] Si vedano le osservazioni di A. Alföldi, Early Rome and the Latins, pp. 123-175.

[32] Si veda Cicerone, De oratore II 54. Livio menziona Fabio Pittore (VIII 30, 9; X 37, 14), ma ciò non prova che egli se ne sia servito direttamente.

[33] Fabio Pittore non viene di solito incluso fra i “Vecchi Annalisti”, benché non sia certo che egli non abbia impiegato il metodo annalistico. Livio non fa menzione di Cassio Emina, ma cita Calpurnio Pisone (IX 44, 3; X 9, 12). Di quest’ultimo si servì anche Diodoro, a giudicare dal fatto che egli non registra nessun evento per l’anno 307 della cronologia varroniana (tale anno fu omesso da Pisone: Livio IX 44, 3). Almeno uno dei “Vecchi Annalisti”, Gneo Gellio, sembra aver scritto in modo trascurato e prolisso (Dionigi di Alicarnasso VI 11, 2; VII 1, 4).

[34] Gli Annales di Calpurnio Pisone erano «scritti in stile arido» (exiliter scriptos): Cicerone, Brutus 27, 106.

[35] Non che egli li nomini di frequente nella sua narrazione delle guerre sannitiche: Elio Tuberone (X 9, 10), Claudio Quadrigario (VIII 19, 3; IX 5, 2; X 37, 13), Licinio Macro (VII 9, 4; IX 38, 16; IX 46, 4; X 9, 10); ma cita spesso quidam auctores, espressione con cui si ritiene venga indicato di solito Valerio Anziate. E, inoltre, sembra che anche Tuberone si sia servito di quest’ultimo. Cfr. A. Klotz, Livius und seine Vorgänger, pp. 201-297; R.M. Ogilvie, Commentary on Livy, p. 5.

[36] Le guerre sannitiche sono viste in questa luce da Cicerone (De officiis I 38), Livio (VIII 23, 9; X 16, 7), Diodoro (XIX 101, 7; XX 80, 3), Dionigi di Alicarnasso (XVII-XVIII 3) e Appiano (Storia sannitica IV 1, 5).

[37] Cicerone, De legibus I 2, 7 (a proposito di Licinio Macro).

[38] Concessum est rhetoribus ementiri in historiciis ut aliquid dicere possint argutius (Cicerone, Brutus 11, 42, forse, però, detto ironicamente). Gli storici ellenistici potevano fornire il materiale con cui gli scrittori romani del tardo I secolo abbellirono le loro narrazioni delle guerre sannitiche: per esempio, il paragone tra Fabrizio e Aristide (Cicerone, De officiis III 87), la morte di Aulio Cerretano (Livio IX 22, 7-10; cfr. Diodoro XVII 20, 21, 34), la dissertazione sui Romani che potevano rivaleggiare con Alessandro Magno (Livio IX 17-18).

[39] Si noti l’allusione a falsi triumphi in Cicerone, Brutus 16, 62.

[40] Il Papio Brutulo del 323 (VIII 39, 12) deve senz’altro essere stato inventato sul modello del Papio Mutilo, famoso durante la guerra sociale.

[41] Ponzio Telesino, generale della guerra civile nell’82, si vantava di discendere dall’eroe della seconda guerra sannitica, Gavio Ponzio (Scholia Bernensia a Lucano II 137, p. 59). I Pontii vivevano certamente a Telesia (ILS 6510) e alcuni scrittori antichi attribuiscono effettivamente a Gavio Ponzio il cognomen Telesino (Eutropio X 17, 2; Ampelio 20, 10; 28, 2; De viris illustribus 30, 1).

[42] La disfatta romana alle Forche Caudine non era un’invenzione. A parte il fatto che è molto improbabile che gli storici romani inventassero una tale storia (o la diffondessero), la rovina politica che travolse le famiglie dei consoli implicati basta a garantire l’autenticità dell’evento (dopo il 321 i plebei Veturi Calvini non ricompaiono più nei Fasti consulares, mentre bisogna arrivare al 242 per vedervi riapparire un Postumio Albino). Naturalmente questo non prova che Ponzio fosse il generale sannita vittorioso, ma è significativo che egli fosse un Sannita delle cui personalità i Romani avevano un concetto molto chiaro (cfr., per esempio, Cicerone, De officiis II 75).

[43] Sulle genealogie familiari, cfr. Cicerone, Orator 34, 120; Cornelio Nepote, Vita di Attico 19, 1-2.

[44] Plinio il Giovane, Epistulae III 5, 10.

[45] Cfr. P. Zancan, Floro e Livio, passim.

[46] Egli doveva ovviamente essere a conoscenza degli eventi occorsi nei primi otto anni della seconda guerra sannitica, che includevano il non certo trascurabile episodio delle Forche Caudine (XIX 10, 1).

[47] Presumibilmente egli scelse degli avvenimenti che riteneva potessero interessare di più i lettori greci.

[48] Cfr., per esempio, A. Schwegler, Römische Geschichte, II, pp. 22-23.

[49] B.G. Niebuhr, Römische Geschichte, II, p. 192; T. Mommsen, Römische Chronologie, Berlin 1859², pp. 125-126, e Römische Forschungen, II, pp. 221-296; la fonte di Diodoro avrebbe compreso i cosiddetti “anni dittatoriali”: A. Klotz in RhM 86 (1937), p. 207.

[50] Cfr. G. Costa in A&R 12 (1909), pp. 185-189, e, più recente e più sobrio, G. Perl, Diodors römische Jahrzählung, p. 161.

[51] Può darsi, ovviamente, che egli si sia servito di materiale tratto dai primi storici romani, ma, del resto, Livio fece altrettanto.

[52] Diodoro I 4, 4; cfr. anche XI 53, 6. È senz’altro possibile che la sua abitudine di chiamare l’Italia sudorientale Apulia (XIX 65, 7) oltre che Iapygia (XIV 117, 1; XX 35, 2; XX 80, 1) derivi dal fatto che egli si serviva di più di una fonte. Il nome che egli utilizza per i Sanniti, Σαμνίτες (XVI 45, 8; XIX 10, 1; XIX 65, 7, ecc.), rimanda anch’esso a una fonte latina.

[53] Calpurnio Pisone tralasciava l’anno 307 della cronologia varroniana (Livio IX 44, 3); Diodoro (XX 45, 1) non registra nessun evento della storia romana per quell’anno.

[54] La sua errata descrizione del comportamento di Fregellae durante la seconda guerra sannitica (XIX 101, 15) si spiega con gli eventi verificatisi in quella città nel 125.

[55] E. Gabba, Appiano e la Storia delle guerre civili, Firenze 1956. Ma non c’è dubbio che la fonte di Appiano si interessasse della questione italica e fosse ben informata in proposito.

La 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎 di Virginia [Liv. III 47, 6-48, 8]

da A. Bᴀʟᴇsᴛʀᴀ et al., In partes tres. 2. L’età di Augusto, Bologna 2016, 464-467; trad. it. da Lɪᴠɪᴏ, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. 2 (libri III-IV), a cura di M. Sᴄᴀ̀ɴᴅᴏʟᴀ, C. Mᴏʀᴇsᴄʜɪɴɪ, Milano 2008, 112-115.

Matrona romana velato capite. Busto, marmo, periodo severiano, 193-211. New York, Metropolitan Museum of Art.

Il nobile Appio Claudio, uno dei 𝑑𝑒𝑐𝑒𝑚𝑣𝑖𝑟𝑖 che negli anni 451-449 a.C. avevano redatto le 𝐿𝑒𝑔𝑔𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑋𝐼𝐼 𝑡𝑎𝑣𝑜𝑙𝑒, si innamora perdutamente di una giovane, Virginia, promessa in matrimonio dal padre al giovane Icilio. La ragazza, però, non cede ad alcuna forma di corteggiamento; allora, Appio medita un turpe stratagemma: ordina a uno dei suoi 𝑐𝑙𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠, Marco Claudio, di reclamare in tribunale Virginia come sua serva, sostenendo falsamente che la giovane sia nata in casa sua in condizione servile e che poi sia stata rapita e allevata da Virginio, ignaro del fatto che non si trattasse di sua figlia. Il piano prevedeva che il 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑡𝑜𝑟 incaricato di giudicare la causa fosse proprio Appio Claudio: una volta pronunciata la sentenza, ovviamente favorevole a Marco Claudio, Virginia gli sarebbe stata consegnata e lui avrebbe avuto modo di abusare di lei. Il giorno dell’udienza, nonostante l’opposizione dell’opinione pubblica, Appio pronuncia l’iniqua sentenza.

[47, 6] Primo stupor omnes admiratione rei tam atrocis defixit; silentium inde aliquamdiu tenuit. dein cum M. Claudius, circumstantibus matronis, iret ad prehendendam uirginem, lamentabilisque eum mulierum comploratio excepisset, Verginius intentans in Appium manus, [7] “Icilio” inquit, “Appi, non tibi filiam despondi et ad nuptias, non ad stuprum educaui. placet pecudum ferarumque ritu promisce in concubitus ruere? passurine haec isti sint nescio: non spero esse passuros illos qui arma habent”. [8] cum repelleretur adsertor uirginis a globo mulierum circumstantiumque aduocatorum, silentium factum per praeconem. [48, 1] decemuir alienatus ad libidinem animo negat ex hesterno tantum conuicio Icili uiolentiaque Vergini, cuius testem populum Romanum habeat, sed certis quoque indiciis compertum se habere nocte tota coetus in urbe factos esse ad mouendam seditionem. [2] itaque se haud inscium eius dimicationis cum armatis descendisse, non ut quemquam quietum uiolaret, sed ut turbantes ciuitatis otium pro maiestate imperii coerceret. ‘proinde quiesse erit melius. [3] “i”, inquit, “lictor, submoue turbam et da uiam domino ad prehendendum mancipium”. cum haec intonuisset plenus irae, multitudo ipsa se sua sponte dimouit desertaque praeda iniuriae puella stabat. [4] tum Verginius ubi nihil usquam auxilii uidit, “quaeso” inquit, “Appi, primum ignosce patrio dolori, si quo inclementius in te sum inuectus; deinde sinas hic coram uirgine nutricem percontari quid hoc rei sit, ut si falso pater dictus sum aequiore hinc animo discedam”. [5] data uenia seducit filiam ac nutricem prope Cloacinae ad tabernas, quibus nunc Nouis est nomen, atque ibi ab lanio cultro arrepto, “hoc te uno quo possum” ait, “modo, filia, in libertatem uindico”. pectus deinde puellae transfigit, respectansque ad tribunal “te” inquit, “Appi, tuumque caput sanguine hoc consecro”. [6] clamore ad tam atrox facinus orto excitus Appius comprehendi Verginium iubet. Ille ferro quacumque ibat uiam facere, donec multitudine etiam prosequentium tuente ad portam perrexit. [7] Icilius Numitoriusque exsangue corpus sublatum ostentant populo; scelus Appi, puellae infelicem formam, necessitatem patris deplorant. [8] sequentes clamitant matronae, eamne liberorum procreandorum condicionem, ea pudicitiae praemia esse? — cetera, quae in tali re muliebris dolor, quo est maestior imbecillo animo, eo miserabilia magis querentibus subicit.

Camillo Miola, Uccisione di Virginia. Olio su tela, 1882. Napoli, Museo di Capodimonte.

Dapprima la sorpresa destata da una simile atrocità fece allibire tutti; poi, per qualche tempo, regnò il silenzio. Quindi, quando Marco Claudio si avanzò per prendere la fanciulla tra le matrone circostanti, e fu accolto dal pianto lamentoso delle donne, Virginio, tendendo minacciosamente le mani contro Appio: «A Icilio – gridò – non a te, Appio, ho promesso mia figlia e l’ho educata per le nozze, non per lo stupro! Si vuol correre agli accoppiamenti a mo’ di bestie e di fiere, alla rinfusa? Se costoro lo sopporteranno, non so; ma spero che non lo sopporteranno quelli che possiedono un’arma!». Mentre colui che rivendicava la proprietà della fanciulla veniva respinto dalla schiera delle donne e dei difensori circostanti, il banditore intimò il silenzio. Il decemviro, accecato dalla libidine, disse che non soltanto dalle invettive scagliate il giorno innanzi da Icilio e dalla violenza di Virgilio, di cui gli era testimonio il popolo romano, ma da altri sicuri indizi egli sapeva con certezza che per tutta la notte si erano tenuti nella città dei conciliaboli al fine di suscitare una sommossa; perciò, prevedendo quel conflitto, egli era sceso al Foro con degli uomini armati, non già per far violenza ai pacifici cittadini, ma per frenare i perturbatori della quiete pubblica, conforme all’autorità che la sua carica gli conferiva. Soggiunse: «Sarà, dunque, meglio restar quieti; va’, littore, allontana la folla, e fa’ largo al padrone perché possa prendersi la sua serva!». Avendo egli pronunciato queste parole con voce tonante, in preda all’ira, la moltitudine fece largo da se stessa, e la fanciulla restò isolata, esposta all’ingiuria. Allora, Virginio, quando vide che da nessuna parte gli veniva aiuto, disse: «Di grazia, Appio: compatisci innanzitutto il dolore di un padre, se ho in qualche modo troppo duramente inveito contro di te; consenti poi che qui, in presenza della fanciulla, io chieda come stanno le cose, di modo che, se a torto mi si considera suo padre, io me ne vada di qui più rassegnato». Avutone il permesso, conduce la figlia e la nutrice verso il tempio della dea Cloacina, presso le botteghe che oggi sono dette Nuove, e là, strappato il coltello a un macellaio, gridò: «Figlia mia, con l’unico mezzo che mi è consentito io ti restituisco la libertà!». Indi trafigge il petto della fanciulla e, volto verso il tribunale, esclama: «Con questo sangue io consacro te, Appio, e il tuo capo agli dèi infernali!». Richiamato dal clamore levatosi per sì atroce evento, Appio ordina che si arresti Virginio. Quello, dovunque passasse, si apriva una via col ferro, finché, protetto anche dalla moltitudine che lo seguiva, giunse alla porta. Icilio e Numitorio, sollevato il corpo esanime, lo mostrarono al popolo; lamentavano la scelleratezza di Appio, la funesta bellezza della fanciulla, l’ineluttabile fato del padre. Li seguivano gridando le matrone: quella era dunque la sorte riservata a chi generava dei figli, quello il premio della pudicizia? E aggiungevano tutte le altre manifestazioni che in tali circostanze il dolore suggerisce ai femminili lamenti, tanto più tristi quanto più è disperato, per debolezza d’animo, il loro dolore.

Guillaume Guillon-Lethière, La morte di Virginia. Olio su tela, 1828. Paris, Musée du Louvre.

L’iniqua sentenza di Appio Claudio, in conseguenza della quale certamente Virginia, se fosse rimasta in vita, avrebbe subito violenza, causò una rivolta della plebe: fu così che venne abolito il collegio dei decemviri, i dieci uomini che, dopo aver scritto le Leggi, non avevano rimesso il proprio potere, ma avevano continuato a esercitarlo in forma tirannica, sospendendo l’elezione annuale dei magistrati e il diritto di veto nei tribunali della plebe. Per introdurre l’episodio di Virginia, Livio nota che anche la cacciata dei Tarquini, quando essi erano ormai divenuti dei despoti, era stata causata dalla ribellione popolare di fronte all’offesa arrecata alla 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎 di una donna, la celebre Lucrezia, da un esponente di quella famiglia. La coincidenza permette di valutare quanto fosse tenuta in considerazione la 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎; tale virtù, l’unica richiesta alle donne romane, si fondava sul fatto che la donna, come soggetto giuridico, era sempre sotto la tutela di un uomo, di solito il padre o il marito. Il padre stabiliva a chi la figlia dovesse andare in sposa (il che avveniva di norma attorno ai dodici anni di età) e la donna aveva il dovere di mantenersi casta per il marito. La 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎, tuttavia, non era connessa solamente alla verginità; imponeva anche alla donna sposata (la 𝑚𝑎𝑡𝑟𝑜𝑛𝑎) di mantenere una condotta che non solo non prevedesse relazioni extraconiugali, ma neanche ne lasciasse supporre l’esistenza. Infine, nel valore della 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎 rientravano l’educazione dei figli durante i primi anni di vita, nonché la trasmissione a essi dei valori tradizionali della società romana (ossia il rispetto sia verso i genitori, e il padre in particolare, sia verso i numi tutelari della famiglia e della città). In più, dovere della matrona era curare il buon andamento delle attività domestiche, soprattutto la filatura e la tessitura, lavori di primaria importanza. Da parte maschile, la relazione extraconiugale era tollerata, purché non fosse con una donna sposata o promessa sposa: infatti, la tutela della 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎 della donna, di cui erano responsabili il padre o il marito, comprendeva che l’amante, fino alle limitazioni introdotte da Ottaviano Augusto, potesse essere ucciso.

Diversamente da quanto prevede la nostra sensibilità, nella coscienza dei Romani il comportamento di Virginio era ritenuto tragico (48, 7), ma non riprovevole, tanto che il fidanzato Icilio non protesta e la folla agevola la sua fuga (48, 6). Da questa circostanza si capisce che nella società romana, almeno nella visione idealizzata di essa proposta da Livio, la perdita dell’onore, ancorché senza colpa, costituiva un danno peggiore rispetto alla perdita della vita. questo vale per ciascun individuo; solo che, secondo la concezione patriarcale dei Romani, era al 𝑝𝑎𝑡𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑙𝑖𝑎𝑠 che spettava, in ultima istanza, la difesa dell’onore dell’intero nucleo familiare. Il gesto di Virginio diventa comprensibile solo se si pensa che il padre, in questo caso, ha anteposto all’affetto verso la figlia l’onore dell’intera famiglia; egli non poteva accettare che una figlia perdesse la propria 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎, così come non avrebbe potuto tollerare il disonore derivante dalla condotta moralmente reprensibile di un figlio maschio (Livio ricorda in altri passi della sua opera i casi in cui un padre ha ucciso il proprio figlio, il quale era appunto venuto meno ai suoi doveri civici).

Matrona con figlioletta. Gruppo scultoreo, marmo, I sec. a.C. Roma, Centrale Montemartini.

L’episodio di Virginia sembrerebbe costituire una significativa testimonianza del fatto che la donna, nella società romana, si trovava in una condizione completamente subalterna; in realtà, invece, pur nel quadro di una morale patriarcale, la posizione della donna nel mondo romano non era di totale subalternità, a differenza di quanto accadeva in altre società antiche. A questo proposito sono indicative le parole che Livio attribuisce in questo passo alle matrone, le quali sembrano esigere il massimo rispetto, in cambio di quanto connesso con i sacrifici derivanti dal mantenimento della 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎 (𝑒𝑎𝑚𝑛𝑒 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑜𝑟𝑢𝑚 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑟𝑒𝑎𝑛𝑑𝑜𝑟𝑢𝑚 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑐𝑖𝑜𝑛𝑒𝑚, 𝑒𝑎 𝑝𝑢𝑑𝑖𝑐𝑖𝑡𝑖𝑎𝑒 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑚𝑖𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒?, 48, 8). Effettivamente, le matrone, oltre a una serie di onori formali sanciti dalla legge, tra cui ricordiamo la possibilità di indossare in pubblico abiti di porpora, avevano anche la possibilità di gestire autonomamente il proprio patrimonio. La figlia partecipava alla successione dell’eredità paterna tanto quanto i suoi stessi fratelli; inoltre, dal II secolo a.C., grazie a una serie di complicate norme giuridiche, la matrona aveva la possibilità di disporre liberamente dei propri averi, sia durante il matrimonio, sia soprattutto in caso di vedovanza (fenomeno non infrequente a causa della differenza di età tra i coniugi e delle guerre). Questo stato di cose ha determinato il cosiddetto “paradosso romano”, secondo la definizione di Eva Cantarella: le donne si incaricavano di trasmettere ai figli e alle figlie i valori di una società patriarcale e maschilista, consapevoli tuttavia del fatto che rispettare le regole imposte da altri comportasse anche dei vantaggi.

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Tito Livio

di CONTE G.B., PIANEZZOLA E., Livio, in Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 2. L’età augustea, Milano 2010, 483-489.

 

 

1. Una storia magistra vitae

Livio è sicuramente uno degli storici romani che ha goduto di maggior fortuna presso la posterità. Nella sua monumentale opera, conosciuta sotto il nome di Ab Urbe condita libri, ripercorre le vicende romane dalle origini troiane fino al Principato di Augusto, fornendo una descrizione artisticamente elevata del glorioso passato di Roma in un momento in cui la città ha raggiunto l’apice della grandezza e della potenza. Livio era consapevole della crisi che Roma aveva attraversato nell’età delle guerre civili e sapeva che il Principato di Ottaviano non avrebbe rappresentato la panacea a tutti i mali che attraversavano la società romana. A differenza di Sallustio, tuttavia, egli non volle indagare le cause profonde della degenerazione morale dei Quiriti, ma preferì concentrarsi sulle glorie del passato che, con il loro valore esemplare, avrebbero potuto esercitare un’influenza in senso pedagogico e morale sulla coscienza dei contemporanei. In lui prevalse dunque l’interesse per una descrizione dei fatti drammatica ed efficace dal punto di vista letterario, funzionale al proprio intento moralistico, piuttosto che per una ricostruzione storica del passato basata su una rigorosa disamina delle fonti.

 

Antonio Lafreri, Tito Livio. Incisione, 1572. Wien, Österreichischen Nationalbibliothek.

 

2. La vita e le opere

Tito Livio (il cognomen è ignoto) nacque a Patavium nel 59 a.C. Venuto a Roma, non partecipò alla vita pubblica, ma entrò in contatto con Ottaviano. I suoi interessi si rivolsero dapprima alla filosofia ma ben presto, cioè tra il 27 e il 25 a.C., Livio dovette concentrarsi interamente sulla sua grande opera storica, gli Ab Urbe condita libri. Si guadagnò notevole prestigio e ammirazione e, tra l’altro, si occupò di guidare gli interessi storiografici del futuro imperatore Claudio. Alternò la vita a Roma con lunghi soggiorni nella città natia, dove morì nel 17.

Ab Urbe condita libri è il titolo dato dai codici più autorevoli e da altre testimonianze antiche all’opera di Livio: questi, infatti, si riferisce a essa una sola volta con il nome di annales, mentre altrove, genericamente, con libri. Si tratta di una grande storia di Roma dalla sua fondazione fino all’epoca a lui contemporanea, in 142 libri. Di questi se ne sono conservati i libri I-X e XXI-XLV (quest’ultimo è tuttavia mutilo dell’ultima parte) e scarsi frammenti degli altri, fra cui sono celebri quelli relativi alla morte di Cicerone e al giudizio di Livio sulla sua figura, tramandati da Seneca il Vecchio.

La narrazione liviana, dunque, cominciava dalle origini remote dell’Urbe, cioè con la fuga di Enea da Troia, e arrivava, con il libro CXLII, alla scomparsa di Druso, figliastro di Augusto, avvenuta in Germania nel 9 a.C., o forse anche fino alla disfatta di Varo nella selva di Teutoburgo, nel 9 d.C. Non si esclude che, secondo il progetto di Livio, interrotto dalla sua morte, l’opera dovesse comprendere 150 libri e giungere fino alla scomparsa di Augusto, cioè al 14.

Il naufragio di vaste porzioni del testo è probabilmente da imputare alla sua suddivisione in gruppi separati di libri, che andarono incontro a diverse vicende. Alla divisione in “decadi” si fa cenno per la prima volta verso la fine del V secolo, ma è probabile che essa risalga parecchio addietro. Anzi, secondo alcuni studiosi, potrebbe essere dovuta addirittura allo stesso Livio: quest’ultimo, infatti, pubblicò la propria opera per gruppi di libri comprendenti periodi distinti, premettendo dichiarazioni introduttive ad alcuni dei libri, con in quali, ogni volta, apriva un ciclo. Una delle più celebri, difatti, è il proemio con il quale si apre la terza “decade”, che contiene la narrazione della Seconda guerra punica: la presenza di un proemio in apertura di una “decade” ha fatto pensare, perciò, che questo tipo di suddivisione rispecchiasse sostanzialmente le fasi della pubblicazione dell’opera da parte dell’autore stesso.

 

Arras, Bibliothèque Municipale. Ms. 944, 2 (Jacques Le Boucq, c. 1570), Recueil d’Arras, f. 285. Ritratto di Tito Livio.

 

3. Il metodo storiografico e il rapporto con le fonti

Negli Ab Urbe condita libri Livio rifiuta implicitamente l’impianto monografico delle prime opere di Sallustio, ritornando alla struttura annalistica che aveva caratterizzato fin dall’inizio la storiografia latina: la narrazione di ogni impresa, per esempio, delle campagne militari, si estende per l’arco di un anno, al compiersi del quale viene sospesa, mentre ha inizio il racconto di altri avvenimenti contemporanei; quindi, viene adottato lo stesso metodo narrativo nei confronti dei fatti dell’anno seguente, riprendendo la narrazione di quanto lasciato in sospeso allo spirare dell’anno precedente, e così via.

Come buona parte degli storici latini venuti prima di lui, a cominciare da Catone, Livio dilatava l’ampiezza della propria narrazione man mano che si avvicinava al proprio presente: su 142 libri, 85 contenevano la storia di Roma a partire dall’età graccana, cioè meno di un secolo e mezzo. La dilatazione corrispondeva alle aspettative dei lettori, che mostravano maggiore interesse per le vicende più recenti, soprattutto per la narrazione della tremenda crisi politico-sociale dalla quale era emerso il Principato augusteo: di questa impazienza del pubblico, del resto, informa lo stesso Livio nella Praefatio generale all’opera.

Le fonti utilizzate dall’autore furono ovviamente numerose; per la prima decade, contenente la storia più antica di Roma, c’erano a disposizione quasi esclusivamente gli annalisti, fra i quali Livio mostra una preferenza per i più recenti: l’utilizzazione di Valerio Anziate, di Licinio Macro (un annalista di tendenze mariane, che scrisse dopo i conflitti civili degli anni Ottanta del I secolo a.C.) e di Claudio Quadrigario sembra molto più vasta di quella di Fabio Pittore. Nelle decadi successive, in cui veniva narrata l’espansione di Roma in Oriente, agli annalisti romani veniva ad affiancarsi il grande storico greco Polibio (II secolo a.C.), dal quale Livio attinse soprattutto la visione unitaria del mondo mediterraneo e dei legami fra Roma e i regni ellenistici; sporadica pare invece essere stata l’utilizzazione delle Origines di Catone.

È stato spesso sottolineato il fatto che Livio non sembra procedere a un attento vaglio critico delle proprie fonti: in certi casi, la facilità di accesso e di reperibilità sembra essere stata il criterio di scelta determinante. È inoltre notevole che Livio non abbia cercato di colmare le lacune della tradizione storiografica con il ricorso a documentazione di altro genere, che pure sarebbe stata facilmente accessibile: Livio fa un uso estremamente scarso dei documenti contenuta in manoscritti e antiche iscrizioni, come pure dei risultati delle ricerche scrupolose degli antiquari della precedente generazione, come Attico e Varrone.

Di conseguenza, si è visto in lui abbastanza spesso soprattutto un exornator rerum, principalmente preoccupato di amplificare e adornare la traccia che trovava nella propria fonte per mezzo di una drammatizzazione piena di varietà e di movimento. Su questa strada, si è arrivati al tentativo di escludere Livio dallo sviluppo della maggiore storiografia latina da Sallustio a Tacito, cioè dalla grande storiografia senatoria: si è visto, insomma, in Livio non lo storico senatore e uomo politico, che l’esperienza spesso amara e deludente della vita pubblica contemporanea metteva in grado di formarsi un giudizio personale e approfondito anche sugli eventi del passato, e al quale la posizione ricoperta facilitava l’accesso a fonti riservate di documentazione come gli acta Senatus, ecc., ma lo storico-letterato che lavora soprattutto di seconda mano sulla narrazione di storici precedenti. È una tesi che contiene vari elementi di verità, ma che non va spinta fino al punto di contrapporre frontalmente una storiografia senatoria fatta da chi sapeva come la storia fosse fatta, e destinata a fornire una guida all’uomo politico, a una storiografia come esercitazione letteraria di uomini incapaci di fare storia e, di conseguenza, viziata da insipido moralismo.

 

Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 10696 (sec. IV-V), Fragmenta Liviana, T. Livius, Ab Urbe condita IV, 39, 10; 4, 36, 6-37, 7.

 

4. L’atteggiamento nei confronti del regime augusteo

A quanto pare, il Principato augusteo non operò, nei confronti della storiografia, un tentativo di egemonia paragonabile a quello attuato nei confronti della poesia. Livio non si collocava certamente all’opposizione, ma neppure svolgeva una propaganda di sostegno acritico. È noto da una testimonianza di Tacito (Ann. IV 34) che Augusto avrebbe affibbiato all’amico storico l’epiteto scherzoso di «Pompeiano», per la nostalgica simpatia verso gli ideali repubblicani che probabilmente si rifletteva anche nella sua opera. Il naufragio della sezione di quest’ultima relativa alle recenti guerre civili rende impossibile farsi un’idea adeguata del modo in cui Livio narrò la crisi della res publica e soprattutto degli umori che dal racconto trasparivano; ciononostante, si sa sempre da Tacito che Livio avesse coperto di lodi Pompeo e ostentasse rispetto verso gli altri avversari di Cesare, fra i quali i suoi stessi uccisori, Bruto e Cassio.

Un atteggiamento del genere non destava, in età augustea, particolari fastidi: Ottaviano, soprattutto dopo la riforma costituzionale del 27, era più desideroso di presentarsi come il restitutor rei publicae che come l’erede di Cesare; di conseguenza, tollerava, ed egli stesso in qualche misura utilizzava, il culto dei martiri della res publica. Su alcuni temi si poteva perciò registrare un accordo sostanziale fra il nuovo regime e lo storico patavino, senza che su quest’ultimo venisse esercitata la minima pressione: il principale fra questi temi era probabilmente la condanna del disordine politico-sociale degli ultimi decenni dell’età repubblicana, dei conflitti fra factiones, dell’avidità degli optimates ma ancor di più delle rivendicazioni dissennate dei ceti più umili. Il nuovo regime proclamava di aver ristabilito la concordia nel corpo civico, eliminando la faziosità: c’erano tutte le condizioni per l’incontro con uno storico che spesso si trova impegnato nell’esecrazione dei mali della demagogia. Per cogliere questa tematica, data la perdita delle sezioni relative alla storia più recente, occorre rifarsi alla narrazione liviana dei conflitti interni dei primi secoli della res publica, sui quali lo storico sembra tuttavia aver proiettato abbastanza frequentemente problematiche e moduli interpretativi legati a conflitti ben più recenti. Un altro importante fattore  di convergenza ideale con il princeps era costituito dalla politica augustea di restaurazione degli antichi valori morali e religiosi, una tematica comprensibilmente cara allo storico di Patavium.

Si è già detto, tuttavia, che il consenso liviano verso il regime non si traduceva in un’esaltazione incondizionata; questo aspetto apparirebbe in tutta chiarezza se si possedesse la narrazione degli eventi delle guerre civili e del Principato augusteo, ma alcune tendenze di fondo si lasciano ugualmente indovinare dalla Praefatio generale che Livio ha premesso alla propria opera. Dall’introduzione, infatti, traspare una consapevolezza acuta della crisi che Roma aveva di recente attraversato e che lo storico non sembra considerare come risolta del tutto felicemente.

In realtà, Livio rimase estraneo a tutta quella parte dell’ideologia augustea che insisteva sul valore “carismatico” del principatus, che lo presentava come la realizzazione di una nuova età dell’oro. Se Virgilio, pur fra molte contraddizioni, finiva per giustificare un disegno provvidenziale il quale aveva sancito che alla pienezza dei tempi si potesse giungere solo attraverso il molto sangue versato nelle guerre civili, Livio probabilmente non riusciva a scorgere nella vittoria finale di Ottaviano il rimedio miracoloso che aveva estinto una volta per tutte i germi della corruzione che avevano provocato il declino di S.P.Q.R.

 

Jacques-Louis David, I littori riportano a Lucio Giunio Bruto i corpi dei suoi figli. Olio su tela, 1789. Paris, Musée du Louvre.

 

5. Le caratteristiche della storiografia liviana

Nella Praefatio, che racchiude il suo manifesto programmatico, Livio dichiara l’intento fortemente moralistico e pedagogico della sua storia: attraverso la rassegna degli uomini e delle virtù che costruirono la potenza romana egli vuole fornire ai lettori un repertorio di exempla morali da seguire, di modelli cui guardare in un periodo di crisi come quella vissuta da Roma. Per raggiungere il suo obiettivo Livio si affida a una narrazione avvincente che mira non tanto a fornire un’analisi oggettiva dei fatti quanto a coinvolgere il lettore e a farlo identificare nei personaggi.

 

Leggenda del Lago Curzio. Bassorilievo, marmo, II sec. a.C. ca. Roma, Musei Capitolini.

 

5.1. Le tematiche

Più volte, sia nella Praefatio sia altrove, l’autore accenna al fatto che la narrazione del glorioso passato di Roma è per lui un rifugio rispetto alla cura che gli apporta il racconto degli eventi più recenti e contemporanei: un atteggiamento implicitamente polemico nei confronti della storiografia sallustiana, che aveva posto la crisi di Roma al centro della propria indagine. Il pessimismo liviano, che pure esiste, non è altrettanto lucido quanto quello di Sallustio; pur riconoscendo il carattere “epocale” e non episodico della crisi, Livio rifiuta di concentrare l’interesse su di essa, sforzandosi invece di non considerarla separatamente dal quadro generale della storia di Roma. Egli riconosce che la corruzione e la decadenza dei costumi si sono fatte strada anche nell’Urbe, ma più tardi che in qualunque altra realtà politica: complessivamente, nessun altro popolo può offrire esempio più insigni di grandezza morale e di integrità di costumi.

Dalle parti conservatesi dell’opera liviana emerge con prepotenza la giustificazione dell’imperium e della sua conquista, alla cui edificazione hanno validamente cooperato una fortuna sostanzialmente non diversa dalla providentia divina e la virtus propria del popolo romano. A quest’ultimo nessun’altra civiltà o condottiero sono stati in grado di opporsi validamente, perché nessuno è stato capace di esprimere una forza paragonabile a quella su cui fonda la res publica Romana. Una volta Livio giunge addirittura a porsi il problema di come sarebbero andate le cose se Alessandro Magno, il più grande conquistatore dell’antichità, anziché andare contro l’Oriente persiano si fosse rivolto a Occidente e contro la stessa Roma: ma non ha alcun dubbio ad affermare che nemmeno il Macedone sarebbe riuscito a sopraffare i Quirites. Ipotesi del genere probabilmente avranno contribuito a consolare lo storico dall’amarezza che gli ispiravano i tempi presenti. Molto più impregnata di pessimismo, appunto, doveva essere la narrazione delle epoche più vicine a lui. Forse ciò che in Livio appare come continuo orgoglio “nazionale”, costante e tenace esaltazione e abbellimento di tutte le gesta dei Romani – per esempio, il resoconto della Seconda guerra punica – potrebbe solo essere dovuto alla sua generale tendenza a idealizzare il passato: probabilmente egli oscurava in adeguata proporzione il quadro dell’ultimo secolo di storia romana.

Quando Livio rivolge il proprio sguardo a quel percorso di oltre settecento anni che ha portato una piccola città del Lazio all’egemonia sul mondo, mostra reverenza, quasi sgomento, davanti a tanto spazio di tempo e di fatti. Nella rievocazione dell’imponente cammino, Livio sente la pressione della storia, percepisce il peso e il condizionamento che le immagini del passato esercitano sulla coscienza del tempo presente. Quelle immagini agiscono come modelli di comportamento sociale e individuale, sia positivi sia negativi, sono inviti alla virtù o avvertimenti contro le atrocità. Il grandioso passato indica la via della salvezza a chi dovrà rinnovarne nel presente il prezioso esempio. La mitologia del passato, insomma, non solo ha senso per gli uomini del presente, ma anche dà senso al loro agire, in quanto sa illustrare esemplarmente i loro bisogni ideologici.

La concezione liviana della storia è dunque caratterizzata da una passione moralistica: non è uno studio politico che spieghi atteggiamenti ed eventi, che tenga conto di strategie di parti o di fazioni, di ideologie e di interessi materiali, bensì una narrazione da condurre in termini di personalità umane e di singoli individui rappresentativi, che fungono da exempla da imitare o da rifuggire per i futuri uomini di Stato.

 

Generale romano. Statua, marmo, 75-50 a.C. ca. dal Santuario di Ercole (Tivoli).

 

5.2. La drammatizzazione della storia

Per dare vividezza alla narrazione e suscitare così una maggiore presa sui lettori, Livio, ereditando una tendenza presente già da lungo tempo nella storiografia latina, ma che era stata fortemente ridotta da Sallustio, lascia largo spazio alla drammatizzazione del racconto, senza tuttavia permettere che essa soffochi l’impostazione pragmatica. Sono famosi i drammi, in cui si susseguono scene ricche di pathos, di Lucrezia, leggendaria eroina della Roma arcaica, e di Sofonisba, la nobildonna cartaginese figlia di Asdrubale e sposa di Massinissa, che preferì bere coraggiosamente il veleno piuttosto che cadere preda dei Romani.

La drammatizzazione è una tendenza praticamente onnipresente nella narrazione liviana: la si ritrova nella descrizione delle battaglie (spesso rappresentate secondo lo schema della peripezia, cioè del repentino rovesciamento in vittoria di una situazione inizialmente sfavorevole ai Romani), delle sommosse popolari, nei resoconti dei dibattiti in Senato.

 

Mattia Preti, La morte di Sofonisba. Olio su tela, 1660-1670 c. Lyon, Musée des Beaux-Arts.

 

Nella sua maniera di narrare la storia, ricca di pathos e intensità drammatica, Livio risente molto della tradizione storiografica ellenistica, in particolare quello stile che si usa chiamare «tragico». Nella concezione di autori come Eforo, Duride e Filarco, esponenti della cosiddetta «storiografia tragica», le cui opere sono purtroppo andate perdute, l’utilità della storia non consiste nella precisione ricostruttiva degli eventi e nell’analisi oggettiva dell’accaduto, quanto piuttosto nella capacità di descrivere efficacemente i fatti, in modo da suscitare emozioni nel lettore. Così la historia, più che “ricerca” della verità, poteva diventare attività retorica, rientrare nella categoria del letterario (per taluni teorici era cosa vicina all’oratoria, per altri alla poesia).

Per sua esplicita ammissione, Livio fa passare avanti alla ricerca della verità per se stessa la concezione (e l’esposizione) drammatica della storia. Il suo scopo diventa quello di mostrare che qualità mentali e morali hanno un impatto decisivo sugli eventi: l’atmosfera di una città agitata, i sentimenti di un popolo o di una folla, i pensieri e i desideri di un personaggio, le sue incertezze psicologiche e i suoi calcoli, tutto questo non è “obiettività”, non è il distacco impersonale che ogni teorico (antico e moderno) pretenderebbe da uno storico fededegno. Livio si immerge nelle cose e vuole dare, con tutta una serie di notazioni parziali, di cui sarebbe difficile garantire l’esattezza, l’impressione di un testimone che ha vissuto dentro il dramma che sta raccontando. Così commenta, per esempio, a conclusione del resoconto della Seconda guerra punica (XXXI 1, 1):

 

Anche per me è un ristoro essere giunto alla fine della guerra punica, come se ne avessi condiviso i travagli e i pericoli.

 

Scrivere la storia è per Livio anzitutto far vivere gli uomini che l’hanno fatta: se l’autore giudica i suoi personaggi, essi si giudicano anche l’un l’altro. E in questo, le sue doti letterarie – sicuramente non comuni – ottengono risultati di grande effetto. Si possono ammirare il senso della gradazione e della composizione, l’arte della frase costruita, e soprattutto le qualità “impressionistiche” di chi con le parole sa raffigurare grandi scene di massa.

I frequenti discorsi indiretti diventano la forma espressiva capace di evocare gli stadi d’animo segreti di folle e gruppi di persone. Spesso abili discorsi diretti sono composti, con efficace arte oratoria, per delineare i pensieri di singoli individui; e la loro foga impetuosa sbocca – quasi se ne volessero rappresentare gli effetti – nei commenti e nelle considerazioni degli spettatori-ascoltatori. Capita anzi spesso che il punto estremo e più altamente “patetico” di un episodio sia reso con un discorso diretto o indiretto, che ben caratterizza l’animo dei protagonisti.

Ma la “pateticità” di Livio non ha nulla che sia paragonabile al pathos acceso di Sallustio, alla forte passionalità di uno stile di scrittura che aveva scandito la narrazione sul ritmo di giudizi acri e l’aveva serrata in un pensiero sempre vigile e denso, severo. Quello di Livio è piuttosto un modo arioso di rappresentare e di narrare: un modo, si potrebbe dire, “sentimentale” (c’è più ethos che pathos), il quale sa associare, al piacere suscitato dal racconto, una certa grandezza delle raffigurazioni. E questo non di rado ottiene l’effetto di aggiungere al testo una suggestione di maestà epica: i personaggi acquistano spesso un carattere monumentale, mai tuttavia accademicamente manierato o eccessivamente enfatico.

 

Nicolas Poussin, Coriolano riceve le suppliche della sua famiglia. Olio su tela, 1652-53. Les Andelys, Musée Nicolas-Poussin.

 

6. Lo stile della narrazione liviana

Nel gusto stilistico, Livio si oppone nettamente alla tendenza di Sallustio, di cui, secondo una testimonianza di Seneca il Vecchio (I secolo), egli criticava apertamente il senso dell’espressione oltremodo concisa e la ricerca di brevitas che spesso lo faceva cadere nell’oscurità. Livio si avvicinò piuttosto allo stile che Cicerone aveva vagheggiato per la storiografia romana: nel II libro del De oratore questi aveva teorizzato uno stile che doveva avere «varietà di toni», ma soprattutto doveva distinguersi per il «corso dolce e regolare dell’espressione» (54); più chiaramente ancora, Cicerone aveva auspicato «uno stile scorrevole e largo, che si riversi con dolcezza, seguendo un corso piano e regolare» (64, genus orationis fusum atque tractum et cum lenitate quadam aequabiliter profluens; vd. anche Orat. 66). Questi precetti ciceroniani Livio dovette sentire buoni per sé e vi si adeguò con facile disponibilità.

Ma è pur vero che il periodare liviano, confrontato con quello del modello ciceroniano, risulta spesso carico, affollato, quasi lo impacci il desiderio di accumulare troppi particolari importanti in un unico lungo movimento discorsivo: se il periodo dell’Arpinate è fatto per essere ascoltato, quello del Patavino si attende invece di essere letto.

Quintiliano, che riconosceva la superiore grandezza di Sallustio come storico, contrapponeva alla sua brevitas austera e sentenziosa la lactea ubertas (l’«abbondanza dolce come il latte») di Livio (Inst. or. X 1, 32): uno stile ampio, fluido e luminoso, senza artifici e senza restrizioni, che evita ogni asperitas, e dove i periodi scorrono con facilità. Sempre Quintiliano accennava al candor, la limpida chiarezza dello stile liviano.

Ma lo storico patavino sapeva conferire al proprio stile anche un’ammirevole duttilità e varietà: la prima “decade”, infatti, è caratterizzata da un gusto arcaizzante, volto a sottolineare la remota solennità degli eventi narrati; nelle parti successive, invece, si fanno predominanti i tratti classicistici. Spesso, inoltre, il testo appare caratterizzato da una forte coloritura poetica.

 

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Il conflitto degli ordini: patrizi e plebei nel V e all’inizio del IV secolo

di W. BLÖSEL, Roma: l’età repubblicana. Forum ed espansione del dominio (trad. it. a cura di U. COLLA), Torino 2016, pp. 24-35.

L’ammissione dei plebei al consolato, nel 367/6, costituisce una pietra miliare nel cosiddetto «conflitto degli ordini» dal quale la tradizione più tarda, in Livio e in Dionigi di Alicarnasso, vede caratterizzata la storia romana per più di duecento anni, dall’inizio del V secolo fino al 287. La netta dicotomia tra plebei e patrizi nella lotta sugli stessi punti controversi (come ad esempio la protezione dall’arbitrio dei magistrati, la certezza del diritto, la liberazione dalla servitù per debiti e la parità nei diritti politici) offre ai confusi rapporti degli inizi della repubblica una struttura chiara e temi concreti ai quali gli autori più tardi poterono sempre di nuovo ricorrere, senza troppa fatica, nei diversi momenti di queste contrapposizioni, interrotte da fasi di quiete anche decennali. In questo modo, fu loro possibile presentare tutte le diverse conquiste di Roma repubblicana (come il diritto di provocatio, il tribunato della plebe, la legislazione delle dodici tavole, il tribunato consolare, l’ammissione dei plebei alle cariche pubbliche e sacerdotali, l’abolizione della servitù per debiti e l’attribuzione di forza di legge ai plebisciti) come altrettanti prodotti di un unico conflitto degli ordini protrattosi per più generazioni. I compromessi che i plebei e i patrizi accettarono accogliendo la maggior parte di queste nuove istituzioni, centrali nella coscienza che i Romani ebbero di sé, esaltano come tratto fondamentale di entrambe le parti la loro pronta disponibilità alla conciliazione, e il desiderio di concordia, per quanto distanti fossero state le posizioni iniziali. Nondimeno, i due ceti furono sempre costretti alla pace interna da qualche pressione militare dall’esterno. E la grande regolarità con la quale, a ogni nuova contesa interna tra Romani, i vicini popoli dei Volsci, degli Equi e dei Sabini avrebbero invaso il territorio di Roma, induce a sospettare che questi assalti siano una costruzione degli storici.

Ritratto di patrizio romano (vista frontale). Busto, marmo, prima metà del I sec. a.C. Roma, Collezione Torlonia.

Riassumendo, molti dubbi sono stati sollevati sulla visione del conflitto degli ordini come del lunghissimo travaglio necessario alla nascita della repubblica romana. Infatti, esso è ignoto come tale ai primi cronisti di Roma, da Fabio Pittore a Catone il Vecchio e a Polibio, e fino a Cicerone: nella loro esposizione, gli atti di fondazione della repubblica risalgono all’indietro solo fino alla legislazione delle dodici tavole, verso il 450. Questa va considerata una conseguenza dell’origine orale delle tradizioni (oral tradition) relative alla fase di fondazione dello Stato romano, che naturalmente comprende anche il periodo della monarchia. Negli autori citati, a quest’epoca di fondazione, come c’è da aspettarsi date le strutture che caratterizzano la oral tradition, segue una fase intermedia, dalla metà del V fino alla metà del III secolo circa, con un elenco di pochi, aridi fatti e alcuni nomi di persone che con il loro comportamento esemplare servono a illustrare il funzionamento di quelle istituzioni che si erano lentamente e faticosamente consolidate. Infine, con la prima guerra punica (264-241), nei primi storiografi subentrarono i ricordi personali, che anche agli autori successivi avrebbero fornito i contenuti per una storiografia che da allora fu soggetta alle leggi della letteratura.

Con l’estensione temporale del conflitto degli ordini, altrettanto poco chiara è l’identità dei suoi attori. Dalle fonti, infatti, soltanto in modo frammentario è possibile comprendere perché e a partire da quando i patrizi si staccarono dai plebei. Un confronto tipologico con altre aristocrazie nelle società arcaiche indica come caratteristici del patriziato i seguenti elementi: privilegi religiosi, come il monopolio delle cariche sacerdotali; insieme a questo, il monopolio della giurisdizione, che aveva un fondamento sacrale; riti nuziali caratteristici e propri; stretti rapporti economici e familiari con gli aristocratici stranieri; orgoglio per il proprio albero genealogico; possesso di vasti terreni coltivabili, e di cavalli; gran numero di agricoltori dipendenti; infine, il monopolio di magistrature che certamente erano collegate a funzioni sacrali, come l’accoglimento degli auspici, e l’esercizio dell’imperium.

Scena di battaglia. Bassorilievo, pietra calcarea. Isernia, Museo Civico.

La tradizione letteraria ascrive già a Romolo, il primo re, la scelta dei primi senatori, che vengono indicati come patres, e dai quali sarebbero derivati i patrizi. La rilevante importanza della vicinanza genealogica di famiglie tra di loro imparentate si può dedurre, non soltanto a Roma, ma in tutta l’Italia centrale, dall’introduzione del nome gentilizio, che, a partire dall’ultimo terzo del VII secolo, sostituì il patronimico, il nome del padre, con quello di un antenato comune, al quale veniva aggiunto il suffisso -ius; così, ad esempio, dal preteso fondatore della stirpe, Iulus, veniva fatto derivare il nome gentilizio di Iulius.

Anche l’istituzione dell’interregnum, certamente da far risalire all’epoca dei re, testimonia a favore dell’esistenza di un ben definito gruppo di nobili. Ma la distinzione tra le antiche stirpi nobiliari come maiores gentes e le minores gentes aggiunte dai re successivi ai senatori indica chiaramente come questi nobili non formassero affatto una cerchia chiusa di «patrizi». Altrimenti, sarebbe stata impossibile l’integrazione del sabino Attus Clausus, che, secondo la tradizione, si sarebbe trasferito a Roma con ben cinquemila tra clienti e accoliti, un numero a stento credibile. Anche se i Fasti consulares per il periodo fino al 450 non danno grande affidamento, una decina di consoli, che vi sono indicati e che possono essere collegati soltanto a tarde gentes nobili di origine plebea, testimonia di un’aristocrazia ancora aperta.

Calendario rurale (Fasti PraenestiniCIL I2 1, p. = I.It. XIII, 2, 17 = AE 1898, 14 = 1922, 96 = 1953, 236 = 1993, 144 = 2002, 181 = 2007, 312), ante 22 d.C. Roma, Museo Nazionale Romano.

Ciononostante, già a partire dalla metà del V secolo, si possono notare chiare tendenze esclusivistiche interne al patriziato nella distinzione tra i senatori che sarebbero stati nominati dopo la cacciata dei re, indicati come conscripti, e i patres di antico insediamento. Come è mostrato dall’accoglimento dei Claudii tra i patrizi, si può escludere che già alla fine del VI secolo si sia formato il concetto delimitativo di patricius, riferito soltanto a chi faceva parte della parentela, o della discendenza, di uno degli antichi patres. Sappiamo per certo che nel 458 il magistrato supremo di Tusculum (l’odierna Frascati), Lucio Mamilio, non poté più essere ammesso a far parte del patriziato, quando, in grazia dei suoi meriti per aver salvato Roma dal colpo di Stato di Appio Erdonio, ottenne la cittadinanza romana. Il motivo di questo crescente separatismo dei patrizi va cercato nella decennale fase di rivolgimenti seguita alla cacciata dei re.

In quell’epoca, si deve ipotizzare una dura lotta di concorrenza tra le stirpi nobiliari romane per il possesso delle posizioni di potere. Infatti, la cacciata dell’ultimo re, il quale evidentemente aveva accentrato nella propria persona una quantità di ruoli di comando, aveva lasciato un cospicuo vuoto di potere, che doveva suscitare brame ovunque. Il grande predominio esercitato dagli ultimi tre sovrani etruschi di Roma, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, lascia supporre che gli aristocratici romani ora desiderassero soltanto avere sommi magistrati più deboli, la cui autorità non moderasse pesantemente le loro possibilità di azione. In questo modo, diventa evidentemente comprensibile la limitazione dei pieni poteri del magistrato supremo, il praetor maximus, al solo comando delle operazioni belliche.

Guerriero con elmo calcidese. Testa fittile, terracotta policroma, V sec. a.C. da Albano.

Neppure in quel campo, però, né il magistrato né lo «Stato» romano ebbero il monopolio: i warlords dell’età regia, come i fratelli Vibenna, Macstrna o Lars Porsenna, trovano i loro successori tra numerosi aristocratici romani che condussero vere e proprie guerre private insieme ai loro clienti e accoliti: simili compagnie di armati vengono citate per Poplios Valesios, sul lapis Satricanus e anche per Gneo Marcio Coriolano. Il caso più famoso di una guerra privata è quella che nel 479/8 la gens Fabia condusse, guidando a quel che si narra i suoi quattromila clienti, contro la vicina città di Veio, anche se la stilizzazione della fine di quasi tutti i trecentosei Fabii sulle rive del torrente Cremera, secondo il modello del sacrificio dei trecento Spartani, che l’anno precedente, guidati da re Leonida, erano morti alle Termopili, opponendosi all’avanzata persiana, desta più di un dubbio sulla veridicità di molti particolari quali ci sono stati conservati dalla tradizione.

La mancanza di un monopolio della forza nelle mani dello Stato mise in pericolo il labile equilibrio del potere nella stessa Roma. Ad esempio, si narra che nel 460 il sabino Appio Erdonio con la sua compagine di armati, composta da esuli e servi, occupasse il Campidoglio, chiamando addirittura i plebei alla rivolta, e che, infine, fosse sconfitto soltanto dal tuscolano Lucio Mamilio.

Anche all’interno della società romana, però, c’era un numero sufficiente di scontenti che potevano essere mobilitati per combattere l’aristocrazia dominante. Non a caso, nella tradizione annalistica si trovano cronache simili a proposito dei tre adfectatores regni («aspiranti al trono»). Si dice infatti che il plebeo Spurio Cassio Vicellino, che secondo i Fasti fu console nel 502, nel 493 e nel 486, si ingraziò i plebei per i propri progetti di colpo di Stato con una legge per la spartizione dei territori strappati agli Ernici, che erano bottino di guerra, e anche dell’ager publicus; per questo motivo, sarebbe stato infine condannato a morte e fatto giustiziare dai questori. Qualcosa di simile toccò al ricco mercante plebeo Spurio Melio nel 439: dopo che si era procurato numerosi consensi tra i Romani, con laute elargizioni di grano, fu ucciso dal magister equitum Gaio Servilio Ahala, per ordine del Senato. Perfino a un patrizio viene attribuita un’alleanza, poco consona al suo rango, con i plebei: a Marco Manlio Capitolino, il console dell’anno 392, nonché salvatore del Campidoglio contro i Galli. Si dice infatti che egli accusò l’eccessiva avidità dei compagni del suo stesso ordine, con il proprio denaro evitò a molti plebei la servitù per debiti e, insomma, fece causa comune con i Romani meno abbienti. Ciononostante, nel 384, per le sue ambizioni dispotiche fu condannato a morte dall’assemblea popolare e precipitato dalla rupe Tarpea.

Guerrieri senoni (dettaglio). Rilievo, terracotta policroma, II sec. a.C. dal fregio del tempio di Civitalba. Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

Anche se tutte queste narrazioni di leggi agrarie, distribuzioni di grano e lotta all’indebitamento sono incentrate su progetti che furono al centro dell’azione dei grandi populres della tarda repubblica, e appaiono perciò anacronistiche, non ci sono dubbi sulla storicità dei tentativi, compiuti nel V secolo da alcuni singoli aristocratici romani, di acquisire un vantaggio, nella lotta per il potere con i loro compagni di ceto, alleandosi con i cittadini romani meno abbienti, se non addirittura di accentrare tutto il potere nelle proprie mani. I patrizi si premunirono di fronte a tale minaccia, cercando di limitare la possibilità di accesso al potere a quelle stirpi nobiliari che possedevano sufficienti proprietà, cariche sacerdotali e un seguito tra i cittadini tale da potersi misurare nella competizione alle magistrature. Questi nobili, infatti, non avevano certo bisogno di cercarsi nuovi accoliti facendosi paladini delle esigenze sociali ed economiche degli strati più poveri della comunità. Si poteva ben temere, invece, una defezione dalla solidarietà di ceto proprio da parte di coloro che ambivano alla scalata verso l’élite di potere, e che non avevano però a disposizione tante risorse. A tenere distanti simili parvenus era diretta la chiusura a riccio delle stirpi patrizie, e formare un ceto a parte; essa va quindi intesa come una reazione all’acuirsi della competizione interna tra gli aristocratici nei primi decenni della repubblica. La forte diminuzione del numero delle gentes (famiglie nobiliari), che riuscivano ad accedere alle supreme magistrature, rilevabile soltanto verso la fine del V secolo, indica che, a quel punto, questo processo di esclusione era ormai compiuto. Quindi, non sarebbe da ritenersi puramente frutto del caso, nella tradizione, se nelle parti a noi pervenute della legge delle dodici tavole, del 451, non troviamo né il concetto di patricius né quello di plebs.

Proprio come la cerchia dei patrizi non si poteva affatto considerare chiusa prima della metà del V secolo, così non si possono intendere i plebei degli inizi dell’età repubblicana meramente come il grande resto dei non patrizi, seguendo il punto di vista polarizzante della tradizione più tarda. Presumibilmente, i clienti dei patroni patrizi, originariamente, non erano annoverati tra i plebei. Non pochi agricoltori romani si trovavano in una simile duratura dipendenza, economica e giuridica, da un aristocratico. La relazione tra cliente e patrono fu descritta, nel caso ideale, come un rapporto di fedeltà, fides, destinato a durare per tutta la vita, nel quale entravano automaticamente, rispetto al patronus, anche i servi liberati. In cambio dell’aiuto economico in caso di cattivo raccolto, o del sostegno in giudizio da parte del patrono, il cliente, dal canto suo, doveva partecipare alle spese che il patrono doveva affrontare per la dote delle proprie figlie, a quelle dovute a multe pecuniarie e a quelle che gli potevano essere necessarie per accedere a cariche pubbliche. Gli artigiani e i mercanti, i recenti immigrati e i vecchi clienti dell’ultimo re verosimilmente non erano integrati in queste strutture. Questi gruppi così eterogenei potrebbero quindi aver formato il nucleo originario dei plebei.

Scena pastorale. Bassorilievo, pietra locale, I sec. a.C. CIL IX 3128 ([- – – ho]mines ego moneo niquei diffidat [- – -]), da Sulmona. L’Aquila, Museo Civico.
I plebei si vedono in azione per la prima volta, nelle loro strutture e nei loro obiettivi, nel 494: minacciati dalla servitù per debiti, i soldati plebei dell’esercito romano che erano stati vittoriosi nella lotta contro i popoli vicini si ammutinarono e si recarono sul Monte Sacro (Mons Sacer), cinque chilometri a nord della città, presso il fiume Aniene (Anio), dove rimasero finché non venne presso concordato un compromesso con i patrizi. Secondo tale accordo, i plebei dovevano eleggere ogni anno due tribuni della plebe, tribuni plebis, ai quali era consentito difendere i plebei, all’interno del pomerio, dagli altri magistrati. I plebei giurarono allora una legge (Lex sacrata) per cui chiunque avesse impedito fattivamente a uno dei tribuni della plebe l’esercizio delle sue funzioni di difesa doveva essere considerato sacer, cioè «consacrato agli dèi», e perciò poteva essere ucciso senza incorrere in alcuna pena. Una simile comunità giurata, quale si trova, come istituto militare, anche tra i vicini popoli dei Volsci e dei Sanniti, era necessaria per procurare alla nuova carica, i cui titolari potevano essere eletti soltanto dalla parte plebea della comunità cittadina di Roma, la necessaria autorità nei confronti dei magistrati patrizi.

Tutte le principali rivendicazioni che i plebei avanzarono lungo due secoli paiono concentrarsi nel momento di questa cosiddetta prima secessione. Già la sua datazione al 494, però, appare dubbia; infatti, la tarda tradizione in tal modo fa esplodere il conflitto tra gli ordini in tutta la sua violenza nello stesso anno in cui per la giovane costituzione repubblicana di Roma il pericolo era cessato per la morte di Tarquinio il Superbo, in esilio a Cuma. Inoltre, questa prima uscita in campo della plebe pare sincronizzata a bella posta con il 493, la data, verosimilmente autentica, della fondazione del tempio di Libero, Libera e Cerere sull’Aventino, considerato come il santuario tipico dei plebei, e con l’istituzione della magistratura plebea degli edili, il cui titolo deriva da aedes, tempio, e che perciò in origine potrebbero essere stati i suoi custodi.

Demetra. Statua, terracotta, II-I sec. a.C. da Ariccia. Roma, Museo Nazionale.

La prima secessione della plebe, per quanto concerne la richiesta di riduzione dei debiti, pare evidentemente modellata sull’ultima, del 287, per la quale il motivo fu realmente questo. Infatti, stranamente i tribuni della plebe, di nuova istituzione, secondo le indicazioni della legge delle dodici tavole, non avevano ancora la possibilità di proteggere i debitori dalla servitù. È inoltre accertato per la prima metà del V secolo un forte crollo economico, e quindi proprio i Romani più poveri potrebbero essere stati maggiormente colpiti da spietate richieste di riscossione dei crediti.

Anche il mezzo impiegato dai plebei, un ammutinamento, pare poco verosimile. In primo luogo, una misura simile non avrebbe comportato pericoli solo se i Romani avessero condotto una campagna di guerra a grande distanza dalla metropoli, come accadde al più presto verso l’inizio del III secolo. In secondo luogo, un ammutinamento avrebbe avuto possibilità di successo solo se i plebei a quell’epoca avessero fornito una parte considerevole degli opliti delle truppe di Roma. Ma la distinzione tra il populus, nel senso di «popolo in armi, esercito», in cui certamente nel V secolo gli opliti erano forniti, tra gli agricoltori, dai grandi o medi proprietari, e la plebs (dal latino plere, «riempire, colmare») indica che i plebei originariamente non potevano servire con armi pesanti, perché non erano in grado di procurarsi i costosi armamenti necessari (elmo, corazza, schinieri, scudo, spada, giavellotto), ma soltanto come frombolieri, armati perciò in modo leggero.

Guerriero ferito (dettaglio). Statua frontonale, terracotta, V sec. a.C. dal Tempio di Sassi Caduti. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Tanto la rigida delimitazione dell’ambito di competenza dei tribuni della plebe esclusivamente a Roma, all’interno del pomerium, quanto la probabile derivazione del termine tecnico tribunus dalle quattro tribus urbane indicano un’origine puramente civile della carica. Nel 471 il numero dei tribuni della plebe dovette poi, secondo la tradizione, salire a quattro, e, cosa ancora più importante, la loro elezione, e quella degli edili plebei, fu assegnata per legge ai concilia plebis. I plebei in questa assemblea, riservata esclusivamente a loro, erano ordinati per tribù: cioè gli appartenenti ai ventuno distretti abitativi dell’epoca (alle quattro antiche tribù urbane e alle diciassette tribù rustiche) per prima cosa decidevano all’interno della propria tribù quali magistrati eleggere, oppure sulle proposte di legge che venivano loro presentate. Decisiva poi era la maggioranza delle tribù, non la maggioranza del numero complessivo dei cittadini aventi diritto di voto. Come già per i comitia centuriata, anche qui nella votazione valeva il principio corporativo – tipicamente romano – e fondamentalmente diverso dal diritto di voto individuale caratteristico delle poleis greche. I concilia plebis potevano essere convocati soltanto dai tribuni della plebe o dagli edili plebei. Le loro decisioni non diventavano leggi (leges), ma venivano chiamati plebiscita, ed erano cogenti soltanto per i plebei, non per i patrizi.

Nella tradizione ci sono state conservate notizie sporadiche su un’assemblea ugualmente ordinata secondo le tribù, i comitia tributa, che sotto la guida dei pretori e più tardi dei consoli eleggevano i questori e gli edili curuli (costituiti nel 366), e votavano leggi (leges) cogenti per tutti i cittadini. Poiché, al contrario di quanto accade per i comitia centuriata e i concilia plebis, non abbiamo nessuna storia delle origini dei comitia tributa dell’intera cittadinanza romana, le loro grandi somiglianze con i concilia plebis (e, talvolta, perfino la loro confusione nelle fonti) indicano che nel corso del IV secolo i comitia tributa vennero identificati con questi.

Scena di assemblea. Bassorilievo, calcare, 50 d.C. c. dal sarcofago di Lusio Storace. Chieti, Museo Nazionale.

La rivendicazione, da parte plebea, volta a ottenere la parità di diritti politici rispetto ai patrizi nel governo della comunità, anch’essa tramandata dalla tradizione per questa prima fase del conflitto degli ordini, è certamente da ritenere anacronistica per il primo periodo repubblicano. Infatti, anche dopo la presunta prima secessione della plebe, i debiti continuarono a gravare, per nulla diminuiti, sui Romani più poveri, e i privilegi giuridici degli aristocratici continuarono a essere schiaccianti.

Per questi motivi, non stupisce che lo stadio successivo del conflitto degli ordini portasse alla formazione del decenvirato, con il compito di introdurre nuove leggi. A proposito di questa prima, ampia codificazione giuridica in ambito romano la tradizione letteraria offre estese narrazioni. Nel corso della loro contesa sull’uguaglianza giuridica per tutti i cittadini, nel 451 i patrizi e i plebei si sarebbero accordati per costituire un collegio di dieci uomini, formato soltanto da patrizi, sospendendo sia i magistrati supremi sia i tribuni della plebe. I decemviri, guidati da Appio Claudio Crasso Irregillense, fino a quel momento nemico della plebe, avrebbero allora redatto una serie di leggi sul modello di quelle ateniesi, che sarebbe stata incisa su dieci tavole di bronzo. Poiché, però, parvero necessarie due ulteriori tavole, sarebbe stato eletto un secondo decemvirato, nel quale lo stesso Appio Claudio, ora manifestamente ben disposto verso i plebei, avrebbe fatto eleggere soltanto questi ultimi. Sotto la sua guida, però, il secondo decemvirato sarebbe diventato presto una tirannia, pronta a perseguitare sanguinosamente i propri avversari: ma poiché i patrizi e i plebei, diffidando gli uni degli altri, non riuscirono a concordare un’azione comune contro i decemviri, questi sarebbero rimasti al potere per tutto l’anno in corso, come stabilito, finché l’indignazione generale per la violenza minacciata da Appio Claudio sulla plebea Virginia, alla quale il padre poté sottrarla soltanto uccidendola, avrebbe costretto infine i decemviri a dimettersi.

Scena di lettura del testamento davanti al magistrato. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. da un sarcofago.

Mentre sia il fatto che Appio Claudio, nel secondo mandato, venga stilizzato come tiranno, sia il suo preteso rovesciamento in seguito alla seconda secessione della plebe, nel 449, non sono probabilmente che parabole sul valore della solidarietà all’interno di una società, è assolutamente verosimile, dal punto di vista storico, l’attività legislatrice del primo collegio decemvirale. La stessa cosa vale per l’origine greca di parecchie disposizioni di legge, anche se si deve pensare ai Greci dell’Italia meridionale, come ad esempio Cuma, piuttosto che a Solone di Atene.

È da notare come i contenuti specifici delle dodici tavole non si trovino nelle narrazioni letterarie relative ai due decemvirati (a parte la significativa eccezione del presunto divieto di matrimonio tra patrizi e plebei), ma invece siano disseminati in notizie antiquarie. Anche se il loro latino arcaico è sempre stato modernizzato dalle varie fonti intermedie, non c’è motivo di dubitare dell’autenticità delle singole disposizioni, tanto più che esse venivano imparate a memoria dai bambini, in quanto costituirono fino all’età imperiale l’unico codice romano di diritto esistente. La legislazione delle dodici tavole rimase, fino alla tarda antichità, l’unico tentativo da parte dei Romani di regolare giuridicamente tutti i campi della vita; manifestamente, la rapida diminuzione dei conflitti tra i ceti dopo il 451 fece cessare il bisogno di una tale fissazione di principi.

Le prime due tavole erano dedicate alla procedura del processo civile (ad esempio, ai termini di tempo per la citazione in giudizio), la terza al diritto delle obbligazioni, che consentiva di tenere prigioniero il debitore moroso e perfino di venderlo come servo «al di là del Tevere». Questo dimostra l’antichità, almeno di quest’ultima disposizione, poiché il Tevere al più tardi dopo la conquista di Veio, avvenuta nel 396, non costituiva più il confine del territorio di Roma. La quarta e la quinta tavola avevano per oggetto il diritto di famiglia, tra l’altro prevedendo un diritto di successione per gli appartenenti a una stessa gens. La sesta e la settima regolavano il diritto sulle cose e sui beni immobili. L’ottava tavola determinava le pene per chi facesse incantesimi, per i ferimenti, gli incendi e i furti. La nona disponeva che sulla vita di un cittadino potesse decidere soltanto il maximus comitiatus (l’assemblea di tutto il popolo). La decima tavola limitava considerevolmente l’ostentazione di ricchezza e di lusso da parte dei nobili nelle cerimonie funebri e nelle sepolture. Mentre nella dodicesima l’argomento è il furto commesso da un servo e l’intervento del pretore su una ingiusta pretesa di possesso, il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei, attribuito all’undicesima tavola, è probabilmente una finzione degli annalisti, che doveva servire come dimostrazione (l’unica) della degenerazione del secondo decemvirato; perciò, gli stessi annalisti pensarono di far sparire questo divieto, dopo neppure cinque anni, per mezzo di un plebiscito molto spettacolare, inscenato dal tribuno della plebe del 445, Gaio Canuleio, pur se un plebiscito non potesse in nessun modo vincolare i patrizi. Inoltre, questo divieto di matrimonio costituirebbe l’unica testimonianza della divisione tra patrizi e plebei contenuta nelle dodici tavole. Furono invece rilevanti, sul piano giuridico, la distinzione sociale tra l’adsiduus, un proprietario di terreni agricoli per il quale poteva garantire soltanto un altro adsiduus, e il proletarius, il cittadino privo di terre, e quella tra cliens e patronus, il quale ultimo, nel caso in cui avesse ingannato il proprio cliens, sarebbe diventato sacer, esecrato e maledetto.

Corteo funebre. Bassorilievo, pietra calcarea, metà I sec. a.C. da S. Vittorino (Amiternum). L’Aquila, Museo Nazionale d’Abruzzo.

La legislazione delle dodici tavole, in quanto codificazione di un diritto tramandato fino a quel momento soltanto oralmente, costituì un grande passo verso la certezza del diritto e l’uguaglianza giuridica fra tutti i cittadini romani. Infatti, in tal modo potevano essere controllate le sentenze che prima i patrizi emettevano nella loro funzione sacerdotale. Quanto invece dalla legislazione delle dodici tavole venissero fissati i privilegi dei patrizi non è ancora chiaro. È molto evidente, piuttosto, il rafforzamento della gerarchia economica, perché i cittadini ricchi vennero chiaramente favoriti. Mentre le dodici tavole rappresentano una nitida istantanea a colori della società romana verso la metà del V secolo, l’evoluzione sociale di Roma fino all’inizio del IV secolo è ricostruibile soltanto in modo molto vago. Secondo la tradizione, l’indebitamento rimase un problema sempre irrisolto.

L’aumento a dieci, successivamente al decemvirato, del numero dei tribuni della plebe, come difesa contro gli abusi dei patrizi, aveva creato per un numero considerevole di plebei ambiziosi e benestanti un nuovo campo d’azione in cui proporsi come difensori dei propri compagni di ceto. Il tribunato della plebe, con la sua inviolabilità, che ogni plebeo era tenuto a difendere, costituiva il punto focale della solidarietà della plebe, che intendeva se stessa come una comunità giurata. In tal modo, con il tempo si formò uno strato di plebei che, basandosi sul sostegno sociale acquisito, durante il periodo in cui avevano rivestito la carica di tribuno, o anche di edile plebeo, e sull’esperienza maturata nel rappresentare gli interessi politici del proprio ceto, iniziò, al di sopra di questo compito puramente difensivo, a pretendere di configurare la politica cittadina nel suo complesso. Poiché i plebei costituivano inoltre senza dubbio la maggioranza degli ufficiali della legione eletti dall’assemblea popolare, i tribuni militum, con il tempo inevitabilmente dovette espandersi la rivendicazione, da parte della plebe, dell’accesso anche alle magistrature regolari. E, a questo punto, la chiusura della cerchia delle famiglie patrizie, che va collocata proprio nella seconda metà del V secolo, fu soltanto una conseguenza, destinata evidentemente ad avere un certo successo. Comunque, nel collegio dei questori, che dal 421 era formato da quattro componenti, per il 409 sono attestati per la prima volta dei plebei, anzi addirittura tre.