Vespasiano

Tito Flavio Vespasiano fu acclamato imperatore nel luglio del 69. Uno dei suoi primi atti ufficiali, una volta insediatosi in Roma e dopo aver lasciato al figlio maggiore Tito il compito di gestire la rivolta giudaica, fu di ridurre il numero delle coorti pretorie da sedici a nove. La prima preoccupazione del nuovo princeps fu quella di ridimensionale l’ingerenza dei militari nella vita politica dello Stato, impendendo, in sostanza, che si ripresentasse quella stessa situazione che lo aveva portato al potere. Vespasiano non dimenticò mai, tuttavia, il debito che aveva nei confronti delle legioni di Syria, Aegyptus e Moesia, tra le prime a prestargli giuramento, tant’è che per festeggiare la propria ascesa all’impero, egli scelse il giorno in cui era stato acclamato dai soldati, piuttosto che quello della ratifica del Senato. Da parte loro, i militari vedevano nel nuovo principe uno di loro, un homo novus, di origini non nobili, che aveva saputo elevarsi proprio grazie alla sua abilità guerresca.

Un altro problema che Vespasiano volle dirimere il prima possibile fu quello dei disordini scoppiati ai confini dell’Impero, soprattutto sul Reno. Qui doveva essere ancora sedata la ribellione provocata tra i Batavi da Giulio Civile, insurrezione che si era estesa a macchia d’olio, creando un effimero governo “separatista” nelle Galliae. Vespasiano inviò otto legioni, al comando di Petilio Ceriale e Giulio Sabino, che in poco tempo, verso la fine del 70, ebbero ragione dei rivoltosi e riportarono la situazione alla normalità. Nel frattempo, nel settembre dello stesso anno, il giovane Tito poneva fine alla rivolta giudaica con la presa di Gerusalemme. Ristabilita la pace e sedate le sollevazioni nelle province, era ora necessario dare stabilità a un Impero scosso dalla guerra civile del longus et unus annus (Tac. Dial. 17, 3).

T. Flavio Vespasiano. Busto, marmo bianco, c. 70, da Napoli. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Per quanto concerne la politica interna, era evidente che proprio le origini dell’imperatore, che lo rendevano caro agli eserciti, potesse costituire un problema per l’ordine senatorio. Anche i più conservatori e intransigenti tra gli esponenti dell’alto consesso si erano ormai adeguati alla “necessità” del principato; ma, in fin dei conti, il princeps era pur sempre stato un rampollo di una delle più antiche e gloriose genti patrizie: un Giulio o un Claudio.

Era necessario, dunque, per Vespasiano giustificare il proprio potere, consolidarlo e garantirne la continuità. Richiamandosi ai suoi più autorevoli predecessori, già alla fine del 69 l’imperatore aveva promulgato un documento importantissimo, noto come lex de imperio Vespasiani (ILS 244): il rescritto, sancito da un Senatus consultum e ratificato pro forma dalle assemblee comitali, stabiliva una serie di prerogative, diritti e doveri del principe nei confronti della res publica, come la facoltà di convocare il Senato, di non essere vincolato a leggi e plebisciti, di intervenire nell’elezione dei magistrati. Più che di una nuova definizione “costituzionale” dei poteri dell’imperatore, si trattava probabilmente di una pubblicazione sistematica di quelli già esercitati dai predecessori.

Inoltre, nel 71, Vespasiano si associò nell’impero il figlio maggiore Tito, conferendogli la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare. Facendo questo, l’imperatore sabino intendeva richiamarsi direttamente ad Augusto, assumendolo a modello della propria propaganda. Nei coni monetali, che facevano il giro dell’Impero, per esempio, venivano ripetuti, in forme lievemente diverse, i rassicuranti simboli del potere augusteo: Aeternitas, Salus, Victoria. Accanto a queste astrazioni personificate, che restituivano alla gente fiducia nella stabilità del governo e nel benessere dello Stato, primeggiava soprattutto un’altra, che costituì la chiave di volta di tutta l’ideologia flavia: la Pace. Rappresentata come una figura muliebre con cornucopia e ramo d’ulivo, la Pax Augusti fu diffusa su ogni mezzo comunicativo. Non solo sulle monete, quindi, ma in suo onore fu progettato ed edificato il nuovo Foro, limitrofo a quello di Augusto. Inoltre, l’accorta politica di Vespasiano portò a una “rinascita” augustea anche nella letteratura, nelle arti e negli studi liberali. I poeti che gravitavano intorno alla corte flavia, in particolare Publio Papinio Stazio, trovarono in Virgilio il modello ideale dell’indimenticata età dell’oro della cultura romana.

T. Flavio Vespasiano. Dupondius, Roma c. 71. Æ 12, 81 g. Verso: Felicitas – publica – S(enatus) c(onsulto). La dea Felicitas stante, voltata a sinistra, con caduceo e cornucopia.

Per garantire alla gens Flavia il prestigio di cui era priva, Vespasiano rivestì il consolato quasi ininterrottamente, spesso insieme ai figli Tito e Domiziano. Sempre a Tito, con un’abile mossa politica, l’imperatore affidò anche l’incarico di prefetto del pretorio, da una parte per assicurarsi l’incolumità e dall’altra per inorgoglire e avvicinare i membri della classe equestre. Attraverso l’istituto della censura, che tenne insieme al figlio maggiore nel 73, Vespasiano poté anche intervenire nella composizione del venerando consesso, espellendone i senatori più scomodi e introducendo nuovi patres conscripti, esponenti delle aristocrazie provinciali d’Occidente.

Proprio nel campo dell’amministrazione delle province, Vespasiano dimostrò grande interesse e particolare attenzione. Molte delle opere pubbliche e delle infrastrutture commissionate e le nuove riorganizzazioni amministrative da lui intraprese avevano certamente scopi economici e fiscali, ma, di fatto, le iniziative del principe impressero un nuovo, fondamentale impulso allo sviluppo di quei territori. La massiccia concessione dello ius Latii o della Romana civitas e l’istituzione di numerosi municipia Flavia, soprattutto nelle Hispaniae, accelerarono il processo di romanizzazione del Paese e la formazione di un’alta aristocrazia locale, che col tempo avrebbe affiancato e poi soppiantato quella italica. Diversamente, le province orientali non godettero della medesima benevolenza: in particolare, l’Achaia, che Nerone aveva gratificato concedendo l’immunitas, fu reintegrata pienamente nel regime fiscale dell’Impero. In Cappadocia e Syria Vespasiano ordinò la costruzione di nuove fortezze legionarie e altre infrastrutture militari, concepite a scopi offensivi più che difensivi.

Nonostante l’epurazione, la destituzione e la sostituzione di alcuni eminenti personaggi dal Senato, è emblematico del mutare dei tempi che Vespasiano non sia stato rappresentato come un acerrimo nemico o un persecutore dell’oligarchia. L’opposizione a lui si limitò, a quanto sembra, ad alcuni circoli filosofici. L’unico complotto di un certo rilievo che sia stata tramandata fu quella che portò alla rovina Elvidio Prisco, genero di Trasea Peto, uno dei “martiri” dell’opposizione a Nerone.

Per cancellare le testimonianze della megalomane attività edilizia di quest’ultimo, Vespasiano si preoccupò di restituire al godimento pubblico molte aree di Roma, ampliando il pomerium e dando inizio alla costruzione dell’Amphitheatrum Flavium. Anche in altre città d’Italia e delle province l’imperatore incoraggiò in tutti i modi l’edilizia pubblica.

La morte lo colse nella nativa Sabina il 24 giugno del 79, quando era ancora impegnato negli affari di Stato.

Lawrence Alma-Tadema, Il trionfo di Tito. Olio su tela, 1885.

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Bibliografia minima:

F. Coarelli (ed.), Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi. Catalogo della mostra (Roma, 27 marzo-10 gennaio 2010), Milano 2010.

B. Levick, Vespasian, London-New York 1999.

S. Pfeiffer, Die Zeit der Flavier: Vespasian – Titus – Domitian, Darmstadt 2009.

L’uomo vitruviano (Vitr. III 1, 1-4)

da A. BALESTRA et al. (eds.), In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, pp. 220-222.

All’inizio del III libro del De architectura, che apre la sezione dedicata all’architettura templare (la più nobile fra le forme di quest’arte) Vitruvio premette una riflessione sulla simmetria, osservando che gli antichi hanno fatto bene a impostare la progettazione dei templi su sistemi modulari, in quanto l’ordine cosmico risponde a criteri di simmetria che possono essere espressi con proporzioni numeriche. Il corpo umano, per esempio, ha proporzioni tanto perfette che può essere inscritto in un cerchio e in un quadrato.

 

[1, 1] Aedium compositio constat ex symmetria, cuius rationem diligentissime architecti tenere debent. ea autem paritur a proportione, quae graece ἀναλογία dicitur. Proportio est ratae partis membrorum in omni opere totiusque commodulatio, ex qua ratio efficitur symmetriarum. namque non potest aedis ulla sine symmetria atque proportione rationem habere compositionis, nisi uti hominis bene figurati membrorum habuerit exactam rationem. [2] corpus enim hominis ita natura composuit, uti os capitis a mento ad frontem summam et radices imas capilli esset decimae partis, item manus pansa ab articulo ad extremum medium digitum tantundem, caput a mento ad summum uerticem octauae, cum ceruicibus imis ab summo pectore ad imas radices capillorum sextae, ‹a medio pectore› ad summum uerticem quartae. ipsius autem oris altitudinis tertia est pars ab imo mento ad imas nares, nasum ab imis naribus ad finem mediûm superciliorum tantundem, ab ea fine ad imas radices capilli frons efficitur item tertiae partis. pes uero altitudinis corporis sextae, cubitum quartae, pectus item quartae. reliqua quoque membra suas habent commensus proportiones, quibus etiam antiqui pictores et statuarii nobiles usi magnas et infinitas laudes sunt adsecuti. [3] similiter uero sacrarum aedium membra ad uniuersam totius magnitudinis summam ex partibus singulis conuenientissimum debent habere commensus responsum. item corporis centrum medium naturaliter est umbilicus. namque si homo conlocatus fuerit supinus manibus et pedibus pansis circinique conlocatum centrum in umbilico eius, circumagendo rotundationem utrarumque manuum et pedum digiti linea tangentur. non minus quemadmodum schema rotundationis in corpore efficitur, item quadrata designatio in eo inuenietur. nam si a pedibus imis ad summum caput mensum erit eaque mensura relata fuerit ad manus pansas, inuenietur eadem latitudo uti altitudo, quemadmodum areae, quae ad normam sunt quadratae. [4] ergo si ita natura composuit corpus hominis, uti proportionibus membra ad summam figurationem eius respondeant, cum causa constituisse uidentur antiqui, ut etiam in operum perfectionibus singulorum membrorum ad uniuersam figurae speciem habeant commensus exactionem. igitur cum in omnibus operibus ordines traderent, maxime in aedibus deorum, ‹quod eorum› operum et laudes et culpae aeternae solent permanere.

 

Costruzione di un edificio sepolcrale, gru e apoteosi della defunta. Rilievo, marmo, inizio II sec. a.C. dalla Tomba degli Haterii su via Labicana (Roma). Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Gregoriano Profano.

 

[1, 1] La composizione dei templi risulta dalla “simmetria”, e gli architetti devono osservare in modo estremamente scrupoloso i suoi principi. Ed essa nasce dalla proporzione, che in greco è detta analoghìa[1]. La proporzione è la commensurabilità sulla base di un’unità determinata delle membrature di ogni impianto e in tutta quanta tale opera, con cui viene tradotto in atto il criterio delle relazioni modulari. E infatti non può alcun tempio avere della composizione senza “simmetria” e proporzione, se non l’ha avuto aderente al principio razionale precisamente definito proprio dalle membra di un uomo dalla bella forma[2] [2] Poiché il corpo dell’uomo è così composto per natura, che nella testa il volto dal mento alla sommità della fronte e all’attaccatura inferiore dei capelli costituisce la decima parte[3], così pure il palmo della mano dal polso all’estremità del dito medio altrettanto, la testa dal mento alla sommità del cranio l’ottava, dalla sommità del petto con la parte più bassa del collo alle radici inferiori dei capelli la sesta, dal petto alla sommità del capo la quarta. E dalla stessa altezza del volto la parte dal limite inferiore del mento a quello delle narici è la terza, il naso dal limite inferiore delle narici al tratto intermedio della linea delle sopracciglia altrettanto. Da tale linea all’inizio inferiore della chioma la fronte è resa pure la terza parte. E il piede è la sesta parte dell’altezza del corpo, il cubito[4] la quarta, il petto pure la quarta. Anche le altre membra hanno le loro proporzioni reciprocamente commensurabili, valorizzando le quali pure rinomati antichi pittori e statuari conseguirono lodi grandi e illimitate. [3] E allo stesso modo le membrature dei sacri templi devono essere assai convenientemente rispondenti per commensurabilità alla somma totale di tutta quanta la grandezza risultante dalle singole parti. Parimenti il centro in mezzo al corpo per natura è l’ombelico. E, infatti, se un uomo fosse collocato supino con le mani e i piedi distesi e il centro del compasso fosse puntato nel suo ombelico[5], descrivendo una circonferenza, le dita di entrambe le mani e dei piedi sarebbero toccate dalla linea. Analogamente come la forma della circonferenza viene istituita nel corpo, così si rinviene in esso il disegno di un quadrato. Infatti, se si misura dalle piante dei piedi alla sommità del capo e tale misura è riferita alle mani distese, si trova che pure la larghezza è come l’altezza, come le aree che sono quadrate regolari[6]. [4] Pertanto, se così la natura compose il corpo umano, che nelle proporzioni le membra rispondono alla figura generale, sembra che gli antichi con ragione abbiano disposto che anche nella realizzazione di impianti questi presentino la perfezione della “simmetria” delle singole membrature rispetto alla configurazione complessiva della figura. Pertanto, come trasmisero le regole di tutte le opere, lo fecero anche e soprattutto nell’ambito dei templi degli dèi, costruzioni delle quali sia le lodi sia le colpe sogliono permanere in eterno.

 

Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano. Penna e inchiostro su carta, 1490 c. Venezia, Gallerie dell’Accademia.

 

Da questo passo emerge con chiarezza la convinzione, presente in tutta la cultura greca, che la bellezza sia strettamente connessa con una serie di esatte proporzioni numeriche. In particolare l’affermazione di III 1, 3, in base alla quale ogni singola parte deve avere una relazione di proporzione con l’insieme e che il centro dell’edificio (l’umbilicus) rappresenti il punto di convergenza di ciascun elemento dell’insieme, ad alcuni interpreti ha fatto pensare che qui Vitruvio abbia voluto richiamare la tendenza dell’architettura greca, in particolare di età periclea, a far gravitare lo spazio architettonico attorno a centri nevralgici nodali, grazie all’uso di moduli prestabiliti (si pensi, per esempio, al Partenone secondo il progetto di Ictino, che in molte parti rivela l’impiego del modulo del rettangolo aureo). Tale punto focale dello spazio architettonico può essere messo in relazione con il concetto di καιρός, «giusta misura», che nella cultura greca ha anche il significato pregnante di «momento giusto», ossia tempo adatto per intraprendere un’azione positiva e feconda. Il καιρός personificato, l’Occasione, era ritenuto una vera e propria divinità e, non a caso, il grande scultore Lisippo dedicò a questo dio una statua rimasta celebre per l’esattezza delle sue proporzioni.

 

Rappresentazione dello schema delle proporzioni (sezione aurea = 1.1,618) sul Doriforo di Policleto (Di Dio, Macaluso, Rizzolatti, 2007).

 

La possibilità di inserire la figura umana nel quadrato, oltre che nel cerchio, è una teoria di ascendenza pitagorica ripresa anche nell’ambito della scuola peripatetica: si tratta di una teoria particolarmente interessante perché permette all’architetto di fondare le proprie proporzioni su numeri razionali, dato che invece le misure inerenti alla circonferenza portano a numeri irrazionali. In ciò, dunque, si avverte l’eco del dibattito circa la possibilità di teorizzare una “quadratura” del cerchio, ossia di costruire un quadrato che abbia la medesima area di un cerchio dato. In un certo senso, inscrivere la figura umana nel cerchio significa sottolinearne l’irrazionalità, o meglio l’irriducibilità a proporzioni rigorosamente razionali, mentre inscriverla in un quadrato vale l’opposto.

 

Rappresentazione della sezione aurea applicata al Partenone.

 

Vitruvio adombra per l’architetto una funzione alta e importante, in quanto egli è chiamato in un certo senso a creare nel tempio un edificio che riproduca le proporzioni che regolano l’armonia dell’universo, e di cui l’uomo è espressione suprema. L’architettura come arte in sé ne risulta assai nobilitata, poiché ha una funzione di mimesi rispetto alla natura, riproducendone le perfette proporzioni. In questo senso come arte si pone sullo stesso piano della scultura e della pittura, che per vocazione sono mimesi della natura. Vitruvio, infatti, sottolinea che gli antichi maestri, che hanno rispettato le esatte proporzioni nella raffigurazione del corpo umano, hanno ottenuto la massima lode: Reliquia quoque membra suas habent commensus proportiones, quibus etiam antiqui pictores et statuarii nobiles usi magnas et infinitas laudes sunt adsecuti (III 1, 2).

 

Ictino, Callicrate e Fidia, Partenone. Tempio octastilo, periptero di ordine dorico, 447-438 a.C. Fronte occidentale e lato settentrionale. Atene, Acropoli.

 

Oltre a ciò, l’architettura, pur rimanendo una ars, in quanto arte mimetica, può essere accostata alla poesia, che era in genere ritenuta come l’espressione più nobile delle facoltà dell’ingegno dell’uomo (tanto che a essa è lecito che si dedichino anche gli uomini liberi). L’architetto, quindi, è dedito a un’attività nobile, come Vitruvio specifica con cura nella prefazione all’intera opera, e non necessita solo di conoscenze tecniche, ma ha bisogno di un sapere completo, che si fondi anche sulla filosofia, sulla storia e sulla letteratura, in maniera simile al perfetto oratore delineato da Cicerone.

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Note al testo latino:

[1] Il termine è usato da Platone e dai matematici greci per indicare un sistema numerico nel quale siano ravvisabili relazioni ricorrenti. I retori, successivamente, impiegarono la stessa parola per esprimere la tendenza di un sistema linguistico a sottostare a leggi costanti.

[2] La concezione in base alla quale la simmetria sia fondamento dell’armonia e della bellezza ha probabilmente avuto origine nella scuola pitagorica; fu tuttavia affermato con chiarezza da Policleto, alla metà del V secolo a.C., non solo mediante le sue opere, ma anche attraverso il suo trattato sul Canone.

[3] Le misure riferite da Vitruvio risalgono innanzitutto a Policleto, di cui il Doriforo esprime le concezioni artistiche, ma ci sono influenze anche di trattatisti e artisti successivi.

[4] Letteralmente significa “gomito”, quindi indica l’intero avambraccio: è un’unità di misura greca del valore di 45 cm circa.

[5] La concezione in base alla quale l’ombelico sia il centro del corpo è assai diffusa nella cultura greca fin dalle sue origini, così come l’abitudine di avvalersi dello stesso termine per indicare il centro di qualsiasi entità spaziale: nel tempio di Apollo a Delfi, per esempio, era conservata una pietra ritenuta l’ombelico (cioè il centro) del mondo.

[6] La convinzione che il cerchio e il quadrato siano figure perfette è di origine pitagorica.

La formazione dell’architetto (Vitr. I 1-3; 11-13; cfr. L.B. Alberti, De re aed. praef. 1-5)

in PIAZZI F., GIORDANO RAMPIONI A., Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 558-563.

[1] Architecti est scientia pluribus disciplinis et uariis eruditionibus ornata[1], cuius iudicio probantur omnia quae ab ceteris artibus perficiuntur. opera ea nascitur ex fabrica et ratiocinatione[2]. fabrica est continuata ac trita usus meditatio[3], quae manibus perficit[ur] e materia cuiuscumque generis opus [est] ad propositum deformationis[4]. ratiocinatio autem est, quae res fabricatas sollertiae ac rationis proportione demonstrare atque explicare potest[5]. [2] itaque architecti, qui sine litteris[6] contenderant, ut manibus essent exercitati, non potuerunt efficere, ut haberent pro laboribus auctoritatem[7]; qui autem ratiocinationibus et litteris solis confisi fuerunt, umbram non rem persecuti uidentur[8]. ac qui utrumque perdidicerunt, uti omnibus armis ornati citius cum auctoritate, quod fuit propositum, sunt adsecuti. [3] cum in omnibus enim rebus, tum maxime etiam in architectura haec duo insunt, quod significatur et quod significat[9]. significatur proposita res, de qua dicitur; hanc autem significat demonstratio rationibus doctrinarum explicata. quare uidetur utraque parte exercitatus esse debere, qui se architectum profiteatur. itaque eum etiam ingeniosum oportet esse et ad disciplinam docilem; neque enim ingenium sine disciplina aut disciplina sine ingenio perfectum artificem potest efficere. et ut litteratus sit, peritus graphidos[10], eruditus geometria, historias complures nouerit, philosophos diligenter audierit, musicam scierit, medicinae non sit ignarus, responsa iurisconsultorum nouerit, astrologiam caelique rationes cognitas habeat.

 

[1] Quella dell’architetto è una scienza che si accompagna a parecchie discipline e a diverse conoscenze, dal cui giudizio si approvano tutte le opere, che sono realizzate da altre arti. Tale attività nasce dall’attività pratica e dalla teoria. La pratica è un’ininterrotta e consueta abitudine all’esercizio, per cui con le mani si realizzano quelle cose in qualunque tipo di materiale sia necessario alla creazione di una forma artistica. Mentre la teoria è ciò che può dimostrare e spiegare in rapporto alla perizia e al progetto la costruzione. [2] Pertanto, gli architetti, che, senza preparazione culturale, si erano sforzati di raggiungere un’adeguata abilità manuale, non poterono conseguire un’autorità proporzionata alle proprie fatiche. Eppure, quelli che hanno confidato soltanto nei ragionamenti e nella preparazione culturale, sembrano aver cercato l’ombra, non la realtà. Ma coloro che le appresero entrambe (la teoria e la pratica), come armati di tutto punto, più rapidamente conseguirono il loro proposito con autorità. [3] Sia, infatti, in ogni ambito, sia soprattutto anche in architettura vi sono questi due aspetti: il significato e il significante. Il significato è il progetto di cui si parla, mentre il significante è la sua spiegazione espressa secondo ragione e scienza. Perciò, sembra opportuno che colui che voglia condurre la professione di architetto sia esercitato in entrambi i campi. Quindi, è opportuno che egli sia intelligente e ben disposto all’esperienza pratica. Né infatti l’ingegno senza apprendimento né l’apprendimento senza ingegno possono formare un artista. E affinché sia ben acculturato, esperto di disegno e preparato in geometria, conosca parecchi fatti storici, sia stato attento discepolo di filosofi, conosca la musica, non sia digiuno di medicina, abbia cognizione di diritto e abbia ben note le leggi dei fenomeni celesti.

Frontespizio de I dieci libri dell’architettura di M. Vitruvio, Tradotti & commentati da Mons. Daniel Barbaro eletto Patriarca d’Aquileia, da lui riueduti & ampliati; & hora in piu commoda forma ridotti, appresso Francesco de’Franceschi Senese et Giovanni Chrieger Alemano compagni, Venezia 1567 [link].
 

Il problema posto da Vitruvio non è certo nuovo, anzi risale al mondo greco dove già all’epoca dei Sofisti si discuteva se nella creazione poetica valesse maggiormente la natura e, quindi, l’ingenium, oppure l’ars, cioè lo studium. Ebbene, Vitruvio afferma che sono necessarie entrambe le componenti, come pochi anni prima aveva sostenuto Orazio a proposito dell’attività poetica, nell’Epistula ad Pisones il poeta dichiarava: ego nec studium sine diuite uena nec rude quid prosit uideo ingenium, ribadendo che ispirazione e tecnica devono per forza convivere.

 

[11] Cum ergo tanta haec disciplina sit, condecorata et abundans eruditionibus uariis ac pluribus[11], non puto posse ‹se› iuste repente profiteri architectos[12], nisi qui ab aetate puerili his gradibus disciplinarum scandendo scientia plerarumque litterarum et artium nutriti[13] peruenerint ad summum templum architecturae[14]. [12] at fortasse mirum uidebitur inperitis, hominis posse naturam tantum numerum doctrinarum perdiscere et memoria continere. cum autem animadverterint omnes disciplinas inter se coniunctionem rerum et communicationem habere, fieri posse faciliter credent; encyclios[15] enim disciplina uti corpus unum ex his membris est composita[16]. itaque qui a teneris aetatibus eruditionibus uariis instruuntur, omnibus litteris agnoscunt easdem notas communicationemque omnium disciplinarum[17], et ea re facilius omnia cognoscunt. ideoque de veteribus architectis Pytheos[18], qui Prieni aedem Mineruae nobiliter est architectatus, ait in suis commentariis architectum omnibus artibus et doctrinis plus oportere posse facere, quam qui singulas res suis industriis et exercitationibus ad summam claritatem perduxerunt. [13] id autem re non expeditur. non enim debet nec potest esse architectus grammaticus, uti fuerat Aristarchus[19], sed non agrammatus, nec musicus ut Aristoxenus[20], sed non amusos, nec pictor ut Apelles[21], sed graphidos non inperitus, nec plastes quemadmodum Myron[22] seu Polyclitus[23], sed rationis plasticae non ignarus, nec denuo medicus ut Hippocrates[24], sed non aniatrologetus, nec in ceteris doctrinis singulariter excellens, sed in îs non inperitus. non enim in tantis rerum uarietatibus elegantias singulares quisquam consequi potest, quod earum ratiocinationes cognoscere et percipere uix cadit in potestatem[25].

 

Rappresentazione della costruzione di una volta sulle arcate del Pont du Gard (in J.-P. Adam, La construction romaine [2011], p. 191, fig. 420).
 

[11] Dal momento che, dunque, questa disciplina è così vasta, abbondantemente ornata e ricca di molteplici e numerose conoscenze, ritengo che possano qualificarsi a buon diritto come architetti soltanto coloro che, salendo per gradi nell’apprendimento di queste discipline fin dalla fanciullezza, nutriti dalla conoscenza della maggior parte delle lettere e delle arti, siano pervenuti al tempio supremo dell’architettura. [12] Ma forse potrà sembrare stupefacente a coloro che non se ne intendono che la natura umana possa apprendere compiutamente e memorizzare una quantità così ampia di saperi. Quando, però, costoro si saranno resi conto che tutte le discipline hanno tra loro un rapporto assai stretto nei contenuti e connessioni reciproche, si convinceranno che possa facilmente realizzarsi: infatti, la cultura generale, come un solo corpo, è costituita da queste membra. E così coloro che sono istruiti fin dalla più tenera infanzia in vari campi del sapere, sanno riconoscere in tutti i settori della cultura le medesime caratteristiche e il legame che unisce tutte le discipline, e grazie a ciò apprendono più facilmente ogni cosa. E perciò tra gli architetti del passato Pitio, che progettò con grande maestria la costruzione del tempio di Minerva a Priene, nei suoi Commentarii afferma che l’architetto deve essere in grado di contribuire a tutte le arti e scienze rispetto a coloro i quali con la propria ingegnosità e l’esercizio fecero avanzare i singoli campi fino al massimo splendore. [13] Questo, però, non trova riscontro nella realtà. Infatti, non si può pretendere che l’architetto sia un grammatico del livello di Aristarco, ma neppure illetterato, né un musicologo come Aristosseno, ma neppure digiuno di musica, né un pittore come Apelle, ma neppure incompetente nel disegno, né uno scultore come Mirone o Policleto, ma neppure inesperto di arte plastica, né ancora un medico come Ippocrate, ma neppure analfabeta in fatto di medicina, né eccellere in tutte le altre scienze singolarmente considerate, ma neppure essere digiuno in esse. Infatti, in una così grande varietà di specializzazioni nessuno potrebbe conseguire per ognuna di esse risultati eccellenti, dal momento che è appena possibile coglierne e assimilarne i fondamenti teorici.

Disegno di un capitello corinzio proveniente dal Campo Vaccino (Roma), da Jacques-François Blondel, Cours d'architecture ou Traité de la décoration, distribution & construction des bâtiments, Paris 1773.
Disegno di un capitello corinzio proveniente dal Campo Vaccino (Roma), da Jacques-François Blondel, Cours d’architecture ou Traité de la décoration, distribution & construction des bâtiments, Paris 1773.

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Note al testo latino:

[1] In realtà, il participio ornata suggerisce un’idea di bellezza che nobilita il concetto di scientia: una traduzione più moderna e svelta potrebbe essere: “La scienza dell’architetto è interdisciplinare e arricchita da varie cognizioni”. Già dalla prima asserzione dell’autore si può constatare un atteggiamento tipico del mondo antico: il rifiuto del tecnicismo a vantaggio di una visione più ampia, complessa e completa del sapere. Disciplina ed eruditio sono due sinonimi: disciplina deriva da discere e designa sia l’attività dell’imparare sia l’oggetto dell’istruzione (dottrina, scienza, cultura); eruditio deriva da erudire e indica sia l’atto dell’insegnare sia l’oggetto di insegnamento (dottrina, scienza, cognizione).

[2] Fabrica e ratiocinatio sono due concetti in netta opposizione, indicanti due aspetti essenziali della disciplina.

[3] La parola meditatio è qui usata nel senso di “abituale esercizio preparatorio”.

[4] Anche materia e deformatio sono due termini fra loro in opposizione: chiaramente i concetti di “materia” e “forma” hanno origine dal pensiero platonico-aristotelico. Occorre inoltre tenere presente che deformatio, da deformare “foggiare, dipingere, disegnare”, significa “disegno, schizzo”. Propositum indica il progetto che veniva proposto, poi discusso e, infine, approvato.

[5] Da notare l’altissima frequenza di lessemi in –tio. I derivati in –tio sono deverbali, indicanti azioni (la loro frequenza è funzionale al pragmatismo nell’ambito scientifico-tecnico) normalmente di significato astratto, con evoluzione panromanza.

[6] Nel mondo antico la preparazione umanistica era fondamentale: i tecnici, quali potevano essere gli artisti in genere o anche i medici, non avevano lo stesso prestigio sociale di altre categorie professionali, proprio perché privi di litterae.

[7] Vitruvio informa in un altro luogo della sua opera di aver lavorato per le legioni di Cesare in qualità di magister fabrum nella realizzazione di macchine da guerra, ma il suo nome, come quello di tanti altri tecnici, non è certo menzionato nei commentarii del generale, in quanto i suoi incarichi non avevano alcun prestigio.

[8] Vitruvio dichiara apertamente che la teoria, da sola, per sé considerata, non può essere efficace: egli propone un nuovo approccio alle cose, un nuovo modello di sapere, un nuovo umanesimo tecnico-scientifico.

[9] Non è semplice l’interpretazione e la traduzione di questi due concetti: si può pensare sia all’oggetto e al metodo (secondo l’interpretazione di E. Romano), sia all’esame obiettivo delle forme di un’opera e allo studio delle specifiche funzioni dell’opera medesima (nella traduzione di E. Diletti).

[10] Graphidos è il genitivo del termine greco graphis, che indica lo strumento per disegnare, cioè la “matita”; ma qui indica il disegno stesso, per metonimia. Questa parola compare, eccettuati gli scrittori come Vitruvio e Plinio il Vecchio, soltanto in Plauto, in Gellio e in Apuleio.

[11] Lo stile qui utilizzato da Vitruvio è particolarmente enfatico; si ribadisce sostanzialmente il concetto già espresso nel primo paragrafo, con leggere varianti, ma soprattutto con l’aggiunta di un participio, condecorata, il cui valore è evidentemente connotativo.

[12] Nella prosa classica il verbo profiteri dovrebbe essere accompagnato dal complemento predicativo se.

[13] L’autore ribadisce il concetto, già espresso, che l’architetto debba ricevere una preparazione poliedrica.

[14] L’architettura è metaforicamente paragonata a un tempio, una vetta cui si arriva dopo un lungo studio.

[15] L’aggettivo encyclios in greco significa il complesso di quanto riguarda l’educazione, la formazione morale dell’individuo o anche il completo corso degli studi. Sarebbe improprio tradurre con l’aggettivo moderno, “enciclopedico”, poiché il concetto di sapere universale collegato alla parola “enciclopedia” è estraneo al mondo classico. Tuttavia, appare evidente che Vitruvio intende allargare il più possibile il campo conoscitivo dell’architettura: ancora una volta la lingua deve ricorrere al prestito del greco.

[16] Dopo una serie di sostantivi astratti Vitruvio usa un’immagine molto concreta per chiarire il concetto espresso.

[17] Il principio qui sostenuto da Vitruvio, quello della interdisciplinarietà delle scienze e dell’unità del sapere, è decisamente moderno.

[18] Pitio, famoso architetto fiorito intorno alla metà del IV secolo a.C., è considerato il primo e più illustre rappresentante dello stile tardo ionico in Asia Minore, al suo nome è legata la costruzione del Mausoleo di Alicarnasso, una delle sette meraviglie del mondo antico. A Vitruvio interessa qui citarlo come primo assertore della necessità di una cultura di ampio respiro per l’architetto.

[19] Aristarco di Samotracia (217-145 a.C. c.), noto grammatico, direttore della celebre Biblioteca di Alessandria e grande studioso di Omero.

[20] Aristosseno, discepolo di Aristotele, scrittore molto facondo, esperto di musica, scrisse gli Harmonica stoichéia, tre libri in cui presentava problemi di teoria musicale.

[21] Apelle, pittore del IV secolo a.C., molto apprezzato da Alessandro Magno. Probabilmente fu il maestro più seguito in epoca ellenistica.

[22] Mirone, celebre scultore della Beozia, vissuto nel V secolo a.C. La sua scultura più nota, che si conosce bene attraverso le copie che sono pervenute, è il Discobolo.

[23] Policleto di Sicione, poco più giovane di Mirone, ha legato il suo nome a statue celeberrime come il Doriforo e il Diadumeno. È il teorizzatore del canone proporzionale della statuaria.

[24] Ippocrate di Cos (460-377 a.C. c.), famosissimo medico, autore probabile del cosiddetto Corpsu Hippocraticum.

[25] Vitruvio afferma che non è così semplice per l’architetto dotarsi di una vasta cultura. Tuttavia, la linea di tendenza proposta dallo scrittore va in questa direzione, che, come abbiamo già osservato, rispondere a una esigenza particolarmente sentita nel mondo classico.

***

Il celebre architetto e umanista Leon Battista Alberti, nel suo De re aedificatoria, composto tra il 1443 e il 1452, non solo ripropone esattamente in dieci libri la struttura del testo di Vitruvio, ma fa sue anche le tesi che vi sono esposte. Promossa da Lorenzo il Magnifico e curata da Angelo Poliziano, la prima edizione a stampa del De re aedificatoria fu pubblicata a Firenze nel 1485. Si riporta, di seguito, la prefazione dell’opera, dove è evidente l’influsso di Vitruvio.

 

G. Benaglia, Ritratto di Leon Battista Alberti (1404-1472). Incisione, 1804, da Della pittura e della statua, ed. Società Tipografica de’ Classici Italiani (Milano).

 

[1] Multas et uarias artesque, ad uitam bene beateque agendam faciant, summa industria et diligentia conquisitas nobis maiores nostri tradidere. quae omnes et si ferant prae se quasi certatim huc tendere, ut plurimum generi hominum prosint, tamen habere innatum atque insitum eas intellegimus quippiam, quo singulae singulos praeceteris diuersosque polliceri fructus uideantur. Namque artes quidem alias necessitate sectamur; alias probamus utilitate; alias uero quod tantum circa res cognitis gratissimas uersentur in pretio sunt. quales autem haec sint artes non est ut prosequar, impromptu enim sunt; uerum si repetas ex omni maximarum artium numero nullam penitus inuenies quae non spretis reliquis suos quosdam et proprios fines petat et contempletur. aut si tandem comperias ullam, quae huiusmodi sit ut ea carere nullo pacto possis, tum et de se utlitatem uoluptati dignitateque coniunctam praestet, meo iudicio ab earum numero excludendam esse, non duces architecturam; namque ea quidem – siquidem rem diligentius pensitaris – et publice et priuatim commodissima et uehementer gratissima generi hominum est dignitateque inter primas non postrema.

[2] Sed, antequam ultra progrediar, explicandum mihi censeo, quemnam haberi uelim architectum. non enim tignarium adducam fabrum, quem tu summis caeterarum disciplinarum uiris compares: fabri enim manus architecto pro strumento est. architectum ego hunc fore constituam qui certa admirabilique ratione et uia, tum mente animoque diffinire, tum et opere absoluere didicerit quaecumque ex ponderum motu corporumque compactione et coaugmentatione dignissimis hominum usibus bellissime commodentur. quae ut possit comprehensione et cognitione opus est rerum optimarum […]. [3] Fuere qui dicerent aquam aut ignem praebuisse principia quibus effectum sit ut hominum coetus celebrarentur; nobis uero tecti parietisque utilitatem atque necessitatem spectantibus ad homines conciliandos atque una continendos maiorem in modum ualuisse nimirum persuadebitur. sed ne architecto quidem ea re solum debemus quod tuta optataque diffugia contra solis ardores, brumam pruinasque dederit (tam et si ipsum id haud quamque minimum beneficium est), quam quod multa inuenerit, priuatim et publice, procul dubio longe utilia et ad uitae usum iterum atque iterum accommodatissima.

[4] Quot familias honestissimas et nostra et aliae orbis urbes, temporum iniuria labefactatas, funditus amisisset, ni eos patrii lares, quasi in maiorum suorum gremio receptos, confouissent! Daedalum sua probarunt tempora uel maxime quod apud Selinuntios antrum aedificarit, ex quo, repens, lenisque uapor ita efflaret ac colligeretur, ut sudores grauissimos eliceret corporaque curaret summa cum uoluptate. quid alii quam multa istius modi excogitarunt quae ad bonam ualetudinem faciant: gestationes, natationes, thermas et huiusmodi. aut quid referam uehicula, pistrinas, horria et minuta haec, quae tamen in uita degenda plurimum momenti habent. quid aquarum copias ex intimis, reconditisque productas, usibusque tam uariis tamque expeditis expositas; quid trophea, delubra, fana, templa et eiusmodi, quae ad cultum religionis fructumque posteritatis adinuenit. quid demum quod abscissis rupibus, perfossis montibus, completis uallibus, coercitis lacu marique, expurgata palude, coedificatis nauibus, directis fluminibus, espeditis hostiis, constitutis pontibus portuque, non solum temporariis hominum commodis prouidit, uerum et aditus ad omnes orbis prouincias patefecit. ex quo effectum est ut fruges, aromata, gemmas rerumque peritias et cognitiones et quaecumque ad salutem et uitae commodum conferant homines hominibus mutuis officiis communicarint. [5] Adde his tormenta, machinas, arces et quae ad patriam libertatem, rem decusque ciuitatis, tuendam, augendamque, ad propagandum stabiliendumque imperium ualeant. equidem sic arbitror quos quot a uertere hominum memoria urbes obsidione sub aliorum imperium uenerint, si rogentur a quo debellatae subactaeque sint, non negaturas ab architecto.

 

 

[1] Molte e svariate arti, che contribuiscono a render felice la vita, furono dai nostri antenati indagate con grande accuratezza e impegno, e tramandate a noi. E benché tutte quasi a gara dimostrino di perseguire lo stesso fine, di giovare quanto più possibile all’umanità, non di meno risulta esservi in ciascuna di esse una caratteristica intrinseca e naturale, tale da indicare come propria una finalità particolare e diversa dalle altre. Talune arti, infatti, sono coltivate per la loro necessità; altre si raccomandano per i vantaggi che presentano; altre ancora si apprezzano soltanto perché riguardano argomenti piacevoli a conoscersi. Non occorre specificare di quali arti si tratti, perché sono note; ma se si tengono presenti le più importanti, non se ne troverà una sola che non si rivolga a certi suoi particolari scopi, escludendone tutti gli altri. O se pure qualcuna se ne trovasse, tale da non potersene in alcun modo far senza, e tale, al tempo stesso, da conciliare la convenienza pratica con la gradevolezza e il decoro, a mio giudizio in questa categoria è da includere l’architettura; giacché essa – se si medita attentamente in proposito – è quanto mai vantaggiosa alla comunità come al privato, particolarmente gradita all’uomo in genere e certamente tra le prime per importanza. [2] Ma, prima di procedere oltre, credo utile chiarire che cosa, secondo me, si debba intendere per architetto. Giacché non prenderò certo in considerazione un carpentiere, per paragonarlo ai più qualificati esponenti delle altre discipline: il lavoro del carpentiere infatti non è che strumentale rispetto a quello dell’architetto. Architetto chiamerò colui che con metodo sicuro e perfetto sappia progettare razionalmente e realizzare praticamente, attraverso lo spostamento dei pesi e mediante la riunione e la congiunzione dei corpi, opere che nel modo migliore si adattino ai più importanti bisogni dell’uomo. A tale fine gli è necessaria la padronanza delle più alte discipline. […] [3] È stato affermato da alcuni che furono l’acqua o il fuoco le cause originarie onde gli uomini si riunirono in comunità; ma noi, considerando quanto un tetto e delle pareti siano convenienti, anzi indispensabili, ci convinceremo che queste ultime cause ebbero indubbiamente maggiore efficacia a riunire e mantenere insieme degli esseri umani. All’architetto tuttavia dobbiamo riconoscenza non soltanto perché ci fornisce un accogliente e gradito riparo dagli ardori del sole e dal gelo dell’inverno (benché ciò costituisca non piccolo merito), ma anzitutto per i suoi innumerevoli ritrovati che riescono di indubbia utilità, sia privata che pubblica, e tali da rispondere ai bisogni della vita in frequenti occasioni. [4] Quante casate nobilissime, decadute per l’ingiuria del tempo, sarebbero scomparse dalla nostra città e da tante altre in tutto il mondo, se il focolare domestico non ne avesse mantenuti riuniti i superstiti, quasi accolti in grembo agli antenati! Dedalo fu altamente lodato dai contemporanei per aver costruito a Selinunte una grotta dove sgorgando si raccoglieva un vapore tiepido e sottile, che faceva sudare in modo gradevolissimo, sottoponendo i corpi a una piacevole cura. Molte opere del genere, utili alla salute, furono escogitate da altri: viali da passeggio, piscine, terme e simili. Si possono pure menzionare i mezzi di trasporto, i forni, gli orologi e altri minori ritrovati, che pure hanno grande importanza nella vita d’ogni giorno. E ancora, i mezzi per condurre in superficie le acque sotterranee, adibite ad usi tanto diversi e indispensabili; così pure i monumenti commemorativi, i santuari, i templi, i luoghi sacri in genere, creati dall’architetto a scopi religiosi o ad uso dei posteri. Infine, mediante il taglio delle rupi, il traforo delle montagne, il livellamento delle valli, il contenimento delle acque marine e lacustri, lo svuotamento delle paludi, la costruzione delle navi, la rettificazione del corso dei fiumi, lo scavo di sbocchi alle acque, la costruzione di ponti e di porti, egli non solo risolse problemi di opportunità temporanea, bensì aprì la strada verso ogni regione della terra. In tal modo i diversi popoli poterono scambievolmente rendersi partecipi di tutto quanto giovasse al miglioramento della salute e del tenore di vita: prodotti agricoli, profumi, pietre preziose, esperienze e nozioni. [5] Si aggiungano le armi da lancio, gli ordigni bellici, le fortezze, e tutti gli strumenti utili a conservare e a rafforzare la libertà della patria, patrimonio e vanto della comunità, e a estenderne e consolidarne i domini. È anzi mia opinione che, se si indaga da chi siano state sconfitte e costrette alla resa, fin dai tempi più antichi, tutte le città che in seguito ad assedio pervennero in mano del nemico, si vedrà che ciò si dovette all’opera dell’architetto.

Giorgio Vasari, Frontespizio del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti. Disegno a stampa, 1550.

 

Il sapere dell’architetto

Quando nel prologo del De re aedificatoria Leon Battista Alberti definisce l’attività dell’architetto come progettazione razionale e realizzazione pratica, e ne sottolinea la differenza rispetto al lavoro manuale del carpentiere, del faber tignarius, fa suo un pensiero espresso nel De architectura, e tanto più questa ripresa di formulazioni vitruviane appare significativa in quanto il rapporto di Alberti nei confronti del suo autorevole precedente classico è tutt’altro che di incondizionata ammirazione e di passiva acquiescenza a un’autorità. Ma pur con i limiti di disorganicità e di imprecisione scientifica che vengono imputati al suo ritratto, in questi anni intorno alla metà del Quattrocento, in cui si determina una svolta decisiva all’interno del dibattito sull’architettura, Vitruvio rappresentava soprattutto, per Alberti come per Brunelleschi, per Ghiberti, che ne parafrasa interi capitoli, come per Filarete, che dal suo trattato ricava interamente il programma di una formazione culturale enciclopedica, il primo assertore del carattere intellettuale dell’attività dell’architetto. L’abilità delle maestranze (i fabri) e il gusto dei committenti privati hanno certamente un peso ai fini del risultato complessivo, ma il merito principale della realizzazione spetta all’architetto, il quale si differenzia dal manovale, come da qualsiasi altro incompetente, per la sua capacità progettante, che gli permette di avere chiara in mente l’immagine dell’opera prima che questa sia compiuta […].

Stele votiva all’architetto Lucceius Peculiaris (CIL X 3821 = ILS 3662). Rilievo, calcare, seconda metà del II sec. d.C. da Capua. Capua, Museo Archeologico Provinciale.

 

Con l’affermazione della differenza tra fabri e architecti Vitruvio si qualifica a sua volta come l’erede di una tradizione di pensiero che, sviluppando spunti già contenuti in Platone e in Aristotele, i quali erano giunti a formulare la differenza fra ἀρχιτέκτονες («architetti») e χειροτέχναι («operai»), fra il lato architettonico-direttivo e quello esecutivo-pratico distinguibili in ogni attività tecnica, doveva aver trovato particolare diffusione nell’ambito della riflessione sulle τέχναι («arti») nella cultura ellenistico-romana. Continuatore di una esperienza ellenistica e anticipatore di una concezione umanistica della professione dell’architetto, Vitruvio si colloca all’incrocio fra tradizioni culturali-secolari e l’esigenza moderna di una autonomia della sfera intellettuale: questa rivendicazione è alla base dell’intero capitolo (De arch. 1, 1) dedicato alla formazione culturale dell’architetto. Fin dall’inizio troviamo una esplicita dichiarazione di appartenenza ad un ambito intellettuale e non meramente tecnico, poiché la prima definizione professionale dell’architetto si identifica con quella del suo sapere: architecti est scientia pluribus disciplinis et uariis eruditionibus ornata, cuius iudicio probantur omnia quae ab ceteris artibus perficiuntur opera (De arch. I 1, 1). Il sapere dell’architetto risulta dagli apporti di numerosi ambiti disciplinari e poggia su una preparazione di base che spazia in vari campi; questa poliedricità della sua cultura gli fornisce una capacità di iudicium, una chiave per la comprensione e la valutazione dei risultati prodotti dalle altre tecniche, e attribuisce al suo sapere una maggiore completezza rispetto agli altri saperi tecnici, e, quindi, all’architettura un primato sulle altre tecniche (ceterae artes). Credo che il testo stesso suggerisca questa interpretazione del passo, nel senso di una affermazione della superiorità di una tecnica sulle altre, piuttosto che di una scienza sulle tecniche. Vedere nella definizione vitruviana dell’architettura l’affermazione di una episteme che si contrapponga alle varie τέχναι sarebbe una forzatura del testo e nello stesso tempo un’eccessiva semplificazione del complesso concetto di τέχνη nella cultura ellenistica: almeno a partire dal Peripato era venuta meno l’opposizione fra una episteme come conoscenza pura e una τέχνη come attività produttiva, a favore di una concezione di quest’ultima come forma specialistica di sapere che, semmai, va conciliata con una filosofia superiore, che non è più contemplazione teoretica, ma è etica, τέχνη essa stessa del vivere. Nella centralità che l’architettura, come sapere specialistico, assume in Vitruvio rispetto alle altre tecniche, e quindi alle altre forme specializzate di sapere, mi sembra […] di cogliere l’eco di uno schema di pensiero tipico della riflessione ellenistica sulle τέχναι: mi riferisco alla tendenza, da parte dei teorici di ogni scienza o τέχνη, che affonda le sue radici nel policentrismo culturale del Peripato, ma che avrà tanta diffusione in ambito ellenistico-romano da diventare un topos non solo filosofico ma anche letterario, a considerare la propria scienza o arte, ciascun sapere parziale (nel senso aristotelico di κατὰ μέρος «parte per parte»), come sapere totale che racchiude tutta la cultura, compreso il sapere filosofico.

(E. Romano, La capanna e il tempio. Vitruvio o dell’architettura, Palermo 1987, pp. 45-50)

Un’arte non adatta a gente ignorante e inesperta (Vitr. VI praef. 6)

di M. FITZPATRICK NICHOLS, Author and Audience in Vitruvius’ De Architectura, Cambridge 2017, pp. 80-81 [trad. it. personale].

Quando, nella prefazione al libro VI, Vitruvio tesse le lodi di quei patres familiarum che hanno portato avanti i loro progetti architettonici per conto proprio, il tono utilizzato è pungente e sarcastico. Vale la pena citare integralmente il passo:

 

Cum autem animadverto ab indoctis et inperitis tantae disciplinae magnitudinem iactari et ab is, qui non modo architecturae sed omnino ne fabricae quidem notitiam habent, non possum non laudare patres familiarum eos, qui litteraturae fiducia confirmati per se aedificantes ita iudicant: si inperitis sit committendum, ipsos potius digniores esse ad suam voluntatem quam ad alienam pecuniae consumere summam. itaque nemo artem ullam aliam conatur domi facere, uti sutrinam, fullonicam aut ex ceteris, quae sunt faciliores, nisi architecturam, ideo quod, qui profitentur, non arte vera sed falso nominantur architecti. quas ob res corpus architecturae rationesque eius putavi diligentissime conscribendas, opinans munus omnibus gentibus non ingratum futurum.

 

Ma quando mi accorgo che un’arte così importante diviene motivo di vanto e di millanteria per gente ignorante e inesperta, che non solo è priva di qualsiasi cognizione di architettura, ma che non conosce neppure i rudimenti del mestiere di muratore, non posso fare a meno di approvare quei padri di famiglia che, pienamente fiduciosi nella funzione della cultura, anziché commissionare l’esecuzione di un lavoro a gente poco affidabile, costruiscono da sé, ritenendo preferibile e più dignitoso per loro stessi spendere delle somme di denaro in base a una propria scelta più che alle decisioni di un altro. E mentre nessuno pensa di praticare in casa propria alcun altro mestiere, come se gestisse una calzoleria, una tintoria o se svolgesse qualche altra mansione anche più semplice, ciò invece avviene per l’architettura, per il semplice fatto che chi si professa architetto non lo è per vera arte, ma perché ne usurpa il titolo. Per questa ragione ho ritenuto di dover comporre con la massima cura questo trattato sull’architettura e sulle sue leggi, pensando di rendere un servizio utile a tutti.

Domenico di Michelino, Allegoria dell’Architettura. Tempera su tavola, 1440-1491 c. Milano, Collezione privata.

La lode accordata a questi patres familiarum è un vero e proprio atto di riconoscimento, che pone l’accento sulla differenza fra le loro conoscenze in materia e la preparazione che deve avere l’architetto ideale; ciò è senz’altro molto più accettabile rispetto all’abisso intellettuale che divide gli architetti indocti et inperiti da quelli veri e propri. In altre parole, Vitruvio vuole dire di avere molto più in comune con il proprietario di una casa, che legge il suo trattato, di quanto ne abbiano entrambi con il primo che passa per strada.

Ricostruzione del Tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto, a Roma.

Pur accennando a istituire una sorta di rapporto alla pari fra se stesso e il pater familias, tuttavia non lo realizza fino in fondo, e questa sembra effettivamente una strategia argomentativa adottata in modo molto coerente in tutto il trattato. D’altra parte, anche se Vitruvio, fin dal libro I, costruisce il curriculum ideale del perfetto architetto sul modello dell’oratore ciceroniano, egli mantiene una netta distinzione tra le due professioni: i futuri architetti dovranno ricevere una formazione avanzata nelle scienze e nell’ingegneria, ma non nell’arte oratoria. Inoltre, Vitruvio non sostiene (perlomeno, apertamente) l’inclusione della materia accademica dell’architettura nel curriculum dell’aristocrazia.

Stenditura dei panni. Affresco pompeiano, dalla Fullonica di Veranio Ipseo. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Ciò è sorprendente, considerato come Vitruvio abbia faticosamente promosso lo status dell’architectura come un’arte altamente complessa e dotta, il che la distanzierebbe dai mestieri più umili, come la gestione di una fullonica (tintoria) o di una sutrina (calzoleria). Affermare che attività simili siano faciliores rispetto all’arte dell’architectura, come si legge nel trattato, è un eufemismo. Sebbene sia da intendere come una frecciatina agli architetti poco qualificati, il paragone tra qualsiasi architetto e un tintore o un calzolaio è potenzialmente azzardato, data la prossimità dell’architectura a tali occupazioni, secondo l’opinione più diffusa nell’antichità. Cicerone, d’altro canto, affermava che l’architettura, come la medicina, fosse un’attività simile a quelle del danzatore o del cuoco, per il piacere che poteva derivarne, sebbene fosse ben più rispettabile (naturalmente per uomini di una certa estrazione) e più vantaggiosa per la società (off. I 151). Sollevando il problema del rapporto fra l’architettura e i mestieri “meccanici”, Vitruvio affronta frontalmente la condizione liminale della sua disciplina e lo liquida come un malinteso causato dalla presenza di veri e propri ciarlatani.

La promozione che Vitruvio fa del suo trattato, presentandolo come un munus non ingratum per omnes gentes, è una delle affermazioni più famose del De architectura. Eppure, ciò che spesso viene trascurato dalla critica è che il mondo in cui il De architectura vuole essere un siffatto munus è, in realtà, un mondo imperfetto, dove dei sedicenti architetti, ignoranti e inesperti, lo attraversano in lungo e in largo. Se si potesse estirpare il problema dei ciarlatani dell’architettura, non ci sarebbe più la necessità per i profani di gestire per conto proprio i progetti di costruzione. Il plauso accordato da Vitruvio al “fai-da-te” nella sesta prefazione vuole essere un’ironica staffilata rivolta agli architetti inadatti, che infangano la reputazione della professione.

181 a.C.-2019 d.C. Aquileia

di BRIZZI G., in «Corriere della Sera – La Lettura» n. 377 (Domenica, 17 febbraio 2019), pp. 6-7.

 

Cominciano le celebrazioni per i 2.200 anni dalla fondazione della città che per un breve periodo fu insediamento celtico e subito dopo colonia latina. Un gruppo di Galli si era stabilito da queste parti perché aveva trovato la piana incolta e deserta, «inculta per solitudines», ma non aveva intenzioni bellicose. Roma, tuttavia, ancora spaventata dal ricordo di Annibale, li aveva cacciati. Da qui inizia la biografia entusiasmante di una realtà urbana.

 

Duemiladuecento anni. Tanti ne sono trascorsi da quando, nel 181 avanti Cristo, al centro della piana del Friuli, in vista delle Alpi Giulie, nacque Aquileia; ma la gestazione era cominciata cinque anni prima, ed era stata frutto del metus, della paura. Nel 186 avanti Cristo un gruppo di Galli, da oltralpe, passò nei territori dei Veneti con il proposito di insediarsi su quelle terre; e scelse, trovandola incolta e deserta (inculta per solitudines) l’area su cui sarebbe poi sorta Aquileia. Il fatto non piacque ai Romani, che, quando lo appresero, ne furono spaventati. Quel movimento pareva inserirsi in un quadro geostrategico globale: nel 188, nelle acque d’Asia Minore, era stata arsa, dopo il trattato di Apamea, l’ultima grande flotta mediterranea, quella del re di Siria, annullando la minaccia di una futura invasione via mare dell’Italia; e il 187 aveva visto nascere con la via Emilia, lungo il confine politico della penisola, l’Appennino, una linea difensiva — prefigurazione dei futuri limites dell’impero? — destinata entro pochi anni a collegare ben sei colonie militari, da Rimini a Piacenza. L’arrivo degli intrusi allarmò così un senato afflitto dalla paranoica paura postannibalica, che temette forse un pericolo più grave del reale; e, diffidando della smania revanscista del macedone Filippo V, che si diceva fosse pronto a muovere i barbari Bastarni dalle sedi balcaniche per scagliarli contro l’Italia, credette trattarsi di un’avanguardia dell’invasione.

L’area del Foro romano, Aquileia.

 

A dissipare l’incubo bastò un’ambasceria oltre le Alpi. Avendo appreso che il passaggio in Italia era stata una decisione spontanea dei nuovi venuti, il senato intimò loro di andarsene, e mosse le legioni (183 a.C.). Fu il console Marcello a distruggere il nascente insediamento celtico, etiam invito senatu secondo Plinio (Naturalis historia, III, 131). Dopo avere comunicato loro che la cerchia alpina doveva rimanere inviolata, verso i Galli si mostrò però una certa indulgenza; e li si ricondusse incolumi alle loro sedi. Si decise allora la deduzione di una nuova colonia latina; e a fondarla furono inviati i triumviri Publio Cornelio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino, ricordato in un’iscrizione aquileiese di età repubblicana. Grazie alle condizioni della regione si poterono allettare i tremila coloni (per una popolazione forse di diecimila anime in tutto) offrendo loro cospicui lotti di terra: 50 iugeri per ogni colono, 100 per i centurioni, 140 per i cavalieri.

L’origine di Aquileia è interamente romana: le terre occupate dai Celti erano inculta per solitudines e del loro insediamento, impianto provvisorio e non città, nulla sembra essere rimasto, mentre l’unico luogo che il mito classico rivendichi al Friuli più antico non è una polis, come la troiana Padova, ma la sede di un culto naturale, lo sbocco del Timavo al mare. Non distante a sua volta dall’Adriatico, in una zona paludosa lungo il fiume Natisone, a dieci anni dalla fondazione Aquileia non aveva ancora completato il circuito delle mura; tanto che Marco Cornelio Cetego, cui si deve anche la bonifica del luogo, vi dedusse nel 169 a.C. un secondo nucleo di 1.500 coloni, portando gli abitanti al numero di circa 15 mila.

 

Rito di fondazione della città. Rilievo, calcare locale. Aquileia, Museo Archeologico Nazionale.

 

Avamposto oltre il territorio degli alleati Veneti, la città è, ancora per Ausonio (Ordo Urbium Nobilium, 7), nel IV secolo, «colonia latina posta di fronte ai monti d’Illiria». Sentinella avanzata, e dunque claustrum, o base per future conquiste, Aquileia rimase poi sempre un centro strategico vitale; e partecipò a tutte le guerre contro le popolazioni locali. Difensive, dapprima: già nel 178 a.C. scoppiò un conflitto contro gli Istri, sospetti di intesa con la Macedonia. Durante l’ultima guerra macedonica, avendo progettato di propria iniziativa una spedizione verso l’Istria e l’Illirico interno, Gaio Cassio Longino ricevette un rabbuffo da parte del senato, convinto che il console dovesse agire solo a protezione di Aquileia e preoccupato all’idea che la sua iniziativa «aprisse la via verso l’Italia a tanti popoli diversi» (Livio 43, 10, 1); timore condiviso dagli aquileiesi, che proprio allora lamentarono l’incompletezza delle mura. Più marcatamente offensive furono invece le guerre condotte da Sempronio Tuditano contro gli Istri (129 a.C.) e da Emilio Scauro contro i Carni (119 a.C.).

Un diverso carattere della città richiama la sfortunata campagna di Gneo Papirio Carbone contro i Cimbri (113 a.C.). Polibio (in Strabone 4, 6, 12) ricordava che già al tempo suo era stato scoperto l’oro nel territorio dei Taurisci Norici; e in quantità tale da provocare, sembra, da parte di imprenditori italici una vera «corsa» cui pose un freno l’azione dei reguli locali. In difesa di costoro, protetti da Roma, Carbone affrontò i Germani, e ne fu sconfitto a Noreia, centro del Norico. Nello stesso passo in cui dice Aquileia «fortificata a baluardo contro i soprastanti barbari», Strabone (5, 1, 8) ne sottolinea anche il carattere di emporion, centro propulsore per una politica di penetrazione commerciale verso le regioni d’oltralpe. Favorita sia dal porto-canale navigabile che giungeva nel cuore della città, sia dall’articolata rete di vie sorte in successione e raccordate con l’Emilia e la Postumia — l’Annia o la Iulia Augusta, la Gemina o la strada per il Norico, l’asse per Emona-Ljubljana o quello per Tarsatica — la città continuò a svilupparsi.

Municipium cittadino dopo la guerra sociale, iscritta alla tribù Velina, Aquileia entrò a far parte del territorio italico dopo Filippi; e divenne il centro della X regione augustea, chiamata Venetia et Histria. Nell’inverno 59-58 a.C. Cesare vi tenne tre legioni. Augusto vi soggiornò a più riprese, al tempo delle guerre in Germania e in Pannonia; e con lui la famiglia, Tiberio, la figlia Giulia (che vi perdette l’unico figlio nato dall’unione con Tiberio) e la moglie Livia (estimatrice del Pucinum, un vino locale cui si dice attribuisse la sua longevità).

 

Mosaico con fiocco, tralci di vite ed edera. Metà I sec. a.C. Aquileia, Museo Archeologico Nazionale.

 

Con la conquista delle terre fino al Danubio l’importanza militare della città parve scemare; ma non fu che un attimo. Di qui sarebbero passati imperatori legittimi, pretendenti al trono e orde di barbari; non senza danni. Nel 69 le legioni del Danubio toccarono più volte Aquileia, facendo anche preda in città. Di qui mossero, da e per la Dacia, Domiziano e Traiano; e vi soggiornarono Marco Aurelio e Lucio Vero (morto ad Altino) quando, secondo Ammiano (39, 6, 1) la città aveva già superato grazie alle difese riattate per tempo l’assedio di Quadi e Marcomanni (mentre venne distrutta Opitergium-Oderzo). Anche Aquileia fu colpita allora dalla pestis antonina, che avrebbe fatto strage nell’impero. Nel 193 d.C. gli aquileiesi, atterriti dal numero (e dall’aspetto…) dei soldati di Settimio Severo, se la cavarono invece accogliendoli coronati d’alloro.

Ancora durante il III secolo l’Italia restava malgrado tutto il centro simbolico del potere; e per impadronirsene (o per combattere barbari sempre più pericolosi, come Alamanni e Goti) passavano da Aquileia  gli «imperatori soldati» , espressione delle terre del Danubio: Massimino «il Trace», che l’assediò invano e vi fu ucciso (238); Decio; Emiliano; Claudio II vincitore dei Goti, e suo fratello Quintillo (che vi perì suicida), Diocleziano e Massimiano, persecutori dei cristiani. Nel IV secolo proseguì la sequenza di lotte civili: vi si scontrarono Costante e Costantino II (340), poi Costanzo e Magnenzio (351), la assediò di nuovo Giuliano (361); la visitarono tra il 364 e il 386, Valentiniano I, Graziano e Valentiniano II. Nel 387, come ricorda Ausonio, vi morì, vinto da Teodosio, Magno Massimo.

 

Massimino il Trace. Sesterzio, Roma 235 d.C. Æ. 18, 4 gr. Recto: Providentia Aug(usta) – S(enatus) C(onsulto). Providentia, stante verso sinistra, cornucopia, scettro e globo.

 

Gran peso aveva assunto nel frattempo, ad Aquileia, la religione cristiana. Collegata tradizionalmente alla predicazione di Marco e al martirio del protovescovo Ermacora, la Chiesa aquileiese si sviluppò appieno dopo la metà del III secolo. Vettore del Cristianesimo nella regione e nei territori contermini fino alla Rezia, essa conobbe una straordinaria ripresa dopo la persecuzione tetrarchica. Partecipò al concilio di Arles (314) con il vescovo Teodoro; che edificò ad Aquileia la basilica e lo straordinario complesso di edifici di culto arricchiti da splendidi mosaici. Un suo esponente, Fortunaziano, apprezzato da Papa Liberio, si avvicinò in seguito agli Ariani; ma la presenza in città di Girolamo e Ambrogio portò, nel 381, a un nuovo concilio antiariano presieduto da Ambrogio proprio ad Aquileia.

Il V secolo segna la fine della città romana, poiché le reiterate devastazioni ad opera di Alarico nel 401, di Teodorico nel 439 e di Attila nel 452, con il depauperamento demografico e la conseguente mancata manutenzione di strutture essenziali come il porto e le opere di canalizzazione, produssero lo sviluppo esiziale della malaria. Con il 568 e l’invasione longobarda, la Venetia fu divisa in due parti, la terrestre dominata dai Longobardi; e la marittima (Grado, l’Istria e le isole) controllata dai Bizantini. Fu la decadenza: nel suo carme della fine dell’VIII secolo, Paolino definisce la città «speco di villici, tugurio di pezzenti». Aquileia rinacque però poco dopo ad opera del patriarca Massenzio, che di fatto, con l’aiuto di Carlo Magno, ricostruì la basilica.

Dedica al vescovo Teodoro. Mosaico, IV sec. d.C. Aquileia, Basilica patriarcale di S. Maria Assunta: Theodore felix, adiuvante Deo omnipotente et poemnio caelitus tibi traditum omnia baeate fecisti et gloriose dedicasti (“Felice te, Teodoro, che con l’aiuto di Dio Onnipotente e del gregge che ti ha concesso, hai costruito questa chiesa e gloriosamente l’hai consacrata”).