Tito Manlio in duello con un Gallo (Liv. VII 9, 8-10)

Tum eximia corporis magnitudine in uacuum pontem Gallus processit et quantum maxima uoce potuit «Quem nunc» inquit «Roma uirum fortissimum habet, procedat agedum ad pugnam, ut noster duorum euentus ostendat utra gens bello sit melior».

Diu inter primores iuuenum Romanorum silentium fuit, cum et abnuere certamen uererentur et praecipuam sortem periculi petere nollent; tum T. Manlius L. filius, qui patrem a uexatione tribunicia uindicauerat, ex statione ad dictatorem pergit; «Iniussu tuo» inquit, «imperator, extra ordinem nunquam pugnauerim, non si certam uictoriam ui deam: si tu permittis, uolo ego illi beluae ostendere, quando adeo ferox praesultat hostium signis, me ex ea familia ortum quae Gallorum agmen ex rupe Tarpeia deiecit». Tum dictator «Macte uirtute» inquit «ac pietate in patrem patriamque, T. Manli, esto. Perge et nomen Romanum inuictum iuuantibus dis praesta». Armant inde iuuenem aequales; pedestre scutum capit, Hispano cingitur gladio ad propiorem habili pugnam. Armatum adornatumque aduersus Gallum stolide laetum et – quoniam id quoque memoria dignum antiquis uisum est – linguam etiam ab inrisu exserentem producunt. Recipiunt inde se ad stationem; et duo in medio armati spectaculi magis more quam lege belli destituuntur, nequaquam uisu ac specie aestimantibus pares. Corpus alteri magnitudine eximium, uersicolori ueste pictisque et auro caelatis refulgens armis; media in altero militaris statura modicaque in armis habilibus magis quam decoris species; non cantus, non exsultatio armorumque agitatio uana sed pectus animorum iraeque tacitae plenum; omnem ferociam in discrimen ipsum certaminis distulerat. Ubi constitere inter duas acies tot circa mortalium animis spe metuque pendentibus, Gallus uelut moles superne imminens proiecto laeua scuto in aduenientis arma hostis uanum caesim cum ingenti sonitu ensem deiecit; Romanus mucrone subrecto, cum scuto scutum imum perculisset totoque corpore interior periculo uolneris factus insinuasset se inter corpus armaque, uno alteroque subinde ictu uentrem atque inguina hausit et in spatium ingens ruentem porrexit hostem. Iacentis inde corpus ab omni alia uexatione intactum uno torque spoliauit, quem respersum cruore collo circumdedit suo. Defixerat pauor cum admiratione Gallos: Romani alacres ab statione obuiam militi suo progressi, gratulantes laudantesque ad dictatorem perducunt. Inter carminum prope modo incondita quaedam militariter ioculantes Torquati cognomen auditum; celebratum deinde posteris etiam familiae honori fuit. Dictator coronam auream addidit donum mirisque pro contione eam pugnam laudibus tulit.

Divinità con torques e pugnale. Statua, pietra locale, I secolo a.C. da Bozouls. Rodez, Musée Fenaille.

Allora un Gallo di statura gigantesca s’avanzò sul ponte deserto e urlò con quanta voce aveva in gola: «Si faccia avanti a combattere il guerriero più forte che c’è adesso a Roma, così che l’esito del nostro duello stabilisca quale dei due popoli è superiore in guerra!».

Tra i giovani romani più ragguardevoli ci fu un lungo silenzio, poiché da un lato si vergognavano di rifiutare il combattimento, dall’altro non volevano affrontare una sorte particolarmente rischiosa: allora Tito Manlio, figlio di Lucio, quegli che aveva liberato il padre dalle accuse del tribuno, lasciò la sua posizione e si avviò dal dittatore: «Senza un tuo ordine, comandante», disse «non combatterei mai fuori dai ranghi, neppure se vedessi certa la vittoria: ma se tu lo permetti, a quella bestiaccia che ora fa tanto lo spavaldo davanti alle insegne nemiche io vorrei dare la prova di discendere da quella stirpe che precipitò già dalla rupe Tarpea le schiere dei Galli». Allora il dittatore gli rispose: «Onore e gloria al tuo coraggio e alla tua devozione per il padre e la patria, o Tito Manlio! Va’ e con l’aiuto degli dèi da’ prova che il nome di Roma è invincibile!». Poi i compagni lo aiutarono ad armarsi: egli prese uno scudo da fante e si cinse in vita con una spada ispanica, più adatta per lo sconto corpo a corpo. Dopo averlo armato di tutto punto, lo accompagnarono verso il guerriero gallico che stava stolidamente esultando e che (particolare anche questo ritenuto degno di menzione da parte degli antichi) in segno di scherno tirava fuori la lingua. Quindi rientrarono al loro posto, mentre i due uomini armati restarono soli in mezzo al ponte, più come si usa negli spettacoli che secondo le norme di guerra, punto pari di forze a giudicarli dall’aspetto esteriore: l’uno aveva un fisico di straordinaria corporatura, sgargiante nelle vesti variopinte e per le armi dipinte e cesellate in oro; l’altro nella statura media di un soldato e d’aspetto modesto le sue armi, più maneggevoli che appariscenti; non canti, non esultanza né vana esibizione delle proprie armi, ma un petto fremente di palpiti di coraggio e tacita ira; tutta la sua fierezza egli aveva riservata per il momento decisivo del duello. Quand’ebbero preso posizione tra i due eserciti, con tanti uomini intorno dagli animi sospesi tra la speranza e la paura, il Gallo, come una rupe che sovrasta dall’alto, preteso con la sinistra lo scudo, calò con grande fragore sulle armi dell’avversario che si avvicinava un fendente che andò a vuoto. Il Romano, sollevata la spada, colpì con il proprio scudo la parte inferiore di quello del nemico; poi, insinuatosi tra il corpo e le armi di quest’ultimo in modo tale da evitare di essere ferito, con due colpi sferrati uno dopo l’altro gli trapassò il ventre e l’inguine, facendolo stramazzare a terra, disteso in tutta la sua mole. Quindi, risparmiando ogni altro scempio al corpo del caduto, si limitò a spogliarlo del solo torque, che egli si mise al collo intriso di sangue com’era. La paura insieme con lo stupore aveva agghiacciato il sangue ai Galli: i Romani, usciti prontamente dagli avamposti incontro al loro commilitone, rivolgendogli congratulazioni e lodi, lo condussero dal dittatore. Fra le rozze battute che i soldati quasi con ritmica cadenza si scambiavano nei loro cori, fu udito il soprannome di Torquatus; esso, in seguito, fu usato spesso anche dai suoi discendenti e tornò d’onore alla sua famiglia. Il dittatore aggiunse in dono una corona d’oro e di fronte alle truppe adunate celebrò con le lodi più alte quel combattimento.

Un soldato romano preda il torques a un guerriero gallico abbattuto. Illustrazione di R. Oltean.

Durante la guerra gallica del 361 a.C., della cui conduzione era stato incaricato il dittatore Tito Quinzio Penno Capitolino, un armato celta, presentato da Livio in tutta la sua possanza, sfida i Romani e invita «il guerriero più forte» tra i Romani a farsi avanti e ad affrontarlo in duello. Mentre gli altri giovani sono paralizzati dal terrore, Tito Manlio lascia il proprio posto, si presenta davanti al dittatore e gli chiede il permesso di offrirsi volontario per combattere contro il Gallo. Livio drammatizza l’episodio con dialoghi in discorso diretto fra il Celta e la schiera dei Romani e fra Tito Manlio e il suo comandante, conferendo alla narrazione un pathos e un’intensità che sembrano sfiorare toni prettamente epici, funzionali alla sua concezione altamente idealizzata della Storia esemplare di Roma.

La descrizione della vestizione del guerriero e del duello che segue riprendono moduli tipicamente epici. Livio dipinge la scena dello scontro in maniera così vivida che i due antagonisti, armati di tutto punto, sembrano quasi materializzarsi di fronte al lettore: l’uno, il Celta, tracotante nella sua possanza e nel suo sfoggio di armi cesellate d’oro, l’altro, Manlio, di corporatura più ordinaria e armato alla leggera, ma dotato di straordinario ardore, coraggio e voglia di sconfiggere l’avversario. I due si affrontano come i famosi eroi dell’epica, Enea e Turno, Ettore e Achille; grazie alla sua superiore tecnica militare il Romano ha la meglio, abbatte l’avversario e prende come trofeo della vittoria la collana del nemico (torques), dalla quale gli deriverà il cognomen di Torquato.

Tito Manlio e il Gallo.

Il duello fra Manlio e il Gallo è uno dei pochi episodi per i quali è possibile stabilire un confronto fra l’opera di Livio e la fonte annalistica da lui utilizzata, Claudio Quadrigario, un autore di età sillana: questo confronto è possibile grazie ad Aulo Gellio, che nelle Noctes Atticae (IX 13) ha conservato per intero il corrispondente passo di Quadrigario. È lo stesso Livio a dichiarare in qualche modo l’impiego della fonte, nell’accenno un po’ polemico nell’inciso in VII 10, 5 (quoniam id quoque memoria dignum antiquis uisum est): il particolare incriminato, del gesto del Gallo con la lingua, trova infatti un parallelo esattissimo in Quadrigario (Gallus inridere coepit atque linguam exertare). Le differenze fra i due racconti una lettura in parallelo dei due testi di Livio e Quadrigario può mostrare la distanza che separa le due narrazioni: distanza non tanto nella trama generale del racconto, che in linea di massima resta la stessa, quanto nella sua impostazione e interpretazione, oltre che nella resa stilistica.

Un frammento di Quadrigario (fr. 10b Peter) conserva due brani relativi alla presentazione del Celta e – dopo la sfida da lui lanciata ai Romani e accolta da Manlio – allo svolgimento del duello: «Intanto si fece avanti un Gallo, senza armatura, solo con uno scudo e due spade, ornato di collana e braccialetti, un Gallo che superava tutti per la forza e la statura e insieme per la giovane età e per il valore. […] Il duello si svolse proprio sul ponte, sotto gli occhi dei due eserciti, in un clima di grande paura. Così, come ho detto, si piantarono l’uno di fronte all’altro: il Gallo, secondo la sua tecnica, con lo scudo in avanti, teso nella guardia; Manlio, fidando più nel coraggio che nella tecnica, colpì con lo scudo lo scudo del Gallo e gli fece perdere l’equilibrio. Mentre il Gallo cercava di riprendere la posizione iniziale, Manlio di nuovo colpì con lo scudo lo scudo dell’avversario, e di nuovo lo fece spostare dal suo assetto. In tal modo, riuscì a infilarsi sotto la spada del Gallo e con la propria spada gli trafisse il petto; poi, di seguito, con un secondo identico assalto, lo ferì alla spalla destra e non si ritrasse finché non l’ebbe fatto cadere, in modo che il Gallo non avesse la forza di colpire a sua volta. Quando l’ebbe abbattuto, gli troncò la testa, gli strappò la collana e se la mise al collo, ancora sanguinolenta».

Il «Galata morente»: dettaglio della testa. Statua, marmo, copia romana da originale di bronzo dello scultore Epigono di Pergamo, 230-220 a.C. ca., dal Donario di Attalo I. Roma, Musei Capitolini.

Da Quadrigario il guerriero celta è presentato nelle sue caratteristiche barbariche: l’abbigliamento, la forza impressionante, la statura (poco oltre egli parla della sua «taglia enorme» e del suo «spaventoso aspetto»), la volgarità degli atteggiamenti e dei gesti; ma ha anche tratti che lo qualificano come un forte e valoroso avversario (Quadrigario sottolinea, fra l’altro la sua virtus, un termine che Livio riserva esclusivamente ai Romani). Al barbaro l’annalista non nega nemmeno il possesso di una certa tecnica militare; è piuttosto Manlio che confida più nel coraggio che nella tecnica, e che poi, una volta vincitore, esercita una barbarica violenza, mozzando il capo al vinto per togliergli la collana. L’opposta caratterizzazione dei duellanti in Livio. Tra il modello annalistico e il testo liviano è avvenuto come uno scambio nella caratterizzazione dei duellanti: la tecnica militare del Gallo di Quadrigario è, nella rielaborazione di Livio, solo in Manlio, mentre la ferocia di Manlio viene trasferita nel Gallo e trasformata in stolida tracotanza (10, 5, Gallum stolide laetum) e in rozza brutalità (illa belua, «quella bestiaccia» dice di lui Manlio in 10, 3).

Livio libera anche Manlio dalla macchia della truculenta azione conclusiva, negando esplicitamente, in palese polemica con l’annalista, che il Romano abbia infierito sul cadavere dell’avversario (10,11). La riscrittura di Livio tende soprattutto a modificare ideologicamente il senso dell’intero episodio; se analogo è nei due autori l’orgoglioso spirito della superiorità romana, Livio vuole da parte sua sottolineare la distanza di civiltà fra il Gallo e il Romano. È questo uno dei tanti esempi, in cui Livio manipola i dati della tradizione per non oscurare l’immagine di una Roma portatrice di civiltà e di moderazione.

Confronto fra i Romani e Alessandro Magno (Liv. IX 17-18)

Nel libro IX, all’interno del proprio resoconto sulla seconda guerra sannitica (326-304), dopo aver narrato, a due anni dalla scomparsa di Alessandro Magno, l’umiliazione subita dai Romani alle Forche Caudine (321) e la rivincita a Lucera (320), ottenuta dal console Lucio Papirio Cursore, che sottopose i Sanniti al medesimo disonore, Livio elogia il comandante romano e, compiendo una digressione, si spinge ad affermare che Cursore avrebbe potuto tener testa persino all’invincibile sovrano macedone, se mai questi, già vincitore su Dario III e conquistatore dell’Oriente, avesse volto le proprie armi contro l’Italia e l’Occidente. Lo storico, perciò, analizza in maniera ampia ogni possibilità, stabilendo un continuo confronto tra Alessandro e i generali romani, forse in risposta allo storico greco Timagene di Alessandria: questi, nel suo trattato Βασιλεῖς (I re), aveva criticato l’espansionismo romano e aveva ipotizzato che il re macedone, se non fosse morto prematuramente, avrebbe soggiogato anche l’Urbe.

Il discorso di Livio, perciò, si ricollega ai concetti già esposti nella Praefatio, nella quale aveva insistito sul carattere provvidenziale e benefico dell’egemonia romana: il vero protagonista della narrazione liviana appare il popolo romano, che l’autore vede «come mirabile creazione collettiva, come vero popolo eletto» (Paratore).

L’intento dello storico patavino è quello di dimostrare la superiorità del popolo romano su qualsiasi altra gente e sostiene che, se anche esso si fosse scontrato con Alessandro Magno, sarebbe uscito vincitore; dopodiché egli passa in rassegna una serie di elementi che hanno dato grande lustro al Macedone e afferma che non erano inferiori a lui tanti condottieri romani; infine, spiega che la fama di Alessandro divenne ancor più grande perché morì giovane, durante la sua parabola ascendente, prima di subire i colpi di una sorte contraria.

Alessandro a cavallo. Statuetta, bronzo, II-I secolo a.C. da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Nihil minus quaesitum a principio huius operis uideri potest quam ut plus iusto ab rerum ordine declinarem uarietatibusque distinguendo opere et legentibus uelut deuerticula amoena et requiem animo meo quaererem; tamen tanti regis ac ducis mentio, quibus saepe tacitus cogitationibus uolutaui animum, eas euocat in medium, ut quaerere libeat quinam euentus Romanis rebus, si cum Alexandro foret bellatum, futurus fuerit. Plurimum in bello pollere uidentur militum copia et uirtus, ingenia imperatorum, fortuna per omnia humana maxime in res bellicas potens; ea et singula intuenti et uniuersa sicut ab aliis regibus gentibusque, ita ab hoc quoque facile praestant inuictum Romanum imperium. Iam primum, ut ordiar ab ducibus comparandis, haud equidem abnuo egregium ducem fuisse Alexandrum; sed clariorem tamen eum facit quod unus fuit, quod adulescens in incremento rerum, nondum alteram fortunam expertus, decessit. Vt alios reges claros ducesque omittam, magna exempla casuum humanorum, Cyrum, quem maxime Graeci laudibus celebrant, quid nisi longa uita, sicut Magnum modo Pompeium, uertenti praebuit fortunae? Recenseam duces Romanos, nec omnes omnium aetatium, sed ipsos eos cum quibus consulibus aut dictatoribus Alexandro fuit bellandum, M. Valerium Coruum, C. Marcium Rutulum, C. Sulpicium, T. Manlium Torquatum, Q. Publilium, Philonem, L. Papirium Cursorem, Q. Fabium Maximum, duos Decios, L. Volumnium, M’. Curium? Deinceps ingentes sequuntur uiri, si Punicum Romano praeuertisset bellum seniorque in Italiam traiecisset. Horum in quolibet cum indoles eadem quae in Alexandro erat animi ingeniique, tum disciplina militaris, iam inde ab initiis urbis tradita per manus, in artis perpetuis praeceptis ordinatae modum uenerat. Ita reges gesserant bella, ita deinde exactores regum Iunii Valeriique, ita deinceps Fabii, Quinctii, Cornelii, ita Furius Camillus, quem iuuenes ii quibus cum Alexandro dimicandum erat senem uiderant. Militaria opera pugnando obeunti Alexandro – nam ea quoque haud minus clarum eum faciunt – cessisset uidelicet in acie oblatus par Manlius Torquatus aut Valerius Coruus, insignes ante milites quam duces, cessissent Decii, deuotis corporibus in hostem ruentes, cessisset Papirius Cursor illo corporis robore, illo animi! Victus esset consiliis iuuenis unius, ne singulos nominem, senatus ille, quem qui ex regibus constare dixit unus ueram speciem Romani senatus cepit! Id uero erat periculum, ne sollertius quam quilibet unus ex his quos nominaui castris locum caperet, commeatus expediret, ab insidiis praecaueret, tempus pugnae deligeret, aciem instrueret, subsidiis firmaret! Non cum Dareo rem esse dixisset, quem mulierum ac spadonum agmen trahentem inter purpuram atque aurum oneratum fortunae apparatibus suae, praedam uerius quam hostem, nihil aliud quam bene ausus uana contemnere, incruentus deuicit. Longe alius Italiae quam Indiae, per quam temulento agmine comisabundus incessit, uisus illi habitus esset, saltus Apuliae ac montes Lucanos cernenti et uestigia recentia domesticae cladis, ubi auunculus eius nuper, Epiri rex Alexander, absumptus erat.

Alessandro Magno ritratto come Helios. Busto, marmo, copia romana da originale di età ellenistica (III-II sec. a.C.). Roma, Musei Capitolini.

Fin dal principio di quest’opera niente può sembrare che io mi sia allontanato più del dovuto dallo schema della narrazione e di cercare, avviando l’opera con la varietà degli argomenti, quasi delle piacevoli digressioni per i lettori e un po’ di riposo per il mio spirito; eppure, il ricordo di un re e di un condottiero così grande suscita quelle meditazioni silenziose con le quali ho spesso occupato la mente, così da invogliarmi a indagare quale sarebbe stata la sorte dello Stato romano, se si fosse combattuto contro Alessandro. Sembra che in guerra contino moltissimo il numero e il valore dei soldati, la capacità dei comandanti e la fortuna, che influenza tutte le circostanze umane, ma soprattutto nelle vicende belliche; tali fattori, sia che li si consideri singolarmente, sia tutti quanti insieme, assicurano che la supremazia di Roma, come non fu vinta da altri re e da altri popoli, così non lo sarebbe stata facilmente neppure da Alessandro. Per prima cosa, dal confronto fra i condottieri, non nego certo che egli fosse un comandante eccelso; ma lo rende tuttavia più illustre il fatto che egli fu solo, e che morì giovane, nel crescere della sua potenza, senza aver ancora sperimentato l’avversa fortuna. Per non parlare di altri famosi sovrani e comandanti, validi esempi di umane vicende, che cos’altro se non una lunga vita espose Ciro, che i Greci esaltano con grandi lodi, così come in questi ultimi tempi Pompeo Magno, ai mutamenti della fortuna? Dovrei forse passare in rassegna i condottieri romani, e non tutti quelli di ogni epoca, ma appunto quei consoli e dittatori – Marco Valerio Corvo, Gaio Marcio Rutulo, Gaio Sulpicio, Tito Manlio Torquato, Quinto Publilio Filone, Lucio Papirio Cursore, Quinto Fabio Massimo, i due Decii, Lucio Volumnio, Manio Curio – contro i quali avrebbe dovuto misurarsi Alessandro? Seguono poi altri grandi uomini, se egli avesse combattuto contro Cartagine prima che contro Roma, e se fosse passato in Italia più vecchio. In qualsivoglia di questi uomini non solo c’era la stessa disposizione d’animo e d’ingegno che in Alessandro, ma soprattutto la disciplina militare, tramandata di padre in figlio fin dalle origini dell’Urbe, era giunta a una forma di scienza regolata da tutta una serie di norme. Così avevano condotto le guerre i re, così poi coloro che li avevano cacciati, i Giunii e i Valerii, così successivamente i Fabii, i Quinctii, i Cornelii, così Furio Camillo, che quei giovani i quali avrebbero dovuto combattere contro Alessandro avevano conosciuto da anziano.

Sì, proprio un Manlio Torquato o un Valerio Corvo, se gli si fossero trovati di fronte in campo aperto, avrebbero ceduto ad Alessandro, che in battaglia si addossava i compiti militari – anche questo lo rende non meno illustre! – loro che erano insigni combattenti prima che generali! Avrebbero ceduto proprio i Decii, che si gettarono sulle schiere nemiche, dopo essersi votati alla morte, avrebbe ceduto un Papirio Cursore con quella gagliardia di corpo e di spirito! Si sarebbe proprio lasciato sopraffare dagli accorgimenti di un giovane quel Senato, per non nominare tutti a uno a uno, di cui si fece un esatto concetto solo colui il quale disse che il Senato romano era un consesso di re! C’era davvero pericolo che egli sapesse, con maggior destrezza di uno qualsiasi degli uomini che ho ricordato, scegliere il luogo per accamparsi, provvedere ai rifornimenti, premunirsi dalle insidie, scegliere il momento adatto per attaccar battaglia, schierare l’esercito, rafforzarlo con le milizie ausiliarie! Avrebbe detto che non aveva a che fare con un Dario, il quale si trascinava dietro uno stuolo di femminucce e di eunuchi, in mezzo alla porpora e all’oro, carico degli apparati della propria fortuna, una preda piuttosto che un degno avversario, e che egli aveva vinto senza spargere sangue, senza osare altro che disprezzare opportunamente quelle vanità. Ben diverso gli sarebbe parso l’aspetto dell’Italia da quello dell’India, che egli attraversò gozzovigliando con un esercito di ubriachi, alla vista delle gole dell’Apulia, dei monti della Lucania, delle tracce ancor recenti del disastro familiare, là dove poco prima era stato ucciso suo zio, Alessandro, re dell’Epiro.

Legionari romani in formazione. Bassorilievo, pietra calcarea, da Glanum. Fourvière, Musée gallo-romain.

Insomma, esaltando il popolo romano, Livio ricorda la grandezza di tanti condottieri capitolini non meno degni di ammirazione del Macedone: questi, per quanto grande, rimane comunque un solo individuo, la cui grandezza ha avuto una durata limitata nella Storia, cioè quella della sua vita; il popolo romano, invece, combatte da molti secoli e questo spiega come la sorte non potesse essere sempre dalla sua parte.

Et loquimur de Alexandro nondum merso secundis rebus, quarum nemo intolerantior fuit. Qui si ex habitu nouae fortunae nouique, ut ita dicam, ingenii quod sibi uictor induerat spectetur, Dareo magis similis quam Alexandro in Italiam uenisset et exercitum Macedoniae oblitum degenerantemque iam in Persarum mores adduxisset. Referre in tanto rege piget superbam mutationem uestis et desideratas humi iacentium adulationes, etiam uictis Macedonibus graues nedum uictoribus, et foeda supplicia et inter uinum et epulas caedes amicorum et uanitatem ementiendae stirpis. Quid si uini amor in dies fieret acrior? Quid si trux ac praeferuida ira? – nec quicquam dubium inter scriptores refero – nullane haec damna imperatoriis uirtutibus ducimus? Id uero periculum erat, quod leuissimi ex Graecis qui Parthorum quoque contra nomen Romanum gloriae fauent dictitare solent, ne maiestatem nominis Alexandri, quem ne fama quidem illis notum arbitror fuisse, sustinere non potuerit populus Romanus; et aduersus quem Athenis, in ciuitate fracta Macedonum armis, cernente tum maxime prope fumantes Thebarum ruinas, contionari libere ausi sunt homines, id quod ex monumentis orationum patet, aduersus eum nemo ex tot proceribus Romanis uocem liberam missurus fuerit! Quantalibet magnitudo hominis concipiatur animo; unius tamen ea magnitudo hominis erit collecta paulo plus decem annorum felicitate; quam qui eo extollunt quod populus Romanus etsi nullo bello multis tamen proeliis uictus sit, Alexandro nullius pugnae non secunda fortuna fuerit, non intellegunt se hominis res gestas, et eius iuuenis, cum populi iam octingentesimum bellantis annum rebus conferre. Miremur si, cum ex hac parte saecula plura numerentur quam ex illa anni, plus in tam longo spatio quam in aetate tredecim annorum fortuna uariauerit? Quin tu homines cum homine, [et] duces cum duce, fortunam cum fortuna confers? Quot Romanos duces nominem quibus nunquam aduersa fortuna pugnae fuit? Paginas in annalibus magistratuumque fastis percurrere licet consulum dictatorumque quorum nec uirtutis nec fortunae ullo die populum Romanum paenituit. Et quo sint mirabiliores quam Alexander aut quisquam res, denos uicenosque dies quidam dictaturam, nemo plus quam annum consulatum gessit; ab tribunis plebis dilectus impediti sunt; post tempus ad bella ierunt, ante tempus comitiorum causa reuocati sunt; in ipso conatu rerum circumegit se annus; collegae nunc temeritas, nunc prauitas impedimento aut damno fuit; male gestis rebus alterius successum est; tironem aut mala disciplina institutum exercitum acceperunt. At hercule reges non liberi solum impedimentis omnibus sed domini rerum temporumque trahunt consiliis cuncta, non sequuntur. Inuictus ergo Alexander cum inuictis ducibus bella gessisset et eadem fortunae pignora in discrimen detulisset; immo etiam eo plus periculi subisset quod Macedones unum Alexandrum habuissent, multis casibus non solum obnoxium sed etiam offerentem se, Romani multi fuissent Alexandro uel gloria uel rerum magnitudine pares, quorum suo quisque fato sine publico discrimine uiueret morereturque.

Scena dalla battaglia di Pidna. Rilievo, marmo, II sec. a.C. dal monumento di L. Emilio Paolo, a Delfi

E parliamo di un Alessandro non ancora travolto dai successi, che a nessuno diedero alla testa più che a lui. Ché, se lo si giudica dal suo modo di comportarsi nella prospera sorte e, per così dire, dal suo nuovo atteggiamento, che aveva assunto dopo le vittorie, egli sarebbe venuto in Italia più simile a un Dario che a un Alessandro e vi avrebbe condotto un’armata dimentica della Macedonia e già tralignata per effetto dei costumi persiani. Rincresce di dover riferire quando si parla di un re così grande la sfarzosa trasformazione dell’abbigliamento, il desiderio di veder la gente prosternarsi in inchini, insopportabili ai Macedoni quand’anche fossero vinti, e a maggior ragione quand’erano vintori, i crudeli supplizi, l’uccisione degli amici durante le gozzoviglie e i banchetti, la vanità di mentire la stirpe. E se il vizio del bere fosse divenuto di giorno in giorno più forte, se fosse divenuta truce e ardente la sua ira – e su ciò che io riferisco non v’è alcun dubbio fra gli storici – ? Dobbiamo ritenere che tali pecche non offuschino minimamente le doti di un generale? Sì, c’era proprio pericolo, come vanno dicendo i più vanesi fra i Greci, i quali contro il popolo romano plaudono perfino alla gloria dei Parti, che i Romani non potessero sostenere la maestà del nome di Alessandro, che io credo non fosse noto a loro neppure per fama! C’era proprio pericolo che, mentre ad Atene, in una città soggiogata dalle armi dei Macedoni, vi furono degli uomini che osarono parlare liberamente contro di lui, come risulta dai loro discorsi che si conservano ancora, contro di lui non fosse capace di levare liberamente la propria voce nessuno fra i tanti illustri personaggi di Roma!

Per quanto grande si possa concepire quest’uomo, la sua rimarrà tuttavia la grandezza di un singolo individuo, acquistata in poco più di dieci anni di fortuna; e coloro che esaltano questa sorte per il fatto che il popolo romano, se non fu vinto in alcuna guerra, tuttavia lo fu in molte battaglie, mentre Alessandro in nessuna battaglia ebbe sorte avversa, non comprendono che essi paragonano le imprese di un uomo, e per di più giovane, con quelle di un popolo che fa la guerra da otto secoli. Possiamo meravigliarci se, contandosi più secoli dalla nostra parte che anni dalla sua, la fortuna è stata più varia in così lungo periodo di tempo che nel corso di tredici anni? Perché non si confrontano gli uomini con l’uomo, i condottieri con il condottiero, la fortuna con la fortuna? Quanti comandanti romani potrei nominare, che in combattimento non ebbero mai contraria la sorte! Si possono scorrere negli annali e nei fasti dei magistrati elenchi di consoli e di dittatori del cui valore e della cui fortuna il popolo romano non ebbe di che lamentarsi in nessun giorno. E perché essi destino maggiore ammirazione di Alessandro o di alcun altro re, dirò che alcuni ressero la dittatura per dieci o venti giorni, nessuno il consolato per più di un anno; le leve erano impedite dai tribuni della plebe; andarono in guerra in ritardo, furono richiamati in anticipo per i comizi; l’anno trascorse nel momento dello sforzo decisivo; fu loro di danno ora la temerarietà, ora l’incapacità del collega; dovettero ereditare gli insuccessi dei predecessori; presero in consegna eserciti inesperti o mal addestrati. Invece i monarchi – per Ercole! – non soltanto sono liberi da ogni impedimento, ma, padroni della situazione e delle circostanze, anziché adattarsi agli eventi, tutti li dominano con le loro decisioni. Alessandro avrebbe dunque combattuto invitto con comandanti invitti e avrebbe corso gli stessi pericoli della sorte; avrebbe anzi affrontato un rischio tanto maggiore, in quanto i Macedoni avrebbero avuto unicamente Alessandro, che non solo si sarebbe trovato esposto a numerosi pericoli, ma vi sarebbe anche andato incontro spontaneamente, mentre vi sarebbero stati molti Romani pari ad Alessandro per gloria o per grandezza di imprese, ciascuno dei quali poteva, secondo il proprio destino, vivere e morire senza danno per lo Stato.

L’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 di Lucio Cornelio Scipione Barbato (𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309)

Nel corso dell’età repubblicana, a Roma, l’epigrafia si prestò a usi molto diversificati anche nella sfera del privato. Come è facile immaginare, il maggior numero di documenti iscritti su pietra proviene dall’ambito funerario: all’iscrizione era affidata la funzione di conservare, comunicare e tramandare ai vivi e ai posteri la 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎 di chi non c’era più. La gamma delle epigrafi funebri è quanto mai varia per scopo e tipologia: da essenziali didascalie recanti semplicemente il 𝑡𝑖𝑡𝑢𝑙𝑢𝑠 (il nome proprio e il patronimico) del defunto a testi più o meno complessi, nei quali alla sequenza onomastica si aggiunge una dedica espressa nella forma dell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚. È questo il caso dell’iscrizione apposta sul sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato (𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309)[1].

Dalla prima metà del III secolo, la prestigiosa casata dei 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 ebbe il proprio mausoleo appena fuori 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝐶𝑎𝑝𝑒𝑛𝑎, lungo la 𝑣𝑖𝑎 𝐴𝑝𝑝𝑖𝑎, secondo una consuetudine che cominciava proprio allora a consolidarsi in seno all’𝑒́𝑙𝑖𝑡𝑒 gentilizia romana. Accortamente, a questo proposito, Cicerone si domandava: 𝐴𝑛 𝑡𝑢 𝑒𝑔𝑟𝑒𝑠𝑠𝑢𝑠 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎 𝐶𝑎𝑝𝑒𝑛𝑎, 𝑐𝑢𝑚 𝐶𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑖, 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑢𝑚, 𝑆𝑒𝑟𝑢𝑖𝑙𝑖𝑜𝑟𝑢𝑚, 𝑀𝑒𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜𝑟𝑢𝑚 𝑠𝑒𝑝𝑢𝑙𝑐𝑟𝑎 𝑢𝑖𝑑𝑒𝑠, 𝑚𝑖𝑠𝑒𝑟𝑜𝑠 𝑝𝑢𝑡𝑎𝑠 𝑖𝑙𝑙𝑜𝑠? (Cɪᴄ. 𝑇𝑢𝑠𝑐. I 7, 13, «Ma tu, quando esci da Porta Capena e vedi i sepolcri di Calatino, degli Scipioni, dei Servili e dei Metelli, li diresti dei poveracci?»). In effetti, la felice posizione e collocazione di questi sepolcreti appena fuori dagli accessi principali dell’Urbe, lungo gli assi viari più importanti, consentiva ai membri delle 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠 di celebrare la gloria degli avi ed esaltare la propria autorappresentazione.

Il testo di 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 si configura come un vero e proprio 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 e costituisce a tutti gli effetti la più antica attestazione nota di un 𝑐𝑢𝑟𝑠𝑢𝑠 ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚:

[𝐿(𝑢𝑐𝑖𝑜𝑠)] 𝐶̲𝑜̲𝑟̲𝑛̲𝑒̲𝑙̲𝑖̲𝑜(𝑠) 𝐶𝑛(𝑎𝑒𝑖) 𝑓(𝑖𝑙𝑖𝑜𝑠) 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜.

〚——〛

〚—〛𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑢𝑠 𝐿𝑢𝑐𝑖𝑢𝑠 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜 𝐵𝑎𝑟𝑏𝑎𝑡𝑢𝑠 𝐺𝑛𝑎𝑖𝑢𝑜𝑑 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑒

𝑝𝑟𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑢𝑠 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑖𝑠 𝑢𝑖𝑟 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑠𝑞𝑢𝑒 – 𝑞𝑢𝑜𝑖𝑢𝑠 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑢𝑖𝑟𝑡𝑢𝑡𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑖𝑠𝑢𝑚𝑎

𝑓𝑢𝑖𝑡 – 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑜𝑙, 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟, 𝑎𝑖𝑑𝑖𝑙𝑖𝑠, 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑓𝑢𝑖𝑡 𝑎𝑝𝑢𝑑 𝑢𝑜𝑠 – 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 𝐶𝑖𝑠𝑎𝑢𝑛𝑎

𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑜 𝑐𝑒𝑝𝑖𝑡 – 𝑠𝑢𝑏𝑖𝑔𝑖𝑡 𝑜𝑚𝑛𝑒 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎𝑚 – 𝑜𝑝𝑠𝑖𝑑𝑒𝑠𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑏𝑑𝑜𝑢𝑐𝑖𝑡.

Come annotò Adriano La Regina (1968, 173), il sarcofago di Scipione Barbato ha suscitato più di una volta l’attenzione dell’indagine storico-filologica per la complessità e l’importanza dei problemi che esso pone. E, come talvolta avviene anche per i monumenti entrati nel patrimonio delle più comuni conoscenze e divenuti capisaldi della ricostruzione storica, si può dire che sotto certi aspetti lo studio del documento sia stato tutt’altro che completo e definitivo.

Sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato con iscrizione (𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309). Nenfro, III sec. a.C. Mausoleo degli Scipioni sulla 𝑣𝑖𝑎 𝐴𝑝𝑝𝑖𝑎.

Con la locuzione 𝑐𝑢𝑟𝑠𝑢𝑠 ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚 i Romani intendevano quella successione gerarchia, progressiva e sequenziale che caratterizzava la “carriera politica” del cittadino libero durante l’età repubblicana (in particolare, nell’ultima fase di quest’epoca), mentre al tempo in cui visse il personaggio commemorato dall’iscrizione evidentemente non esisteva ancora una ben definita e sistematica successione delle magistrature. Tra l’altro, va ricordato, l’unica vera magistratura (𝑚𝑎𝑔𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑢𝑠) era il consolato; le altre cariche “ordinarie”, difatti, che di volta in volta erano create per le più svariate ragioni di contingenza e di necessità, erano ritenute “satelliti”. In altre parole, queste magistrature erano istituite per supplire le funzioni dei 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑙𝑒𝑠, qualora questi ultimi si fossero trovati impegnati in lunghe campagne militari all’estero o per accontentare i 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑖𝑖 più intransigenti ogniqualvolta che i plebei ottenessero l’accesso alle cariche più prestigiose.

Uno dei primi problemi sollevati da 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 riguarda l’etimologia di 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚, di cui gli studiosi hanno dato diverse interpretazioni. Theodor Mommsen e Georg Götz, alla fine del XIX secolo, avevano supposto che il termine andasse posto in relazione con il verbo 𝑒̄𝑙𝑖̆𝑔𝑒̆𝑟𝑒 (“scegliere”, “selezionare”), intendendo quindi l’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 come la “selezione”, “cernita”, negli archivi privati delle grandi famiglie romane, di memorie e tradizioni sul conto dei loro membri più cospicui. Secondo altri studiosi, invece, l’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 andrebbe concepito come forma di autorappresentazione veicolata dal 𝑐𝑙𝑎𝑛 verso l’esterno e, pertanto, ricondotta al campo semantico di 𝑒𝑙𝑜𝑞𝑢𝑖𝑢𝑚 e 𝑙𝑜𝑞𝑢𝑖. Joseph M. Stowasser è stato il primo ad accostare il lat. 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 al gr. εὐλογία (dal verbo εὐλογεῖν, “parlare bene di [qualcuno]”) e, sulla scorta di Ernst R. Curtius e Christian Hülsen – allievi del Mommsen –, estese questa considerazione al genere elegiaco, il cui schema metrico si caratterizza per l’avvicendamento di distici di esametri e pentametri. Per avallare la loro tesi, proprio Curtius e Hülsen, presero in considerazione un passo di Aulo Gellio, il quale, a sua volta, cita un estratto dalle 𝑂𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑒𝑠 di Marco Porcio Catone Censore, in cui si narra l’episodio del valoroso tribuno Quinto Cedicio: nel corso della prima guerra punica, in Sicilia, Cedicio suggerì al proprio comandante di affidargli un gruppo di quattrocento uomini con il quale si sarebbe attestato in una stretta gola per tenervi impegnato il nemico e consentire al console di prenderlo alle spalle con il resto dell’esercito. Il piano, di per sé, fu un vero successo: la mossa escogitata dal tribuno militare fu una trappola mortale per i Cartaginesi; ma, nel corso del combattimento, lo stesso Cedicio e tutti i suoi perirono (Gᴇʟʟ. 𝑁𝑜𝑐𝑡. 𝐴𝑡𝑡. III 7, 19). Il generale di Cedicio era 𝐴. 𝐴𝑡𝑖𝑙𝑖𝑢𝑠 𝐴. 𝑓. 𝐶. 𝑛. 𝐶𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑢𝑠, console del 258, che Cicerone menziona spesso come uomo dalle virtù esemplari e del quale, ai suoi tempi, era ancora possibile vedere il sepolcro, identificato dagli studiosi moderni con la cosiddetta “Tomba Arieti” presso la 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝐸𝑠𝑞𝑢𝑖𝑙𝑖𝑛𝑎 di Roma. L’Arpinate, fra l’altro, riporta testualmente il distico elegiaco che doveva campeggiare sul sarcofago del personaggio: 𝐻𝑢𝑛𝑐 𝑢𝑛𝑢𝑚 𝑝𝑙𝑢𝑟𝑖𝑚𝑎𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑢𝑛𝑡 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠 / 𝑝𝑜𝑝𝑢𝑙𝑖 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎𝑟𝑖𝑢𝑚 𝑓𝑢𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑢𝑖𝑟𝑢𝑚 (Cɪᴄ. 𝑆𝑒𝑛. 61, «La maggior parte delle 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠 conviene (nel dire) / che costui fu l’uomo più importante di (tutto) il popolo»).

Il frammento catoniano, secondo i due filologi tedeschi, istituirebbe un evidente confronto con l’𝑒𝑥𝑒𝑚𝑝𝑙𝑢𝑚 ben noto di re Leonida e i suoi trecento spartiati alle Termopili, celebrati dal poeta Simonide di Ceo (Sɪᴍᴏɴ. F 531 Page). Gellio racconta che al tribuno e ai suoi soldati furono dedicati dei 𝑚𝑜𝑛𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎 – un nome collettivo con cui i Romani designavano 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑎, 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑢𝑎𝑒, 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎, ℎ𝑖𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎𝑒, ecc.).

Tra gli anni Sessanta e Settanta del XX secolo gli studiosi hanno sostenuto l’ipotesi per la quale gli 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 fossero strettamente collegati con la pratica delle 𝑙𝑎𝑢𝑑𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 𝑓𝑢𝑛𝑒𝑏𝑟𝑒𝑠, come si desume dalla descrizione piuttosto dettagliata riportata da Polibio (Pᴏʟʏʙ. VI 53):

Ὅταν γὰρ μεταλλάξῃ τις παρ’ αὐτοῖς τῶν ἐπιφανῶν ἀνδρῶν, συντελουμένης τῆς ἐκφορᾶς κομίζεται μετὰ τοῦ λοιποῦ κόσμου πρὸς τοὺς καλουμένους ἐμβόλους εἰς τὴν ἀγορὰν ποτὲ μὲν ἑστὼς ἐναργής, σπανίως δὲ κατακεκλιμένος. πέριξ δὲ παντὸς τοῦ δήμου στάντος, ἀναβὰς ἐπὶ τοὺς ἐμβόλους, ἂν μὲν υἱὸς ἐν ἡλικίᾳ καταλείπηται καὶ τύχῃ παρών, οὗτος, εἰ δὲ μή, τῶν ἄλλων εἴ τις ἀπὸ γένους ὑπάρχει, λέγει περὶ τοῦ τετελευτηκότος τὰς ἀρετὰς καὶ τὰς ἐπιτετευγμένας ἐν τῷ ζῆν πράξεις. δι’ ὧν συμβαίνει τοὺς πολλοὺς ἀναμιμνησκομένους καὶ λαμβάνοντας ὑπὸ τὴν ὄψιν τὰ γεγονότα, μὴ μόνον τοὺς κεκοινωνηκότας τῶν ἔργων, ἀλλὰ καὶ τοὺς ἐκτός, ἐπὶ τοσοῦτον γίνεσθαι συμπαθεῖς ὥστε μὴ τῶν κηδευόντων ἴδιον, ἀλλὰ κοινὸν τοῦ δήμου φαίνεσθαι τὸ σύμπτωμα.

Quando fra loro muore un personaggio in vista, durante la celebrazione delle esequie, egli viene trasportato, con tutti gli onori, presso i cosiddetti 𝑅𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎, nel Foro, a volte in posizione eretta, in modo da essere ben visibile, raramente adagiato. Mentre tutto il popolo gli sta attorno, un figlio – se il morto ne ha lasciato uno in età adulta e se questi si trova presente –, o altrimenti, se c’è, un altro membro della famiglia, sale sulla tribuna e parla delle virtù del defunto e dei successi da lui conseguiti in vita. L’effetto di ciò è che la folla, ricordando e richiamando alla mente l’accaduto – non solo coloro che hanno preso parte ai fatti, ma anche gli estranei –, sia tanto commossa che non sembra trattarsi di una disgrazia privata, limitata alle persone in lutto, ma comune a tutto il popolo.

Scena di compianto funebre. Dettaglio di un rilievo su sarcofago, marmo, I sec. Paris, Musée National du Moyen Age

Il cerimoniale romano, insomma, prevedeva che il membro più importante del 𝑐𝑙𝑎𝑛 gentilizio prendesse la parola e tenesse un’orazione pubblica per “elogiare” il 𝑑𝑒 𝑐𝑢𝑖𝑢𝑠. Nella 𝑙𝑎𝑢𝑑𝑎𝑡𝑖𝑜, in maniera abbastanza schematica, l’oratore ripercorreva tutta l’esistenza del congiunto scomparso, celebrandone il carattere, le virtù etiche, le competenze civiche e militari, passando in rassegna le sue azioni e commemorandone il ruolo svolto per la comunità. In altre parole, si esaltava la 𝑛𝑜𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎𝑠 del personaggio, cioè la sua capacità di farsi notare in pubblico, in relazione all’utilità che l’intero corpo civico ne aveva tratto. Polibio, da straniero, nota acutamente come fra i Quiriti imperasse una sorta di “fame di potere”, da intendersi non come la frenesia di accaparrarsi un posto di comando sopra e a scapito degli altri, bensì come la volontà di rivestire a tutti i costi delle cariche pubbliche, pur di nobilitare se stessi, illustrare la propria casata e giovare alla “cosa pubblica”. È risaputo che nella società romana l’individuo fosse subordinato alla collettività. Esemplare, a questo proposito, fu Quinto Fabio Massimo “il Temporeggiatore”: costui, a seguito della disfatta cannense (216), s’impegnò personalmente, dando fondo al proprio patrimonio, per riscattare i concittadini caduti prigionieri nelle mani di Annibale. A conti fatti, Fabio Massimo non domandò nulla come risarcimento al Senato, né alle famiglie dei riscattati, ma ne ottenne l’infinita gratitudine, aumentando a dismisura la propria fama. Nella società romana, dunque, gli individui agivano per ottenere la miglior forma di glorificazione (la 𝑛𝑜𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎𝑠), nel solco di una comunità più funzionale di quanto non lo fosse la loro stessa persona. Di qui, perciò, l’uso di far redigere iscrizioni, la costruzione di monumenti ed edifici pubblici, i cerimoniali funebri, lo 𝑖𝑢𝑠 𝑖𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑢𝑚, ecc.

Il sarcofago di Scipione Barbato è costituito da una cassa di peperino, una roccia magmatica molto comune sui Colli Albani, lunga circa 1,42 m, l’unica nel mausoleo ad avere un’elaborata decorazione architettonica. Il sepolcro, infatti, fu concepito come un vero e proprio altare dalla struttura sensibilmente rastremata, modanata alla base e ornata nella sua sezione superiore con un fregio dorico (con tanto di triglifi e metope, riempite da rosoni a rilievo diversi l’uno dall’altro). Il coperchio presenta un bordo scolpito secondo lo schema ionico di una σιμά e un γεῖσον con dentellatura, su cui poggiano due 𝑝𝑢𝑙𝑣𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖̆𝑎 (“cuscini”).

Più volte è stato sottolineato dagli esperti che la collocazione del mausoleo sull’𝐴𝑝𝑝𝑖𝑎 – fatta costruire da Appio Claudio Cieco nel 312 – fosse in stretta connessione alla famiglia di Scipione Barbato, in quanto principale promotrice dell’espansionismo romano verso la 𝑀𝑎𝑔𝑛𝑎 𝐺𝑟𝑎𝑒𝑐𝑖𝑎. Con ogni probabilità, i 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 intrattenevano rapporti con le comunità grecaniche del Meridione già dalla fine del IV secolo, comunità presso le quali – come è noto – erano diffuse le dottrine pitagoriche. A questo proposito, Plinio il Vecchio spiegava che nell’area del 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑖𝑢𝑚, nel Foro romano, 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑡𝑖𝑐𝑖, era stata posta, fra le altre, anche una statua che raffigurava nientemeno che lo stesso Pitagora (Pʟɪɴ. 𝑁𝑎𝑡. ℎ𝑖𝑠𝑡. XXXIV 12, 26). Da Plutarco (Pʟᴜᴛ. 𝑁𝑢𝑚. 8, 18) si apprende l’esistenza di una tradizione presso gli 𝐴𝑒𝑚𝑖𝑙𝑖𝑖 𝑀𝑎𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑛𝑖, in base alla quale vantavano legami di parentela con il filosofo; pare che alcuni esponenti di questo 𝑐𝑙𝑎𝑛 fossero stati stretti collaboratori degli 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 come veicolo di diffusione nell’Urbe delle dottrine politico-sociali provenienti dalle realtà suditaliche.

Mausoleo dei 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠, III-II secolo a.C. sulla 𝑣𝑖𝑎 𝐴𝑝𝑝𝑖𝑎.

Bisogna dunque pensare che la società romana, agli inizi del III secolo, fosse particolarmente raffinata e acculturata: gli esponenti delle 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒𝑠 erano in stretto contatto con le città magnogreche, dalle quali apprendevano lingua, costumi, stili e altri spunti per la definizione delle virtù politiche: se si tiene conto di ciò, allora appare più chiaro il motivo per cui Scipione Barbato nell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 sia ricordato come 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑖𝑠 𝑢𝑖𝑟 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑠𝑞𝑢𝑒, formula che sembra trovare perfetta aderenza al greco καλὸς καὶ ἀγαθός (“bello e buono”). Va inoltre ricordato come i Romani spesso discettassero sulla vera natura del concetto di 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎, ovvero la capacità empirica di prevedere gli effetti delle proprie e delle altrui azioni, che la persona apprendeva con il tempo e l’esperienza. Insomma, dati questi elementi, è chiaro che quella romana, tra IV e III secolo, fu tutt’altro che una società monolitica, grezza e chiusa (come spesso si è voluto rappresentarla) e la cultura ellenica vi svolse, indubbiamente, un ruolo fondamentale nel processo di acculturazione e di formazione.

Gioacchino De Angelis D’Ossat (1936), per primo, si occupò di studiare i materiali repertati nel mausoleo degli 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 e i sarcofagi in ispecie. Reinhard Herbig (1952, 124) ipotizzò che la pietra utilizzata per la loro realizzazione fosse nenfro, una tipologia di tufo grigio molto diffusa nell’Alto Lazio.

Quanto alla sequenza onomastica che Attilio Degrassi riportò alla r. 1 di 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 (1957, 178) – [𝐿(𝑢𝑐𝑖𝑜𝑠)] 𝐶̲𝑜̲𝑟̲𝑛̲𝑒̲𝑙̲𝑖̲𝑜(𝑠) 𝐶𝑛(𝑎𝑒𝑖) 𝑓(𝑖𝑙𝑖𝑜𝑠) 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜 – corrisponde al testo che doveva comparire sul 𝑝𝑢𝑙𝑣𝑖𝑛𝑎𝑟 del coperchio come 𝑡𝑖𝑡𝑢𝑙𝑢𝑠 𝑝𝑖𝑐𝑡𝑢𝑠, cioè realizzato con rubricatura, ma non inciso. La sequenza, composta da 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛, 𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛, 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑜𝑛𝑖𝑚𝑖𝑐𝑢𝑠, 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛, secondo l’uso arcaico, presentava un’uscita in -𝑜𝑠 (non ancora “oscurata”) del 𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑖𝑐𝑖𝑢𝑚. Christian Hülsen (𝐶𝐼𝐿 VI 31587) osservò che, quando i testi delle iscrizioni del mausoleo furono pubblicati da Ennio Q. Visconti nel 1785 e riprodotti da Giovanni Battista Piranesi, mostravano la sequenza onomastica “normalizzata” in 𝐿. 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑢𝑠 𝐶𝑛. 𝑓. 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜. I testi furono poi ricopiati fedelmente nelle schede di Gaetano Marini (1742-1815), Prefetto dell’Archivio Pontificio e Primo Custode della Biblioteca Apostolica Vaticana. Secondo Raffaele Garrucci (1877), Piranesi non aveva riprodotto il testo del sarcofago nella maniera più fedele: le lettere 𝑙 ed 𝑛 dell’iscrizione sul manufatto appaiono, in realtà, incise secondo l’uso arcaico, cioè con un’inclinazione destrorsa. Nella sezione successiva, Garrucci leggeva le lettere 𝑒 𝑠 𝑡, mentre Hülsen (che anche lui volle osservare di persona il sarcofago) riteneva che al di sopra del termine 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑖𝑠, nella parte di testo mancante, si potessero intravedere, leggermente abrase, 𝑒 𝑠 𝑜, che riconduceva a un ipotetico (𝑐)𝑒(𝑛)𝑠𝑜(𝑟). La tesi che va per la maggiore sulla base di questi saggi è che quelle lettere fossero i resti di un originario 𝑡𝑖𝑡𝑢𝑙𝑢𝑠 𝑝𝑖𝑐𝑡𝑢𝑠, sostituito in seguito da una prima forma di epigrafe, riportante una sintesi degli ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑒𝑠 rivestiti dal defunto, successivamente erasa e rifatta in posizione più bassa.

A una prima lettura, il testo epigrafico mette in luce alcuni caratteri formali piuttosto curiosi, a partire dalla sequenza onomastica: mentre sul coperchio gli elementi del nome, benché in un latino arcaico, erano collocati in successione canonica, nella parte di testo riportata sulla cassa il gentilizio precede il 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 – tra l’altro, non abbreviato; tutti i nominativi di II declinazione presentano la vocale tematica già oscurata in -𝑢𝑠. Nella sequenza compare anche il 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛: va precisato che tra il IV e il III secolo l’onomastica latina era piuttosto fluida; difatti, almeno sui documenti ufficiali, gli esponenti del patriziato non facevano apporre anche il 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 (“soprannome”). Per esempio, presso la 𝑔𝑒𝑛𝑠 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑎, solo i discendenti del 𝐶𝑢𝑛𝑐𝑡𝑎𝑡𝑜𝑟 (“Temporeggiatore”) portavano il soprannome di 𝑀𝑎𝑥𝑖𝑚𝑢𝑠. I 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 entrarono stabilmente nell’uso pubblico nel momento in cui le ramificazioni di uno stesso 𝑐𝑙𝑎𝑛 erano tali che i legami di sangue non erano più facilmente rilevabili. Perciò non doveva essere inconsueto che fra i 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 vi fosse un ramo degli 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠 𝐵𝑎𝑟𝑏𝑎𝑡𝑖 o 𝐵𝑎𝑟𝑏𝑎𝑡𝑖 soltanto. La questione è ulteriormente complicata dal modo in cui le fonti letterarie trattano l’onomastica dei grandi personaggi del passato: solo a partire dal III secolo, i 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 patrizi cominciarono a differenziarsi. I più antichi erano “soprannomi” derivanti da caratteristiche fisiche o particolari virtù morali, o ancora da indicazioni toponomastiche. In quest’ultimo caso, i membri di alcune famiglie legavano a sé il nome di un luogo, spesso quello di nascita: per esempio, i 𝑀𝑎𝑛𝑙𝑖𝑖 e i 𝑄𝑢𝑖𝑛𝑐𝑡𝑖𝑖 erano detti 𝐶𝑎𝑝𝑖𝑡𝑜𝑙𝑖𝑛𝑖, per il fatto che i loro avi avessero abitato il Campidoglio. Ancora, i 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 spesso derivavano da difetti fisici o comportamentali, e portarli non era considerato motivo di disonore o vergogna. Con l’andare del tempo, tuttavia, i Romani persero cognizione del motivo per cui i loro avi avessero lasciato in eredità certi “soprannomi”, spesso bizzarri; pertanto, spesso cercavano di darsene ragione costruendo racconti eziologici fantasiosi:

𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 𝑒𝑡𝑖𝑎𝑚 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑖𝑛𝑑𝑒: 𝑃𝑖𝑙𝑢𝑚𝑛𝑖, 𝑞𝑢𝑖 𝑝𝑖𝑙𝑢𝑚 𝑝𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑛𝑖𝑠 𝑖𝑛𝑢𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑡, 𝑃𝑖𝑠𝑜𝑛𝑖𝑠 𝑎 𝑝𝑖𝑠𝑒𝑛𝑑𝑜, 𝑖𝑎𝑚 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑜𝑟𝑢𝑚, 𝐿𝑒𝑛𝑡𝑢𝑙𝑜𝑟𝑢𝑚, 𝐶𝑖𝑐𝑒𝑟𝑜𝑛𝑢𝑚, 𝑢𝑡 𝑞𝑢𝑖𝑠𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑙𝑖𝑞𝑢𝑜𝑑 𝑜𝑝𝑡𝑖𝑚𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑢𝑠 𝑠𝑒𝑟𝑒𝑟𝑒𝑡…

Connessi all’agricoltura sono anche i 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑖𝑛𝑎 più antichi: Pilumno, perché aveva inventato il pestello per i mulini, Pisone dal verbo 𝑝𝑖𝑠𝑒̆𝑟𝑒 (“macinare”), e poi i 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑖, i 𝐿𝑒𝑛𝑡𝑢𝑙𝑖, i 𝐶𝑖𝑐𝑒𝑟𝑜𝑛𝑒𝑠, a seconda del legume che erano più abili a seminare (…).

Queste curiose etimologie, riportate da Plinio il Vecchio (Pʟɪɴ. 𝑁𝑎𝑡. ℎ𝑖𝑠𝑡. XVIII 3, 10), mettono il nome dei 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑖 in collegamento con 𝑓𝑎𝑏𝑎 (“fava”), quello dei 𝐿𝑒𝑛𝑡𝑢𝑙𝑖 con 𝑙𝑒𝑛𝑠 (“lenticchia”), e quello dei 𝐶𝑖𝑐𝑒𝑟𝑜𝑛𝑒𝑠 con 𝑐𝑖𝑐𝑒𝑟 (“cece”).

Tornando a 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309, al testo normalizzato con i nominativi uscenti in -𝑢𝑠 fa da contraltare la formula 𝐺𝑛𝑎𝑖𝑢𝑜𝑑 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑒 / 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑢𝑠, dove il primo elemento riprende l’arcaica desinenza dell’ablativo singolare della II declinazione (-𝑜𝑑), contiene il dittongo aperto -𝑎𝑖- di chiara influenza ellenica e conserva la confusione grafica tra 𝐺 e 𝐶. Si suppone che il prenome 𝐺𝑛𝑎𝑒𝑢𝑠 (“Gneo”) abbia origini etrusche: l’epigrafia funebre di area tirrenica risalente al IV secolo, difatti, attesta il nome 𝐶𝑛𝑒𝑢𝑒. Gli studiosi sospettano una probabile manipolata artificiosità del testo iscritto sul sarcofago di Barbato e alcuni sono convinti che queste “patine” arcaizzanti, pseudo-greche siano palesemente volute e manierate.

L’espressione 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑒 / 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑢𝑠, poi, appartiene a quel codice linguistico con cui, dal III secolo in poi, gli aristocratici romani tendevano a farsi rappresentare. A tal proposito, Matteo Massaro (2008, 52) ha osservato che l’inversione fra il 𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖𝑙𝑖𝑐𝑖𝑢𝑚 e il 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 e fra il 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑜𝑚𝑒𝑛 e il 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑜𝑛𝑖𝑚𝑖𝑐𝑢𝑠 potrebbe aver avuto ragioni metriche, oltre che chiare funzioni propagandistiche. Non è un caso, infatti, che nel registro “burlesco” della commedia plautina questo codice autorappresentativo fosse spesso motteggiato: non rare, infatti, sono le scene in cui buffoni, fanfaroni e altri personaggi di dubbia origine si vantino di essere dei 𝑝𝑎𝑡𝑟𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑖.

Stando all’espressione 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑠𝑞𝑢𝑒, Scipione Barbato doveva essere dotato di quella virtù che i Greci chiamavano φρόνησις, che si potrebbe tradurre come “accortezza politica”, diversa dalla σωφροσύνη, che indica la “moderazione” e la “temperanza”, e dalla σοφία, ossia la “saggezza che deriva dalla dottrina” (corrispondente alla latina 𝑠𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎). Coraggio, audacia e prontezza d’azione derivavano all’uomo romano dalla preparazione e dalla saggezza, cioè dalla formazione e dall’esperienza (chi era preparato, sapeva prendere decisioni previdenti e non avventate). I Romani, insomma, esaltavano nella 𝑠𝑎𝑝𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎 della persona non solo l’avvedutezza, ma anche la capacità di “agire bene” (cfr. Pesando 1990; Pignatelli 2001).

Il sintagma successivo 𝑞𝑢𝑜𝑖𝑢𝑠 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑢𝑖𝑟𝑡𝑢𝑡𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑖𝑠𝑢𝑚𝑎 / 𝑓𝑢𝑖𝑡 si può ben avvicinare all’ideale greco arcaico della καλοκαγαθία, la massima perfezione umana, l’unione nella stessa persona della “bellezza” e della “bontà” morale. Di conseguenza, nell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 di Scipione Barbato sembra esserci un tentativo di appropriazione di tale principio straniero e di renderlo “romano”. Sul piano morfologico, si nota che 𝑞𝑢𝑜𝑖𝑢𝑠 sia la forma antica di 𝑐𝑢𝑖𝑢𝑠, il dativo 𝑢𝑖𝑟𝑡𝑢𝑡𝑒𝑖 presenta l’originale desinenza con dittongo aperto dei nomi della III declinazione e 𝑝𝑎𝑟𝑖𝑠𝑢𝑚𝑎, che sta per il classico 𝑝𝑎𝑟𝑖𝑠𝑠𝑖𝑚𝑎, indica al superlativo assoluto la totale identificazione tra le virtù morali e spirituali e la bellezza fisica del defunto. Massaro (2008) ha ipotizzato che 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 fosse un esplicito riferimento a un ritratto dello stesso Barbato che, anticamente, doveva essere posto sopra il sarcofago, secondo un uso ravvisabile presso gli Etruschi.

Di seguito, inizia quella parte di testo che sicuramente richiama elementi più arcaizzanti e più propriamente quiritari. Innanzitutto, si indicano le cariche pubbliche che il 𝑑𝑒 𝑐𝑢𝑖𝑢𝑠 rivestì in vita: 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑜𝑙, 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟, 𝑎𝑖𝑑𝑖𝑙𝑖𝑠. All’epoca di Scipione Barbato (fine IV – inizi III secolo), com’è noto, non esisteva ancora un 𝑐𝑢𝑟𝑠𝑢𝑠 ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑢𝑚 e l’unica vera e propria magistratura era il consolato. Ma nel corso dei decenni, la rapida estensione dell’egemonia dell’Urbe sull’Italia centro-meridionale e i primi conflitti con le genti esterne, nonché l’ingresso nella 𝑟𝑒𝑠 𝑝𝑢𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎 di nuovi elementi, se non interi gruppi gentilizi, comportarono il proliferare di nuovi ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑒𝑠 oltre il consolato, che assunsero, a poco a poco, la dignità magistratuale. L’iscrizione sul sarcofago, dunque, mostra la successione delle cariche ricoperte da quella che normalmente era considerata la più importante: il nome 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑜𝑙 presenta un’uscita priva di oscuramento (è molto probabile che, all’epoca, si pronunciasse in questo modo). Tuttavia, siccome l’epigrafia latina, in genere, mostra l’abbreviazione in 𝑐𝑜𝑠 o l’estensione in 𝑐𝑜𝑠𝑜𝑙, il fatto che in questo caso il termine sia riportato per intero lascia pensare che si tratti di un falso arcaismo. Del secondo titolo, 𝑐𝑒𝑛𝑠𝑜𝑟, già si è detto, ricordando che l’editore Hülsen aveva ravvisato sulla cassa del sarcofago le tenui tracce di una rubricatura; ulteriore spia di arcaismo affettato è l’incisione della parola per intero. Infine, la terza carica, 𝑎𝑖𝑑𝑖𝑙𝑖𝑠, presenta l’originario dittongo in 𝑎𝑖. Ora, dato che all’epoca di Barbato non esisteva una determinata successione delle cariche pubbliche, è probabile che egli le avesse esercitate una di seguito all’altra come riferito dall’iscrizione; ma è anche vero che l’epigrafe non determina per forza un ordine crescente o decrescente, perciò si potrebbe ipotizzare che quegli ℎ𝑜𝑛𝑜𝑟𝑒𝑠 siano stati disposti nell’ordine giudicato più opportuno: il consolato, con cui il defunto illustrò se stesso e la propria famiglia, compiendo imprese degne di memoria; la censura, che misurava il prestigio e il carisma della persona; l’edilità, che dava prova dell’impegno dell’uomo verso la 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎𝑠.

Il cosiddetto «Togato Barberini». Statua, marmo, fine I secolo a.C. con testa non pertinente. Roma, Musei Capitolini

Fu solo con la 𝑙𝑒𝑥 𝑉𝑖𝑙𝑙𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠, un plebiscito fatto approvare nel 180 dall’omonimo tribuno della plebe, Lucio Villio, che si stabilì 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑢𝑠 𝑜𝑟𝑑𝑜 𝑚𝑎𝑔𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑢𝑢𝑚, disciplinando la carriera politica dei cittadini. Il provvedimento imponeva un’età minima per l’accesso alle diverse magistrature e l’osservanza di un intervallo obbligatorio minimo di due anni tra un mandato e l’altro. Con questa legge la 𝑞𝑢𝑎𝑒𝑠𝑡𝑢𝑟𝑎 divenne una carica elettiva a tutti gli effetti, con il prerequisito di aver prestato almeno dieci anni di servizio militare (𝑑𝑒𝑐𝑒𝑚 𝑠𝑡𝑖𝑝𝑒𝑛𝑑𝑖𝑎). A 37 anni si poteva essere eletti 𝑎𝑒𝑑𝑖𝑙𝑒𝑠, a 40 𝑝𝑟𝑎𝑒𝑡𝑜𝑟𝑒𝑠 e a 43 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑙𝑒𝑠. La funzione del dispositivo era quella di assicurare un regolare avvicendamento al potere dei cittadini, evitando che gli individui più spregiudicati, da semplici 𝑝𝑟𝑖𝑣𝑎𝑡𝑖, ottenessero un 𝑖𝑚𝑝𝑒𝑟𝑖𝑢𝑚 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑙𝑎𝑟𝑒, arruolassero eserciti in proprio e gestissero i propri affari, pur compiendo missioni per il bene della 𝑟𝑒𝑠 𝑝𝑢𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎.

La formula 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑓𝑢𝑖𝑡 𝑎𝑝𝑢𝑑 𝑢𝑜𝑠 è un esempio di enfasi pleonastica, che si ritrova pressoché identica anche nell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 del figlio di Barbato (𝐶𝐼𝐿 VI 1287), l’omonimo Lucio Cornelio Scipione, console nel 259, il cui sepolcro era posto nello stesso mausoleo. È molto probabile che il pleonasmo doveva sottolineare l’unicità e l’eccezionalità del defunto rispetto al corpo civico, nonché il suo vanto di essere stato egli stesso un 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑠 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛𝑢𝑠.

Nelle ultime due righe dell’iscrizione si indicano sinteticamente i principali successi conseguiti da Barbato, evidentemente durante il consolato. Con ogni probabilità, questa porzione di testo non doveva far parte dell’originaria redazione in rubricatura, né nella prima versione incisa. Adriano La Regina (1968) notò che l’epitaffio altro non era che la trascrizione di alcuni passi più significativi della 𝑙𝑎𝑢𝑑𝑎𝑡𝑖𝑜 𝑓𝑢𝑛𝑒𝑏𝑟𝑖𝑠, recitata alle esequie. Sulla stessa linea, Fausto Zevi (1969-70, 69) dimostrò che l’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 fu, in realtà, il risultato di una sintesi estremamente elaborata ed efficacissima – al punto da sembrare evocativa – di quegli elementi che il discorso funebre dovette affrontare più diffusamente.

Le questioni più complesse sorsero quando gli interpreti moderni tentarono di vagliare, alla luce delle notizie pervenute da altra fonte, la veridicità delle 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑎𝑒 di Barbato, console nel 298. Le discrepanze apparvero effettivamente inconciliabili e le diverse soluzioni proposte convennero, in linea di massima, nel riporre meno fiducia nella testimonianza più antica e diretta che nelle rielaborazioni dell’annalistica. Alcuni studiosi avrebbero aggirato il problema con un’imputazione di “falso ideologico” nei confronti della stessa 𝑔𝑒𝑛𝑠 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑎, che avrebbe esaltato nel suo avo meriti inesistenti. Filippo Coarelli (1999) evidenziò che le incongruenze tra 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 e due passi liviani (Lɪᴠ. X 41, 9-14) sarebbero più apparenti che reali, sospettando che, in realtà, l’autore dell’iscrizione intendesse celebrare le imprese di Barbato in qualità di 𝑙𝑒𝑔𝑎𝑡𝑢𝑠 nel 293. Tito Livio segue una tradizione che colloca la missione di Scipione Barbato in 𝐸𝑡𝑟𝑢𝑟𝑖𝑎 e quella del collega Gneo Fulvio Massimo Centumalo nel 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑢𝑚, mentre l’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 non accenna minimamente agli Etruschi, anzi, attribuisce la conquista del 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑢𝑚 espressamente allo stesso Scipione (𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑜 𝑐𝑒𝑝𝑖𝑡). La fonte liviana, dunque, ignora completamente le presunte operazioni militari di Barbato contro i Sanniti e i Lucani, concordando piuttosto con i 𝑓𝑎𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑟𝑖𝑢𝑚𝑝ℎ𝑎𝑙𝑒𝑠, che in corrispondenza con l’anno 298 (= 456 𝑎.𝑈.𝑐.) accredita la vittoria 𝑑𝑒 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑡𝑖𝑏𝑢𝑠 𝐸𝑡𝑟𝑢𝑠𝑐𝑒𝑖𝑠𝑞𝑢𝑒 a Centumalo. Inoltre, Livio racconta che la campagna assegnata a Scipione incontrò non poche difficoltà, essendo i nemici particolarmente agguerriti e militarmente preparati.

Ricostruzione del sepolcro di L. Cornelio Scipione Barbato, da J.E. Sandys, 𝐴 𝐶𝑜𝑚𝑝𝑎𝑛𝑖𝑜𝑛 𝑡𝑜 𝐿𝑎𝑡𝑖𝑛 𝑆𝑡𝑢𝑑𝑖𝑒𝑠, Cambridge 1913

Secondo Mommsen, nel 298, il Senato avrebbe decretato che entrambi i consoli si occupassero della guerra contro i Sanniti: Centumalo avrebbe sconfitto i nemici a 𝐵𝑜𝑢𝑖𝑎𝑛𝑢𝑚 e ad 𝐴𝑢𝑓𝑖𝑑𝑒𝑛𝑎, mentre Barbato avrebbe assediato ed espugnato gli 𝑜𝑝𝑝𝑖𝑑𝑎 indicati dal suo 𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚, cioè 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 e 𝐶𝑖𝑠𝑎𝑢𝑛𝑎. In questo modo, il filologo tedesco tentò di far collimare tutte le informazioni con le indicazioni dei 𝑓𝑎𝑠𝑡𝑖 𝑡𝑟𝑖𝑢𝑚𝑝ℎ𝑎𝑙𝑒𝑠: dopo aver sconfitto i Sanniti, Centumalo si sarebbe rivolto a nord per combattere gli Etruschi, mentre Barbato si sarebbe rivolto a sud, sottomettendo l’intera Lucania (𝑠𝑢𝑏𝑖𝑔𝑖𝑡 𝑜𝑚𝑛𝑒 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎𝑚), dalla quale avrebbe riportato ostaggi (𝑜𝑝𝑠𝑖𝑑𝑒𝑠𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑏𝑑𝑜𝑢𝑐𝑖𝑡). Infine, soltanto al collega sarebbe stato concesso il trionfo sulle popolazioni nemiche, perché Scipione Barbato avrebbe combattuto contro i Lucani, i quali, benché ribelli, erano pur sempre 𝑓𝑜𝑒𝑑𝑒𝑟𝑎𝑡𝑖. Insomma, con buona pace di Livio e delle sue fonti, tendenti spesso a far confusione, secondo Mommsen, i documenti epigrafici offrirebbero un quadro tutto sommato coerente. La sua ricostruzione per un po’ ha retto.

Tuttavia, il primo a porsi dei dubbi fu proprio La Regina, secondo il quale non esisterebbero elementi sicuri per suffragare l’ipotesi che i Lucani, nel 298, si fossero ribellati a Roma: Scipione Barbato non conquistò la Lucania, dato che i suoi abitanti, indotti dalla pressione dei Sanniti sulle frontiere settentrionali, chiesero e ottennero un patto d’alleanza con i Romani e, come voleva la consuetudine, inviarono degli ostaggi. In quegli anni l’Urbe stava gestendo due fronti di guerra, a nord contro gli Etruschi a sud contro i Sanniti; in queste condizioni, l’apertura di un terzo fronte, tra l’altro nei confronti di una popolazione prima di allora non coinvolta direttamente nelle politiche di espansione romana e che, tutt’al più, avrebbe avuto ogni ragione per schierarsi contro i Sanniti, sarebbe stata assolutamente controproducente. In ogni caso, secondo La Regina, ogni interpretazione addotta poggerebbe sulla presunzione di un elemento non dimostrato, e cioè che la 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎(𝑚) dell’iscrizione sia identificata effettivamente con l’omonima regione dell’Italia meridionale. In epoca antica, però, con quel nome non si indicava un unico territorio: secondo La Regina, nella fattispecie, si sarebbe trattato di una piccola comunità sabellica attestata lungo la valle del Sangro, nell’odierno Abruzzo meridionale, e il toponimo 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎(𝑚) andrebbe identificato con l’attuale Castel di Sangro (AQ). La tesi di La Regina è supportata dall’evidenza che il nome 𝐿𝑢𝑐𝑎𝑛𝑖𝑎, che indica la regione storica, non si trova mai con sdoppiamenti o dittonghi nelle attestazioni note. Detta interpretazione supera le riserve espresse da Ugo Scamuzzi (1957; 1959), il quale non era convinto che 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎(𝑚) si potesse ritenere esterna allo spazio della Lucania storica, ritenendo invece valida la ricostruzione di Mommsen.

La tesi di La Regina, dunque, collocherebbe più correttamente le operazioni militari condotte da Barbato in un settore del 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑢𝑚 più a settentrione rispetto a quelle compiute da Centumalo tra 𝐵𝑜𝑢𝑖𝑎𝑛𝑢𝑚 e 𝐴𝑢𝑓𝑖𝑑𝑒𝑛𝑎. D’altronde, addirittura Sesto Giulio Frontino (Fʀᴏɴᴛɪɴ. 𝑆𝑡𝑟. I 6, 1) era a conoscenza di una marcia di Scipione Barbato «nel territorio dei Lucani» (𝑖𝑛 𝐿𝑢𝑐𝑎𝑛𝑜𝑠). Anche Claudio Ferone (2005), seguendo La Regina, sostenne che il toponimo 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎(𝑚) non si riferisse alla Lucania storica, bensì a un territorio dell’area irpina.

Il problema, a questo punto, sta nel capire che cosa sia accaduto alla tradizione liviana e per quale motivo a Scipione Barbato sia stato attribuito il fronte etrusco, fermo restando che tutti gli studiosi fin qui passati in rassegna concordino sul fatto che 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 sorgesse presso l’od. Circello (BN). Domenico Silvestri (1978) tentò di far ordine sulle indicazioni di 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 𝐶𝑖𝑠𝑎𝑢𝑛𝑎 / 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑜, ma contestò l’idea di una toponomastica urbana: in tal senso, 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑎 deriverebbe dall’etnonimo 𝑇𝑎𝑢𝑟𝑎𝑠𝑖𝑖, antica popolazione di origine campana, e 𝐶𝑖𝑠𝑎𝑢𝑛𝑎 sarebbe un aggettivo derivato da *𝑐𝑖𝑠𝑠𝑎𝑏𝑒𝑛𝑜𝑠, riconducibile al nome arcaico del Sannio, 𝑆𝑎𝑏𝑒𝑛𝑖𝑜𝑛. Le ultime due righe dell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚, insomma, pongono enfasi sulle imprese militari del defunto in quella regione, esaltandone le vittorie.

Il collegamento che Livio istituisce tra Scipione Barbato e l’Etruria fu analizzato da Santo Mazzarino (1966, 288-290), il quale giunse alla conclusione che tra le due opposte versioni – quella familiare dei 𝐶𝑜𝑟𝑛𝑒𝑙𝑖𝑖 e quella annalistica di Livio – la più genuina fosse la prima. A partire da una supposta falsificazione di una sconfitta subita dai Romani a 𝐶𝑎𝑚𝑒𝑟𝑖𝑛𝑢𝑚 nel 295 per mano dei Galli (Lɪᴠ. X 25, 11; 26, 9), Mazzarino sosteneva che agli eventi del 298 si fosse sovrapposta e confusa una versione “ufficiale” distorta. Questa manipolazione era imputata dallo studioso all’annalista Fabio Pittore: costui, membro della 𝑔𝑒𝑛𝑠 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑎, non avrebbe avuto alcuno scrupolo a sostituire il reale protagonista di quella vergognosa sconfitta, Quinto Fabio Rulliano, uomo il cui prestigio proprio in quel periodo era giunto alle stelle. Malgrado il tentativo propagandistico di assicurare la fama al 𝑐𝑙𝑎𝑛 di appartenenza, Polibio rivela che quella sconfitta avvenne a causa dell’avventatezza del comandante romano (Pᴏʟʏʙ. II 19, 5-6). Pittore, dunque, sostituì a Rulliano nientemeno che Scipione Barbato, il quale si sarebbe per così dire “rifatto” con una magra vittoria sui Volterrani.

Diversamente, Ernst Meyer (1972, 971-973) pensò che la cronaca degli eventi del 298, in realtà, dipendessero sempre da un atteggiamento arbitrario: d’altronde, in antico, vittorie, sconfitte e altre azioni militari di qualsiasi tipo non venivano mai attribuite ai singoli consoli, ma ai Romani collettivamente. Secondo lo studioso, perciò, questi fatti “anonimi” furono assegnati con discrezionalità dagli annalisti seriori ai due consoli in carica – come in un caso del 294, in cui sono riportati accadimenti analoghi a quelli del 298.

Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. dalla Tomba di Nola. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Sul piano morfologico-lessicale, gli elementi degni di nota nelle ultime due righe dell’iscrizione analizzata sono la voce 𝑆𝑎𝑚𝑛𝑖𝑜, che per Mommsen era un ablativo, mentre Friedrich Leo (1896, 11) lo interpretò come una forma arcaizzante di accusativo singolare di II declinazione, e il verbo 𝑎𝑏𝑑𝑜𝑢𝑐𝑖𝑡, per cui Edward Wölfflin (1890, 122) pensò che il lapicida avesse inserito tra le lettere -𝑐- e -𝑖- una -𝑠-, congetturando che il testo andasse emendato in 𝑎𝑏𝑑𝑜𝑢𝑐(𝑠)𝑖𝑡 e normalizzato in 𝑎𝑏𝑑𝑢𝑥𝑖𝑡; il solito Hülsen (𝐶𝐼𝐿 VI 31588) corresse questa interpretazione, affermando che i due segni semicircolari che Wölfflin aveva individuato come le anse di una 𝑠 fossero, in realtà, due piccoli fori. Quanto agli 𝑜𝑝𝑠𝑖𝑑𝑒𝑠, a detta di Denis Álvarez-Pérez Sostoa (2010), i Lucani avrebbero effettivamente consegnato degli ostaggi ai Romani nel 298, non come popolo vinto, bensì come garanzia per ottenerne protezione e siglare con loro un 𝑓𝑜𝑒𝑑𝑢𝑠. Siccome però nell’epigrafe compare l’espressione 𝑠𝑢𝑏𝑖𝑔𝑖𝑡 𝑜𝑚𝑛𝑒 𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎𝑚, è altresì probabile che Roma abbia tentato di alleggerire la pressione della Federazione sannitica, sottomettendone una piccola area (𝐿𝑜𝑢𝑐𝑎𝑛𝑎) e conducendo da essa degli ostaggi.

Per quanto riguarda, invece, la cronologia del sarcofago di Scipione Barbato, Wölfflin fu il primo degli studiosi a decontestualizzare la redazione dell’epigrafe dal periodo in cui il defunto visse, sganciandone quindi l’elaborazione e la realizzazione dagli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa, presumibilmente 𝑝𝑜𝑠𝑡 270. In sostanza, il filologo tedesco propose di collocarne la redazione addirittura verso la fine del III secolo. Fu proprio Wölfflin, tra l’altro, a supporre la successione di tre fasi d’intervento sull’epigrafe: la messa in evidenza della sequenza onomastica sia rubricata sia incisa; la raschiatura dell’identità del defunto dalla cassa per riportarla sull’opercolo e la composizione di una sorta di carme con le diverse indicazioni sul conto del morto; infine, la scalpellatura totale del testo per rifarne un altro. Wölfflin, dunque, ipotizzò una cronologia molto bassa, che andava dall’età dell’apogeo degli 𝑆𝑐𝑖𝑝𝑖𝑜𝑛𝑒𝑠, dopo la guerra annibalica, fino alla fine del II secolo. Questa ricostruzione riscosse largo consenso presso gli esperti, tanto da essere ripresa, tra gli altri, da Heinz Kähler (1958), Vincenzo Saladino (1970) e Wilhelm Hornbostel (1973).

Il primo a muovere delle obiezioni a questa tesi fu Filippo Coarelli (1973, 43-44), il quale si disse fermamente convinto che il sarcofago e l’iscrizione fossero contestuali alla prima metà del III secolo, cioè fra la scomparsa di Barbato e il consolato del figlio (259/8). Eppure, l’esasperata individuazione, anche nell’𝑒𝑙𝑜𝑔𝑖𝑢𝑚 del giovane, di un 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑢𝑠 all’interno della cittadinanza romana ha indotto quanti difendono la cronologia bassa a privilegiare la ricostruzione di Wölfflin, sulla scorta della quasi mitizzazione che le fonti tramandano su Scipione Africano. I dubbi sulla cronologia bassa furono ripresi da Wachter (1987), che esaminò punto per punto grafia, fonologia, lessico e stile dell’epigrafe, riconducendo il testo e il manufatto agli anni 270-250 circa. Questa è nella maggior parte dei casi l’ipotesi accolta in tempi più recenti (Radke 1991; Kruschwitz 1998, 281).

Ora, in un caso come questo, tutti i caratteri intrinseci hanno creato maggiori difficoltà interpretative non tanto nell’analisi del documento epigrafico, quanto piuttosto nella sua contestualizzazione. Di conseguenza, le informazioni alle quali si deve fare riferimento non devono più essere soltanto quelle che l’iscrizione soltanto offre, ma devono diventare quelle attraverso le quali, indipendentemente dal testo, è possibile ricostruire le vicende del personaggio ricordato. L’epoca in cui visse Lucio Cornelio Scipione Barbato era un tempo in cui la classe dirigente romana si presentava ormai come compagine fortemente ellenizzata in tutti i suoi codici espressivi, dalle categorie morali e di pensiero con cui interpretare il mondo e le forme e i modi dell’autorappresentazione e del gruppo sociale d’appartenenza e della propria individualità. È perciò molto importante riuscire a ricostruire l’ambito entro cui collocare il documento, per poi scoprire la coerenza tra le informazioni offerte dal reperto e i dati provenienti dall’ambito in questione.

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[1] 𝐼𝐿𝐿𝑅𝑃 309 = 𝐶𝐼𝐿 I² 373 = 𝐶𝐼𝐿 I² 2, 4, 859 = 𝐶𝐼𝐿 VI 1284 = 𝐼𝐿𝑆 I 1 = 𝐴𝐸 1991, 72; 1997, 129; 2001, 205; 2005, 196; 2008, 168.

Il teatro della guerra gallica (Cᴀᴇs. 𝐵𝐺 I 1)

Nel raccontare le vicende propriamente militari, Cesare non manca mai di fornire indicazioni – anche piuttosto dettagliate – sui suoi nemici e sui territori da loro abitati. Il De bello Gallico rappresenta pertanto una preziosa finestra sulla Gallia del I secolo a.C.; le parole di Cesare permettono infatti di ricostruire un quadro molto articolato in cui la Gallia, lungi dall’essere un’unità granitica e indistinta, costituisce, peraltro insieme ai territori al di là del fiume Reno, lo scenario composito di una guerra che vede attive numerose e differenti popolazioni. Elvezi, Germani, Veneti, Edui, Usipeti, Tencteri e altri ancora si muovono su questo scacchiere ora in modo indipendente ora alleandosi fra loro o con gli stessi Romani, a seconda delle convenienze e delle necessità.

Le notazioni geografiche ed etnografiche aprono il De bello Gallico per marcare da subito, con l’assenza del tradizionale proemio, la specificità del genere memorialistico rispetto al genere storiografico. Le informazioni geografiche sono precise e necessarie alla comprensione delle complesse operazioni di guerra che saranno raccontate e descritte nel corso dell’opera; le osservazioni etnologiche, sobrie ed essenziali, fanno già intravedere le difficoltà dell’impresa che Cesare sta per affrontare e, ponendo fin dall’inizio la bellicosità di certe popolazioni in diretto rapporto con la loro lontananza dalla civiltà greco-romana, anticipano l’atteggiamento di rispetto morale che, alcune generazioni dopo, anche Tacito, nella Germania, manifesterà verso i barbari incorrotti.

C. Giulio Cesare. Statua loricata (dettaglio del busto), marmo, II sec. d.C. (età traianea). Roma, Musei Capitolini.

[1, 1] Gallia[1] est omnis diuisa[2] in partes tres, quarum[3] unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur[4]. [2] Hi omnes lingua, institutis, legibus[5] inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana diuidit[6]. [3] Horum[7] omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod[8] a cultu atque humanitate prouinciae[9] longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepe commeant[10] atque ea quae ad effeminandos animos[11] pertinent important, proximique sunt Germanis, qui trans Rhenum incolunt[12], quibuscum continenter bellum gerunt[13]. [4] Qua de causa[14] Heluetii[15] quoque reliquos Gallos uirtute praecedunt, quod fere cotidianis proeliis[16] cum Germanis contendunt, cum[17] aut suis finibus eos prohibent, aut ipsi in eorum finibus bellum gerunt. [5] Eorum una pars, quam Gallos optinere dictum est, initium capit a flumine Rhodano, continentur Garumna flumine, Oceano, finibus Belgarum, attingit etiam ab Sequanis[18] et Heluetiis flumen Rhenum, uergit ad septentriones[19]. [6] Belgae ab extremis Galliae finibus oriuntur, pertinent ad inferiorem partem fluminis Rheni, spectant in septentrionem et orientem solem. [7] Aquitania Garumna flumen ad Pyrenaeos montes et eam partem Oceani quae est ad Hispaniam[20] pertinet; spectat inter occasum solis et septentriones.

La Gallia è, nel suo insieme, divisa in tre parti, delle quali una abitano i Belgi, un’altra gli Aquitani, la terza quelli che nella loro lingua sono chiamati Celti, nella nostra Galli. Tutti questi (popoli) differiscono fra loro per lingua, istituzioni e leggi. Il fiume Garonna separa i Galli dagli Aquitani, la Marna e la Senna dai Belgi. Di tutti questi (popoli) i più forti sono i Belgi, per il fatto che sono lontanissimi dalla cultura e dalla civiltà della (nostra) provincia, e molto di rado giungono fino a loro i mercanti e portano quei prodotti che hanno l’effetto di indebolire gli animi, e (per il fatto che) sono vicinissimi ai Germani che abitano oltre il Reno, con i quali fanno continuamente guerra. E per questo motivo anche gli Elvezi superano in valore anche tutti gli altri Galli, per il fatto che si scontrano con i Germani in combattimenti quasi quotidiani, quando li tengono lontani dai loro confini o quando portano guerra essi stessi nei loro territori. Di questi quella parte che si è detto che occupano stabilmente i Galli, ha inizio dal fiume Rodano, è delimitata dal fiume Garonna, dall’Oceano, dal territorio dei Belgi, dalla parte dei Sequani e degli Elvezi tocca anche il fiume Reno ed è orientata verso settentrione. Il paese dei Belgi dalle più lontane regioni della Gallia si estende fino al corso inferiore del fiume Reno ed è rivolto a nord-est. L’Aquitania si estende dal fiume Garonna ai monti Pirenei e a quella parte dell’Oceano che è volta verso la Spagna; guarda verso nord-ovest.

Le prime informazioni che Cesare offre riguardano il teatro in cui si sono svolte le operazioni militari oggetto dell’opera (in seguito queste sommarie indicazioni saranno sviluppate in excursus etnografici di più ampio respiro sulle varie popolazioni galliche).

Viene subito chiarita in questo modo la mappa geo-etnografica della Gallia Transalpina (a esclusione della provincia, romanizzata dal 121 a.C.) con la menzione delle popolazioni che si dividono il territorio gallico e la descrizione piuttosto dettagliata della loro collocazione.

I primi tre paragrafi si concentrano rapidamente sui tre principali raggruppamenti tribali: i Belgae, gli Aquitani e i Celti. A proposito del termine «Celti» va precisato che Cesare fa un uso estensivo di questa etichetta, con cui indica i popoli della Gallia Transalpina, della Britannia e della Gallia Cisalpina. Oggi, più che un’entità etnica unitaria con questo nome s’intende una famiglia linguistica costituita da popolazioni diverse, originariamente stanziate nell’Europa centrale e da lì poi migrate in Gallia, Britannia, Hispania, Italia e Asia Minor. Il cuore del passo, invece, è dedicato ai Germani: Cesare, in realtà, ne parla solo in modo indiretto, in quanto si trattava di una popolazione stanziata a rigore fuori dalla Gallia propriamente detta, cioè al di là del fiume Reno. Ne sottolinea la presenza minacciosa, che paradossalmente serve a temprare gli animi di Belgae ed Heluetii, costretti a una costante guerra di confine e, dunque, a tenersi lontano dall’effeminatezze della civiltà mediterranea.

Cesare prosegue la sua rassegna con gli Heluetii, un’antica popolazione celtica che abitava fin dal II secolo a.C. l’odierna Svizzera e la cui migrazione verso la Gallia occidentale fu il casus belli per scatenare l’intervento romano. Gli ultimi tre paragrafi sono dedicati a una descrizione di tipo più specificamente geografico, che mira a informare di alcuni dettagli che saranno utili al lettore nel seguito dell’opera. Il passo dà comunque l’occasione di menzionare ancora un altro popolo con cui i Romani verranno a contatto: i Sequani.

Il primo capitolo del libro I costituisce il proemio del De bello Gallico: come è evidente, però, si tratta di un incipit atipico, in quanto è assente la tradizionale forma di indirizzo al lettore o di giustificazione dell’opera. Al posto della solita struttura proemiale, dunque, si trova questa premessa informativa che, pur nella sua essenzialità, mostra una grande capacità di accumulare significati e di comunicare messaggi piuttosto precisi al lettore. Ma non si tratta semplicemente di informazioni di tipo geo-etnografico: la parte centrale del brano è infatti carica di riflessioni sulla forza delle popolazioni che Cesare sta per affrontare e, dunque, implicitamente, sul pericolo che esse, fiere e non toccate dalle mollezze della civiltà mediterranea, rappresentano per le province romane e per Roma stessa, senza un intervento preventivo. Sottolineando l’isolamento e il “protezionismo” economico dei Belgae, Cesare, da un lato, mette in luce la loro virtù incorrotta (frutto appunto di quella condizione speciale imposta dalla presenza di un metus hostilis), dall’altro, additando la mancanza di civiltà delle popolazioni galliche, legittima indirettamente la conquista romana (che voleva presentarsi anche come opera di acculturazione, di apertura ai commerci e agli scambi).

C. Giulio Cesare. 𝐷𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑢𝑠, emesso in 𝐻𝑖𝑠𝑝𝑎𝑛𝑖𝑎 46-45 a.C. 𝐴𝑅. 3,77 g. 𝑂𝑏𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜: 𝐶𝑎𝑒𝑠𝑎𝑟; trofeo posto fra due prigionieri gallici.

È possibile ricavare anche un ulteriore messaggio dalle parole apparentemente descrittive del proemio: la fierezza e l’attitudine alla guerra, rilevata con insistenza a proposito di Belgae, Heluetii e Germani, implicitamente preannunciano al lettore anche le difficoltà di uno scontro impegnativo, che metterà a dura prova l’esercito romano. Ma in questo modo si finisce inevitabilmente anche con il sottolineare il valore di Cesare e dei suoi soldati, capaci di superare una situazione così difficile e di sconfiggere nemici tanto agguerriti.

Fin da questo primo capitolo del De bello Gallico, la campagna di Gallia è presentata al pubblico romano come una guerra preventiva. Basta una notazione etnologica sui costumi incorrotti dei Belgae, isolati dai commerci e dal benessere (Horum… important, par. 3), a orientare il lettore con un duplice messaggio: da una parte, si annuncia la minaccia che quei popoli fieri e bellicosi possono rappresentare per la res publica Romana, dall’altra si fornisce già una legittimazione all’espansionismo militare come opera di civilizzazione. Eppure, la tendenziosità della narrazione cesariana non si fa mai aperta propaganda, agisce discretamente, selezionando e ordinando i fatti in gerarchie significative, con (quasi) perfetta dissimulazione.


[1] Gallia: Cesare intende con questo toponimo la regione non ancora conquistata dai Romani, e cioè la Gallia Belgica, la Gallia Celtica e la Gallia Aquitanica. La Gallia Cisalpina (o Citerior), corrispondente all’odierna Pianura Padana e a parte della Romagna (fino al Rubicone) era infatti provincia romana dal 191 a.C., mentre la Gallia Transalpina, che abbracciava il territorio compreso tra i Pirenei e le Alpi e confinava a nord con il territorio di Tolosa, era stata provincializzata dal 121 a.C. con il nome di Gallia Narbonensis.

[2] La forma composta estdiuisa indica uno stato di fatto, e cioè che la Gallia «è divisa» in tre regioni distinte (in partes tres); l’aggettivo omnis («nel suo insieme») è aggettivo indica una totalità che al suo interno è distinta in parti, a differenza di totus che rappresenta una totalità indivisibile.

[3] quarum è genitivo partitivo.

[4] I Belgi occupavano il territorio che si estendeva nel Nord della Gallia, comprendente una parte dell’attuale Francia settentrionale, del Belgio, dell’Olanda, del Lussemburgo e della Germania, fino al basso corso del Reno; gli Aquitani erano stanziati nel territorio compreso tra i Pirenei, l’Oceano Atlantico e il fiume Loira; i Celti propriamente detti abitavano fra l’Aquitania e la Gallia Belgica in un territorio delimitato a nord dal corso della Senna e a sud da quello della Garonna. Si noti l’enumerazione unamaliamteriam; ipsorum lingua, «nella loro lingua» («chiamati localmente»), dove lingua può essere inteso come ablativo di mezzo o di limitazione; il verbo appellantur, «sono denominati», regge i complementi predicativi dei soggetti Celtae e Galli.

[5] lingua, institutis, legibus sono tre ablativi di limitazione coordinati per asindeto. Institutum indica una consolidata consuetudine di vita, mentre lex regola dal punto di vista giuridico i rapporti tra le persone con l’autorità.

[6] Il fiume Matrona (od. Marna) è affluente di destra della Sequana (od. Senna); i due corsi segnavano un confine naturale tra la Gallia Belgica e la Celtica.

[7] Horum, sottinteso populorum, si tratta di un genitivo partitivo dipendente dal superlativo assoluto fortissimi.

[8] propterea quod, «per il fatto che», la congiunzione introduce una serie di proposizioni dichiarative-causali tra loro coordinate (absunt, commeant, important, sunt).

[9] Cioè la Gallia Narbonensis.

[10] Il verbo commeare indica propriamente l’attività dell’«andare e venire» propria dei mercatores che dall’antica colonia focese di Marsilia (Massalia) penetravano nell’interno gallico.

[11] Ovvero «beni di lusso»; ad effeminandos animos è proposizione finale implicita espressa con il gerundivo.

[12] quiincolunt, proposizione relativa. I Germani occupavano un territorio assai vasti, oltre la riva orientale del Reno, compreso fra il Danubio, la Vistola, il Mare del Nord e il Mar Baltico.

[13] Il termine bellum, derivato probabilmente da una forma arcaica duellum (da cui l’italiano «duello», indica la «guerra» in senso lato. L’uso è molto frequente negli autori latini e si trova spesso, in unione con verbi, in espressioni come questa: bellum gerere cum aliquo, «far guerra contro qualcuno».

[14] Qua de causa, «E per questo motivo», equivale a Et hac causa ed è un nesso relativo.

[15] Gli Heluetii abitavano dal II secolo a.C. un territorio corrispondente all’odierna Svizzera.

[16] Il termine proelium vale «combattimento», «battaglia», nel senso di scontro fra schiere armate. Non presenta significative differenze rispetto a pugna: indica infatti la «battaglia» intesa come scontro all’interno di un conflitto.

[17] Qui cum introduce due proposizioni temporali coordinate dalla disgiuntiva aut e caratterizzate da parallelismo strutturale.

[18] I Sequani erano una popolazione della Gallia Celtica, stanziata tra l’Arar, il Rodano e la catena del Giura.

[19] septentriones, da septem triones («i sette buoi da lavoro»), indica propriamente le sette stelle che compongono la costellazione del Grande Carro (o Orsa Maggiore).

[20] L’Hispania comprendeva l’intera Penisola iberica, cioè l’attuale Spagna e il Portogallo; il fiume Ebro faceva da confine tra l’Hispania citerior e l’Hispania ulterior, denominazioni che rispettivamente volevano dire «al di qua del fiume» e «al di là del fiume».

Le riforme di Mario

di R. CRISTOFOLI, Le riforme di Mario, in ID. – A. GALIMBERTI – F. ROHR VIO (eds.), Dalla Repubblica al Principato, Roma 2014, pp. 19-23.

Mario nacque ad Arpino nel 157 da famiglia di rango equestre, e raggiunse il tribunato della plebe a 38 anni, la pretura a 40; a quel punto, secondo un giudizio consolidato nella tradizione e fatto proprio anche da Sallustio (Iug. 63, 2), «per conseguire il consolato aveva ogni qualità in abbondanza, a eccezione dell’antichità del casato», il che faceva di lui un homo novus.

Presunto ritratto di C. Mario. Testa, marmo, I sec. a.C. München, Glyptothek.

Fu nel 107 che riuscì a raggiungere la carica tanto ambita, grazie a una campagna elettorale che enfatizzava i suoi meriti bellici e la sua attitudine filopopolare, e si contraddistingueva per una comunicazione a impatto: conquistò così l’appoggio della plebe rurale (oltre che di alcune categorie importanti di equites, come i negotiatores cui Mario si rivolgeva a Utica in Sall. Iug. 64, 5), che poteva vedere in lui il prosecutore delle riforme graccane. Mario in quel frangente riuscì pertanto a compensare, in termini di voti, il venir meno della sua tradizionale alleanza con i Metelli.

Rinforzata la propria posizione anche in virtù del matrimonio con Giulia (sorella del padre di Giulio Cesare), mentre Roma era nel vivo della guerra contro Giugurta (111-105), ebbene Mario, già nell’anno del suo primo consolato secondo la maggior parte delle fonti (Sall. Iug. 86, 2-3; Plut. Mar. 9, 1; Flor. I 36, 13; oltre allo pseudo-Quintiliano, il solo Aulo Gellio, in XVI 10, 14, riferisce che “alcuni” pensavano invece all’epoca delle guerre contro i Cimbri, ma non propende per tale parere), volle istituzionalizzare una prassi che non nasceva con lui.

Procedette infatti all’arruolamento su base volontaria di uomini con il solo requisito della Romana civitas, senza pregiudiziale alcuna verso proletarii (che avevano un reddito annuo compreso fra i 375 e i 1.500 assi) e capite censi (che possedevano un reddito annuo inferiore ai 375 assi), i quali anzi costituirono il nerbo di tale arruolamento in vista delle campagne in Numidia. Tale decisione, come detto, non era inedita (ciò su cui ha insistito anche eccessivamente – dopo Gabba, 1973, pp. 25 ss., 35 – Evans, 1994, p. 75, sulla scia della ricerca meno lontana nel tempo), dato che, a causa dell’impoverimento del ceto medio, specialmente ai proletarii Roma aveva fatto ricorso anche in altri frangenti, sia pure assegnando loro compiti di importanza non primaria; ma fu inedito il fatto di elevare l’eccezione a sistema e di creare un nuovo bacino di reclutamento, a prescindere dai requisiti di censo e dal carattere dell’obbligatorietà.

Legionari romani in formazione. Bassorilievo, pietra calcarea, da Glanum. Fourvière, Musée gallo-romain.

Da molti decenni la Repubblica aveva dovuto fronteggiare il problema della difficoltà di reclutamento degli eserciti, poiché gli appartenenti alla quinta e ultima classe di reddito cessavano di essere arruolabili – in quanto non più in grado di assolvere il connesso obbligo, per la verità sempre più teorico, di sostenere le spese per l’equipaggiamento e le armi – nel momento in cui il loro stesso reddito scendeva al di sotto della soglia minima; tale soglia era perciò stata, nel corso del III secolo e del II secolo, progressivamente abbassata, fino ad arrivare a 1.500 assi (cfr. Gabba, 1973, pp. 10 ss.), il che permise sì di includere tra gli adsidui ben 76.000 proletarii nel censimento del 125, ma diede anche origine a un diffuso malcontento: in più di un’occasione i tribuni della plebe esercitarono il proprio ius auxilii contro i consoli che inclinavano a metodi sbrigativi per costringere alla milizia i proletarii recalcitranti.

Mario, risolvendo per altra via un problema che può essere stato centrale anche ai fini del concepimento delle riforme graccane, trasformò l’esercito censitario, che veniva sciolto dopo ogni campagna, in un esercito permanente composto da professionisti volontariamente arruolatisi. Questa innovazione del 107 venne seguita qualche anno dopo, quando si trattava di combattere contro i Teutoni (sconfitti nel 102 ad Aquae Sextiae) e contro i Cimbri (vinti nel 101 ai Capi Raudii, oggi localizzati presso Rovigo piuttosto che presso Vercelli), da un’altra riforma, inerente, questa volta, alla tattica e all’equipaggiamento, e che completò la riorganizzazione di cui l’homo novus di Arpino fu autore in materia militare, probabilmente anche questa volta dando perfezionamento e sanzione a delle promesse che non nascevano con lui: sotto il profilo tattico, la legione passava così da manipolare a coortale, formata da 10 coorti di 600 uomini per un totale teorico di 6.000 unità (molte circostanze avrebbero costretto i generali ad accontentarsi di legioni composte a volte anche dalla metà degli effettivi). Ognuna delle coorti era poi ulteriormente divisa in 6 centurie, assegnate a un centurione; all’interno delle legioni venivano eliminate la cavalleria (delegata alle truppe ausiliarie) e la fanteria leggera, nonché la distinzione tra hastati, principes e triarii; come armi, i legionari avrebbero da allora in avanti avuto il pilum e il gladius.

G. BRECCIA, La tattica: la coorte, FW 19 (2015), p. 45.

 

Struttura della legione romana dopo la riforma mariana.

 

La mobilità della legione veniva accresciuta, poiché le singole coorti potevano fungere anche da distaccamenti autonomi, e, d’altro canto, i legionari di Mario, chiamati non a caso muli, erano tenuti a trasportare tutto il necessario per l’accampamento e, a questo fine, dovevano essere arruolati in ogni legione lavoratori specializzati (per la realizzazione delle macchine d’assedio, per la costruzione di ponti, ecc.). Per favorire il senso di appartenenza, e dunque far leva anche sulla componente identitaria, ogni legione fu da allora contraddistinta da un’aquila d’argento.

Lo Stato, se si addossava l’obbligo di fornire ai soldati tutto l’equipaggiamento, si disimpegnava però nei loro confronti da ogni altro punto di vista: spettava al generale sotto il quale i soldati militavano provvedere al loro sostentamento durante e soprattutto al termine delle loro attività, quando essi si sarebbero attesi di ricevere donativi e terreni. Le sorti dei militari post-mariani si legavano così in maniera indistricabile a quelle dei loro comandanti: dal valore, dalla fortuna, dalla longevità e dal permanere della potenza politica di questi ultimi dipendevano le possibilità del soldato di ricevere il premio di una vita di battaglie, e di garantirsi così un’onorata e tranquilla vecchiaia. Tale motivazione dei soldati post-mariani poté configurarsi agli occhi di molti come una situazione psicologica ottimale, che superava l’annosa obiezione a procedere all’arruolamento di quanti non avevano beni da salvaguardare, ritenuti per conseguenza scarsamente determinati a combattere solo per difendere l’altrui; ma l’insidia celata in un sistema siffatto era che i nuovi soldati, certamente motivati ancor più degli adsidui, tuttavia non si sentivano più soldati dello Stato romano, bensì appunto del generale sotto il quale militavano: sarebbero stati disposti a seguirlo anche in frangenti drammatici e inusitati, che potevano comportare lo scontro armato con i legionari di un altro generale romano.

Illustrazione ricostruttiva di un mulus Marianus, 101 a.C. (Opera di G. Albertini).

L’idea di abbandonare il comandante presso il quale si erano arruolati sarebbe stata presa in considerazione solo a patto che sulla scena ci fosse stato un altro leader più autorevole disposto a prenderli da quel momento come suoi soldati, come fu il caso delle milizie mariane che, al termine della prima guerra mitridatica, scelsero di passare da Fimbria a Silla. Come si comprende, se il problema dei soldati poteva essere quello di trovare, in caso di caduta in disgrazia del proprio, un altro condottiero che avesse bisogno di loro, rovesciando l’ottica poteva altresì accadere che fra più leader subentrasse la competizione per mostrarsi come la scelta migliore.

Le guerre civili, che caratterizzarono l’ultimo secolo della Repubblica, e che videro la contrapposizione delle legioni di un generale romano a quelle di un altro generale romano in una lotta per il potere, trassero la propria origine proprio da quel reclutamento di Mario del 107, elevato a nuova via per la militia: la sconfitta del proprio comandante, o la sua eclissi politica con conseguente perdita di influenza, avrebbero rappresentato per i soldati il venir meno di ogni prospettiva di remunerazione.

Un generale tiene una contio alle proprie truppe. Illustrazione di Seán Ó’Brógáin.

Quando, a seguito delle leggi del tribuno della plebe Sulpicio Rufo, nell’88 a Silla venne tolta la condizione della guerra mitridatica (per assegnarla a Mario), ebbene, come racconta Appiano in B.C. I 57, 250 ss., il generale riunì a Nola in assemblea il proprio esercito, che su quella guerra nutriva molte aspettative come fonte di guadagno, e lo mise a parte dell’accaduto: furono allora proprio i suoi soldati a indurlo a fare ciò che Silla, per parte sua, non aveva voluto proporre per primo, cioè la marcia su Roma. Tutti gli ufficiali superiori tranne uno si rifiutarono di seguirlo, vista la gravità del disegno, ma i soldati post-mariani si misero invece a disposizione delle ambizioni del proprio comandante (fino al punto di essere designati con il nome di quello). Situazioni e calcoli non dissimili avrebbero caratterizzato tutte le successive guerre civili fino al principato di Augusto.

Si presenta come una questione difficilmente risolvibile se Mario, nel 107, avesse messo in conto, o addirittura avesse avuto come obiettivo, tutto ciò. Nelle fonti, e in particolare in Sallustio (Iug. 86, 3), il provvedimento di Mario – che la Sordi (1972, p. 385) ha definito come «la radice più profonda della “rivoluzione romana”» –, viene generalmente ricondotto al suo desiderio di popolarità (cfr., fra i moderni, Rich, 1983) o alla necessità di far fronte alla penuria di uomini reclutabili dovuta ai precedenti requisiti di censo per l’arruolamento (inopia bonorum); riferendo il parere di quanti appoggiavano la prima spiegazione, Sallustio, nel passo succitato, nota come per un uomo che aspirasse al potere (homini potentiam quaerenti) i più indigenti si configurassero altresì come i seguaci più utili (egentissimus quisque opportunissumus), privi com’erano di beni propri, e propensi a identificare l’onesto con il proficuo (… omnia cum pretio honesta uidentur).

Gabba (1973, pp. 41 ss.) non ha ritenuto che il provvedimento di Mario dovesse rispondere al desiderio di attuare un’innovazione: avrebbe voluto soltanto ovviare, come suggerito già dalle fonti, all’impoverimento degli strati più bassi, ma un tempo ancora reclutabili, degli adsidui; lo stesso studioso, però, in seguito ha posto in diretto collegamento la modifica del sistema di reclutamento e il cambiamento delle «ragioni delle guerre» (Gabba, 1990, p. 691). Ancora la Sordi (1972) valorizza la spiegazione attestata in Valerio Massimo (II 3, 1) e che si trova già in nuce nel discorso attribuito a Mario da Sallustio (Iug. 85), e riconduce la riforma alla condizione di homo novus del personaggio, il quale avrebbe inteso consapevolmente innovare sulla stessa falsariga appunto, per rendere il proprio esercito caratterizzato da un’analoga novitas.

Si configura, se non a monte, certo a valle della riforma mariana, quella che gli studiosi hanno definito una condizione clientelare del soldato nei confronti dei propri comandanti; se per l’affermazione politica il passaggio obbligato era sempre stato, nella Repubblica romana, il successo militare, ora occorreva inoltre dotarsi di una base di sostegno, costituita innanzitutto dai soldati. Inevitabilmente, si erano così venute ponendo le premesse per la creazione di un potere di tipo nuovo, non solo per le modalità con cui lo si doveva raggiungere, ma anche e soprattutto per le caratteristiche che veniva ad assumere una volta raggiunto.

 

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Bibliografia:

EVANS R.J., Gaius Marius: A Political Biography, Pretoria 1994.

GABBA E., Esercito e società nella tarda repubblica romana, Firenze 1973.

ID., Il declino della milizia cittadina e l’arruolamento dei proletari, in CLEMENTE G., COARELLI F., GABBA E. (eds.), Storia di Roma. II: L’impero mediterraneo, I: La Repubblica imperiale, Torino 1990, pp. 691-695.

RICH J.W., The Supposed Roman Manpower Shortage of the Later Second Century B.C., Historia 32 (1983), pp. 287-331.

SORDI M., L’arruolamento dei capite censi nel pensiero e nell’azione politica di Mario, Athenaeum 50 (1972), pp. 379-385.