L’«heroon» di Lefkandi

da F. PESANDO, L’Eubea, in E. GRECO (ed.), La città greca antica: istituzioni, società e forme urbane, Roma 1999, 99-102 [con modifiche].

Le testimonianze archeologiche confermano sempre più un precoce sviluppo dell’isola di Eubea agli albori dell’età geometrica. Presso il moderno villaggio di Lefkandi, in località Toumba (toponimo greco simmetrico del termine arabo tell, cioè collina artificiale), agli inizi degli anni Ottanta, è stata infatti messa in luce una ricca necropoli organizzata intorno a un gigantesco edificio interrato immediatamente dopo la sua costruzione, databile tra il 1000 e il 950 a.C.

Necropoli di Toumba (Lefkandi, Eubea). Planimetria a disegno in Antonaccio 2002, 18, da Kalligas 1988, 231.

Questo edificio si configura come un palazzo funerario, strutturato sul modello dell’abitazione più importante dell’epoca, cioè la residenza di un basiléus; delle regge di quel periodo – archeologicamente note solo da scarsi resti, ma in parte ricostruibili sulla base di numerosi riferimenti in Omero – l’edificio di Toumba riproduce l’articolazione canonica (m 45×10).

Heroon di Lefkandi. Veduta assonometrica (Popham-Sackett 1993).

La forma scelta per la costruzione presenta il lato corto di fondo absidato, preceduto da due vasti ambienti, corrispondenti a quelli che nell’architettura domestica erano il pròdromos (vestibolo, spesso dotato di un portico di legno compreso fra le ante) e il mègaron (la sala del focolare, utilizzata per tutte le cerimonie ufficiali del sovrano); nella stanza absidata, occupata nell’edificio di Toumba da grandi pithoi (recipienti) destinati alle offerte funebri, occorre riconoscere la sede del thàlamos (la stanza nuziale). Rimane incerto se l’edificio sia sorto come palazzo funerario o se, dopo aver funzionato come vera e propria reggia, sia stato trasformato in sepolcro (heroon) solo in seguito alla scomparsa del basilèus che vi aveva dimorato. In ogni caso, entrambe le ipotesi sono destinate a restare senza verifica, poiché secondo un triste destino cui sono spesso soggette le scoperte archeologiche, il mègaron fu quasi completamente distrutto dalla ruspa manovrata dal proprietario del terreno.

Heroon di Lefkandi. Planimetria in De Waele 1998, 381.

L’altissimo rango del personaggio sepolto nel palazzo funerario di Toumba emerge dalla tipologia delle sepolture e dalla straordinaria qualità degli oggetti in esse ritrovati. Due le deposizioni scoperte, una femminile a inumazione e una maschile a incinerazione; accanto alle due tombe venne ritrovata anche una grande fossa contenente i resti di quattro cavalli, tutti provvisti di morsi. Nella tomba maschile le ceneri del defunto, avvolte in una stoffa secondo una ritualità funeraria ben nota da Omero, vennero collocate in un’anfora di bronzo di fabbricazione cipriota e con orlo decorato da una teoria di leoni, vecchia di un secolo rispetto all’età in cui venne sepolto il basilèus; se nulla di preciso possiamo dire riguardo alle modalità con cui essa giunse in Eubea, la sua presenza indica comunque la ricchezza dei contatti fra quest’isola e aree geografiche situate anche a considerevole distanza, e ci lascia forse intravedere i contorni di quell’ideologia del dono fra re che costituisce un tratto caratteristico della civiltà omerica. Al corredo maschile appartenevano inoltre una spada, un rasoio, una cote e alcuni elementi in ferro, segno che il possesso e la lavorazione di questo metallo erano ancora sentiti come estremamente importanti nella società dell’epoca.

Sepolture dall’heroon di Lefkandi. Ricostruzione a disegno da Domínguez 2005, 212.

Molto ricca era anche la sepoltura femminile: la donna era abbigliata in modo particolarmente raffinato, con al collo una collana d’oro e due dischi di bronzo inseriti nell’abito funerario in corrispondenza del seno, mentre accanto alla testa era deposto un coltello di ferro con la punta rivolta verso l’alto. Impressionanti sono le analogie riscontrabili fra queste sepolture e i riti funerari eroici descritti dall’epica omerica; a quei riti riconducono infatti la presenza dei cavalli immolati, la cremazione dell’uomo, segno distintivo dell’eroe, l’uso di avvolgere le ceneri del defunto in un tessuto prezioso e, infine, l’inumazione della donna, nella quale la caratteristica più singolare è costituita dalla presenza del coltello collocato all’altezza del collo.

Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, gli scopritori riconoscono nell’inumazione femminile la possibile testimonianza di un’autoimmolazione: la donna si sarebbe comportata come una suttee della tradizione induista e come molte «eroine tragiche» ricordate dalla tradizione mitica greca (per esempio, Soph. Trach. 718-720; Euripid. Supp. 1019-1021). Tuttavia, la forma del suicidio scelto (per lacerazione, come suggerirebbe la presenza del coltello) non è quella tipica della sfera femminile, che prevede in genere lo strangolamento per impiccagione (su questo punto cfr. Loraux 1988). Ciò che invece sembra evocare questa deposizione è il sacrificio umano compiuto presso le tombe degli eroi. Molto esplicitamente Omero ricorda  che nel corso dei funerali di Patroclo, oltre ai cavalli e ai cani, vennero uccisi dodici giovani troiani; ma il paragone più stringente con quanto documentato dal palazzo funerario di Toumba è fornito da brani tragici e da fonti mitografiche tarde in cui viene descritta la morte di Polissena, la più giovane fra le figlie di Priamo sgozzata da Neottolemo sul tumulo di Achille come parte dell’onore che spettava al grande eroe acheo dopo la conquista di Troia (Euripid. Ecub. 534-541; 557-567; Apollod. Epit. V 23).

Pittore del Gruppo Tirrenico. Sacrificio di Polissena. Anfora attica a figure nere, c. 570-550 a.C. dall’Italia. London, British Museum.

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Riferimenti bibliografici:

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Nerone fa uccidere Agrippina Minore (Tac. Ann. XIV 3-8)

Marzo 59: Nerone decide di uccidere la madre: prima tenta di far naufragare la nave su cui Agrippina faceva ritorno ad Anzio dalla Campania, dove aveva incontrato il figlio; poi, fallito il falso incidente, l’imperatore ordina a dei sicari di recarsi nella sua villa e di eliminarla.

Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico. Aureus, Roma c. 55. Ar. 7,60 g. Recto: Nero Claud(ius) Divi f(ilius) Caes(ar) Aug(ustus) Germ(anicus) imp(erator) tr(ibunicia) p(otestate) co(n)s(ul). Busti drappeggiati dell’imperatore e di sua madre, voltati a destra.

[3, 1] Igitur Nero vitare secretos eius congressus, abscedentem in hortos aut Tusculanum vel Antiatem in agrum laudare, quod otium capesseret. postremo, ubicumque haberetur, praegravem ratus interficere constituit, hactenus consultans, veneno an ferro vel qua alia vi. placuitque primo venenum. [2] sed inter epulas principis si daretur, referri ad casum non poterat tali iam Britannici exitio; et ministros temptare arduum videbatur mulieris usu scelerum adversus insidias intentae; atque ipsa praesumendo remedia munierat corpus. ferrum et caedes quonam modo occultaretur, nemo reperiebat; et ne quis illi tanto facinori delectus iussa sperneret metuebat. [3] obtulit ingenium Anicetus libertus, classi apud Misenum praefectus et pueritiae Neronis educator ac mutuis odiis Agrippinae invisus. ergo navem posse componi docet, cuius pars ipso in mari per artem soluta effunderet ignaram: nihil tam capax fortuitorum quam mare; et si naufragio intercepta sit, quem adeo iniquum, ut sceleri adsignet, quod venti et fluctus deliquerint? additurum principem defunctae templum et aras et cetera ostentandae pietati.

[4, 1] Placuit sollertia, tempore etiam iuta, quando Quinquatruum festos dies apud Baias frequentabat. illuc matrem elicit, ferendas parentium iracundias et placandum animum dictitans, quo rumorem reconciliationis efficeret acciperetque Agrippina, facili feminarum credulitate ad gaudia. [2] venientem dehinc obvius in litora (nam Antio adventabat) excepit manu et complexu ducitque Baulos. id villae nomen est, quae promunturium Misenum inter et Baianum lacum flexo mari adluitur. [3] stabat inter alias navis ornatior, tamquam id quoque honori matris daretur: quippe sueverat triremi et classiariorum remigio vehi. ac tum invitata ad epulas erat, ut occultando facinori nox adhiberetur. [4] satis constitit extitisse proditorem, et Agrippinam auditis insidiis, an crederet ambiguam, gestamine sellae Baias pervectam. ibi blandimentum sublevavit metum: comiter excepta superque ipsum collocata. iam pluribus sermonibus, modo familiaritate iuvenili Nero et rursus adductus, quasi seria consociaret, tracto in longum convictu, prosequitur abeuntem, artius oculis et pectori haerens, sive explenda simulatione, seu pe[ri]turae matris supremus adspectus quamvis ferum animum retinebat.

[5, 1] Noctem sideribus inlustrem et placido mari quietam quasi convincendum ad scelus dii praebuere. nec multum erat progressa navis, duobus e numero familiarium Agrippinam comitantibus, ex quis Crepereius Gallus haud procul gubernaculis adstabat, Acerronia super pedes cubitantis reclinis paenitentiam filii et recuperatam matris gratiam per gaudium memorabat, cum dato signo ruere tectum loci multo plumbo grave, pressusque Crepereius et statim exanimatus est: Agrippina et Acerronia eminentibus lecti parietibus ac forte validioribus, quam ut oneri cederent, protectae sunt. [2] nec dissolutio navigii sequebatur, turbatis omnibus et quod plerique ignari etiam conscios impediebant. visum dehinc remigibus unum in latus inclinare atque ita navem submergere; sed neque ipsis promptus in rem subitam consensus, et alii contra nitentes dedere facultatem lenioris in mare iactus. [3] verum Acerronia, imprudentia dum se Agrippinam esse utque subveniretur matri principis clamitat, contis et remis et quae fors obtulerat navalibus telis conficitur. Agrippina silens eoque minus agnita (unum tamen vulnus umero excepit) nando, deinde occursu lenunculorum Lucrinum in lacum vecta villae suae infertur.

[6, 1] Illic reputans ideo se fallacibus litteris accitam et honore praecipuo habitam, quodque litus iuxta, non ventis acta, non saxis impulsa navis summa sui parte veluti terrestre machinamentum concidisset, observans etiam Acerroniae necem, simul suum vulnus adspiciens, solum insidiarum remedium esse [sensit], si non intellegerentur; [2] misitque libertum Agermum, qui nuntiaret filio benignitate deum et fortuna eius evasisse gravem casum; orare ut quamvis periculo matris exterritus visendi curam differret; sibi ad praesens quiete opus. [3] atque interim securitate simulata medicamina vulneri et fomenta corpori adhibet; testamentum Acerroniae requiri bonaque obsignari iubet, id tantum non per simulationem.

[7, 1] At Neroni nuntios patrati facinoris opperienti adfertur evasisse ictu levi sauciam et hactenus adito discrimine, ‹ne› auctor dubitaret‹ur›. [2] tum pavore exanimis et iam iamque adfore obtestans vindictae properam, sive servitia armaret vel militem accenderet, sive ad senatum et populum pervaderet, naufragium et vulnus et interfectos amicos obiciendo: quod contra subsidium sibi, nisi quid Burrus et Seneca? ‹expurgens› quos statim acciverat, incertum an et ante ignaros. [3] igitur longum utriusque silentium, ne inriti dissuaderent, an eo descensum credebant, ‹ut›, nisi praeveniretur Agrippina, pereundum Neroni esset. post Seneca hactenus promptius, ‹ut› respiceret Burrum ac s‹c›iscitaretur, an militi imperanda caedes esset. [4] ille praetorianos toti Caesarum domui obstrictos memoresque Germanici nihil adversus progeniem eius atrox ausuros respondit: perpetraret Anicetus promissa. [5] qui nihil cunctatus poscit summam sceleris. ad eam vocem Nero illo sibi die dari imperium auctoremque tanti muneris libertum profitetur: iret propere duceretque promptissimos ad iussa. [6] ipse audito venisse missu Agrippinae nuntium Agermum, scaenam ultro criminis parat, gladiumque, dum mandata perfert, abicit inter pedes eius, tum quasi deprehenso vincla inici iubet, ut exit‹i›um principis molitam matrem et pudore deprehensi sceleris sponte mortem sumpsisse confingeret.

[8, 1] Interim vulgato Agrippinae periculo, quasi casu evenisset, ut quisque acceperat, decurrere ad litus. hi molium obiectus, hi proximas scaphas scandere; alii, quantum corpus sinebat, vadere in mare; quidam manus protendere. questibus votis clamore diversa rogitantium aut incerta respondentium omnis ora compleri; adfluere ingens multitudo cum luminibus, atque ubi incolumem esse pernotuit, ut ad gratandum sese expedire, donec adspectu armati et minitantis agminis deiecti sunt. [2] Anicetus villam statione circumdat refractaque ianua obvios servorum abripit, donec ad fores cubiculi veniret; cui pauci adstabant, ceteris terrore inrumpentium exterritis. [3] cubiculo modicum lumen inerat et ancillarum una, magis ac magis anxia Agrippina, quod nemo a filio ac ne Agermus quidem: aliam fore laetae rei faciem; nunc solitudinem ac repentinos strepitus et extremi mali indicia. [4] abeunte dehinc ancilla: «Tu quoque me deseris?» prolocuta respicit Anicetum, trierarcho Herculeio et Obarito centurione classiario comitatum: ac si ad visendum venisset, refotam nuntiaret, sin facinus patraturus, nihil se de filio credere; non imperatum parricidium. [5] circumsistunt lectum percussores et prior trierarchus fusti caput eius adflixit. iam ‹in› morte‹m› centurioni ferrum destringenti protendens uterum «Ventrem feri!» exclamavit multisque vulneribus confecta est.

Veduta di una villa maritima. Affresco, ante 79, dalla sala n. 60 di Villa San Marco, Stabiae.

***

[3, 1] Nerone, dunque, incominciò a evitare di incontrarsi da solo con la madre e, quando lei se ne andava in campagna a Tuscolo o ad Anzio, si compiaceva con lei perché si prendeva un po’ di svago. Alla fine, considerando che la presenza di lei, in qualunque luogo ella si trovasse, era per lui pericolosa, decise di ucciderla, mostrandosi dubbioso solo sul fatto se dovesse adoperare il veleno o il ferro o qualche altro mezzo violento. In un primo momento, pensò al veleno. [2] Se, tuttavia, questo fosse stato propinato alla mensa del principe, ciò non si sarebbe potuto attribuire a una pura fatalità, dato il precedente della morte di Britannico, e, d’altra parte, sembrava difficile corrompere i servi di una donna che era vigile contro le insidie, proprio per la consuetudine di perpetrare delitti; c’era poi il fatto che Agrippina aveva assuefatto il proprio corpo con l’uso di antidoti contro i veleni. Nessuno, poi, avrebbe potuto trovare il modo di nascondere un eccidio fatto a colpi di pugnale, poiché Nerone temeva che colui che fosse stato prescelto a compiere così grave misfatto potesse anche ricusarne l’incarico. [3] Gli offrì un’idea ingegnosa il liberto Aniceto, capo della flotta di stanza a Capo Miseno e precettore di Nerone fanciullo, odioso ad Agrippina, che era da lui ricambiata di pari odio. Costui informò il principe che si poteva costruire una nave, una parte della quale, in alto mare, si sarebbe aperta tramite un apposito congegno e avrebbe fatto affogare Agrippina, colta di sorpresa. Nulla più del mare offriva possibilità di disgrazie accidentali e, se Agrippina fosse stata portata via da un naufragio, chi sarebbe mai stato tanto iniquo da attribuire a un delitto ciò che i venti e le onde avevano compiuto? Il principe avrebbe poi elevato alla madre morta un tempio, degli altari e altri segni d’onore, a testimonianza del proprio affetto filiale.

[4, 1] La trovata geniale fu accolta, favorita anche dalle circostanze, dato che Nerone celebrava presso Baia le Quinquatria. Là attrasse Agrippina, mentre andava ripetendo a tutti che si dovevano tollerare i malumori delle madri e che gli animi si dovevano riappacificare; da ciò sarebbe stata diffusa la voce di una riconciliazione e Agrippina l’avrebbe accolta con la facile credulità delle donne per quelle cose che suscitano piacere. [2] Nerone, poi, sulla spiaggia mosse incontro a lei che veniva dalla sua villa di Anzio e, avendola presa per mano, l’abbracciò e l’accompagnò a Bauli. Questo è il nome di una villa che è lambita dal mare, nell’arco del lido tra il promontorio Miseno e l’insenatura di Baia. [3] Era là ancorata fra le altre navi una più fastosa, come se anche ciò volesse rappresentare un segno d’onore per la madre: Agrippina, infatti, era solita viaggiare su una trireme con rematori della flotta militare. Fu allora invitata a cena, poiché era necessario attendere nottetempo per celare il piano. [4] È opinione diffusa che vi sia stato un traditore e che Agrippina, informata della trama, nell’incertezza se prestare fede all’avvertimento, sia ritornata a Baia in lettiga. Qui le manifestazioni di affetto del figlio cancellarono in lei ogni timore; accolta affabilmente, fu fatta collocare al posto d’onore. Con i più svariati discorsi, ora con tono di vivace familiarità, ora con atteggiamento più serio, come se volesse metterla a parte di più importanti questioni, Nerone trasse più a lungo possibile il banchetto; nell’atto poi di riaccompagnarla all’imbarco, la strinse al petto, guardandola fisso negli occhi, o perché volesse rendere più verisimile la finzione, o perché, guardando per l’ultima volta il volto della madre che andava a morire, sentisse vacillare l’animo suo, per quanto pieno di ferocia.

[5, 1] Quasi volessero rendere più evidente il delitto, gli dèi prepararono una notte tranquilla, piena di stelle e un placido mare. La nave non aveva ancora percorso lungo tratto; accompagnavano Agrippina appena due dei suoi familiari, Crepereio Gallo, che stava presso il timone, e Acerronia, che ai piedi del letto ove Agrippina era distesa andava rievocando lietamente con lei il pentimento di Nerone, e il riacquistato favore della madre; quando all’improvviso, a un dato segnale, rovinò il soffitto gravato da una massa di piombo e schiacciò Crepereio, morto sul colpo. Agrippina e Acerronia furono invece salvate dalle alte spalliere del letto, per caso tanto resistenti da non cedere al peso. [2] Nel parapiglia generale, non si effettuò neppure l’apertura dell’imbarcazione, anche perché i più, all’oscuro di tutto, erano di ostacolo alle manovre di coloro che invece erano al corrente della cosa. Ai rematori parve allora necessario inclinare la nave su di un fianco, in modo da affondarla; ma non essendo loro possibile, in un così improvviso mutamento di cose, un movimento simultaneo, anche perché gli altri che non sapevano facevano sforzi in senso contrario, ne venne che le due donne caddero in mare più lentamente. [3] Acerronia, pertanto, con atto imprudente, essendosi messa a urlare che era lei Agrippina e che venissero perciò a salvare la madre dell’imperatore, fu invece presa di mira con colpi di pali e di remi e con ogni genere di proiettile navale. Agrippina, in silenzio, e perciò non riconosciuta (aveva riportato una sola ferita alla spalla), dapprima a nuoto, poi con una barchetta da pesca in cui si era imbattuta, trasportata al lago Lucrino, rientrò nella sua villa.

[6, 1] Qui, ripensando alla lettera piena d’inganno con la quale era stata invitata, agli onori con i quali era stata accolta, alla nave che, vicino alla spiaggia e non trascinata da venti contro gli scogli, si era abbattuta dall’alto come fosse stata una costruzione terrestre, considerando anche il massacro di Acerronia e guardando la sua propria ferita, comprese che il solo rimedio alle insidie fosse quello di fingere di non aver capito. [2] Mandò, perciò, il liberto Agermo ad annunciare a suo figlio, che, per la benevolenza degli dèi e per un caso fortuito, si era salvata dal grave incidente; lo pregava, tuttavia, che, per quanto emozionato per il grave pericolo corso alla madre, non pensasse per ora di venirla a trovare, poiché, per il momento, lei aveva bisogno di tranquillità. [3] Frattanto, affettando in piena sicurezza, si prese cura di medicare la ferita e di riconfortare il suo corpo; un solo atto non fu in lei ispirato a simulazione, l’ordine di ricercare il testamento di Acerronia e di porre i beni di lei sotto sequestro.

[7, 1] Nerone, intanto, in attesa della notizia che il delitto era stato consumato, apprese, invece, che Agrippina si era salvata con una lieve ferita, avendo, tuttavia, corso un pericolo così grande da non farla dubitare intorno al mandante dell’insidia. [2] Allora Nerone, morto di paura, cominciò ad agitarsi gridando che da un minuto all’altro Agrippina sarebbe corsa alla vendetta, sia armando i servi sia eccitando alla sollevazione i soldati sia appellandosi al Senato e al popolo, denunciando il naufragio, la ferita e gli amici suoi uccisi. Quale aiuto egli avrebbe avuto contro di lei, se non ricorrendo a Burro e a Seneca? Perciò, fece subito chiamare l’uno e l’altro che, forse, erano già prima al corrente della vicenda. [3] Stettero a lungo in silenzio, per non pronunciare vane parole di dissuasione o, forse, perché pensavano che la cosa fosse giunta a un punto tale che, se non si fosse prima colpita Agrippina, Nerone avrebbe dovuto fatalmente morire. Dopo qualche momento, Seneca in questo soltanto si mostrò più deciso, in quanto, scambiandosi un’occhiata con Burro, gli domandò se fosse mai possibile ordinare ai soldati l’assassinio. [4] Burro rispose che i pretoriani, troppo devoti alla casa dei Cesari e memori di Germanico, non avrebbero certo osato compiere nessun atto nefando contro la prole di lui; toccava ad Aniceto di assolvere le promesse. [5] Costui, senza alcun indugio, chiese per sé l’incarico di consumare il delitto. A questa dichiarazione Nerone s’affrettò a proclamare che in quel giorno gli era conferito veramente l’Impero e che il suo liberto era colui che gli offriva dono sì grande: corse subito via e condusse con sé i soldati deliberati a eseguire gli ordini. [6] Egli, poi, saputo dell’arrivo di Agermo, messaggero inviato da Agrippina, si preparò ad architettare la scena di un delitto e nell’atto in cui Agermo gli comunicava il suo messaggio, gettò tra i piedi di lui una spada e, come se l’avesse colto in flagrante, comandò subito di gettarlo in carcere, per poter far credere che la madre avesse tramato l’assassinio del figlio e che, poi, si fosse data la morte per sottrarsi alla vergogna dell’attentato scoperto.

[8, 1] Frattanto, essendosi sparsa la voce del pericolo corso da Agrippina, come se ciò fosse accaduto per caso, a mano a mano che si diffondeva la notizia, tutti accorrevano sulla spiaggia. Alcuni salivano sulle imbarcazioni vicine, altri ancora scendevano in mare, per quanto consentiva la profondità delle acque. Alcuni protendevano le braccia con lamenti e con voti; tutta la spiaggia era piena di grida e delle voci di coloro che facevano domande e di quelli che rispondevano; una gran moltitudine s’affollò sul lido con lumi e, come si seppe che Agrippina era incolume, tutti le mossero incontro per rallegrarsi con lei, quando all’improvviso ne furono ricacciati dalla vista di un drappello di soldati armati e minacciosi. [2] Aniceto accerchiò la villa con le sentinelle e, abbattuta la porta e fatti trascinare via i servi che gli venivano incontro, procedette fino alla soglia della camera da letto di Agrippina, a cui solo pochi servi facevano la guardia, poiché tutti gli altri erano stati terrorizzati dall’irrompente violenza dei soldati. [3] Nella stanza c’erano un piccolo lume e una sola ancella, mentre Agrippina se ne stava in stato di crescente allarme perché nessuno arrivava da parte del figlio e neppure Agermo: ben altro sarebbe stato l’aspetto delle cose intorno, se veramente la sua sorte fosse stata felice; non c’era che quel deserto rotto da urla improvvise, indizi di suprema sciagura. [4] Quando anche l’ancella si mosse per andarsene, Agrippina nell’atto di volgersi a lei per dirle: «Anche tu mi abbandoni?», scorse Aniceto, in compagnia del trierarca Erculeio e del centurione di marina Obarito. Rivoltasi, allora, a lui gli dichiarò che, se era venuto per vederla, annunziasse pure a Nerone che si era riavuta; se, poi, fosse lì per compiere un delitto, ella non poteva avere alcun sospetto sul figlio: non era possibile che egli avesse comandato il matricidio. [5] I sicari circondarono il letto e primo il trierarca la colpì in testa con un bastone. Al centurione che brandiva il pugnale per finirla, protendendo il grembo, gridò: «Colpisci al ventre!»; e cadde trafitta da molte ferite.

(trad. it. di B. Ceva, Milano, BUR, 2011)

Trireme romana. Affresco, ante 79, da Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

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Una delle pagine più famose degli Annales di Tacito e insieme uno degli esempi meglio riusciti di storiografia tragica è il racconto del matricidio di Agrippina, preceduto dal fallimento di un rocambolesco naufragio appositamente organizzato. Nerone, oppresso dalla presenza della madre, decide di eliminarla e, scartate le opzioni dell’avvelenamento e dell’accoltellamento, decide, su proposta del liberto Aniceto, di far costruire una nave dotata di un congegno che provochi lo sganciamento di parte dello scafo e, di conseguenza, il naufragio di Agrippina. Il finto incidente viene organizzato nei minimi particolari, ma, al momento di affondare il natante, quelli fra l’equipaggio all’oscuro di tutto ostacolano il successo dell’impresa. Acerronia, liberta e compagna di viaggio dell’imperatrice madre, per sollecitare i soccorsi proclama a gran voce di essere lei Agrippina, ma, contro ogni sua aspettativa, viene massacrata a colpi di remi. Agrippina, intanto, contusa e ferita, riesce ad allontanarsi mettendosi in salvo a nuoto e, raccolta da una barca da pesca, viene riportata a riva.

Mentre Agrippina fa ritorno a casa, nella sua villa nei pressi del Lago Lucrino, pur resasi conto dei terribili propositi di suo figlio, decide di fingere di non avere sospetto alcuno, Nerone, impaurito dalle reazioni della potente madre, convoca d’urgenza Burro e Seneca, i suoi più fidati consiglieri e tutori. È chiaro a tutti che Agrippina vada eliminata prima che sia lei a muovere all’attacco! Il liberto Aniceto si assume l’onere di eseguire materialmente il matricidio. Intanto, l’arrivo del liberto di Agrippina, Agermo, giunto a portare al princeps un messaggio della madre, viene colto a pretesto dall’imperatore per mettere in scena un falso attentato contro la propria persona: mentre il latore è intento a recapitargli il messaggio, Nerone getta ai piedi di quello una spada, affinché tutti credano che Agrippina abbia mandato quell’uomo per assassinare il figlio. Quindi, ordina l’immediata esecuzione della madre, affinché assomigli a un suicidio.

La scena dell’azione si sposta nuovamente nella villa dell’imperatrice-madre, dove ella era stata portata dopo essere stata tratta in salvo. L’Augusta matrona si trova da sola nel suo cubiculum: accanto a lei soltanto un’ancella, che presto l’abbandonerà terrorizzata, non appena il ritardo di Agermo renderà evidente la sorte della padrona. Il lettore è accompagnato da Tacito all’interno della stanza di Agrippina, in una suspence crescente, ne condivide l’angoscia e il turbamento. Alla fine, Aniceto e i suoi sicari arrivano e, fatta irruzione nella casa, allontanati i servi, la uccidono con randelli e spade senza pietà.

Il racconto del matricidio è seguito da una serie di pettegolezzi che rendono ancor più torbido l’atto criminale. Tacito riferisce le voci secondo le quali Nerone avrebbe fatto apprezzamenti sulla bellezza della madre, alla vista del suo cadavere, e racconta l’episodio di Mnestere, un liberto della donna, che si trafisse con un pugnale alla vista della pira funebre; probabilmente, insinua l’autore, per amore dell’antica padrona. In linea con le tendenze della storiografia tragica, non manca neanche il riferimento a una profezia dei Caldei sulla fine di Agrippina per mano del figlio, cui la donna avrebbe risposto: “Mi uccida, purché imperi!”.

Gustav Wertheimer, Il naufragio di Agrippina.

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Riferimenti bibliografici:

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Costantino batte Massenzio al ponte Milvio (Zos. II 15-16)

Nel 311 moriva Galerio, e gli succedeva in qualità di Augustus d’Oriente Licinio. Poco dopo un conflitto da tempo in preparazione metteva di fronte Costantino e Massenzio: il primo aveva già tempo prima strappato il controllo della Hispania al dominio del secondo. In seguito, con rapidità straordinaria e pari abilità, nel 312 Costantino invase l’Italia, per quanto inferiore di mezzi e uomini a Massenzio. Dopo alcuni successi parziali, il 28 ottobre dello stesso anno, il primo batteva e uccideva il rivale alle porte di Roma, nei pressi del pons Milvius.

Di seguito, si propone la versione dei fatti narrata da Zosimo di Panopoli, nel II libro della sua Historia Nova (trad. it. ed. F. Conca, Milano, BUR, 2013, 192-197).

Battaglia di Ponte Milvio. Bassorilievo, marmo, 315. Roma, Arco di Costantino.

15. 1. Ὁ δὲ Κωνσταντῖνος καὶ πρότερον ὑπόπτως πρὸς αὐτὸν ἔχων, τότε μᾶλλον εἰς τὴν κατ̓ αὐτοῦ παρεσκευάζετο μάχην· καὶ συναγαγὼν δυνάμεις ἔκ τε ὧν ἔτυχεν ἔχων δορικτήτων βαρβάρων καὶ Γερμανῶν καὶ τῶν ἄλλων Κελτικῶν ἐθνῶν, καὶ τοὺς ἀπὸ τῆς Βρεττανίας συνειλεγμένους, εἰς ἐννέα που μυριάδας πεζῶν ἅπαντας καὶ ὀκτακισχιλίους ἱππέας, ἤλαυνεν ἐκ τῶν Ἄλπεων ἐπὶ τὴν Ἰταλίαν, τὰς μὲν προσαγούσας ἑαυτὰς ἐκεχειρίᾳ πόλεις ἀβλαβεῖς ἀφιείς, τὰς δὲ ἐς ὅπλα ἐούσας καταστρεφόμενος. 2. παρασκευαζομένου δὲ μείζονι δυνάμει καὶ Μαξεντίου, Ῥωμαίων μὲν καὶ Ἰταλῶν εἰς ὀκτὼ μυριάδας αὐτῷ συνεμάχουν, καὶ Τυρρηνῶν ὅσοι τὴν παραλίαν ἅπασαν ᾤκουν, παρείχοντο δὲ καὶ Καρχηδόνιοι στράτευμα μυριάδων τεσσάρων, καὶ Σικελιῶται πρὸς τούτοις, ὥστε εἶναι τὸ στράτευμα πᾶν ἑπτακαίδεκα μυριάδων, ἱππέων δὲ μυρίων πρὸς τοῖς ὀκτακισχιλίοις. 3. τοσαύτῃ παρασκευασαμένων ἀμφοτέρων στρατιᾷ, Μαξέντιος γέφυραν ἐπὶ τοῦ Θύμβριδος ἐπήγνυτο, μὴ συνάψας ἅπασαν ἀπὸ τῆς ὄχθης τῆς πρὸς τῇ πόλει μέχρι τῆς ἄλλης, ἀλλ̓ εἰς δύο διελόμενος μέρη, ὥστε ἐν τῷ μεσαιτάτῳ τοῦ ποταμοῦ τὰ πληροῦντα μέρος τῆς γεφύρας ἑκάτερον συναντᾶν πως ἀλλήλοις περόναις σιδηραῖς, ἀνασπωμέναις ἡνίκα μή τις βουληθείη ζυγῶσαι τὴν γέφυραν. 4. ἐπέταξε δὲ τοῖς μηχανοποιοῖς, ἐπειδὰν ἴδωσι τὸν Κωνσταντίνου στρατὸν τῇ ζεύξει τῆς γεφύρας ἐφεστῶτα, ἀνασπάσαι τὰς περόνας καὶ διαλῦσαι τὴν γέφυραν, ὥστε εἰς τὸν ποταμὸν τοὺς ἐπὶ ταύτῃ ἑστῶτας πεσεῖν. καὶ Μαξέντιος μὲν ταῦτα ἐμηχανᾶτο.

16. 1. Κωσταντῖνος δὲ μέχρι τῆς Ῥώμης ἅμα τῷ στρατῷ προελθὼν ἐν τῷ πεδίῳ τῷ πρὸ τῆς πόλεως ἐστρατοπεδεύετο, ἀναπεπταμένῳ τε ὄντι καὶ ἐς ἱππασίαν ἐπιτηδείῳ. Μαξέντιος δὲ ἐναποκλείσας ἑαυτὸν τοῖς θεοῖς ἱερεῖα προσήγαγεν καὶ τῶν ἱεροσκόπων περὶ τῆς τοῦ πολέμου τύχης ἀνεπυνθάνετο καὶ τὰ Σιβύλλης διηρευνᾶτο. καί τι θέσφατον εὑρὼν σημαῖνον ὡς ἀνάγκη τὸν ἐπὶ βλάβῃ τι πράττοντα Ῥωμαίων οἰκτρῷ θανάτῳ περιπεσεῖν, πρὸς ἑαυτοῦ τὸ λόγιον ἐλάμβανεν ὡς δὴ τοὺς ἐπελθόντας τῇ Ῥώμῃ καὶ ταύτην διανοουμένους ἑλεῖν ἀμυνόμενος. 2. ἐξέβη δὲ ὅπερ ἦν ἀληθές. ἐξαγαγόντος γὰρ Μαξεντίου πρὸ τῆς Ῥώμης τὸ στράτευμα, καὶ τὴν γέφυραν ἣν αὐτὸς ἔζευξε διαβάντος, γλαῦκες ἀπείρῳ πλήθει καταπτᾶσαι τὸ τεῖχος ἐπλήρωσαν· ὅπερ θεασάμενος ὁ Κωσταντῖνος ἐνεκελεύετο τάττεσθαι τοῖς οἰκείοις. στάντων δὲ κατὰ κέρατα τῶν στρατοπέδων ἀντίων ἀλλήλοις, ἐπαφῆκε τὴν ἵππον ὁ Κωσταντῖνος, ἣ δὲ ἐπελάσασα τῶν ἐναντίων ἱππέων ἐκράτει. 3. ἀρθέντος δὲ καὶ τοῖς πεζοῖς τοῦ σημείου, καὶ οὗτοι σὺν κόσμῳ τοῖς πολεμίοις ἐπῄεσαν. γενομένης δὲ μάχης καρτερᾶς αὐτοὶ μὲν Ῥωμαῖοι καὶ οἱ ἐκ τῆς Ἰταλίας σύμμαχοι πρὸς τὸ κινδυνεύειν ἀπώκνουν, ἀπαλλαγὴν εὑρεῖν πικρᾶς εὐχόμενοι τυραννίδος, τῶν δὲ ἄλλων στρατιωτῶν ἄφατον ἔπιπτεν πλῆθος ὑπό τε τῶν ἱππέων συμπατούμενον καὶ ἀναιρούμενον ὑπὸ τῶν πεζῶν. 4. μέχρι μὲν οὖν ἡ ἵππος ἀντεῖχεν, ἐδόκει πως ἐλπὶς ὑπεῖναι τῷ Μαξεντίῳ· τῶν δὲ ἱππέων ἐνδόντων, ἅμα τοῖς λειπομένοις εἰς φυγὴν τραπεὶς ἵετο διὰ τῆς τοῦ ποταμοῦ γεφύρας ἐπὶ τὴν πόλιν. οὐκ ἐνεγκόντων δὲ τῶν ξύλων τὸ βάρος ἀλλὰ ῥαγέντων, ἐφέρετο μετὰ πλήθους ἄλλου καὶ αὐτὸς Μαξέντιος κατὰ τοῦ ποταμοῦ.

L’assalto della cavalleria di Costantino durante la battaglia. Illustrazione di S. Ó’Brógáin.

15. 1. Costantino, che anche prima era sospettoso verso di lui [= Massenzio], allora più che mai era pronto ad affrontarlo in battaglia. Riunite le truppe formate dai barbari catturati in guerra, dai Germani e dalle altre popolazioni celtiche, nonché gli uomini raccolti in Britannia, circa novantamila fanti tutti quanti e ottomila cavalieri, muoveva dalle Alpi in Italia[1], lasciando intatte le città che erano pronte a sottomettersi con un armistizio, distruggendo invece quelle che venivano alle armi. 2. Più consistenti erano le forze preparate da Massenzio. Combattevano con lui ottantamila Romani e Italici, e i Tirreni, che si erano insediati sull’intera costa; offrivano quarantamila uomini gli stessi Cartaginesi e oltre a questi pure i Siculi, sicché tutto l’esercito risultava formato da centosettantamila uomini e da diciottomila cavalieri[2]. 3. Dopo che entrambi ebbero allestito eserciti così consistenti, Massenzio fece costruire un ponte sul Tevere: non lo unì per intero dalla riva, che stava presso la città, all’altra, ma lo divise in due parti; le passerelle erano tenute insieme in mezzo al fiume con ganci di ferro, che potevano essere rimossi nel caso in cui non si volesse ricongiungere il ponte. 4. Ordinò ai costruttori di staccare i ganci e tagliare il ponte quando vedessero che l’esercito di Costantino si trovava esattamente nel punto in cui si univano le due estremità, sicché quelli che stavano sopra sarebbero così caduti nel fiume. Questi erano gli stratagemmi di Massenzio[3].

16. 1. Da parte sua Costantino, avanzato con l’esercito fino a Roma, si accampava nella pianura davanti alla città, aperta e adatta alle manovre della cavalleria[4]; Massenzio invece, rinchiusosi dentro, offrì sacrifici agli dèi, interrogava gli indovini sull’esito della guerra e consultava i libri della Sibilla, e avendo trovato un responso secondo il quale colui che commettesse qualcosa a danno dei Romani inevitabilmente sarebbe andato incontro a una triste morte, interpretava l’oracolo in suo favore: infatti si accingeva a respingere coloro che assalivano Roma e cercavano di conquistarla. 2. Gli eventi confermarono che questo era vero. Infatti, quando Massenzio fece uscire l’esercito davanti a Roma e passò sul ponte che egli stesso aveva congiunto, un numero sterminato di civette andò in volo a raccogliersi sulle mura. Costantino, appena vide questo spettacolo[5], ordinò ai suoi di schierarsi e, quando gli eserciti si trovarono di fronte con le opposte ali, lanciò all’attacco la cavalleria, che avanzò ed ebbe la meglio sui cavalieri nemici. 3. Anche i fanti, appena ebbero il segnale, assalivano con ordine i nemici. Scoppiata una violenta battaglia, gli stessi Romani e gli alleati provenienti dall’Italia esitavano ad affrontare il pericolo, augurandosi di trovare qualche mezzo per sfuggire a una crudele tirannide. Quanto agli altri soldati, ne cadevano un numero indicibile, calpestati dai cavalieri e uccisi dai fanti. 4. Finché dunque la cavalleria resisteva Massenzio sembrava avere qualche speranza; ma appena i cavalieri cedettero, volto in fuga con i superstiti, si dirigeva in città attraverso il ponte sul fiume; i legni però non sopportarono il peso, ma si ruppero, e lo stesso Massenzio fu trascinato a precipizio nel fiume con il resto della moltitudine.


Note:

[1] Costantino avanzò sino a Roma, senza correre gravi rischi, favorito dalla tattica di Massenzio, che lasciò all’avversario la parte settentrionale della Penisola. Al momento dello scontro, Costantino deteneva la Gallia, la Britannia e la Hispania; Massenzio, l’Africa e l’Italia; Licinio aveva l’Illyricum, mentre la penisola balcanica e l’Oriens erano in mano a Massimino Daia.

[2] Queste cifre vanno prese con molta cautela.

[3] Questo racconto appare fantasioso. Il ponte Milvio esisteva, sembra già nel III secolo a.C.; rifatto nel 109 a.C., divenne in seguito quasi un simbolo della vittoria di Costantino. Massenzio vi costruì vicino un ponte di barche o comunque un secondo ponte provvisorio.

[4] La battaglia del ponte Milvio (28 ottobre 312) venne combattuta sulla destra del Tevere, tra la riva del fiume e la Flaminia antica; il terreno presenta bruschi dislivelli, che lo rendono inadatto alle manovre della cavalleria. L’informazione di Zosimo risulta pertanto inesatta (Paschoud, I, p. 206, n. 26).

[5] Ma Costantino dal ponte Milvio non poteva vedere quello che accadeva sulle mura distanti molti chilometri (Paschoud, l.c.).

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Riferimenti bibliografici:

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F. Paschoud, Zosime et Constantin. Nouvelles controverses, MH 54 (1997), 9-28.

La corte imperiale in età giulio-claudia: domus Augusta e aula Caesaris

di M. Pani, La corte dei Cesari fra Augusto e Nerone, Roma-Bari 2003, pp. 7-23.

Composizione e confini della corte a Roma

In uno studio recente sull’aula Caesaris, che può essere considerato il più accurato e completo sull’argomento, Aloys Winterling (1999) cerca di seguire il processo d’istituzionalizzazione della corte nei primi due secoli dell’Impero. Egli individua, in particolare, alcuni elementi di rottura rispetto alla tradizione della domus gentilizia, da cui ha origine l’apparato della casa imperiale. Specialmente con Claudio e con Domiziano, il progressivo ampliamento delle strutture edilizie imperiali del Palatium, e il connesso adeguamento culturale, nel segno dello sfarzo e dell’esclusivismo, disperdono ogni possibile legame con quell’eredità. Il Palatium, il Palatino, finisce per diventare per antonomasia «il palazzo».

Gli aspetti del cerimoniale risalgono al costume clientelare repubblicano della salutatio (l’omaggio del saluto mattutino che i clientes devono al loro patronus), ma adesso è l’aristocrazia nel suo insieme a entrare, con questo rito, nell’amicitia del principe. Anche i conviti rinviano a un costume repubblicano, ma con Claudio il numero dei convitati arriva a 600! La stessa organizzazione amministrativa, partendo dall’apparato domestico della familia, che ha un decisivo incremento sempre con Claudio, rompe ogni legame con la tradizione della casa aristocratica, a causa della sua ampiezza e dell’inserimento progressivo dei cavalieri al posto dei liberti. In questo modo, la corte si stabilizzerebbe, fra le tradizionali sfere repubblicane della domus e della res publica, come una nuova istituzione sui generis.

L’interpretazione delle nuove gerarchie sociali è la parte più laboriosa e forse più problematica della ricostruzione di Winterling, che basa su di essa l’individuazione del processo d’istituzionalizzazione della corte. Agli inizi del principato nasce una nuova gerarchia sociale, misurata secondo la vicinanza al principe, comprendente anche individui di umile origine. Questa gerarchia si affianca a quella di rango – aristocratica e tradizionale – misurata essenzialmente sulla famiglia e sulla carriera magistratuale. In particolare, Winterling vede agli inizi del principato tre categorie di «cortigiani»: 1) la cerchia più ristretta, cioè i familiares; 2) una più larga cerchia di amici; 3) l’insieme dell’aristocrazia, la cui amicizia ha un carattere istituzionale perché s’impernia sul principe come tale, non su legami personali con lui, e si manifesta con il rito della salutatio. Le prime due categorie di legami sono di tradizione repubblicana; la terza è invece specifica del principato.

Il processo d’istituzionalizzazione passerebbe attraverso la progressiva sovrapposizione, nei primi due secoli del principato, della terza categoria alla seconda e poi anche alla prima. Ciò comporterebbe l’unificazione della gerarchia basata sulla vicinanza al principe con quella basata sul rango sociale, anche perché il principe affida di fatto a persone di sua fiducia sia le magistrature, e quindi il rango senatorio, sia il rango equestre. Si verificherebbe allora un’istituzionalizzazione e insieme un’aristocratizzazione della corte. La reazione a questo processo sarebbe, già con Adriano, la ricomposizione di una cerchia più ristretta di amicissimi, una sorta di «corte nella corte». Al posto della domus un nuovo termine segna, dalla metà del I secolo in poi, per Winterling, il concetto di corte istituzionalizzata: aula.

È una «corte senza “Stato”». L’istituzionalizzazione sembrerebbe da intendersi, nell’impostazione di questo studioso, in relazione al profilo politico-sociale della nozione di Stato, più che a quello propriamente istituzionale. L’istituzionalizzazione, vista in maniera essenzialmente sociologica, sembrerebbe verificarsi quando si generalizza l’aristocratizzazione degli amici principis, cioè quando il ruolo di amicus diventa indipendente dalle relazioni personali del principe. È in questo senso che la corte viene definita come istituzione sui generis tra la sfera domestica e quella civica, tra la domus e la res publica.

Nasce tuttavia, proprio in questo periodo, una realtà nuova rispetto alla tradizione repubblicana: la categoria dell’amministrazione, il cui rapporto con la corte è ancora in fieri. L’apparato della carriera equestre non può essere certo considerato come l’«organizzazione cortigiana del principe». Si pone piuttosto il problema della definizione giuridica del personale amministrativo, e in particolare dei procuratori, anche se il tentativo di razionalizzare queste figure in termini che potrebbero soddisfare le concettualizzazioni moderne potrebbe risultare vano, come, del resto, quello di far rivivere compiutamente le categorie antiche.

Il problema dell’istituzionalizzazione, in effetti, è legato anche a quello della definizione complessiva dell’apparato di governo che emana sì dal principe, ma si dipana poi in una serie di posti, ruoli, incombenze, carriere. Un elemento sicuro e non trascurabile che possiamo utilizzare è quello offerto da Marco Aurelio, quando, in una sua descrizione della corte (Τὰ εἰς ἑαυτόν 8, 31), non inserisce fra le sue componenti il personale amministrativo in quanto tale: esso è nascosto tra parenti, amici, personale «familiare», domestici.

La situazione, da questo punto di vista, avrà uno sviluppo solo con gli imperatori assoluti del IV secolo. In quest’epoca, tuttavia, la «corte istituzionalizzata» non corrisponde al termine aula – semmai al più indicativo sacrum Palatium – mentre, come riferimento attivo, opera il comitatus, che si estende anche al personale burocratico non cortigiano. In effetti, la documentazione tarda non aiuta a definire gli ambiti: la corte come tale appare anzi schiacciata dalle istituzioni. Il concetto di aula, comunque, continuerà ad avere, come risulta negli autori tardi e nella letteratura giuridica, il suo senso più generico e informale, ruotante attorno al concetto fisico di «reggia».

Gruppo familiare (dettaglio). Bassorilievo, marmo, 9 a.C., dall’Ara Pacis. Roma, Museo dell’Ara Pacis.

La corte fra nobilitas e nuove aristocrazie in formazione

Torniamo agli inizi del processo e, quindi, agli inizi del principato: in particolare, al ruolo delle aristocrazie e alle relazioni gerarchiche che ruotano attorno al principe. Bisogna ritornare dapprima al concetto di domus Augusta, che è propedeutico, come si accennava, e non alternativo a quello di aula. Secondo quanto risulta dalla tradizione, questi termini sembrano in effetti maturare quasi nello stesso tempo, tra la fine del principato di Augusto e gli inizi di quello di Tiberio. Il concetto di domus Augusta, d’altra parte, è verosimilmente connesso col problema della successione. L’idea di domus, mentre allargava l’ambito della gens e della familia, restava in una logica nobiliare, che possiamo continuare a chiamare, in senso lato, «gentilizia». Da questo punto di vista, lungi dall’essere vista come una colpa, come apparirà agli inizi del principato, la concezione del predominio di una sola famiglia era più accettabile del predominio di un singolo. La successione si giustificava all’interno di questa concezione.

A questo processo si collegava forse un altro fenomeno importante: nel comune modo di vedere, per nobilitas s’intendeva ora solo la nobilitas di tradizione repubblicana. Sembra che le cariche magistratuali assunte in età giulio-claudia non producessero più nobilitas, come avveniva in età repubblicana. La nuova nobiltà, infatti, era indicata sempre con il termine homines novi. In questo senso si registra una sorta di serrata ideologica, una chiusura della vecchia nobiltà che la avvicina alla nobiltà moderna e che ben si adattava a quell’esclusivismo da cui può nascere un ambiente di corte.

La domus Augusta e la nobiltà esclusiva appaiono dunque strettamente connesse e si uniscono in un largo intreccio di parentele, che vede praticamente tutti i discendenti dei grandi leader repubblicani essere in qualche modo legati da parentela alla domus: gli Scribonii, gli Antonii, i Cornelii Scipiones, gli Aemilii Lepidi, i Iunii Silani, i Cornelii Sullae, i Pompeii, i Domitii. È qui il nucleo e la genesi della corte. La vicinanza al principe viene dunque misurata in termini tradizionali, cioè in gradi di “nobilizzazione”: ma la gerarchia di nobiltà è dettata ora dai legami più o meno stretti con la casa cesarea, come prima lo era dal numero dei consolati o dei trionfi. Si tratta di una gerarchia guidata da una rinnovata logica aristocratica nobiliare, adesso strettamente dipendente dal principe.

A Roma non esisteva una tradizione di casa reale, né era il principe ad assegnare il rango nobiliare come in età moderna. Il presupposto stabile per la formazione di una corte riconoscibile e riconosciuta fu dunque il ceto ormai circoscritto ed esclusivo della nobiltà repubblicana, che – insieme con la domus e con il personale servile e libertino delle case aristocratiche – costituiva il nucleo dell’apparato di governo centrale del principe. La stessa possibilità di una successione appariva quindi circoscritta alla nobilitas, legata intimamente alla domus Augusta.

Alla presenza nobiliare, che caratterizzava la corte, basata su una rinnovata gerarchia aristocratica di tipo piramidale, si aggiungeva l’eredità di una struttura tipica dello stile di vita aristocratico repubblicano: la clientela. Nella corte si affermano i clienti del principe o di qualche altro importante esponente della domus (per esempio, Antonia Minore). Accanto al piccolo Britannico, figlio di Claudio, sedeva a cena, insieme con i figli dei nobili, anche il suo coetaneo Tito, figlio dell’uomo nuovo Vespasiano. Qui vediamo il germe di una nuova gerarchia: a volte, un «amico», di rango inferiore, del principe assume, come singolo, un ruolo e un potere maggiore di un aristocratico. È la gerarchia che Winterling opportunamente definisce «secondo la vicinanza al principe», anche se non dobbiamo dimenticare che essa nasce, attraverso la clientela, dalla stessa logica nobiliare che caratterizza la corte.

Nell’ambito della corte prende forma un nuovo ceto, che però non si pone ancora, in quanto ceto, in concorrenza con quello vetero-nobiliare in termini di potere (un caso a sé, vedremo, è l’inserimento nella gerarchia di corte di liberti e servi imperiali, cioè di esponenti della familia). Lungo tutta l’età giulio-claudia, sono sempre le famiglie della vecchia nobiltà a trovarsi implicate nei giochi della successione, proprio perché connesse alla casa cesarea e per questo continuamente epurate. Minori rischi corrono, fino a un certo punto, come osservano gli stessi autori antichi, gli «uomini nuovi» o, comunque, i «cortigiani» di rango inferiore, proprio perché, nella logica nobiliare, non sono tenuti in considerazione, nel bene e nel male, per una successione. Solo alla fine del principato gentilizio giulio-claudio, che crolla insieme con le altre grandi famiglie nobiliari a esso connesse, in quell’irreversibile crisi di ricambio e di sostanze descritta mirabilmente da Tacito, le nuove gerarchie formatesi ai margini della corte nobiliare avranno un ruolo anche nella nomina del principe. Con i Iulii e con i Claudii si esauriscono grandi famiglie nobiliari gli Aemilii Lepidi, i Iunii Silani e altre ancora. Dopo il nobile Sulpicio Galba, sarà la volta dei Salvii, dei Vitellii, dei Flavii. Queste «famiglie nuove» emergeranno nella devozione alla famiglia cesarea, ai margini degli ambienti di corte. E la corte sopravviverà proprio grazie a individui in grado di acquisire, in termini per il momento più parchi, quello stile di vita e di governo nel quale erano cresciuti.

Integrazione e controllo delle classi superiori, patronato di quelle nuove ed emergenti, sono del resto fra le caratteristiche tipiche del ruolo della corte anche nell’età moderna. Una volta emarginati irreversibilmente gli esponenti residui della nobiltà repubblicana – l’unica nobiltà riconosciuta in età giulio-claudia – le nuove gerarchie si baseranno sulle funzioni pubbliche. Si tratta di un campo aperto al merito e alla mobilità, e in esso si affermerà alla fine anche una certa spersonalizzazione delle relazioni di corte, che sarà un punto cardine della sua funzione statuale. Certo, la nuova aristocrazia si forma, per la maggior parte, o direttamente nella corte o attraverso la sua mediazione (pur con l’apporto ormai di tutto l’Impero e dell’elemento militare): l’unificazione di aristocrazia e corte riguarda un ceto che non ha più la stessa formazione della nobilitas giulio-claudia e che si «burocratizza». Per altro verso, l’aristocrazia senatoria conserva una sua tradizione istituzionale e ideologica che può entrare in contrasto o in concorrenza con la corte e con il principe.

Scena di processione con la corte imperiale. Bassorilievo, marmo, 9 a.C., dall’Ara Pacis (fregio A, lato ovest). Roma, Museo dell’Ara Pacis.

Sviluppi della corte a Roma

Marco Aurelio aggiunge ai componenti della corte, insieme con i parenti e gli amici del principe, gli οἰκεῖοι, da intendersi evidentemente come la familia Caesaris. Nasce da questo nucleo l’apparato amministrativo pubblico esterno alla familia: un apparato burocratico e stipendiato, che, sorto essenzialmente come emanazione della corte, assume presto una vita a sé, una sua struttura che diventa a sua volta modello di organizzazione governativa. In questo senso, si può sostenere che l’aula si pone, di fatto, come mediazione fra l’origine familiare del principato, con il suo apparato domestico, e la nascita di una stabile struttura burocratica «statuale», favorendo il processo di separazione, oltre che fra privato e pubblico, fra amministrazione e politica. L’aula contribuisce così, inaspettatamente, a un’opera di modernizzazione della vita pubblica. In età tardoantica, si riterrà utile selezionare i quadri dei funzionari, dei «competenti», anche attraverso una buona scuola, organizzata, ai livelli superiori, dai poteri «statali», alla quale si affiancheranno scholae specifiche per i diversi addetti all’amministrazione, gli officiales. Già nell’alto principato, tuttavia, la discussione sulla scelta del personale superiore vede affacciarsi la tendenza verso interessi «specialisti» rispetto alla tradizionale preparazione «generalista».

È difficile però, come si accennava, distinguere nettamente, nei vari stadi, fin dove arriva il raggio della corte e a partire da quale punto il personale debba essere invece inteso come apparato amministrativo, con una sua struttura ormai autonoma. Abbiamo visto che Marco Aurelio non include questo personale tra i componenti della corte. Il discrimine più semplice può essere forse individuato, come per l’età moderna, nell’ambito spaziale – all’interno o all’esterno del palazzo – dell’appartenenza alla casa del principe. Per questo sembra comunque difficile parlare di un’istituzionalizzazione della corte sotto il profilo giuridico già nel II secolo.

Nei primi due secoli dell’Impero la corte e la res publica restano in una posizione ambigua e contraddittoria. Da una parte è singolare che la corte si continui e si sviluppi proprio nel principato civilis o «illuminato» del II secolo, dall’altra, in fondo, un processo di istituzionalizzazione poteva attuarsi solo se la corte si allontanava dalla concezione nobiliare, «patrimoniale», originaria del principato. La corte era rimasta, anche con le «famiglie nuove» giunte al vertice dell’Impero, che del resto si erano formate all’interno della corte stessa, un’eredità ineliminabile lasciata dalle casate nobiliari, in quanto apparato «culturale», per il governo del principe. Gli storici «etici» del II secolo, pur critici verso i Giulio-Claudi, non danno una visione solo negativa o polemica dell’aula. Ne sono criticate solo le degenerazioni, la cattiva pratica. Il principe-filosofo Marco Aurelio respinge certo le degenerazioni della corte, ma l’accetta come un’espressione necessaria della gestione del potere: modello di un certo tono e di un certo stile che viene visto ormai caratteristica del governo del principe.

Pure, perché la corte si espandesse e consolidasse nella sua funzione pubblica bisognava che il principe, superata la logica del «primato» nobiliare, non fosse condizionato da troppe remore derivanti dall’etica «privatistica», familiare, e spezzasse ogni legame con la tradizione istituzionale repubblicana. Era necessario cioè che egli si trasformasse apertamente e programmaticamente in un sovrano assoluto, che nella sua altezza sacrale, proprio attraverso la corte, apparisse separato dal resto della società, e che il suo rapporto con le nuove aristocrazie sorte dal suo apparato cortigiano di governo fosse regolato da un rigido e uniforme principio gerarchico.

La storia della corte a Roma nasce dunque, sempre su suggestione delle monarchie orientali, dall’esclusivismo vetero-nobiliare accentratosi attorno alla domus Augusta dalla tarda età augustea a quella giulio-claudia. In quest’ambito la corte utilizza le strutture dell’amministrazione domestica e coopta presenze di natura clientelare, favorendo la crescita di un apparato di governo centrale. Questo apparato, che in progresso di tempo si baserà in buona parte sulle competenze, guarda all’amministrazione dell’Impero e nello stesso tempo pone, più o meno consapevolmente, le basi per la formazione di una nuova aristocrazia, anche politica. Questi due aspetti andavano entrambi al di là della struttura di potere magistratuale della città-stato. Il nuovo strato sociale emergente entra in parte nella corte e sopravvive anzi alla dissoluzione della sua originaria struttura vetero-nobiliare, divenendo il nucleo del governo imperiale e delle nuove gerarchie aristocratiche, politiche e burocratiche. È questa una fase di maturazione e d’istituzionalizzazione della corte che coincide, in laborioso connubio, con la contemporanea ideologia del «principe civile» (civilis princeps), anch’essa lontana dalla concezione patrimoniale e nobiliare del primo principato.

È solo nel IV secolo, dopo il trauma della crisi del III secolo, quando il principe si isola infine nel suo assolutismo «divino» e il sistema di governo dell’Impero viene riorganizzato, che la corte diventa – a rischio peraltro di complicare la propria identità a causa dei propri confini sfumati – un’espressione dello Stato, la cui concezione rivela ormai un grado avanzato di astrazione. Una nuova aristocrazia all’interno della corte, e una nuova gerarchia che si estende anche al suo esterno, entrambe «burocratizzate», fanno da raccordo tra il sovrano e la società esterna.

Roma trasmetterà così alla cultura occidentale moderna, insieme con il modello della città-stato, perpetuatosi negli ordinamenti municipali, quello dell’organizzazione di corte: i due modelli di governo e di selezione del ceto dirigente fra i quali si dibatteranno i sistemi organizzativi della storia d’Europa fino alla costituzione dello «Stato moderno» e degli Stati nazionali.

Tiberio Claudio Germanico Augusto e la moglie Agrippina Minore (a sn) affrontati a Germanico e Agrippina Maggiore (a dx). Cammeo detto “Gemma Claudia”, onice, 49. Wien, Kunsthistorisches Museum.

«Domus Augusta» e «aula»

Nell’età di Traiano, Tacito osserva sconsolato che con il principato di Augusto i nomi delle istituzioni – Senato, magistrati, res publica – pur restando gli stessi di prima, coprivano ormai realtà diverse, svuotate di consistenza (Annales I 3, 7; 7, 3, ecc.). Erano invece attivi nell’alto principato, possiamo aggiungere, nuovi termini e nuove realtà, quali la domus Augusta e l’aula. Quest’ultima indica a volte, fisicamente, la casa del principe, la reggia; altre volte l’aggregazione di persone che gravitano attorno al principe, con il loro stile di vita.

Gli ambienti e gli spazi cui i nuovi termini fanno riferimento non sono definibili in precisi profili giuridici, ma rimandano comunque a concettualizzazioni socialmente sentite e operanti. Cercheremo di percepirne qualche eco.

Anche se per l’età giulio-claudia non possiamo parlare di una società di corte pienamente strutturata, siamo di fronte a un sistema aggregativo e organizzativo nuovo rispetto all’età repubblicana, un sistema che viene a porsi come nuovo centro di potere. Da chi era formata dunque nell’alto principato una corte? Le indicazioni fondamentali ci sono fornite, come abbiamo già detto, da Marco Aurelio. Egli individua l’esistenza di una corte già sotto Augusto, e la descrive in questi termini: «La corte di Augusto: moglie, figlia, nipoti, figliastri, sorella, Agrippa, parenti (συγγενεῖς), personale di famiglia (οἰκεῖοι), amici, Ario (Didimo di Alessandria, filosofo), Mecenate, medici, sacrificatori» (Τὰ εἰς ἑαυτόν 8, 31).

Compongono dunque la corte la domus Augusta col suo personale e con una rete di parentele che confina con i semplici amici; e inoltre vari «intellettuali». Probabilmente per motivi moralistici Marco Aurelio non include le guardie del corpo (che altrove appunto non vede bene nella corte: Τὰ εἰς ἑαυτόν 1, 17) e che sono ricordate invece da Tacito fra la «pompa» dell’aula (Annales I 7, 3).

Il concetto di aula presuppone evidentemente quello di domus. La casa del principe a Roma è, all’inizio del principato, il nucleo del potere. Nella crisi delle istituzioni tardorepubblicane emergono le strutture familiari, che da sempre erano state in concorrenza con esse: Tacito vede nel principato di Augusto l’esito della vittoria del «partito della famiglia giulia» (le Iulianae partes) nelle guerre civili (ibid. I 2, 1). Ora l’ambito familiare si ampliava e si rafforzava. Il concetto di domus indicava, già in età repubblicana, un ambito di parentela più largo rispetto a quello agnatizio (linea maschile) della gens e della familia: si adattava quindi alla costruzione della casata di Augusto, dove mancavano i discendenti maschi e le donne avevano un’importanza decisiva. Da questo punto di vista è opportuno precisare che con l’espressione da noi usata «principato gentilizio» non intendiamo rinviare alla gens come famiglia agnatizia ma, in senso lato, alla concezione nobiliare viva in questa fase: la concezione secondo la quale la generazione successiva poteva vedere la dinastia dei Giuli e dei Claudi come «l’eredità di una sola famiglia» (Tacito, Historiae I 16, 1).

Il concetto di domus Augusta si forma solo nella tarda età augustea. A parte l’evidenza dei gruppi statuari familiari della casa cesarea, promossi anche ufficialmente, e a parte l’imponenza iconografica della famiglia negli spazi pubblici della città (Foro, templi, ecc.), l’idea di domus Augusta ha una sua prima elaborazione, in quanto tutela dell’Impero, con Ovidio, nelle opere dell’esilio. Solo nei primi anni tiberiani, come ci rivelano i nuovi importanti documenti epigrafici rinvenuti in Spagna, la domus Augusta entra nel linguaggio ufficiale (dopo essere entrata in quello simbolico-iconografico): nel 15 d.C., come sappiamo dalla Tabula Siarensis, che conserva il decreto senatorio sugli onori da rendere alla morte di Germanico in missione in Oriente, una statua fu dedicata nel circo Flaminio dal console Norbano Flacco al divo Augusto e alla domus Augusta (Tab. Siar. ll. 9-11). La domus Augusta è ricordata poi nella sentenza del Senato del 20, a conclusione del processo contro Gneo Pisone, legato di Siria, accusato di aver osteggiato, ostacolato e addirittura avvelenato Germanico; in questo documento, essa compare esplicitamente, nella sua inviolabile maestà (maiestas), come depositaria dell’incolumità (salus) della res publica (Senatus consultum de Cn. Pisone patre ll. 33; 160-165). La maiestas attribuita dal Senato alla domus Augusta cancella il suo carattere privato e qualifica la sua funzione pubblica come riferimento e insieme espressione del populus Romanus. La rappresentatività pubblica del principe, protetto dalla lex maiestatis dall’8 a.C. (se non già dal 27), porta con sé quella della domus. Riflettendo sulla precarietà della fortuna, Seneca distingue esplicitamente le privatae domus da quelle publicae, che reggono gli imperi (Nat. quaest. 3, pref. 9).

Ma quali categorie comprendeva il concetto di domus? Nella fitta e aggrovigliata rete di parentele che investono la domus, i suoi confini spesso ci sfuggono e quindi non è precisamente definibile il discrimine tra famiglia del principe e gli amici, che sono spesso legati anche da qualche parentela, magari lontana, alla famiglia. I redattori della citata sentenza sul processo di Gneo Pisone (ll. 142-145) ricordano come Claudia Livia (Livilla), sorella di Germanico, che aveva sposato il figlio di Tiberio, Druso, fosse strettamente imparentata con la nonna Giulia Augusta e con lo zio e suocero Tiberio. Evidentemente essi intendono con domus non i Iulii in senso stretto, ma almeno anche i Claudii. Il concetto di domus pare in definitiva poggiare appunto su parentele più o meno strette o lontane. Svetonio dice di Galba, successo al potere alla morte di Nerone, che «non toccava a nessun livello (nullo gradu) la casa dei Cesari» (Galba 2), riconoscendo così una gradualità di articolazioni, e quindi una gerarchia, nella vicinanza o nell’appartenenza alla domus.

Accanto all’idea di domus Augusta, e verosimilmente in dipendenza da essa, prende dunque forma dall’avanzata età augustea, nell’autocoscienza del principato, il termine e il concetto di aula, riferito sia al palazzo dove risiede il principe, sia alle persone che gravitano con continuità intorno a lui, sia al «clima» che intorno a lui si respira. L’aula appare dunque come un ambiente dotato di una certa stabilità: è lecito rendere questo secondo referente col termine «corte». Pur non essendo una nozione assimilabile al concetto di «pubblico», l’aula assume, accanto alla domus Augusta e alla residenza dei Cesari (il Palatium), un certo aspetto di «ufficialità», soprattutto nel momento in cui richiede un’ammissione formale. Questo termine, riferito al princeps e alla domus, rimanda a una realtà generalmente accettata, che acquisisce un’accezione negativa solo nelle sue espressioni degenerate.

Il più immediato modello di riferimento per l’uso del termine aula a Roma non poteva che essere l’αὐλή delle monarchie orientali, persiana ed ellenistiche. L’αὐλή indicava anzitutto il βασίλειον, la residenza regale, attorno alla quale si sviluppavano le relazioni di amicizia del re. Questi si circondava di aristocratici fiduciari (i φίλοι, «gli amici») che, mentre con questa vicinanza partecipavano in qualche modo al potere, a loro volta riconoscevano e legittimavano la figura centrale e preminente del monarca. Un cerimoniale condiviso formalizzava le reciproche relazioni, contribuendo a creare nel βασίλειον il centro decisionale, con una gerarchia che incideva nell’organizzazione interna del regno. Non è un caso che, insieme con la corte di Augusto, Marco Aurelio ricordi promiscuamente come «tutte simili» le corti di Adriano, di Antonino, di Filippo, di Alessandro, di Creso (la circostanza è significativa anche se la sua visione è orientata da una riflessione moralistica sulla precarietà della condizione umana: Τὰ εἰς ἑαυτόν 10, 27). In modo simile, già Seneca aveva genericamente evocato, con chiara allusione ai propri tempi, atteggiamenti riferiti alla «corte dei re».

Esaminiamo adesso, per quel che riguarda Roma, che cosa gli autori antichi intendessero con il termine aula e quale concettualizzazione esso presupponesse o rispecchiasse. La prima testimonianza di un uso del termine riferibile con molta probabilità all’ambito del princeps si trova in Seneca. Nel dialogo ad Novatum de ira, scritto nei primi anni Quaranta, Seneca riporta come «ben nota» la risposta di un personaggio che aveva passato una lunga vita accanto ai «re»; a chi gli chiedeva come avesse fatto a raggiungere la vecchiaia «a corte» (nell’aula), cosa rarissima, l’anziano rispose «accettando le offese e ringraziando»: un compendio dello stile di vita di un vero cortigiano (II 33, 2). È noto che Seneca indichi spesso con il termine «re» il principe. In ogni caso, pare chiaro che l’aneddoto riguardasse anche l’attualità, sicché nella sua lunga vita il cortigiano potrebbe aver conosciuto l’età di Tiberio. Tacito ricorda (Annales I 7, 3) che subito dopo la morte di Augusto Tiberio cominciò ad agire come se fosse già principe in carica, «tutt’attorno le guardie, le armi e l’altra pompa di corte» (exubiae, arma, cetera aulae). Sarebbe interessante sapere se qui il termine aula si debba a Tacito o alla sua polemica fonte. L’esistenza di una corte attorno al principe nell’età di Tiberio è attestata comunque da una testimonianza che possiamo considerare diretta. Quand’era un ragazzo, Svetonio (Caligola 19, 3) aveva sentito raccontare dal nonno di aver saputo da intimi aulici («intimi cortigiani»), il motivo della costruzione del ponte fra Baia e Pozzuoli da parte di Caligola, all’inizio del suo regno. Con quest’impresa l’imperatore aveva voluto dare una risposta all’astrologo Trasillo, intimo di Tiberio. Durante il regno di Tiberio, Trasillo, secondo i pettegolezzi degli aulici, aveva predetto che Caligola avrebbe fatto più presto ad andare a cavallo da Baia a Pozzuoli che a regnare. Il termine aula, se Svetonio, come sembra dal contesto, riprende il racconto del nonno, risale dunque all’ambito dell’età di Tiberio. Con un termine «tecnico», che in quanto tale sembra risalire all’epoca del suo racconto, Tacito parla di una «corte divisa» (aula discors) nei primi anni del regno di Tiberio, a proposito del favore per Germanico o per Druso, i due figli, adottivo e naturale, del principe (Annales II 43, 5). Morti poi entrambi e caduto infine anche Seiano, Caligola, da parte sua, essendo ormai, come osserva Svetonio, «abbandonata a sé stessa e priva di ogni altro sostegno l’aula», poteva guardare con fiducia alla successione (Caligola 12).

Il concetto di corte, inteso a indicare i frequentatori della casa del Cesare, del palazzo, e comunque della sua residenza (come a Capri), sembra dunque risalire all’età di Tiberio, forse anche agli ultimi anni di Augusto. Marco Aurelio, come s’è visto, fa cominciare la formazione di una corte a Roma già in età augustea, ma dobbiamo riconoscere che la sua affermazione può essere stata distorta dalla lunga storia successiva. A una caratteristica tipica delle corti che ritroviamo anche in età medievale e moderna, richiamano i conviti allietati da buffoni di cui Svetonio (Tiberio 61, 6) leggeva negli Annali di un ex console di età tiberiana. Un nano, fra i buffoni, chiese a Tiberio come mai fosse ancora vivo un tal Paconio, pur accusato di lesa maestà (siamo evidentemente nel periodo tardo del regno, durante il soggiorno di Tiberio a Capri: la corte, come quelle moderne, segue il principe). Sul momento, Tiberio rimproverò quella lingua petulante, ma dopo pochi giorni sollecitò con una lettera il senato perché si affrettasse a giudicare Paconio. L’aneddoto fa comprendere che era presente, già in quell’epoca, la tipica e pericolosa sfrontatezza politica dei buffoni di corte che ci è nota per le corti di altre epoche.

La quasi coincidenza cronologica dell’apparire dei concetti domus Augusta e aula Caesaris conferma la loro relazione: l’aula si forma attorno alla domus Augusta. Bisogna d’altra parte tener conto che in quella stessa età, o poco dopo, matura anche il concetto di Palatium come sede del principe, luogo ormai pubblico del potere. Esso si affianca al referente di Palatium (Palatino) come colle dove si trovano le residenze dei principi. Anche la residenza di Augusto aveva subìto un graduale processo di «pubblicizzazione»; le tappe sono note: l’occasione dell’elezione a pontefice massimo nel 12 a.C.; la ricostruzione della casa, con l’apporto di una sottoscrizione pubblica, in seguito a un incendio nel 3 d.C. La residenza imperiale per il resto si amplia con altre domus, come quelle di Livia e di Germanico, prendendo nome dal principe in carica, così la domus Tiberiana e poi la domus Flavia. Con gli ampliamenti di Caligola, di Claudio, di Nerone, che si espande nell’Esquilino con la domus Aurea, e infine di Domiziano, che ritorna al Palatino come centro, si forma un complesso unitario che supera di gran lunga l’esperienza delle grandi case aristocratiche repubblicane da cui anche le domus dei principi dipendevano. Il Palatino diventa sinonimo del «palazzo» del principe. Nel 69, esso rappresenta la sede legittimante dei principi in contesa fra di loro: nel momento in cui Vitellio si accinge a lasciare il potere, di fronte alle truppe di Vespasiano, per ritirarsi nella casa del fratello, i suoi seguaci gli sbarrano la via verso quei «Penati privati», cioè una casa dai culti privati, premendo perché torni al Palatium (Tacito, Historiae III 68, 3).

Il Palatium è naturalmente la sede privilegiata, diciamo lo spazio proprio dell’aula. Negli autori aula e Palatium ricorrono spesso come sinonimi ad indicare la sede del principe. Ma, nel caso dell’aula come aggregazione di persone, come si è visto, il rapporto con la funzione pubblica è più complesso, ed è anche difficile definire l’ambito che la delimita.

Apoteosi di Augusto e allegoria della Pax Augusti (“Grand Camée de France”). Cammeo, 23 d.C. ca. Cabinet des Médailles.

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L’eruzione del Vesuvio e la morte di Plinio il Vecchio (Plin. Ep. VI 16, 4-20)

La lettera 16 del VI libro è indirizzata a Tacito, il famoso storico al quale Plinio si vanta di essere affine per interessi culturali, stile di vita e notorietà ([…] cum tot vinculis nos studia, mores, fama […] constringant, VII 20). L’argomento dell’epistola è l’eruzione del Vesuvio del 79, durante la quale era morto il grande naturalista Plinio il Vecchio, zio di Plinio. Di quella fine più o meno gloriosa Tacito chiede notizia all’amico, il quale tra il 106 e il 107 scrive questa e un’altra missiva (VI 20), con il dichiarato intento di offrire materiali al destinatario allora impegnato nella composizione delle sue Historiae. Si trattava dunque di un atto di cortesia, ma forse Plinio, ingenuamente vanitoso, nutriva anche il desiderio che dal resoconto di questi fatti drammatici, Tacito traesse spunto per nominarlo nelle Historiae. Una speranza, questa, che Plinio aveva confessato candidamente in un’altra lettera dell’anno 107: «Caro Tacito, io predìco […] che le tue opere storiche saranno immortali; perciò, maggiormente desidero (te lo confesso ingenuamente!) avervi posto» (VII 33, 1). Ma Tacito non esaudì questo voto.

Bacco in forma di grappolo d’uva, Agathodaimon (serpente) e il Vesuvio. Affresco, ante 79 d.C. ca. dalla Casa del Centenario (Pompei, IX, 8, 3-6). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Sebbene Plinio narri eventi ai quali ha partecipato di persona e lui stesso ribadisca – novello Tucidide – che il suo racconto si fonda sull’autopsia o su notizie di prima mano, tuttavia, l’attendibilità documentaria del reportage è condizionata dall’intento artistico, che induce l’autore a uniformare la narrazione a modelli letterari illustri. Inoltre, si tratta del resoconto di fatti accaduti venticinque anni prima, quando lo scrittore aveva solo diciott’anni; dunque, eventi forse già prima descritti e rimaneggiati più volte in conformità con la poetica pliniana: «Potrai rivedere ciò che hai scritto, dopo aver lasciato trascorrere del tempo, conservare molte cose, ancor più sopprimerne, altre sviluppare, altre riscrivere» (VII 9, 5). Alla domanda se e quanto l’edonismo verbale pliniano e tutto l’armamentario retorico abbiano condizionato la narrazione della tremenda catastrofe, Marcello Gigante risponde così: «Si può affermare che alcuni aspetti della realtà abbiano eccitato l’estro inventivo e solleticato il gusto letterario e abbiano piegato il genere epistolare, nato, secondo Cicerone, per informare gli assenti, a nuove aperture e nuovi rischi strutturali. Le due lettere […] sono dei saggi epistolari più che lettere storiche». Del resto, Plinio dice di non voler scrivere «lettere da scolaro o, come si dice, scritte per esercitazione» (IX 2, 3), ma lettere «che abbiano qualche argomento non basso né volgare, né limitato agli interessi privati» (III 20, 11). E certo l’argomento delle due lettere era tutt’altro che meschino o meramente circoscritto alla dimensione privata, sia per la grandiosità e la rilevanza sociale della catastrofe (l’imperatore Tito in persona, nell’anno 80, si recò a visitare i luoghi colpiti) sia per l’autorevolezza di Plinio il Vecchio, che vi trovò la morte. Le lettere, dunque, se anche non trattano fatti di sicura rilevanza storica, rappresentano tuttavia, in particolare la VI 16, «un passo verso la storia, un saggio epistolare accuratamente costruito, con lo sguardo al di là dell’effimero e del contingente» (M. Gigante).

Secondo Gigante, la VI 16 è «la lettera per la storia», in contrapposizione alla VI 20 che è «la lettera per la cronaca». La rilevanza storica della 16 risiede nel fatto che in essa, non solo si rende omaggio a un modello familiare soddisfacendo l’orgoglio del clan, ma si celebra l’exitus glorioso di un vir illustris, cioè un evento che merita di essere consegnato alla storia, al pari degli honesti exitus delle vittime della tirannide imperiale riferiti da Tacito negli Annales (XVI 16): «Non posso ignorare queste morti […]. Ai posteri degli uomini famosi almeno questo sia dato: che […] conservino il ricordo di quegli uomini nella narrazione delle ore estreme della loro vita».

I legami tra la lettera e la produzione letteraria degli exitus, in auge in età imperiale, implicano che l’attendibilità dei fatti narrati sia «condizionata dal modello letterario dell’exitus, in cui la preoccupazione di edificare un monumento […] non può coincidere con lo scrupolo più proprio dello storico» (M. Gigante). E tuttavia il testo pliniano, al di là della sua evidente letterarietà, conserva una «verità» forte, dà il senso dell’esperienza vissuta, al punto che si può ancora in parte condividere questa valutazione di A. Salvatore: «La lettera è un piccolo capolavoro di cronistoria: la tensione drammatica è nelle cose e nel succedersi degli eventi, fotografati e narrati, pur a distanza di tanti anni, con un’essenzialità e un’evidenza di stile che danno alla pagina il sapore di un esemplare e avvincente reportage. L’interesse scientifico e la curiosità naturalistica di Plinio il Vecchio sembrano rivivere e pulsare ancora nella precisione con cui è descritta la stupefacente nube vulcanica».

John Martin, Distruzione di Pompei ed Ercolano. Olio su tela, 1821.

[𝟒] [Mio zio] si trovava a Miseno, e svolgeva di persona il proprio incarico di comandante della flotta. Il 24 agosto, verso l’ora settima (: 13.00), mia madre lo informò che era apparsa una nube insolita per grandezza e aspetto. [𝟓] Egli, dopo aver preso il sole e fatto un bagno, aveva spilluzzicato qualcosa sul divano ed si era immerso nella lettura; si fece portare i calzari, raggiunse un luogo che permettesse di osservare bene quel fenomeno. Si stava sollevando una nuvola – era difficile per chi era distante individuare da quale monte, si seppe poi che si trattava del Vesuvio –, la cui forma potrebbe essere paragonata a un pino più che a qualsiasi altra pianta. [𝟔] Difatti, una volta proiettatasi in alto con una sorta di lunghissimo tronco, si allargava come se si ramificasse: perché, a mio modo di vedere, sollevata da un’improvvisa corrente ascensionale, rimasta priva di sostegno o addirittura collassata sotto il proprio peso dopo che questa era scemata, essa andava svanendo sfilacciandosi, a tratti immacolata, a tratti torbida e chiazzata, secondo che avesse sollevato terra o cenere. [𝟕] A un erudito qual era mio zio l’evento parve importante e meritevole di essere osservato da più vicino. Si fece allestire una liburna: mi offrì di andare insieme con lui, se ne avessi avuto voglia; risposi che preferivo studiare e, per l’appunto, mi aveva dato lui stesso da scrivere. [𝟖] Stava uscendo di casa, quando ricevette un biglietto di Rettina, la moglie di Tascio, atterrita dal pericolo incombente (la sua villa sorgeva infatti a ridosso del Vesuvio e non c’era via di scampo se non per nave); lo scongiurava di tirarla fuori da una situazione tanto rischiosa. [𝟗] Allora, cambiò idea e ciò che aveva intrapreso con lo spirito dello studioso lo affrontava con quello dell’eroe! Fece mettere in mare delle quadriremi; s’imbarcò lui stesso per soccorrere non solamente Rettina, ma tanti altri, visto che l’amenità di quella costa la rendeva densamente popolata. [𝟏𝟎] Si affrettò nel luogo da cui gli altri fuggono, mantenendo rotta e timone proprio in direzione del pericolo, impavido a tal punto da dettare e annotare tutti gli sviluppi, tutte le manifestazioni di quel cataclisma così come si presentava ai suoi occhi. [𝟏𝟏] Ormai sulle navi pioveva cenere, che si faceva più calda e densa via via che avanzavano; ormai vi cadevano anche pomici e pietre scure, carbonizzate e fessurate dal fuoco; ormai una secca di recente formazione e il materiale franato dalla montagna impediva l’approdo. Incerto per un po’ se invertire la rotta, al timoniere che lo sollecitava in tal senso, replicò prontamente: «La fortuna aiuta gli audaci! Punta verso la casa di Pomponiano!». [𝟏𝟐] Questa si trovava a Stabia, nella parte opposta del Golfo (il mare si addentra con un susseguirsi di insenature nella costa curvata a semicerchio); là, benché il pericolo non si prospettasse ancora imminente, se pure fosse evidente e vista la sua evoluzione sempre più prossimo, Pomponiano aveva fatto imbarcare le sue masserizie, pronto alla fuga non appena il vento contrario si fosse placato. Questo invece era assai favorevole a mio zio, che, sospinto a riva, abbracciò l’amico in preda all’agitazione, lo confortò, lo rassicurò e, per mitigarne l’inquietudine con la propria imperturbabilità, si fece condurre nella stanza da bagno; dopo essersi lavato, si mise a tavola e cenò di buon umore o (cosa altrettanto encomiabile) apparentemente di buon umore. [𝟏𝟑] Nel frattempo dal monte Vesuvio rilucevano in più punti fiamme parecchio estese e vasti incendi, il cui luminoso bagliore era esaltato dalle tenebre della notte. Lo zio, per esorcizzare la paura, sosteneva che si trattasse di fuochi lasciati accesi dai contadini in preda al panico e casolari in fiamme abbandonati al loro destino. Poi andò a riposarsi e dormì di un autentico sonno; infatti, coloro che si aggiravano davanti alla soglia udivano il suo respiro, piuttosto greve e rumoroso, corpulento com’era. [𝟏𝟒] Ma, intanto, il cortile d’accesso al suo alloggio, colmo di cenere mista a pomici, si era già talmente alzato di livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato in camera, non sarebbe più potuto uscirne. Destato, uscì e raggiunse Pomponiano e tutti gli altri che erano rimasti svegli. [𝟏𝟓] Insieme valutarono se convenisse rimanere al coperto o avventurarsi all’esterno. Le case infatti tremavano a causa di scosse frequenti e di forte intensità e, quasi divelte dalle loro fondamenta, davano l’impressione di oscillare ora da una parte ora dall’altra per poi riassestarsi. [𝟏𝟔] All’aperto c’era sempre da temere la pioggia di pomici, per quanto leggere e porose, ma il raffronto tra i due pericoli fece scegliere quest’ultimo. E se in mio zio prevalse ragione su ragione, negli altri prevalse paura su paura. Postisi sulla testa dei cuscini, li assicurarono con degli asciugamani; questo servì da difesa contro ciò che cadeva dall’alto. [𝟏𝟕] Altrove faceva ormai giorno, lì regnava invece una notte più scura e fitta di qualsiasi altra notte, benché attenuata da parecchie fiaccole e da lucerne di vario tipo. Si decise di raggiungere la spiaggia e verificare da vicino se a quel punto il mare consentisse di salpare; ma questo rimaneva ancora pericolosamente ostile. [𝟏𝟖] Là, coricato su un lenzuolo steso a terra, mio zio si fece portare due volte dell’acqua fresca e bevve. Ma ecco che le fiamme e il puzzo di zolfo che le preannunciava misero gli altri in fuga e lui in agitazione. [𝟏𝟗] Appoggiandosi a due servetti si alzò in piedi, ma subito ricadde: per quel che posso supporre io, il fumo particolarmente denso gli aveva ostruito la respirazione e occluso i polmoni, che aveva cagionevoli di natura, deboli e spesso infiammati. [𝟐𝟎] Quando tornò la luce del giorno (il terzo da quello che lui aveva visto per ultimo), il suo corpo fu rinvenuto integro, illeso e con indosso gli abiti con cui si era vestito: l’aspetto esteriore somigliava a quello di un uomo che dormiva più che a quello di un morto.

Louis Figuier, La morte di Plinio il Vecchio. Incisione, 1866.

L’importanza dell’Ep. VI 16 (e dell’altra, l’Ep. VI 20) supera il valore letterario e abbraccia quello scientifico, tanto da aver spinto i vulcanologi a definire “pliniane” le eruzioni esplosive come quella che ebbe per protagonista il Vesuvio nel 79 d.C. Le lettere di Plinio il Giovane, infatti, costituiscono i primi documenti storici nei quali sono descritti molti dei fenomeni connessi a un evento di questo tipo e, insieme con i risultati prodotti da oltre due secoli di scavi archeologici, consentono di ricostruire le tragiche tappe che portarono alla totale distruzione di Pompei, Oplontis (od. Torre Annunziata), Stabiae (od. Castellamare di Stabia) ed Ercolano.

Il complesso vulcanico Somma-Vesuvio è formato da un edificio più vecchio, il monte Somma (chiamato erroneamente dagli antichi mons Vesuvius e menzionato nella sua vera identità solo dal V secolo), e da un cono di formazione più recente, il Vesuvio appunto, che ha vissuto alterni periodi costruttivi fino al 1944, anno in cui è iniziata la quiescenza che perdura tuttora. Quando il magma avvia il processo di risalita verso la superficie, l’eruzione vulcanica è anticipata da fenomeni precursori, quali terremoti, deformazioni del suolo e conseguente liberazione di gas sotterranei. Plinio racconta che molti giorni prima dell’eruzione si erano verificate alcune scosse sismiche, ma, data la loro frequenza in Campania, esse non avevano destato preoccupazione né particolare interesse tra gli abitanti (VI 20, 3).

Nella mattina del 24 agosto (o 24 ottobre) il magma, attraverso una o più esplosioni, si aprì la strada verso la superficie. Intorno all’01:00 del pomeriggio l’aumento della pressione dei gas creò una colonna eruttiva composta da vapori, particelle di magma e frammenti di roccia. Plinio ne paragona l’aspetto a un pino, perché, come se fosse sorretta da un tronco, essa si slanciava verso l’alto per poi ricadere allargandosi in forma di rami; la nube era ora bianca ora sporca in base a ciò che portava con sé, terra o cenere (VI 16, 5-6). Ebbe così inizio la fase principale dell’eruzione, detta in senso stretto “pliniana”.

Verso le 20:00 il tasso eruttivo diminuì e il collasso della colonna diede origine a una prima serie di colate piroclastiche di ceneri e pomici. Oplontis ed Ercolano furono investite. Plinio scrive che lungo le pendici del Vesuvio si formarono strisce di fuoco e incendi che illuminavano il buio della notte (VI 16, 13). Dopo l’apparente rallentamento, la nube iniziò nuovamente ad alzarsi per raggiungere, all’incirca in piena notte, la sua massima altezza (32 km) e con essa anche la portata eruttiva toccò il valore massimo.

Albert Bierstadt, Il Monte Vesuvio a mezzanotte. Olio su tela, 1869. Birmingham Museum of Art.

Tra l’01:00 e le 06:00 del mattino seguente la colonna fu scossa da pulsazioni che provocarono la formazione di nuove colate piroclastiche. Questa volta Oplontis e Ercolano furono letteralmente sepolte, mentre Pompei fu investita da porzioni di colate più diluite. In tutta l’area circumvesuviana si susseguirono violente scosse di terremoto, che sembrarono sradicare gli edifici dalle fondamenta e resero ogni cosa fortemente instabile (VI 16, 15). Con il collasso definitivo della colonna terminò la fase “pliniana”. Il nostro autore racconta che la presenza di nubi grigie oscurò la luce del giorno e che, per effetto dei movimenti tellurici, il mare sembrò ripiegarsi su se stesso, abbandonando sulla spiaggia molti animali marini morti (VI 20, 9).

Intanto, la riduzione della pressione dei gas nel condotto e nella camera magmatica accentuò i cedimenti delle pareti di quest’ultima e il serbatoio geotermico subì una decompressione: i fluidi in esso contenuti passarono nella camera e si ebbe una nuova violenta eruzione. L’innalzamento della colonna eruttiva fu quindi di breve durata e, una volta collassata, diede origine a un flusso piroclastico, simile a un’onda, che si espanse a grande velocità, depositando pomici e frammenti di roccia solida. Seguirono colate di cenere più dense. La camera magmatica, svuotata, collassò e in superficie si formò una vasta depressione (caldera). Un’ultima esplosione generò una nube che raggiunse Pompei e Stabia: fu questo, presumibilmente, il momento in cui Plinio il Vecchio perse la vita (VI 16, 18-19). L’epistolografo afferma che a Miseno il paesaggio, coperto dalla cenere, aveva mutato aspetto e sembrava imbiancato dalla neve (VI 20, 18-19). Con una serie di scosse sismiche, l’evento eruttivo volse al termine, dopo aver lasciato dietro di sé un ampio ma indefinito numero di vittime, cadute sotto la pioggia di pomici e colate piroclastiche, schiacciate dal crollo degli edifici, straziate dall’asfissia.

Anonimo incisore, Morte di Plinio il Vecchio. Incisione, 1880.

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