L’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 di Lucio Cornelio Scipione Barbato (𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309)

Nel corso dell’età repubblicana, a Roma, l’epigrafia si prestò a usi molto diversificati anche nella sfera del privato. Come è facile immaginare, il maggior numero di documenti iscritti su pietra proviene dall’ambito funerario: all’iscrizione era affidata la funzione di conservare, comunicare e tramandare ai vivi e ai posteri la 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎 di chi non c’era più. La gamma delle epigrafi funebri è quanto mai varia per scopo e tipologia: da essenziali didascalie recanti semplicemente il 𝑡𝑖𝑡𝑢𝑙𝑢𝑠 (il nome proprio e il patronimico) del defunto a testi più o meno complessi, nei quali alla sequenza onomastica si aggiunge una dedica espressa nella forma dell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚. È questo il caso dell’iscrizione apposta sul sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato (𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309)[1].

Dalla prima metà del III secolo, la prestigiosa casata dei 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 ebbe il proprio mausoleo appena fuori 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝐶𝑎𝑝𝑒𝑛𝑎, lungo la 𝑣𝑖𝑎 𝐴𝑝𝑝𝑖𝑎, secondo una consuetudine che cominciava proprio allora a consolidarsi in seno all’𝑒́𝑙𝑖𝑡𝑒 gentilizia romana. Accortamente, a questo proposito, Cicerone si domandava: 𝐴𝑛 𝑡𝑢 𝑒𝑔𝑟𝑒𝑠𝑠𝑢𝑠 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎 𝐶𝑎𝑝𝑒𝑛𝑎, 𝑐𝑢𝑚 𝐶𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑖, 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑢𝑚, 𝑆𝑒𝑟𝑢𝑖𝑙𝑖𝑜𝑟𝑢𝑚, 𝑀𝑒𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜𝑟𝑢𝑚 𝑠𝑒𝑝𝑢𝑙𝑐𝑟𝑎 𝑢𝑖𝑑𝑒𝑠, 𝑚𝑖𝑠𝑒𝑟𝑜𝑠 𝑝𝑢𝑡𝑎𝑠 𝑖𝑙𝑙𝑜𝑠? (Cɪᴄ. 𝑇𝑢𝑠𝑐. I 7, 13, «Ma tu, quando esci da Porta Capena e vedi i sepolcri di Calatino, degli Scipioni, dei Servili e dei Metelli, li diresti dei poveracci?»). In effetti, la felice posizione e collocazione di questi sepolcreti appena fuori dagli accessi principali dell’Urbe, lungo gli assi viari più importanti, consentiva ai membri delle 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠 di celebrare la gloria degli avi ed esaltare la propria autorappresentazione.

Il testo di 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 si configura come un vero e proprio 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 e costituisce a tutti gli effetti la più antica attestazione nota di un 𝑐𝑢𝑟𝑠𝑢𝑠 ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚:

[𝐿(𝑢𝑐𝑖𝑜𝑠)] 𝐶̲𝑜̲𝑟̲𝑛̲𝑒̲𝑙̲𝑖̲𝑜(𝑠) 𝐶𝑛(𝑎𝑒𝑖) 𝑓(𝑖𝑙𝑖𝑜𝑠) 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜.

〚——〛

〚—〛𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑢𝑠 𝐿𝑢𝑐𝑖𝑢𝑠 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜 𝐵𝑎𝑟𝑏𝑎𝑡𝑢𝑠 𝐺𝑛𝑎𝑖𝑢𝑜𝑑 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑒

𝑝𝑟𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑢𝑠 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑖𝑠 𝑢𝑖𝑟 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑠𝑞𝑢𝑒 – 𝑞𝑢𝑜𝑖𝑢𝑠 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑢𝑖𝑟𝑡𝑢𝑡𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑖𝑠𝑢𝑚𝑎

𝑓𝑢𝑖𝑡 – 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑜𝑙, 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟, 𝑎𝑖𝑑𝑖𝑙𝑖𝑠, 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑓𝑢𝑖𝑡 𝑎𝑝𝑢𝑑 𝑢𝑜𝑠 – 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 𝐶𝑖𝑠𝑎𝑢𝑛𝑎

𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑜 𝑐𝑒𝑝𝑖𝑡 – 𝑠𝑢𝑏𝑖𝑔𝑖𝑡 𝑜𝑚𝑛𝑒 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎𝑚 – 𝑜𝑝𝑠𝑖𝑑𝑒𝑠𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑏𝑑𝑜𝑢𝑐𝑖𝑡.

Come annotò Adriano La Regina (1968, 173), il sarcofago di Scipione Barbato ha suscitato più di una volta l’attenzione dell’indagine storico-filologica per la complessità e l’importanza dei problemi che esso pone. E, come talvolta avviene anche per i monumenti entrati nel patrimonio delle più comuni conoscenze e divenuti capisaldi della ricostruzione storica, si può dire che sotto certi aspetti lo studio del documento sia stato tutt’altro che completo e definitivo.

Sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato con iscrizione (𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309). Nenfro, III sec. a.C. Mausoleo degli Scipioni sulla 𝑣𝑖𝑎 𝐴𝑝𝑝𝑖𝑎.

Con la locuzione 𝑐𝑢𝑟𝑠𝑢𝑠 ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚 i Romani intendevano quella successione gerarchia, progressiva e sequenziale che caratterizzava la “carriera politica” del cittadino libero durante l’età repubblicana (in particolare, nell’ultima fase di quest’epoca), mentre al tempo in cui visse il personaggio commemorato dall’iscrizione evidentemente non esisteva ancora una ben definita e sistematica successione delle magistrature. Tra l’altro, va ricordato, l’unica vera magistratura (𝑚𝑎𝑔𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑢𝑠) era il consolato; le altre cariche “ordinarie”, difatti, che di volta in volta erano create per le più svariate ragioni di contingenza e di necessità, erano ritenute “satelliti”. In altre parole, queste magistrature erano istituite per supplire le funzioni dei 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑙𝑒𝑠, qualora questi ultimi si fossero trovati impegnati in lunghe campagne militari all’estero o per accontentare i 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑖𝑖 più intransigenti ogniqualvolta che i plebei ottenessero l’accesso alle cariche più prestigiose.

Uno dei primi problemi sollevati da 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 riguarda l’etimologia di 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚, di cui gli studiosi hanno dato diverse interpretazioni. Theodor Mommsen e Georg Götz, alla fine del XIX secolo, avevano supposto che il termine andasse posto in relazione con il verbo 𝑒̄𝑙𝑖̆𝑔𝑒̆𝑟𝑒 (“scegliere”, “selezionare”), intendendo quindi l’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 come la “selezione”, “cernita”, negli archivi privati delle grandi famiglie romane, di memorie e tradizioni sul conto dei loro membri più cospicui. Secondo altri studiosi, invece, l’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 andrebbe concepito come forma di autorappresentazione veicolata dal 𝑐𝑙𝑎𝑛 verso l’esterno e, pertanto, ricondotta al campo semantico di 𝑒𝑙𝑜𝑞𝑢𝑖𝑢𝑚 e 𝑙𝑜𝑞𝑢𝑖. Joseph M. Stowasser è stato il primo ad accostare il lat. 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 al gr. εὐλογία (dal verbo εὐλογεῖν, “parlare bene di [qualcuno]”) e, sulla scorta di Ernst R. Curtius e Christian Hülsen – allievi del Mommsen –, estese questa considerazione al genere elegiaco, il cui schema metrico si caratterizza per l’avvicendamento di distici di esametri e pentametri. Per avallare la loro tesi, proprio Curtius e Hülsen, presero in considerazione un passo di Aulo Gellio, il quale, a sua volta, cita un estratto dalle 𝑂𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑒𝑠 di Marco Porcio Catone Censore, in cui si narra l’episodio del valoroso tribuno Quinto Cecidio: nel corso della prima guerra punica, in Sicilia, Cecidio suggerì al proprio comandante di affidargli un gruppo di quattrocento uomini con il quale si sarebbe attestato in una stretta gola per tenervi impegnato il nemico e consentire al console di prenderlo alle spalle con il resto dell’esercito. Il piano, di per sé, fu un vero successo: la mossa escogitata dal tribuno militare fu una trappola mortale per i Cartaginesi; ma, nel corso del combattimento, lo stesso Cecidio e tutti i suoi perirono (Gᴇʟʟ. 𝑁𝑜𝑐𝑡. 𝐴𝑡𝑡. III 7, 19). Il generale di Cecidio era 𝐴. 𝐴𝑡𝑖𝑙𝑖𝑢𝑠 𝐴. 𝑓. 𝐶. 𝑛. 𝐶𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑢𝑠, console del 258, che Cicerone menziona spesso come uomo dalle virtù esemplari e del quale, ai suoi tempi, era ancora possibile vedere il sepolcro, identificato dagli studiosi moderni con la cosiddetta “Tomba Arieti” presso la 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝐸𝑠𝑞𝑢𝑖𝑙𝑖𝑛𝑎 di Roma. L’Arpinate, fra l’altro, riporta testualmente il distico elegiaco che doveva campeggiare sul sarcofago del personaggio: 𝐻𝑢𝑛𝑐 𝑢𝑛𝑢𝑚 𝑝𝑙𝑢𝑟𝑖𝑚𝑎𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑢𝑛𝑡 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠 / 𝑝𝑜𝑝𝑢𝑙𝑖 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎𝑟𝑖𝑢𝑚 𝑓𝑢𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑢𝑖𝑟𝑢𝑚 (Cɪᴄ. 𝑆𝑒𝑛. 61, «La maggior parte delle 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠 conviene (nel dire) / che costui fu l’uomo più importante di (tutto) il popolo»).

Il frammento catoniano, secondo i due filologi tedeschi, istituirebbe un evidente confronto con l’𝑒𝑥𝑒𝑚𝑝𝑙𝑢𝑚 ben noto di re Leonida e i suoi trecento spartiati alle Termopili, celebrati dal poeta Simonide di Ceo (Sɪᴍᴏɴ. F 531 Page). Gellio racconta che al tribuno e ai suoi soldati furono dedicati dei 𝑚𝑜𝑛𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎 – un nome collettivo con cui i Romani designavano 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑎, 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑢𝑎𝑒, 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎, ℎ𝑖𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎𝑒, ecc.).

Tra gli anni Sessanta e Settanta del XX secolo gli studiosi hanno sostenuto l’ipotesi per la quale gli 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 fossero strettamente collegati con la pratica delle 𝑙𝑎𝑢𝑑𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 𝑓𝑢𝑛𝑒𝑏𝑟𝑒𝑠, come si desume dalla descrizione piuttosto dettagliata riportata da Polibio (Pᴏʟʏʙ. VI 53):

Ὅταν γὰρ μεταλλάξῃ τις παρ’ αὐτοῖς τῶν ἐπιφανῶν ἀνδρῶν, συντελουμένης τῆς ἐκφορᾶς κομίζεται μετὰ τοῦ λοιποῦ κόσμου πρὸς τοὺς καλουμένους ἐμβόλους εἰς τὴν ἀγορὰν ποτὲ μὲν ἑστὼς ἐναργής, σπανίως δὲ κατακεκλιμένος. πέριξ δὲ παντὸς τοῦ δήμου στάντος, ἀναβὰς ἐπὶ τοὺς ἐμβόλους, ἂν μὲν υἱὸς ἐν ἡλικίᾳ καταλείπηται καὶ τύχῃ παρών, οὗτος, εἰ δὲ μή, τῶν ἄλλων εἴ τις ἀπὸ γένους ὑπάρχει, λέγει περὶ τοῦ τετελευτηκότος τὰς ἀρετὰς καὶ τὰς ἐπιτετευγμένας ἐν τῷ ζῆν πράξεις. δι’ ὧν συμβαίνει τοὺς πολλοὺς ἀναμιμνησκομένους καὶ λαμβάνοντας ὑπὸ τὴν ὄψιν τὰ γεγονότα, μὴ μόνον τοὺς κεκοινωνηκότας τῶν ἔργων, ἀλλὰ καὶ τοὺς ἐκτός, ἐπὶ τοσοῦτον γίνεσθαι συμπαθεῖς ὥστε μὴ τῶν κηδευόντων ἴδιον, ἀλλὰ κοινὸν τοῦ δήμου φαίνεσθαι τὸ σύμπτωμα.

Quando fra loro muore un personaggio in vista, durante la celebrazione delle esequie, egli viene trasportato, con tutti gli onori, presso i cosiddetti 𝑅𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎, nel Foro, a volte in posizione eretta, in modo da essere ben visibile, raramente adagiato. Mentre tutto il popolo gli sta attorno, un figlio – se il morto ne ha lasciato uno in età adulta e se questi si trova presente –, o altrimenti, se c’è, un altro membro della famiglia, sale sulla tribuna e parla delle virtù del defunto e dei successi da lui conseguiti in vita. L’effetto di ciò è che la folla, ricordando e richiamando alla mente l’accaduto – non solo coloro che hanno preso parte ai fatti, ma anche gli estranei –, sia tanto commossa che non sembra trattarsi di una disgrazia privata, limitata alle persone in lutto, ma comune a tutto il popolo.

Scena di compianto funebre. Dettaglio di un rilievo su sarcofago, marmo, I sec. Paris, Musée National du Moyen Age

Il cerimoniale romano, insomma, prevedeva che il membro più importante del 𝑐𝑙𝑎𝑛 gentilizio prendesse la parola e tenesse un’orazione pubblica per “elogiare” il 𝑑𝑒 𝑐𝑢𝑖𝑢𝑠. Nella 𝑙𝑎𝑢𝑑𝑎𝑡𝑖𝑜, in maniera abbastanza schematica, l’oratore ripercorreva tutta l’esistenza del congiunto scomparso, celebrandone il carattere, le virtù etiche, le competenze civiche e militari, passando in rassegna le sue azioni e commemorandone il ruolo svolto per la comunità. In altre parole, si esaltava la 𝑛𝑜𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎𝑠 del personaggio, cioè la sua capacità di farsi notare in pubblico, in relazione all’utilità che l’intero corpo civico ne aveva tratto. Polibio, da straniero, nota acutamente come fra i Quiriti imperasse una sorta di “fame di potere”, da intendersi non come la frenesia di accaparrarsi un posto di comando sopra e a scapito degli altri, bensì come la volontà di rivestire a tutti i costi delle cariche pubbliche, pur di nobilitare se stessi, illustrare la propria casata e giovare alla “cosa pubblica”. È risaputo che nella società romana l’individuo fosse subordinato alla collettività. Esemplare, a questo proposito, fu Quinto Fabio Massimo “il Temporeggiatore”: costui, a seguito della disfatta cannense (216), s’impegnò personalmente, dando fondo al proprio patrimonio, per riscattare i concittadini caduti prigionieri nelle mani di Annibale. A conti fatti, Fabio Massimo non domandò nulla come risarcimento al Senato, né alle famiglie dei riscattati, ma ne ottenne l’infinita gratitudine, aumentando a dismisura la propria fama. Nella società romana, dunque, gli individui agivano per ottenere la miglior forma di glorificazione (la 𝑛𝑜𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎𝑠), nel solco di una comunità più funzionale di quanto non lo fosse la loro stessa persona. Di qui, perciò, l’uso di far redigere iscrizioni, la costruzione di monumenti ed edifici pubblici, i cerimoniali funebri, lo 𝑖𝑢𝑠 𝑖𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑢𝑚, ecc.

Il sarcofago di Scipione Barbato è costituito da una cassa di peperino, una roccia magmatica molto comune sui Colli Albani, lunga circa 1,42 m, l’unica nel mausoleo ad avere un’elaborata decorazione architettonica. Il sepolcro, infatti, fu concepito come un vero e proprio altare dalla struttura sensibilmente rastremata, modanata alla base e ornata nella sua sezione superiore con un fregio dorico (con tanto di triglifi e metope, riempite da rosoni a rilievo diversi l’uno dall’altro). Il coperchio presenta un bordo scolpito secondo lo schema ionico di una σιμά e un γεῖσον con dentellatura, su cui poggiano due 𝑝𝑢𝑙𝑣𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖̆𝑎 (“cuscini”).

Più volte è stato sottolineato dagli esperti che la collocazione del mausoleo sull’𝐴𝑝𝑝𝑖𝑎 – fatta costruire da Appio Claudio Cieco nel 312 – fosse in stretta connessione alla famiglia di Scipione Barbato, in quanto principale promotrice dell’espansionismo romano verso la 𝑀𝑎𝑔𝑛𝑎 𝐺𝑟𝑎𝑒𝑐𝑖𝑎. Con ogni probabilità, i 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 intrattenevano rapporti con le comunità grecaniche del Meridione già dalla fine del IV secolo, comunità presso le quali – come è noto – erano diffuse le dottrine pitagoriche. A questo proposito, Plinio il Vecchio spiegava che nell’area del 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑖𝑢𝑚, nel Foro romano, 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑡𝑖𝑐𝑖, era stata posta, fra le altre, anche una statua che raffigurava nientemeno che lo stesso Pitagora (Pʟɪɴ. 𝑁𝑎𝑡. ℎ𝑖𝑠𝑡. XXXIV 12, 26). Da Plutarco (Pʟᴜᴛ. 𝑁𝑢𝑚. 8, 18) si apprende l’esistenza di una tradizione presso gli 𝐴𝑒𝑚𝑖𝑙𝑖𝑖 𝑀𝑎𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑛𝑖, in base alla quale vantavano legami di parentela con il filosofo; pare che alcuni esponenti di questo 𝑐𝑙𝑎𝑛 fossero stati stretti collaboratori degli 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 come veicolo di diffusione nell’Urbe delle dottrine politico-sociali provenienti dalle realtà suditaliche.

Mausoleo dei 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠, III-II secolo a.C. sulla 𝑣𝑖𝑎 𝐴𝑝𝑝𝑖𝑎.

Bisogna dunque pensare che la società romana, agli inizi del III secolo, fosse particolarmente raffinata e acculturata: gli esponenti delle 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠 erano in stretto contatto con le città magnogreche, dalle quali apprendevano lingua, costumi, stili e altri spunti per la definizione delle virtù politiche: se si tiene conto di ciò, allora appare più chiaro il motivo per cui Scipione Barbato nell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 sia ricordato come 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑖𝑠 𝑢𝑖𝑟 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑠𝑞𝑢𝑒, formula che sembra trovare perfetta aderenza al greco καλὸς καὶ ἀγαθός (“bello e buono”). Va inoltre ricordato come i Romani spesso discettassero sulla vera natura del concetto di 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎, ovvero la capacità empirica di prevedere gli effetti delle proprie e delle altrui azioni, che la persona apprendeva con il tempo e l’esperienza. Insomma, dati questi elementi, è chiaro che quella romana, tra IV e III secolo, fu tutt’altro che una società monolitica, grezza e chiusa (come spesso si è voluto rappresentarla) e la cultura ellenica vi svolse, indubbiamente, un ruolo fondamentale nel processo di acculturazione e di formazione.

Gioacchino De Angelis D’Ossat (1936), per primo, si occupò di studiare i materiali repertati nel mausoleo degli 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 e i sarcofagi in ispecie. Reinhard Herbig (1952, 124) ipotizzò che la pietra utilizzata per la loro realizzazione fosse nenfro, una tipologia di tufo grigio molto diffusa nell’Alto Lazio.

Quanto alla sequenza onomastica che Attilio Degrassi riportò alla r. 1 di 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 (1957, 178) – [𝐿(𝑢𝑐𝑖𝑜𝑠)] 𝐶̲𝑜̲𝑟̲𝑛̲𝑒̲𝑙̲𝑖̲𝑜(𝑠) 𝐶𝑛(𝑎𝑒𝑖) 𝑓(𝑖𝑙𝑖𝑜𝑠) 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜 – corrisponde al testo che doveva comparire sul 𝑝𝑢𝑙𝑣𝑖𝑛𝑎𝑟 del coperchio come 𝑡𝑖𝑡𝑢𝑙𝑢𝑠 𝑝𝑖𝑐𝑡𝑢𝑠, cioè realizzato con rubricatura, ma non inciso. La sequenza, composta da 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛, 𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛, 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑜𝑛𝑖𝑚𝑖𝑐𝑢𝑠, 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛, secondo l’uso arcaico, presentava un’uscita in -𝑜𝑠 (non ancora “oscurata”) del 𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑖𝑐𝑖𝑢𝑚. Christian Hülsen (𝐶𝐼𝐿 VI 31587) osservò che, quando i testi delle iscrizioni del mausoleo furono pubblicati da Ennio Q. Visconti nel 1785 e riprodotti da Giovanni Battista Piranesi, mostravano la sequenza onomastica “normalizzata” in 𝐿. 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑢𝑠 𝐶𝑛. 𝑓. 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜. I testi furono poi ricopiati fedelmente nelle schede di Gaetano Marini (1742-1815), Prefetto dell’Archivio Pontificio e Primo Custode della Biblioteca Apostolica Vaticana. Secondo Raffaele Garrucci (1877), Piranesi non aveva riprodotto il testo del sarcofago nella maniera più fedele: le lettere 𝑙 ed 𝑛 dell’iscrizione sul manufatto appaiono, in realtà, incise secondo l’uso arcaico, cioè con un’inclinazione destrorsa. Nella sezione successiva, Garrucci leggeva le lettere 𝑒 𝑠 𝑡, mentre Hülsen (che anche lui volle osservare di persona il sarcofago) riteneva che al di sopra del termine 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑖𝑠, nella parte di testo mancante, si potessero intravedere, leggermente abrase, 𝑒 𝑠 𝑜, che riconduceva a un ipotetico (𝑐)𝑒(𝑛)𝑠𝑜(𝑟). La tesi che va per la maggiore sulla base di questi saggi è che quelle lettere fossero i resti di un originario 𝑡𝑖𝑡𝑢𝑙𝑢𝑠 𝑝𝑖𝑐𝑡𝑢𝑠, sostituito in seguito da una prima forma di epigrafe, riportante una sintesi degli ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑒𝑠 rivestiti dal defunto, successivamente erasa e rifatta in posizione più bassa.

A una prima lettura, il testo epigrafico mette in luce alcuni caratteri formali piuttosto curiosi, a partire dalla sequenza onomastica: mentre sul coperchio gli elementi del nome, benché in un latino arcaico, erano collocati in successione canonica, nella parte di testo riportata sulla cassa il gentilizio precede il 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 – tra l’altro, non abbreviato; tutti i nominativi di II declinazione presentano la vocale tematica già oscurata in -𝑢𝑠. Nella sequenza compare anche il 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛: va precisato che tra il IV e il III secolo l’onomastica latina era piuttosto fluida; difatti, almeno sui documenti ufficiali, gli esponenti del patriziato non facevano apporre anche il 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 (“soprannome”). Per esempio, presso la 𝑔𝑒𝑛𝑠 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑎, solo i discendenti del 𝐶𝑢𝑛𝑐𝑡𝑎𝑡𝑜𝑟 (“Temporeggiatore”) portavano il soprannome di 𝑀𝑎𝑥𝑖𝑚𝑢𝑠. I 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 entrarono stabilmente nell’uso pubblico nel momento in cui le ramificazioni di uno stesso 𝑐𝑙𝑎𝑛 erano tali che i legami di sangue non erano più facilmente rilevabili. Perciò non doveva essere inconsueto che fra i 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 vi fosse un ramo degli 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 𝐵𝑎𝑟𝑏𝑎𝑡𝑖 o 𝐵𝑎𝑟𝑏𝑎𝑡𝑖 soltanto. La questione è ulteriormente complicata dal modo in cui le fonti letterarie trattano l’onomastica dei grandi personaggi del passato: solo a partire dal III secolo, i 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 patrizi cominciarono a differenziarsi. I più antichi erano “soprannomi” derivanti da caratteristiche fisiche o particolari virtù morali, o ancora da indicazioni toponomastiche. In quest’ultimo caso, i membri di alcune famiglie legavano a sé il nome di un luogo, spesso quello di nascita: per esempio, i 𝑀𝑎𝑛𝑙𝑖𝑖 e i 𝑄𝑢𝑖𝑛𝑐𝑡𝑖𝑖 erano detti 𝐶𝑎𝑝𝑖𝑡𝑜𝑙𝑖𝑛𝑖, per il fatto che i loro avi avessero abitato il Campidoglio. Ancora, i 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 spesso derivavano da difetti fisici o comportamentali, e portarli non era considerato motivo di disonore o vergogna. Con l’andare del tempo, tuttavia, i Romani persero cognizione del motivo per cui i loro avi avessero lasciato in eredità certi “soprannomi”, spesso bizzarri; pertanto, spesso cercavano di darsene ragione costruendo racconti eziologici fantasiosi:

𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 𝑒𝑡𝑖𝑎𝑚 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑖𝑛𝑑𝑒: 𝑃𝑖𝑙𝑢𝑚𝑛𝑖, 𝑞𝑢𝑖 𝑝𝑖𝑙𝑢𝑚 𝑝𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑛𝑖𝑠 𝑖𝑛𝑢𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑡, 𝑃𝑖𝑠𝑜𝑛𝑖𝑠 𝑎 𝑝𝑖𝑠𝑒𝑛𝑑𝑜, 𝑖𝑎𝑚 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑜𝑟𝑢𝑚, 𝐿𝑒𝑛𝑡𝑢𝑙𝑜𝑟𝑢𝑚, 𝐶𝑖𝑐𝑒𝑟𝑜𝑛𝑢𝑚, 𝑢𝑡 𝑞𝑢𝑖𝑠𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑙𝑖𝑞𝑢𝑜𝑑 𝑜𝑝𝑡𝑖𝑚𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑢𝑠 𝑠𝑒𝑟𝑒𝑟𝑒𝑡…

Connessi all’agricoltura sono anche i 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 più antichi: Pilumno, perché aveva inventato il pestello per i mulini, Pisone dal verbo 𝑝𝑖𝑠𝑒̆𝑟𝑒 (“macinare”), e poi i 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑖, i 𝐿𝑒𝑛𝑡𝑢𝑙𝑖, i 𝐶𝑖𝑐𝑒𝑟𝑜𝑛𝑒𝑠, a seconda del legume che erano più abili a seminare (…).

Queste curiose etimologie, riportate da Plinio il Vecchio (Pʟɪɴ. 𝑁𝑎𝑡. ℎ𝑖𝑠𝑡. XVIII 3, 10), mettono il nome dei 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑖 in collegamento con 𝑓𝑎𝑏𝑎 (“fava”), quello dei 𝐿𝑒𝑛𝑡𝑢𝑙𝑖 con 𝑙𝑒𝑛𝑠 (“lenticchia”), e quello dei 𝐶𝑖𝑐𝑒𝑟𝑜𝑛𝑒𝑠 con 𝑐𝑖𝑐𝑒𝑟 (“cece”).

Tornando a 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309, al testo normalizzato con i nominativi uscenti in -𝑢𝑠 fa da contraltare la formula 𝐺𝑛𝑎𝑖𝑢𝑜𝑑 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑒 / 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑢𝑠, dove il primo elemento riprende l’arcaica desinenza dell’ablativo singolare della II declinazione (-𝑜𝑑), contiene il dittongo aperto -𝑎𝑖- di chiara influenza ellenica e conserva la confusione grafica tra 𝐺 e 𝐶. Si suppone che il prenome 𝐺𝑛𝑎𝑒𝑢𝑠 (“Gneo”) abbia origini etrusche: l’epigrafia funebre di area tirrenica risalente al IV secolo, difatti, attesta il nome 𝐶𝑛𝑒𝑢𝑒. Gli studiosi sospettano una probabile manipolata artificiosità del testo iscritto sul sarcofago di Barbato e alcuni sono convinti che queste “patine” arcaizzanti, pseudo-greche siano palesemente volute e manierate.

L’espressione 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑒 / 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑢𝑠, poi, appartiene a quel codice linguistico con cui, dal III secolo in poi, gli aristocratici romani tendevano a farsi rappresentare. A tal proposito, Matteo Massaro (2008, 52) ha osservato che l’inversione fra il 𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑖𝑐𝑖𝑢𝑚 e il 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 e fra il 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 e il 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑜𝑛𝑖𝑚𝑖𝑐𝑢𝑠 potrebbe aver avuto ragioni metriche, oltre che chiare funzioni propagandistiche. Non è un caso, infatti, che nel registro “burlesco” della commedia plautina questo codice autorappresentativo fosse spesso motteggiato: non rare, infatti, sono le scene in cui buffoni, fanfaroni e altri personaggi di dubbia origine si vantino di essere dei 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑖.

Stando all’espressione 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑠𝑞𝑢𝑒, Scipione Barbato doveva essere dotato di quella virtù che i Greci chiamavano φρόνησις, che si potrebbe tradurre come “accortezza politica”, diversa dalla σωφροσύνη, che indica la “moderazione” e la “temperanza”, e dalla σοφία, ossia la “saggezza che deriva dalla dottrina” (corrispondente alla latina 𝑠𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎). Coraggio, audacia e prontezza d’azione derivavano all’uomo romano dalla preparazione e dalla saggezza, cioè dal formazione e dall’esperienza (chi era preparato, sapeva prendere decisioni previdenti e non avventate). I Romani, insomma, esaltavano nella 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎 della persona non solo l’avvedutezza, ma anche la capacità di “agire bene” (cfr. Pesando 1990; Pignatelli 2001).

Il sintagma successivo 𝑞𝑢𝑜𝑖𝑢𝑠 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑢𝑖𝑟𝑡𝑢𝑡𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑖𝑠𝑢𝑚𝑎 / 𝑓𝑢𝑖𝑡 si può ben avvicinare all’ideale greco arcaico della καλοκαγαθία, la massima perfezione umana, l’unione nella stessa persona della “bellezza” e della “bontà” morale. Di conseguenza, nell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 di Scipione Barbato sembra esserci un tentativo di appropriazione di tale principio straniero e di renderlo “romano”. Sul piano morfologico, si nota che 𝑞𝑢𝑜𝑖𝑢𝑠 sia la forma antica di 𝑐𝑢𝑖𝑢𝑠, il dativo 𝑢𝑖𝑟𝑡𝑢𝑡𝑒𝑖 presenta l’originale desinenza con dittongo aperto dei nomi della III declinazione e 𝑝𝑎𝑟𝑖𝑠𝑢𝑚𝑎, che sta per il classico 𝑝𝑎𝑟𝑖𝑠𝑠𝑖𝑚𝑎, indica al superlativo assoluto la totale identificazione tra le virtù morali e spirituali e la bellezza fisica del defunto. Massaro (2008) ha ipotizzato che 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 fosse un esplicito riferimento a un ritratto dello stesso Barbato che, anticamente, doveva essere posto sopra il sarcofago, secondo un uso ravvisabile presso gli Etruschi.

Di seguito, inizia quella parte di testo che sicuramente richiama elementi più arcaizzanti e più propriamente quiritari. Innanzitutto, si indicano le cariche pubbliche che il 𝑑𝑒 𝑐𝑢𝑖𝑢𝑠 rivestì in vita: 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑜𝑙, 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟, 𝑎𝑖𝑑𝑖𝑙𝑖𝑠. All’epoca di Scipione Barbato (fine IV – inizi III secolo), com’è noto, non esisteva ancora un 𝑐𝑢𝑟𝑠𝑢𝑠 ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚 e l’unica vera e propria magistratura era il consolato. Ma nel corso dei decenni, la rapida estensione dell’egemonia dell’Urbe sull’Italia centro-meridionale e i primi conflitti con le genti esterne, nonché l’ingresso nella 𝑟𝑒𝑠 𝑝𝑢𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎 di nuovi elementi, se non interi gruppi gentilizi, comportarono il proliferare di nuovi ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑒𝑠 oltre il consolato, che assunsero, a poco a poco, la dignità magistratuale. L’iscrizione sul sarcofago, dunque, mostra la successione delle cariche ricoperte da quella che normalmente era considerata la più importante: il nome 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑜𝑙 presenta un’uscita priva di oscuramento (è molto probabile che, all’epoca, si pronunciasse in questo modo). Tuttavia, siccome l’epigrafia latina, in genere, mostra l’abbreviazione in 𝑐𝑜𝑠 o l’estensione in 𝑐𝑜𝑠𝑜𝑙, il fatto che in questo caso il termine sia riportato per intero lascia pensare che si tratti di un falso arcaismo. Del secondo titolo, 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟, già si è detto, ricordando che l’editore Hülsen aveva ravvisato sulla cassa del sarcofago le tenui tracce di una rubricatura; ulteriore spia di arcaismo affettato è l’incisione della parola per intero. Infine, la terza carica, 𝑎𝑖𝑑𝑖𝑙𝑖𝑠, presenta l’originario dittongo in 𝑎𝑖. Ora, dato che all’epoca di Barbato non esisteva una determinata successione delle cariche pubbliche, è probabile che egli le avesse esercitate una di seguito all’altra come riferito dall’iscrizione; ma è anche vero che l’epigrafe non determina per forza un ordine crescente o decrescente, perciò si potrebbe ipotizzare che quegli ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑒𝑠 siano stati disposti nell’ordine giudicato più opportuno: il consolato, con cui il defunto illustrò se stesso e la propria famiglia, compiendo imprese degne di memoria; la censura, che misurava il prestigio e il carisma della persona; l’edilità, che dava prova dell’impegno dell’uomo verso la 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎𝑠.

Il cosiddetto «Togato Barberini». Statua, marmo, fine I secolo a.C. con testa non pertinente. Roma, Musei Capitolini

Fu solo con la 𝑙𝑒𝑥 𝑉𝑖𝑙𝑙𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠, un plebiscito fatto approvare nel 180 dall’omonimo tribuno della plebe, Lucio Villio, che si stabilì 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑢𝑠 𝑜𝑟𝑑𝑜 𝑚𝑎𝑔𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑢𝑢𝑚, disciplinando la carriera politica dei cittadini. Il provvedimento imponeva un’età minima per l’accesso alle diverse magistrature e l’osservanza di un intervallo obbligatorio minimo di due anni tra un mandato e l’altro. Con questa legge la 𝑞𝑢𝑎𝑒𝑠𝑡𝑢𝑟𝑎 divenne una carica elettiva a tutti gli effetti, con il prerequisito di aver prestato almeno dieci anni di servizio militare (𝑑𝑒𝑐𝑒𝑚 𝑠𝑡𝑖𝑝𝑒𝑛𝑑𝑖𝑎). A 37 anni si poteva essere eletti 𝑎𝑒𝑑𝑖𝑙𝑒𝑠, a 40 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑡𝑜𝑟𝑒𝑠 e a 43 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑙𝑒𝑠. La funzione del dispositivo era quella di assicurare un regolare avvicendamento al potere dei cittadini, evitando che gli individui più spregiudicati, da semplici 𝑝𝑟𝑖𝑣𝑎𝑡𝑖, ottenessero un 𝑖𝑚𝑝𝑒𝑟𝑖𝑢𝑚 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑙𝑎𝑟𝑒, arruolassero eserciti in proprio e gestissero i propri affari, pur compiendo missioni per il bene della 𝑟𝑒𝑠 𝑝𝑢𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎.

La formula 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑓𝑢𝑖𝑡 𝑎𝑝𝑢𝑑 𝑢𝑜𝑠 è un esempio di enfasi pleonastica, che si ritrova pressoché identica anche nell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 del figlio di Barbato (𝐶𝐼𝐿 VI 1287), l’omonimo Lucio Cornelio Scipione, console nel 259, il cui sepolcro era posto nello stesso mausoleo. È molto probabile che il pleonasmo doveva sottolineare l’unicità e l’eccezionalità del defunto rispetto al corpo civico, nonché il suo vanto di essere stato egli stesso un 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑠 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛𝑢𝑠.

Nelle ultime due righe dell’iscrizione si indicano sinteticamente i principali successi conseguiti da Barbato, evidentemente durante il consolato. Con ogni probabilità, questa porzione di testo non doveva far parte dell’originaria redazione in rubricatura, né nella prima versione incisa. Adriano La Regina (1968) notò che l’epitaffio altro non era che la trascrizione di alcuni passi più significativi della 𝑙𝑎𝑢𝑑𝑎𝑡𝑖𝑜 𝑓𝑢𝑛𝑒𝑏𝑟𝑖𝑠, recitata alle esequie. Sulla stessa linea, Fausto Zevi (1969-70, 69) dimostrò che l’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 fu, in realtà, il risultato di una sintesi estremamente elaborata ed efficacissima – al punto da sembrare evocativa – di quegli elementi che il discorso funebre dovette affrontare più diffusamente.

Le questioni più complesse sorsero quando gli interpreti moderni tentarono di vagliare, alla luce delle notizie pervenute da altra fonte, la veridicità delle 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑎𝑒 di Barbato, console nel 298. Le discrepanze apparvero effettivamente inconciliabili e le diverse soluzioni proposte convennero, in linea di massima, nel riporre meno fiducia nella testimonianza più antica e diretta che nelle rielaborazioni dell’annalistica. Alcuni studiosi avrebbero aggirato il problema con un’imputazione di “falso ideologico” nei confronti della stessa 𝑔𝑒𝑛𝑠 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑎, che avrebbe esaltato nel suo avo meriti inesistenti. Filippo Coarelli (1999) evidenziò che le incongruenze tra 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 e due passi liviani (Lɪᴠ. X 41, 9-14) sarebbero più apparenti che reali, sospettando che, in realtà, l’autore dell’iscrizione intendesse celebrare le imprese di Barbato in qualità di 𝑙𝑒𝑔𝑎𝑡𝑢𝑠 nel 293. Tito Livio segue una tradizione che colloca la missione di Scipione Barbato in 𝐸𝑡𝑟𝑢𝑟𝑖𝑎 e quella del collega Gneo Fulvio Massimo Centumalo nel 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑢𝑚, mentre l’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 non accenna minimamente agli Etruschi, anzi, attribuisce la conquista del 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑢𝑚 espressamente allo stesso Scipione (𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑜 𝑐𝑒𝑝𝑖𝑡). La fonte liviana, dunque, ignora completamente le presunte operazioni militari di Barbato contro i Sanniti e i Lucani, concordando piuttosto con i 𝑓𝑎𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑟𝑖𝑢𝑚𝑝ℎ𝑎𝑙𝑒𝑠, che in corrispondenza con l’anno 298 (= 456 𝑎.𝑈.𝑐.) accredita la vittoria 𝑑𝑒 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑡𝑖𝑏𝑢𝑠 𝐸𝑡𝑟𝑢𝑠𝑐𝑒𝑖𝑠𝑞𝑢𝑒 a Centumalo. Inoltre, Livio racconta che la campagna assegnata a Scipione incontrò non poche difficoltà, essendo i nemici particolarmente agguerriti e militarmente preparati.

Ricostruzione del sepolcro di L. Cornelio Scipione Barbato, da J.E. Sandys, 𝐴 𝐶𝑜𝑚𝑝𝑎𝑛𝑖𝑜𝑛 𝑡𝑜 𝐿𝑎𝑡𝑖𝑛 𝑆𝑡𝑢𝑑𝑖𝑒𝑠, Cambridge 1913

Secondo Mommsen, nel 298, il Senato avrebbe decretato che entrambi i consoli si occupassero della guerra contro i Sanniti: Centumalo avrebbe sconfitto i nemici a 𝐵𝑜𝑢𝑖𝑎𝑛𝑢𝑚 e ad 𝐴𝑢𝑓𝑖𝑑𝑒𝑛𝑎, mentre Barbato avrebbe assediato ed espugnato gli 𝑜𝑝𝑝𝑖𝑑𝑎 indicati dal suo 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚, cioè 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 e 𝐶𝑖𝑠𝑎𝑢𝑛𝑎. In questo modo, il filologo tedesco tentò di far collimare tutte le informazioni con le indicazioni dei 𝑓𝑎𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑟𝑖𝑢𝑚𝑝ℎ𝑎𝑙𝑒𝑠: dopo aver sconfitto i Sanniti, Centumalo si sarebbe rivolto a nord per combattere gli Etruschi, mentre Barbato si sarebbe rivolto a sud, sottomettendo l’intera Lucania (𝑠𝑢𝑏𝑖𝑔𝑖𝑡 𝑜𝑚𝑛𝑒 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎𝑚), dalla quale avrebbe riportato ostaggi (𝑜𝑝𝑠𝑖𝑑𝑒𝑠𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑏𝑑𝑜𝑢𝑐𝑖𝑡). Infine, soltanto al collega sarebbe stato concesso il trionfo sulle popolazioni nemiche, perché Scipione Barbato avrebbe combattuto contro i Lucani, i quali, benché ribelli, erano pur sempre 𝑓𝑜𝑒𝑑𝑒𝑟𝑎𝑡𝑖. Insomma, con buona pace di Livio e delle sue fonti, tendenti spesso a far confusione, secondo Mommsen, i documenti epigrafici offrirebbero un quadro tutto sommato coerente. La sua ricostruzione per un po’ ha retto.

Tuttavia, il primo a porsi dei dubbi fu proprio La Regina, secondo il quale non esisterebbero elementi sicuri per suffragare l’ipotesi che i Lucani, nel 298, si fossero ribellati a Roma: Scipione Barbato non conquistò la Lucania, dato che i suoi abitanti, indotti dalla pressione dei Sanniti sulle frontiere settentrionali, chiesero e ottennero un patto d’alleanza con i Romani e, come voleva la consuetudine, inviarono degli ostaggi. In quegli anni l’Urbe stava gestendo due fronti di guerra, a nord contro gli Etruschi a sud contro i Sanniti; in queste condizioni, l’apertura di un terzo fronte, tra l’altro nei confronti di una popolazione prima di allora non coinvolta direttamente nelle politiche di espansione romana e che, tutt’al più, avrebbe avuto ogni ragione per schierarsi contro i Sanniti, sarebbe stata assolutamente controproducente. In ogni caso, secondo La Regina, ogni interpretazione addotta poggerebbe sulla presunzione di un elemento non dimostrato, e cioè che la 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎(𝑚) dell’iscrizione sia identificata effettivamente con l’omonima regione dell’Italia meridionale. In epoca antica, però, con quel nome non si indicava un unico territorio: secondo La Regina, nella fattispecie, si sarebbe trattato di una piccola comunità sabellica attestata lungo la valle del Sangro, nell’odierno Abruzzo meridionale, e il toponimo 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎(𝑚) andrebbe identificato con l’attuale Castel di Sangro (AQ). La tesi di La Regina è supportata dall’evidenza che il nome 𝐿𝑢𝑐𝑎𝑛𝑖𝑎, che indica la regione storica, non si trova mai con sdoppiamenti o dittonghi nelle attestazioni note. Detta interpretazione supera le riserve espresse da Ugo Scamuzzi (1957; 1959), il quale non era convinto che 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎(𝑚) si potesse ritenere esterna allo spazio della Lucania storica, ritenendo invece valida la ricostruzione di Mommsen.

La tesi di La Regina, dunque, collocherebbe più correttamente le operazioni militari condotte da Barbato in un settore del 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑢𝑚 più a settentrione rispetto a quelle compiute da Centumalo tra 𝐵𝑜𝑢𝑖𝑎𝑛𝑢𝑚 e 𝐴𝑢𝑓𝑖𝑑𝑒𝑛𝑎. D’altronde, addirittura Sesto Giulio Frontino (Fʀᴏɴᴛɪɴ. 𝑆𝑡𝑟. I 6, 1) era a conoscenza di una marcia di Scipione Barbato «nel territorio dei Lucani» (𝑖𝑛 𝐿𝑢𝑐𝑎𝑛𝑜𝑠). Anche Claudio Ferone (2005), seguendo La Regina, sostenne che il toponimo 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎(𝑚) non si riferisse alla Lucania storica, bensì a un territorio dell’area irpina.

Il problema, a questo punto, sta nel capire che cosa sia accaduto alla tradizione liviana e per quale motivo a Scipione Barbato sia stato attribuito il fronte etrusco, fermo restando che tutti gli studiosi fin qui passati in rassegna concordino sul fatto che 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 sorgesse presso l’od. Circello (BN). Domenico Silvestri (1978) tentò di far ordine sulle indicazioni di 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 𝐶𝑖𝑠𝑎𝑢𝑛𝑎 / 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑜, ma contestò l’idea di una toponomastica urbana: in tal senso, 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 deriverebbe dall’etnonimo 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑖, antica popolazione di origine campana, e 𝐶𝑖𝑠𝑎𝑢𝑛𝑎 sarebbe un aggettivo derivato da *𝑐𝑖𝑠𝑠𝑎𝑏𝑒𝑛𝑜𝑠, riconducibile al nome arcaico del Sannio, 𝑆𝑎𝑏𝑒𝑛𝑖𝑜𝑛. Le ultime due righe dell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚, insomma, pongono enfasi sulle imprese militari del defunto in quella regione, esaltandone le vittorie.

Il collegamento che Livio istituisce tra Scipione Barbato e l’Etruria fu analizzato da Santo Mazzarino (1966, 288-290), il quale giunse alla conclusione che tra le due opposte versioni – quella familiare dei 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 e quella annalistica di Livio – la più genuina fosse la prima. A partire da una supposta falsificazione di una sconfitta subita dai Romani a 𝐶𝑎𝑚𝑒𝑟𝑖𝑛𝑢𝑚 nel 295 per mano dei Galli (Lɪᴠ. X 25, 11; 26, 9), Mazzarino sosteneva che agli eventi del 298 si fosse sovrapposta e confusa una versione “ufficiale” distorta. Questa manipolazione era imputata dallo studioso all’annalista Fabio Pittore: costui, membro della 𝑔𝑒𝑛𝑠 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑎, non avrebbe avuto alcuno scrupolo a sostituire il reale protagonista di quella vergognosa sconfitta, Quinto Fabio Rulliano, uomo il cui prestigio proprio in quel periodo era giunto alle stelle. Malgrado il tentativo propagandistico di assicurare la fama al 𝑐𝑙𝑎𝑛 di appartenenza, Polibio rivela che quella sconfitta avvenne a causa dell’avventatezza del comandante romano (Pᴏʟʏʙ. II 19, 5-6). Pittore, dunque, sostituì a Rulliano nientemeno che Scipione Barbato, il quale si sarebbe per così dire “rifatto” con una magra vittoria sui Volterrani.

Diversamente, Ernst Meyer (1972, 971-973) pensò che la cronaca degli eventi del 298, in realtà, dipendessero sempre da un atteggiamento arbitrario: d’altronde, in antico, vittorie, sconfitte e altre azioni militari di qualsiasi tipo non venivano mai attribuite ai singoli consoli, ma ai Romani collettivamente. Secondo lo studioso, perciò, questi fatti “anonimi” furono assegnati con discrezionalità dagli annalisti seriori ai due consoli in carica – come in un caso del 294, in cui sono riportati accadimenti analoghi a quelli del 298.

Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. dalla Tomba di Nola. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Sul piano morfologico-lessicale, gli elementi degni di nota nelle ultime due righe dell’iscrizione analizzata sono la voce 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑜, che per Mommsen era un ablativo, mentre Friedrich Leo (1896, 11) lo interpretò come una forma arcaizzante di accusativo singolare di II declinazione, e il verbo 𝑎𝑏𝑑𝑜𝑢𝑐𝑖𝑡, per cui Edward Wölfflin (1890, 122) pensò che il lapicida avesse inserito tra le lettere -𝑐- e -𝑖- una -𝑠-, congetturando che il testo andasse emendato in 𝑎𝑏𝑑𝑜𝑢𝑐(𝑠)𝑖𝑡 e normalizzato in 𝑎𝑏𝑑𝑢𝑥𝑖𝑡; il solito Hülsen (𝐶𝐼𝐿 VI 31588) corresse questa interpretazione, affermando che i due segni semicircolari che Wölfflin aveva individuato come le anse di una 𝑠 fossero, in realtà, due piccoli fori. Quanto agli 𝑜𝑝𝑠𝑖𝑑𝑒𝑠, a detta di Denis Álvarez-Pérez Sostoa (2010), i Lucani avrebbero effettivamente consegnato degli ostaggi ai Romani nel 298, non come popolo vinto, bensì come garanzia per ottenerne protezione e siglare con loro un 𝑓𝑜𝑒𝑑𝑢𝑠. Siccome però nell’epigrafe compare l’espressione 𝑠𝑢𝑏𝑖𝑔𝑖𝑡 𝑜𝑚𝑛𝑒 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎𝑚, è altresì probabile che Roma abbia tentato di alleggerire la pressione della Federazione sannitica, sottomettendone una piccola area (𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎) e conducendo da essa degli ostaggi.

Per quanto riguarda, invece, la cronologia del sarcofago di Scipione Barbato, Wölfflin fu il primo degli studiosi a decontestualizzare la redazione dell’epigrafe dal periodo in cui il defunto visse, sganciandone quindi l’elaborazione e la realizzazione dagli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa, presumibilmente 𝑝𝑜𝑠𝑡 270. In sostanza, il filologo tedesco propose di collocarne la redazione addirittura verso la fine del III secolo. Fu proprio Wölfflin, tra l’altro, a supporre la successione di tre fasi d’intervento sull’epigrafe: la messa in evidenza della sequenza onomastica sia rubricata sia incisa; la raschiatura dell’identità del defunto dalla cassa per riportarla sull’opercolo e la composizione di una sorta di carme con le diverse indicazioni sul conto del morto; infine, la scalpellatura totale del testo per rifarne un altro. Wölfflin, dunque, ipotizzò una cronologia molto bassa, che andava dall’età dell’apogeo degli 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠, dopo la guerra annibalica, fino alla fine del II secolo. Questa ricostruzione riscosse largo consenso presso gli esperti, tanto da essere ripresa, tra gli altri, da Heinz Kähler (1958), Vincenzo Saladino (1970) e Wilhelm Hornbostel (1973).

Il primo a muovere delle obiezioni a questa tesi fu Filippo Coarelli (1973, 43-44), il quale si disse fermamente convinto che il sarcofago e l’iscrizione fossero contestuali alla prima metà del III secolo, cioè fra la scomparsa di Barbato e il consolato del figlio (259/8). Eppure, l’esasperata individuazione, anche nell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 del giovane, di un 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑢𝑠 all’interno della cittadinanza romana ha indotto quanti difendono la cronologia bassa a privilegiare la ricostruzione di Wölfflin, sulla scorta della quasi mitizzazione che le fonti tramandano su Scipione Africano. I dubbi sulla cronologia bassa furono ripresi da Wachter (1987), che esaminò punto per punto grafia, fonologia, lessico e stile dell’epigrafe, riconducendo il testo e il manufatto agli anni 270-250 circa. Questa è nella maggior parte dei casi l’ipotesi accolta in tempi più recenti (Radke 1991; Kruschwitz 1998, 281).

Ora, in un caso come questo, tutti i caratteri intrinseci hanno creato maggiori difficoltà interpretative non tanto nell’analisi del documento epigrafico, quanto piuttosto nella sua contestualizzazione. Di conseguenza, le informazioni alle quali si deve fare riferimento non devono più essere soltanto quelle che l’iscrizione soltanto offre, ma devono diventare quelle attraverso le quali, indipendentemente dal testo, è possibile ricostruire le vicende del personaggio ricordato. L’epoca in cui visse Lucio Cornelio Scipione Barbato era un tempo in cui la classe dirigente romana si presentava ormai come compagine fortemente ellenizzata in tutti i suoi codici espressivi, dalle categorie morali e di pensiero con cui interpretare il mondo e le forme e i modi dell’autorappresentazione e del gruppo sociale d’appartenenza e della propria individualità. È perciò molto importante riuscire a ricostruire l’ambito entro cui collocare il documento, per poi scoprire la coerenza tra le informazioni offerte dal reperto e i dati provenienti dall’ambito in questione.

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[1] 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 = 𝐶𝐼𝐿 I² 373 = 𝐶𝐼𝐿 I² 2, 4, 859 = 𝐶𝐼𝐿 VI 1284 = 𝐼𝐿𝑆 I 1 = 𝐴𝐸 1991, 72; 1997, 129; 2001, 205; 2005, 196; 2008, 168.