Timoclea

Tebe, che si era ribellata ad Alessandro, fu distrutta dall’esercito macedone nell’ottobre del 335 a.C. a monito di chiunque avesse osato ostacolare il nuovo re: la città fu saccheggiata con l’entusiastica partecipazione dei Beoti ostili ai Tebani (Plateesi, Tespiesi, Orcomeni), 6.000 cittadini rimasero uccisi e i 30.000 superstiti furono fatti prigionieri e venduti come schiavi. Durante il saccheggio, tra le diverse disgrazie che colpirono la città, la tradizione plutarchea risalente ad Aristobulo di Cassandrea (FGrHist. 139 F 2b, apud Plut. Mul. virt. 259d-260d) riporta l’episodio di Timoclea, sorella di Teagene, il generale che tre anni prima aveva guidato la falange tebana contro l’armata di Filippo ed era caduto sul campo a Cheronea.

Domenichino, Timoclea prigioniera davanti ad Alessandro Magno. Olio su tela, c. 1610. Paris, Musée du Louvre.

[259e] ἀποθανόντι δ’ αὐτῷ περιῆν ἀδελφὴ μαρτυροῦσα κἀκεῖνον ἀρετῇ γένους καὶ φύσει μέγαν ἄνδρα καὶ λαμπρὸν γενέσθαι· πλὴν ταύτῃ γε καὶ χρηστὸν ἀπολαῦσαί τι τῆς ἀρετῆς ὑπῆρξεν, ὥστε κουφότερον, ὅσον τῶν κοινῶν ἀτυχημάτων εἰς αὐτὴν ἦλθεν, ἐνεγκεῖν. ἐπεὶ γὰρ ἐκράτησε Θηβαίων Ἀλέξανδρος, ἄλλοι δ’ ἄλλα τῆς πόλεως ἐπόρθουν ἐπιόντες, ἔτυχε τῆς Τιμοκλείας τὴν οἰκίαν καταλαβὼν ἄνθρωπος οὐκ ἐπιεικὴς οὐδ’ ἥμερος ἀλλ’ ὑβριστὴς καὶ ἀνόητος· ἦρχε δὲ Θρᾳκίου τινὸς ἴλης καὶ ὁμώνυμος ἦν τοῦ βασιλέως οὐδὲν δ’ ὅμοιος. οὔτε γὰρ τὸ γένος οὔτε τὸν βίον αἰδεσθεὶς τῆς γυναικός, ὡς ἐνέπλησεν [f] ἑαυτὸν οἴνου, μετὰ δεῖπνον ἐκάλει συναναπαυσομένην. καὶ τοῦτο πέρας οὐκ ἦν· ἀλλὰ καὶ χρυσὸν ἐζήτει καὶ ἄργυρον, εἴ τις εἴη κεκρυμμένος ὑπ’ αὐτῆς, τὰ μὲν [ὡς] ἀπειλῶν τὰ δ’ ὡς ἕξων διὰ παντὸς ἐν τάξει γυναικός. ἡ δὲ δεξαμένη λαβὴν αὐτοῦ διδόντος ‘ὤφελον μέν’ εἶπε ‘τεθνάναι πρὸ ταύτης ἐγὼ τῆς νυκτὸς ἢ ζῆν, ‹ὥστε› τὸ γοῦν σῶμα πάντων ἀπολλυμένων ἀπείρατον ὕβρεως διαφυλάξαι· [260a] πεπραγμένων δ’ οὕτως, εἴ σε κηδεμόνα καὶ δεσπότην καὶ ἄνδρα δεῖ νομίζειν, τοῦ δαίμονος διδόντος, οὐκ ἀποστερήσω σε τῶν σῶν· ἐμαυτὴν γάρ, ὅ τι βούλῃ σύ, ὁρῶ γεγενημένην. ἐμοὶ περὶ σῶμα κόσμος ἦν καὶ ἄργυρος ἐν ἐκπώμασιν, ἦν τι καὶ χρυσοῦ καὶ νομίσματος. ὡς δ’ ἡ πόλις ἡλίσκετο, πάντα συλλαβεῖν κελεύσασα τὰς θεραπαινίδας ἔρριψα, μᾶλλον δὲ κατεθέμην εἰς φρέαρ ὕδωρ οὐκ ἔχον· οὐδ’ ἴσασιν αὐτὸ πολλοί· πῶμα γὰρ ἔπεστι καὶ κύκλῳ περιπέφυκεν ὕλη σύσκιος. ταῦτα σὺ μὲν εὐτυχοίης λαβών, ἐμοὶ δ’ ἔσται πρός σε μαρτύρια [b] καὶ γνωρίσματα τῆς περὶ τὸν οἶκον εὐτυχίας καὶ λαμπρότητος.’ ἀκούσας οὖν ὁ Μακεδὼν οὐ περιέμεινε τὴν ἡμέραν, ἀλλ’ εὐθὺς ἐβάδιζεν ἐπὶ τὸν τόπον, ἡγουμένης τῆς Τιμοκλείας· καὶ τὸν κῆπον ἀποκλεῖσαι κελεύσας, ὅπως αἴσθοιτο μηδείς, κατέβαινεν ἐν τῷ χιτῶνι. στυγερὰ δ’ ἡγεῖτο Κλωθὼ τιμωρὸς ὑπὲρ τῆς Τιμοκλείας ἐφεστώσης ἄνωθεν. ὡς δ’ ᾔσθετο τῇ φωνῇ κάτω γεγονότος, πολλοὺς μὲν αὐτὴ τῶν λίθων ἐπέφερε πολλοὺς δὲ καὶ μεγάλους αἱ θεραπαινίδες ἐπεκυλίνδουν, ἄχρι οὗ κατέκοψαν αὐτὸν καὶ κατέχωσαν. ὡς δ’ ἔγνωσαν οἱ Μακεδόνες καὶ τὸν νεκρὸν ἀνείλοντο κηρύγματος ἤδη γεγονότος [c] μηδένα κτείνειν Θηβαίων, ἦγον αὐτὴν συλλαβόντες ἐπὶ τὸν βασιλέα καὶ προσήγγειλαν τὸ τετολμημένον. ὁ δὲ καὶ τῇ καταστάσει τοῦ προσώπου καὶ τῷ σχολαίῳ τοῦ βαδίσματος ἀξιωματικόν τι καὶ γενναῖον ἐνιδὼν πρῶτον ἀνέκρινεν αὐτὴν τίς εἴη γυναικῶν. ἡ δ’ ἀνεκπλήκτως πάνυ καὶ τεθαρρηκότως εἶπεν ‘ἐμοὶ Θεαγένης ἦν ἀδελφός, ὃς ἐν Χαιρωνείᾳ στρατηγῶν καὶ μαχόμενος πρὸς ὑμᾶς ὑπὲρ τῆς τῶν Ἑλλήνων ἐλευθερίας ἔπεσεν, ὅπως ἡμεῖς μηδὲν τοιοῦτον πάθωμεν· ἐπεὶ δὲ πεπόνθαμεν ἀνάξια τοῦ γένους, ἀποθανεῖν οὐ φεύγομεν· οὐδὲ γὰρ ἄμεινον ἴσως ζῶσαν ἑτέρας πειρᾶσθαι νυκτός, εἰ σὺ [d] τοῦτο μὴ κωλύσεις.’ οἱ μὲν οὖν ἐπιεικέστατοι τῶν παρόντων ἐδάκρυσαν, Ἀλεξάνδρῳ δ’ οἰκτείρειν μὲν οὐκ ἐπῄει τὴν ἄνθρωπον ὡς μείζονα συγγνώμης πράξασαν, θαυμάσας δὲ τὴν ἀρετὴν καὶ τὸν λόγον εὖ μάλα καθαψάμενον αὐτοῦ, τοῖς μὲν ἡγεμόσι παρήγγειλε προσέχειν καὶ φυλάττειν, μὴ πάλιν ὕβρισμα τοιοῦτον εἰς οἰκίαν ἔνδοξον γένηται, τὴν δὲ Τιμόκλειαν ἀφῆκεν αὐτήν τε καὶ πάντας, ὅσοι κατὰ γένος αὐτῇ προσήκοντες εὑρέθησαν.

«… Morendo, aveva lasciato una sorella a testimoniare di essere stato, per valore della stirpe e per carattere, un uomo grande e illustre. Inoltre, trasse lei stessa beneficio dalle proprie virtù, cosicché riuscì a sopportare più facilmente quanto, delle sventure comuni, capitò a lei. Quando infatti Alessandro sconfisse i Tebani, chi andava da una parte della città, chi dall’altra, saccheggiando, accadde che un uomo, non certo mite e ragionevole, ma anzi, arrogante e violento, s’impadronì della casa di Timoclea. Era il comandante di uno squadrone di Traci e, sebbene fosse omonimo del re, non era in nulla simile a lui. Non avendo rispetto per la nobiltà della donna né per la vita di lei, dopo essersi riempito di vino, dopo cena, la mandava a chiamare, per passare la notte con lei. E questo non era tutto: cercava anche oro e argento, se per caso lei ne tenesse nascosto in casa, da una parte minacciando di ucciderla, dall’altra promettendo di tenersela con sé come una moglie. Timoclea, colta al volo l’occasione che le si presentava, disse: “Meglio sarebbe stato essere morta prima di questa notte, piuttosto che continuare a vivere! Ora che tutto è perduto, avrei almeno preservato il mio corpo dalla violenza! Ma stando così le cose, se devo considerarti come protettore, signore e marito, poiché lo vogliono gli dèi, non ti priverò di ciò che è tuo. Io stessa, come vedo, sono diventata ciò che vuoi tu. Avevo dei gioielli personali e coppe d’argento, e anche un po’ di oro e denaro. Quando la città fu presa, ho ordinato alle mie ancelle di raccogliere tutto e poi ho gettato, o meglio, ho depositato il tutto in un pozzo prosciugato. Non lo conoscono in molti; infatti, c’è una copertura sopra ed è circondato da fitta vegetazione. Spero che tu abbia fortuna nel prenderli, saranno per te la prova e la testimonianza di quanto fosse felice e prospera questa casa!”. Non appena il Macedone ebbe udito ciò, non aspettò nemmeno che facesse giorno, ma subito si recò al luogo indicatogli, facendosi condurre da Timoclea: e, dopo aver ordinato che il giardino fosse chiuso, per non essere visto da nessuno, si calò nel pozzo con indosso solo la tunica. Ma l’orrenda Cloto lo guidava, vendicatrice per mano di Timoclea, che era rimasta in superficie. Quando, dalla voce, capì che quello era giunto sul fondo, lei stessa portò molte pietre, mentre le serve facevano rotolare quelle più grandi e continuarono a colpirlo finché non lo seppellirono. Quando i Macedoni vennero a sapere del misfatto e recuperarono il cadavere, siccome era già stato dato l’ordine di non uccidere altri Tebani, catturarono Timoclea e la condussero davanti al re, a cui raccontò ciò che aveva osato fare. Ma quello, riconoscendo nell’espressione del suo viso e nella gravità del suo incedere l’alto rango e la nobiltà di stirpe, per prima cosa le chiese chi fosse. E lei, per nulla intimorita e con grande coraggio, rispose: “Teagene era mio fratello, che fu generale a Cheronea ed è caduto combattendo contro di voi per la libertà dei Greci, affinché non dovessimo subire ciò che ora ci sta capitando. Ma, dopo aver tollerato cose tanto indegne della mia stirpe, io non temo la morte. Anzi, forse sarebbe meglio, piuttosto che vivere per sopportare un’altra notte come questa, a meno che tu non ponga fine a tutto questo!”. Allora, i più sensibili tra i presenti si commossero, ma ad Alessandro non capitò di compatire quella donna, avendo lei commesso cose tanto gravi per essere perdonata, ma piuttosto, avendone ammirato il valore e le parole, sebbene lo attaccassero apertamente, ordinò ai suoi generali di fare attenzione e di impedire che non accadessero simili violenze nei confronti delle famiglie illustri. Infine, rilasciò Timoclea e tutti quelli che furono riconosciuti come suoi parenti».

(Plut. Mul. virt. 259e-260d)

La medesima vicenda è narrata da Plutarco anche nella Vita Alexandri, pur con qualche lieve differenza:

[12. 1] Ἐν δὲ τοῖς πολλοῖς πάθεσι καὶ χαλεποῖς ἐκείνοις ἃ τὴν πόλιν κατεῖχε Θρᾷκές τινες ἐκκόψαντες οἰκίαν Τιμοκλείας, γυναικὸς ἐνδόξου καὶ σώφρονος, αὐτοὶ μὲν τὰ χρήματα διήρπαζον, ὁ δ’ ἡγεμὼν τῇ γυναικὶ πρὸς βίαν συγγενόμενος καὶ καταισχύνας, ἀνέκρινεν εἴ που χρυσίον [2] ἔχοι κεκρυμμένον ἢ ἀργύριον. ἡ δ’ ἔχειν ὡμολόγησε, καὶ μόνον εἰς τὸν κῆπον ἀγαγοῦσα καὶ δείξασα φρέαρ, ἐνταῦθ’ ἔφη τῆς πόλεως ἁλισκομένης καταβαλεῖν αὐτὴ τὰ τιμιώτατα [3] τῶν χρημάτων. ἐγκύπτοντος δὲ τοῦ Θρᾳκὸς καὶ κατασκεπτομένου τὸν τόπον, ἔωσεν αὐτὸν ἐξόπισθεν γενομένη, καὶ τῶν λίθων ἐπεμβαλοῦσα πολλοὺς ἀπέκτεινεν.

[4] ὡς δ’ ἀνήχθη πρὸς Ἀλέξανδρον ὑπὸ τῶν Θρᾳκῶν δεδεμένη, πρῶτον μὲν ἀπὸ τῆς ὄψεως καὶ τῆς βαδίσεως ἐφάνη τις ἀξιωματικὴ καὶ μεγαλόφρων, ἀνεκπλήκτως καὶ [5] ἀδεῶς ἑπομένη τοῖς ἄγουσιν· ἔπειτα τοῦ βασιλέως ἐρωτήσαντος ἥτις εἴη γυναικῶν, ἀπεκρίνατο Θεαγένους ἀδελφὴ γεγονέναι τοῦ παραταξαμένου πρὸς Φίλιππον ὑπὲρ τῆς τῶν Ἑλλήνων ἐλευθερίας καὶ πεσόντος ἐν Χαιρωνείᾳ [6] στρατηγοῦντος. θαυμάσας οὖν ὁ Ἀλέξανδρος αὐτῆς καὶ τὴν ἀπόκρισιν καὶ τὴν πρᾶξιν, ἐκέλευσεν ἐλευθέραν ἀπιέναι μετὰ τῶν τέκνων.

«Tra le molte sventure e le gravi crudeltà che la città patì, ci fu questa: alcuni Traci irruppero con la forza in casa di Timoclea, donna onorata e saggia, e ne rapinarono le ricchezze, mentre il loro comandante, dopo averle fatto vergognosa violenza, le chiese se avesse nascosto da qualche parte dell’oro e dell’argento. Ella ammise di averne, lo condusse, lui solo, in giardino e gli indicò il pozzo nel quale disse di aver personalmente gettato, mentre la città veniva presa, quanto di più prezioso possedeva. Il Trace si sporse a esaminare il luogo ed ella, alle sue spalle, lo spinse giù e, lanciategli addosso parecchie pietre, lo uccise.

Quando fu condotta in catene dai Traci da Alessandro, dal suo modo d’incedere e di guardare ella apparve anzitutto donna degna di ossequio e magnanima, tanto grandi erano la sicurezza e la calma con le quali seguiva le guardie; poi, come il re le chiese chi fosse, lei rispose di essere la sorella di Teagene, colui che era sceso in campo contro Filippo per la libertà dei Greci e che era caduto a Cheronea da generale. Alessandro, ammirandone la risposta e la vicenda, ordinò che andasse libera insieme con i suoi figli».

(Plut. Alex. 12)

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno. Olio su tela, 1659.

In entrambe le versioni l’atteggiamento magnanimo di Alessandro nei confronti della donna tebana suggerisce che Plutarco abbia voluto narrare questo episodio per dimostrare che il saccheggio e la distruzione di Tebe da parte del giovane sovrano non fu soltanto un atto di aggressione e di brutalità (Pearson 1960, 155); inoltre, questa vicenda costituisce anche la prima di una serie di storie in cui Alessandro mostrò benevolenza e clemenza ai parenti dei propri nemici sconfitti (ibid. n. 32; Stadter 1965, 113). Benché il passo della Vita Alexandri sia una versione più breve dell’aneddoto delle Mulierum virtutes, è indubbio che l’opera di Aristobulo di Cassandrea sia la fonte comune; inoltre, pur integrando la storia di Timoclea nella narrazione biografica, Plutarco sembra aver conservato lo stile dell’originale nelle Mulierum virtutes con la sua descrizione drammatica e il vivido ricorso ai dettagli, soprattutto nella scena del giardino (Stadter 1965, 113-114). In seguito, anche Polieno riprese la vicenda di Timoclea nei suoi Stratagemata (Pol. VIII 40), inserendovi alcune piccole variazioni.

L’aneddoto divenne fonte di ispirazione anche per i pittori del Barocco italiano, come testimoniano la Timoclea prigioniera davanti ad Alessandro Magno (c. 1610) di Domenichino, la Timoclea innanzi ad Alessandro (c. 1650) di Pietro della Vecchia e la Timoclea che uccide il capitano di Alessandro Magno (1659) di Elisabetta Sirani (Spencer 2002, 40; Baynham 2009, 303).

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Le due Orse (Arat. 𝑃ℎ𝑎𝑒𝑛. 26-44)

da I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca. III. L’Ellenismo e la tarda grecità, Firenze 2004, 43-45.

Muovendo dal Polo Nord, l’elemento sul quale si chiudeva la sezione proemiale, Arato introduce la descrizione delle costellazioni note come Orse, che infatti ruotano intorno a esso; le due costellazioni sono tra loro rovesciate, perciò ciascuna guarda con la testa la coda dell’altra, e si muovono all’indietro. Il poeta si sofferma a spiegarne l’origine mitica, collegata al racconto dell’infanzia di Zeus: le Orse occupano una posizione significativa in cielo, perché tengono fissa la volta celeste, visibile nell’emisfero settentrionale.

New York, The Morgan Library and Museum. Ms M. 389 (1469, Napoli), Phaenomena Arati Solensis, f. 11v. Le due Orse.

[…] Δύω δέ μιν ἀμφὶς ἔχουσαι

Ἄρκτοι ἅμα τροχόωσι· τὸ δὴ καλέονται Ἅμαξαι.

Αἱ δ’ ἤτοι κεφαλὰς μὲν ἐπ’ ἰξύας αἰὲν ἔχουσιν

ἀλλήλων, αἰεὶ δὲ κατωμάδιαι φορέονται,

ἔμπαλιν εἰς ὤμους τετραμμέναι. Εἰ ἐτεὸν δή,

Κρήτηθεν κεῖναί γε Διὸς μεγάλου ἰότητι

οὐρανὸν εἰσανέβησαν, ὅ μιν τότε κουρίζοντα

Δίκτῃ ἐν εὐώδει, ὄρεος σχεδὸν Ἰδαίοιο,

ἄντρῳ ἐγκατέθεντο καὶ ἔτρεφον εἰς ἐνιαυτόν,

Δικταῖοι Κούρητες ὅτε Κρόνον ἐψεύδοντο.

Καὶ τὴν μὲν Κυνόσουραν ἐπίκλησιν καλέουσιν,

τὴν δ’ ἑτέρην Ἑλίκην. Ἑλίκῃ γε μὲν ἄνδρες Ἀχαιοὶ

εἰν ἁλὶ τεκμαίρονται ἵνα χρὴ νῆας ἀγινεῖν·

τῇ δ’ ἄρα Φοίνικες πίσυνοι περόωσι θάλασσαν.

Ἀλλ’ ἡ μὲν καθαρὴ καὶ ἐπιφράσσασθαι ἑτοίμη

πολλὴ φαινομένη Ἑλίκη πρώτης ἀπὸ νυκτός·

ἡ δ’ ἑτέρη ὀλίγη μέν, ἀτὰρ ναύτῃσιν ἀρείων·

μειοτέρῃ γὰρ πᾶσα περιστρέφεται στροφάλιγγι· τῇ καὶ Σιδόνιοι ἰθύντατα ναυτίλλονται.

[…] Le due Orse, circoscrivendo [il polo dalla parte di Borea],

insieme gli ruotano intorno; e per questo si chiamano Carri.

Esse, dunque, hanno il capo sempre rivolto ciascuna verso le reni

dell’altra, e sempre si muovono in giro sul dorso,

volte indietro verso le spalle. Se è vero ciò che si racconta,

esse, da Creta, per volontà del grande Zeus,

ascesero al cielo, poiché un tempo, sul Dicte odoroso,

presso il monte Ida, lo posero, ancora neonato,

in una caverna e lo nutrirono per un anno intero,

mentre i Cureti del Dicte ingannavano Crono.

E l’una la chiamano con l’appellativo di Cinosura,

l’altra di Elice. E di Elice gli uomini Achei si servono come punto

di riferimento sul mare, quando bisogna guidare le navi;

invece, i Fenici attraversano il mare confidando nell’altra.

Ma Elice è splendente e facile a riconoscersi,

brillando intensamente fin dal principio dell’imbrunire;

l’altra, invece, è piccola, ma più preziosa per i naviganti:

essa infatti compie tutto il percorso con un giro più stretto,

e con lei anche quelli di Sidone navigano con rotta precisa.

Lyon, Bibliothèque municipale. Ms 172 (XV sec., Germania-Svizzera), Miscellanea astronomica, f. 41r. Le due Orse e il Draco.

Come l’epicureo Lucrezio rappresenta nell’alma Venus la voluptas, il principio fondamentale del suo sistema filosofico, così lo Zeus di Arato è ben lontano dal rispecchiare i caratteri tradizionali del sovrano del pantheon olimpico. In lui si identifica piuttosto l’ideale stoico della divinità, onnipotente, razionale e provvidenziale che, proprio per queste sue qualità, coincide con l’ordine perfetto, saldo e immutabile dell’universo; un principio divino e fisico al tempo stesso, che trova la sua evidente dimostrazione nell’eterno equilibrio della volta celeste, ruotando intorno al proprio asse, teso fra due poli. Di questo ordine universale, come già aveva affermato Esiodo, fanno parte anche gli esseri umani; per il loro benessere, il padre, μέγα θαῦμα, μέγ’ ἀνθρώποισιν ὄνειαρ (v. 15), fornisce, attraverso i segni celesti, le indicazioni necessarie per le varie attività produttive nel corso dell’anno, così che seguire ogni indizio che provenga da lui non significa soltanto disporre di una guida sicura, ma anche attribuire un profondo senso religioso a ogni atto della propria vita. La convinzione che osservare i φαινόμενα (le “manifestazioni”) del cielo sia per l’uomo una necessità morale, oltre che una norma infallibile, offre ad Arato il modo di passare, senza soluzione di continuità, dal proemio all’argomento; e la contemplazione del cielo notturno lo induce a soffermarsi sulle costellazioni dell’Orsa, familiari per diretta esperienza al popolo greco, abituato ai viaggi e alla vita di mare. A questo proposito, ecco apparire l’aspetto erudito della poesia aratea: memore delle esigenze del pubblico a cui intende rivolgersi, il poeta doctus attinge al vasto repertorio della sua cultura mitologica e spiega l’origine delle due costellazioni, facendo ricorso all’espediente del καταστερισμός («trasformazione in stella»), usato anche da Callimaco nella sua Chioma di Berenice. Una ben nota versione della saga sull’infanzia di Zeus narra che la madre Rea, per evitare che il bimbo fosse inghiottito da Crono, come tutti gli altri figli venuti alla luce prima di lui, lo affidò a due Ninfe del monte Ida (o del monte Dicte), figlie di Atlante, Elice e Cinosura, che si occuparono di allevarlo, mentre i Cureti (o Coribanti) ne coprivano i vagiti, battendo le lance contro gli scudi di bronzo, durante le loro danze orgiastiche. Ma Crono scoprì ugualmente l’accaduto, e si mise in cerca delle due Ninfe per punirle; allora Zeus le trasformò nelle due costellazioni dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore, che, con caratteristiche diverse, ma ugualmente utili, costituiscono un infallibile punto di riferimento per la rotta delle navi greche e fenicie.

Inno a Zeus (Arat. 𝑃ℎ𝑎𝑒𝑛. 1-18)

da F. FERRARI, Epica storica e didascalica, in ID., R. ROSSI, L. LANZI (eds.), Bibliothèke. Storia della letteratura, antologia e autori della lingua greca. Con espansione online. Vol. 3: L’ellenismo e l’età imperiale, Bologna 2012.

L’attacco del poema contiene un Inno a Zeus, unico e sommo. Dato che il dio svolge una funzione propulsiva riguardo al lavoro dei campi, si ricalca qui il modello esiodeo. Zeus infatti dà agli uomini segni propizi, rivela quando la zolla è buona per la semina, ha disposto in cielo le costellazioni dalle quali si possono trarre i segni delle stagioni e i tempi del ciclo lavorativo, sì che ogni cosa cresca sicura.

Ma questo Zeus, nella sua bontà provvidenziale e nella sostanziale unicità, è identificabile anche con il dio supremo della dottrina stoica. Come nell’Inno a Zeus del filosofo Cleante, anche nel proemio dei Phaenomena il signore degli dèi della religione tradizionale personifica la mente divina reggitrice dell’universo.

Anche il dio di cui Arato elogia la grandezza e l’onnipotenza è onnipresente («di Zeus sono piene tutte le vie e tutte le piazze, e pieno ne sono il mare e i porti»); egli è padre amorevole degli uomini e loro benefattore, è il principio immanente che compenetra di sé tutto l’essere, spargendo ovunque i semi generatori delle cose e dal quale la materia informe riceve l’impronta e prende vita; è la provvidenza (πρόνοια) che lega gli eventi nella serie inviolabile delle cause.

Ἐκ Διὸς ἀρχώμεσθα, τὸν οὐδέποτ’ ἄνδρες ἐῶμεν

ἄρρητον· μεσταὶ δὲ Διὸς πᾶσαι μὲν ἀγυιαί,

πᾶσαι δ’ ἀνθρώπων ἀγοραί, μεστὴ δὲ θάλασσα

καὶ λιμένες· πάντη δὲ Διὸς κεχρήμεθα πάντες.

Τοῦ γὰρ καὶ γένος εἰμέν. Ὁ δ’ ἤπιος ἀνθρώποισι

δεξιὰ σημαίνει, λαοὺς δ’ ἐπὶ ἔργον ἐγείρει

μιμνήσκων βιότοιο· λέγει δ’ ὅτε βῶλος ἀρίστη

βουσί τε καὶ μακέλῃσι, λέγει δ’ ὅτε δεξιαὶ ὧραι

καὶ φυτὰ γυρῶσαι καὶ σπέρματα πάντα βαλέσθαι.

Αὐτὸς γὰρ τά γε σήματ’ ἐν οὐρανῷ ἐστήριξεν

ἄστρα διακρίνας, ἐσκέψατο δ’ εἰς ἐνιαυτὸν

ἀστέρας οἵ κε μάλιστα τετυγμένα σημαίνοιεν

ἀνδράσιν ὡράων, ὄφρ’ ἔμπεδα πάντα φύωνται.

Τῷ μιν ἀεὶ πρῶτόν τε καὶ ὕστατον ἱλάσκονται.

Χαῖρε, πάτερ, μέγα θαῦμα, μέγ’ ἀνθρώποισιν ὄνειαρ,

αὐτὸς καὶ προτέρη γενεή. Χαίροιτε δὲ Μοῦσαι

μειλίχιαι μάλα πᾶσαι. Ἐμοί γε μὲν ἀστέρας εἰπεῖν

ᾗ θέμις εὐχομένῳ τεκμήρατε πᾶσαν ἀοιδήν.

Cominciamo da Zeus, che noi uomini non cessiamo mai

d’invocare; tutte le strade sono piene di Zeus,

tutte le piazze delle città: ne è pieno il mare,

e i porti: sempre abbiamo bisogno di Zeus!

Stirpe siamo sua, e benignamente indica agli uomini

i segni favorevoli, e li manda al lavoro,

ricordando loro i mezzi di vita, quando la terra

è migliore per i buoi e la zappa, e quando è il momento giusto

di potare gli alberi e seminare tutte le specie.

Lui stesso infatti ha fissato i segni nel cielo,

distribuendo gli astri nel corso dell’anno,

perché indicassero agli uomini i tempi meglio disposti

e le coltivazioni crescessero salde.

Per questo gli uomini se lo propiziano sempre, per primo e per ultimo.

Salve a te, o padre! Meraviglia e benessere grande degli uomini!

A te e alla tua prima generazione! E salve anche a voi, o Muse soavi,

tutte quante! Guidatemi per tutto il canto,

perché chiedo di celebrare secondo il rito le stelle!

Calamide (o bottega di Calamide), Cronide di Capo Artemisio (dettaglio). Statua, bronzo, c. 480-470 a.C. dai fondali euboici. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Riaffiorano qui moduli ed elementi dell’antica tradizione innodica. In particolare, l’uso di specificare che si intende iniziare il canto ricordando la divinità celebrata è presupposto già in Odissea VIII 499 (θεοῦ ἤρχετο, «cominciava dal dio») per il racconto sul Cavallo di Troia intonato da Demodoco e compare, a principio di alcuni inni omerici; più in particolare, l’avvio da Zeus appariva in Alcmane (fr. 29 Davies ἐγὼν δ᾽ ἀείσομαι/ ἐκ Διὸς ἀρχομένα, «ed io canterò cominciando da Zeus»), veniva ricordato come caratteristica dei rapsodi da Pindaro (Nemea II 1 s.) e in età ellenistica è recuperato anche da Teocrito nel suo Encomio di Tolomeo (Id. XVII 1, Ἐκ Διὸς ἀρχώμεσθα καὶ ἐς Δία λήγετε Μοῖσαι, «Cominciamo da Zeus e terminate con Zeus, o Muse»); per la sua topicità, vd. R. Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Milano 1991, nr. 805. E sulla stessa linea del formulario tradizionale (cfr. Esiodo, Teogonia 34, Teognide 3 ecc.) è la specificazione, al v. 14, che gli uomini invocano Zeus «per primo e per ultimo».

Anche la sottolineatura della funzione del dio come propulsiva al lavoro agricolo, pur non rientrando nella dizione innica, si richiama pur sempre al modello esiodeo (cfr. soprattutto v. 6, λαοὺς δ᾽ ἐπὶ ἔργον ἐγείρει, «desta le genti al lavoro», con Esiodo, Erga 20, dove della buona Contesa si dice che καὶ ἀπάλαμνόν περ ὁμῶς ἐπὶ ἔργον ἐγείρει, «desta al lavoro anche l’indolente»). Ma le antiche memorie letterarie e cultuali (anche il dire che di Zeus sono piene le piazze e i porti presuppone gli epiteti ἀγοραῖος e λιμένιος) vengono caricate di un senso nuovo grazie a una visione del dio supremo che nella sua bontà provvidenziale e nella sua sostanziale unicità ha come punto di riferimento la dottrina stoica e probabilmente, se (come pare) è anteriore, l’inno a Zeus dello stoico Cleante (in tal caso τοῦ γὰρ καὶ γένος εἰμέν al v. 5 rappresenterebbe una vera e propria “citazione” di ἐκ σοῦ γὰρ γενόμεσθα v. 4 dell’inno di Cleante); e la collocazione della preghiera alle Muse alla chiusa anziché al principio di un proemio epico coincide con quella delle Argonautiche di Apollonio Rodio.

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K. VOLK, Aratus, in J. CLAUSS, M. CUYPERS (eds.), A Companion to Hellenistic Literature, Malden MA 2010, 197-210 [academia.edu].

L’eccezionalità della “res publica” romana (Polyb. VI 11, 11-13; 12-14)

di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca. III. L’Ellenismo e la tarda grecità, Messina-Firenze 2004, 555-559; cfr. Polibio, Storie, vol. III (libri V-VI), eds. D. Musti, M. Mari, J. Thornton, 294-303.

Polibio muove la sua analisi affermando di voler completare un aspetto finora carente nella sua trattazione, per colmare una lacuna che potrebbe attirargli il rimprovero dei lettori o di storiografi forse non troppi competenti, ma pronti a criticare, anche senza fondati motivi, l’operato altrui. L’autore precisa soprattutto che la sua indagine sulle forme della costituzione della res publica romana si riferisce agli immediatamente successivi alla battaglia di Canne (216 a.C.), un momento talmente critico da costituire un’eccellente pietra di paragone per evidenziare la solidità e le capacità di ripresa dei Romani.

Scena di sacrificio (𝑠𝑢𝑜𝑣𝑒𝑡𝑎𝑢𝑟𝑖𝑙𝑖𝑎). Affresco, 𝑎𝑛𝑡𝑒 79 d.C. dall’agro pompeiano, loc. Moregine, edificio B.

[11. 11] Ἦν μὲν δὴ τρία μέρη τὰ κρατοῦντα τῆς πολιτείας, ἅπερ εἶπα πρότερον ἅπαντα· οὕτως δὲ πάντα κατὰ μέρος ἴσως καὶ πρεπόντως συνετέτακτο καὶ διῳκεῖτο διὰ τούτων ὥστε μηδένα ποτ’ ἂν εἰπεῖν δύνασθαι βεβαίως μηδὲ τῶν ἐγχωρίων πότερ’ ἀριστοκρατικὸν τὸ πολίτευμα σύμπαν ἢ δημοκρατικὸν [12] ἢ μοναρχικόν. καὶ τοῦτ’ εἰκὸς ἦν πάσχειν. ὅτε μὲν γὰρ εἰς τὴν τῶν ὑπάτων ἀτενίσαιμεν ἐξουσίαν, τελείως μοναρχικὸν ἐφαίνετ’ εἶναι καὶ βασιλικόν, ὅτε δ’ εἰς τὴν τῆς συγκλήτου, πάλιν ἀριστοκρατικόν· καὶ μὴν εἰ τὴν τῶν πολλῶν ἐξουσίαν θεωροίη τις, [13] ἐδόκει σαφῶς εἶναι δημοκρατικόν. ὧν δ’ ἕκαστον εἶδος μερῶν τῆς πολιτείας ἐπεκράτει, καὶ τότε καὶ νῦν ἔτι πλὴν ὀλίγων τινῶν ταῦτ’ ἐστίν.

[12. 1] Οἱ μὲν γὰρ ὕπατοι πρὸ τοῦ μὲν ἐξάγειν τὰ στρατόπεδα παρόντες ἐν Ῥώμῃ πασῶν εἰσι κύριοι τῶν [2] δημοσίων πράξεων. οἵ τε γὰρ ἄρχοντες οἱ λοιποὶ πάντες ὑποτάττονται καὶ πειθαρχοῦσι τούτοις πλὴν τῶν δημάρχων, εἴς τε τὴν σύγκλητον οὗτοι τὰς [3] πρεσβείας ἄγουσι. πρὸς δὲ τοῖς προειρημένοις οὗτοι τὰ κατεπείγοντα τῶν διαβουλίων ἀναδιδόασιν, οὗτοι τὸν ὅλον χειρισμὸν τῶν δογμάτων ἐπιτελοῦσι. [4] καὶ μὴν ὅσα δεῖ διὰ τοῦ δήμου συντελεῖσθαι τῶν πρὸς τὰς κοινὰς πράξεις ἀνηκόντων, τούτοις καθήκει φροντίζειν καὶ συνάγειν τὰς ἐκκλησίας, τούτοις εἰσφέρειν τὰ δόγματα, τούτοις βραβεύειν τὰ δοκοῦντα [5] τοῖς πλείοσι. καὶ μὴν περὶ πολέμου κατασκευῆς καὶ καθόλου τῆς ἐν ὑπαίθροις οἰκονομίας σχεδὸν αὐτοκράτορα [6] τὴν ἐξουσίαν ἔχουσι. καὶ γὰρ ἐπιτάττειν τοῖς συμμαχικοῖς τὸ δοκοῦν, καὶ τοὺς χιλιάρχους καθιστάναι, καὶ διαγράφειν τοὺς στρατιώτας, καὶ [7] διαλέγειν τοὺς ἐπιτηδείους τούτοις ἔξεστι. πρὸς δὲ τοῖς εἰρημένοις ζημιῶσαι τῶν ὑποταττομένων ἐν τοῖς ὑπαίθροις ὃν ἂν βουληθῶσι κύριοι καθεστᾶσιν. [8] ἐξουσίαν δ’ ἔχουσι καὶ δαπανᾶν τῶν δημοσίων ὅσα προθεῖντο, παρεπομένου ταμίου καὶ πᾶν τὸ προσταχθὲν [9] ἑτοίμως ποιοῦντος. ὥστ’ εἰκότως εἰπεῖν ἄν, ὅτε τις εἰς ταύτην ἀποβλέψειε τὴν μερίδα, διότι μοναρχικὸν ἁπλῶς καὶ βασιλικόν ἐστι τὸ πολίτευμα. [10] εἰ δέ τινα τούτων ἢ τῶν λέγεσθαι μελλόντων λήψεται μετάθεσιν ἢ κατὰ τὸ παρὸν ἢ μετά τινα χρόνον, οὐδὲν ἂν εἴη πρὸς τὴν νῦν ὑφ’ ἡμῶν λεγομένην ἀπόφασιν.

[13. 1] Καὶ μὴν ἡ σύγκλητος πρῶτον μὲν ἔχει τὴν τοῦ ταμιείου κυρίαν. καὶ γὰρ τῆς εἰσόδου πάσης αὕτη [2] κρατεῖ καὶ τῆς ἐξόδου παραπλησίως. οὔτε γὰρ εἰς τὰς κατὰ μέρος χρείας οὐδεμίαν ποιεῖν ἔξοδον οἱ ταμίαι δύνανται χωρὶς τῶν τῆς συγκλήτου δογμάτων [3] πλὴν τὴν εἰς τοὺς ὑπάτους· τῆς τε παρὰ πολὺ τῶν ἄλλων ὁλοσχερεστάτης καὶ μεγίστης δαπάνης, ἣν οἱ τιμηταὶ ποιοῦσιν εἰς τὰς ἐπισκευὰς καὶ κατασκευὰς τῶν δημοσίων κατὰ πενταετηρίδα, ταύτης ἡ σύγκλητός ἐστι κυρία, καὶ διὰ ταύτης γίνεται τὸ [4] συγχώρημα τοῖς τιμηταῖς. ὁμοίως ὅσα τῶν ἀδικημάτων τῶν κατ’ Ἰταλίαν προσδεῖται δημοσίας ἐπισκέψεως, λέγω δ’ οἷον προδοσίας, συνωμοσίας, φαρμακείας, δολοφονίας, τῇ συγκλήτῳ μέλει περὶ τούτων. [5] πρὸς δὲ τούτοις, εἴ τις ἰδιώτης ἢ πόλις τῶν κατὰ τὴν Ἰταλίαν διαλύσεως ἢ (καὶ νὴ Δί’) ἐπιτιμήσεως ἢ βοηθείας ἢ φυλακῆς προσδεῖται, τούτων πάντων ἐπιμελές [6] ἐστι τῇ συγκλήτῳ. καὶ μὴν εἰ τῶν ἐκτὸς Ἰταλίας πρός τινας ἐξαποστέλλειν δέοι πρεσβείαν τιν’ ἢ διαλύσουσάν τινας ἢ παρακαλέσουσαν ἢ καὶ νὴ Δί’ ἐπιτάξουσαν ἢ παραληψομένην ἢ πόλεμον ἐπαγγέλλουσαν. [7] αὕτη ποιεῖται τὴν πρόνοιαν. ὁμοίως δὲ καὶ τῶν παραγενομένων εἰς Ῥώμην πρεσβειῶν ὡς δέον ἐστὶν ἑκάστοις χρῆσθαι καὶ ὡς δέον ἀποκριθῆναι, πάντα ταῦτα χειρίζεται διὰ τῆς συγκλήτου. πρὸς δὲ τὸν [8] δῆμον καθάπαξ οὐδέν ἐστι τῶν προειρημένων. ἐξ ὧν πάλιν ὁπότε τις ἐπιδημήσαι μὴ παρόντος ὑπάτου, [9] τελείως ἀριστοκρατικὴ φαίνεθ’ ἡ πολιτεία. ὃ δὴ καὶ πολλοὶ τῶν Ἑλλήνων, ὁμοίως δὲ καὶ τῶν βασιλέων, πεπεισμένοι τυγχάνουσι, διὰ τὸ τὰ σφῶν πράγματα σχεδὸν πάντα τὴν σύγκλητον κυροῦν.

[14. 1] Ἐκ δὲ τούτων τίς οὐκ ἂν εἰκότως ἐπιζητήσειε ποία καὶ τίς ποτ’ ἐστὶν ἡ τῷ δήμῳ καταλειπομένη [2] μερὶς ἐν τῷ πολιτεύματι, τῆς μὲν συγκλήτου τῶν κατὰ μέρος ὧν εἰρήκαμεν κυρίας ὑπαρχούσης, τὸ δὲ μέγιστον, ὑπ’ αὐτῆς καὶ τῆς εἰσόδου καὶ τῆς ἐξόδου χειριζομένης ἁπάσης, τῶν δὲ στρατηγῶν ὑπάτων πάλιν αὐτοκράτορα μὲν ἐχόντων δύναμιν περὶ τὰς τοῦ πολέμου παρασκευάς, αὐτοκράτορα δὲ τὴν ἐν [3] τοῖς ὑπαίθροις ἐξουσίαν; οὐ μὴν ἀλλὰ καταλείπεται μερὶς καὶ τῷ δήμῳ, καὶ καταλείπεταί γε βαρυτάτη. [4] τιμῆς γάρ ἐστι καὶ τιμωρίας ἐν τῇ πολιτείᾳ μόνος ὁ δῆμος κύριος, οἷς συνέχονται μόνοις καὶ δυναστεῖαι καὶ πολιτεῖαι καὶ συλλήβδην πᾶς ὁ τῶν ἀνθρώπων [5] βίος. παρ’ οἷς γὰρ ἢ μὴ γινώσκεσθαι συμβαίνει τὴν τοιαύτην διαφορὰν ἢ γινωσκομένην χειρίζεσθαι κακῶς, παρὰ τούτοις οὐδὲν οἷόν τε κατὰ λόγον διοικεῖσθαι τῶν ὑφεστώτων· πῶς γὰρ εἰκὸς [6] ἐν ἴσῃ τιμῇ [ὄντων] τῶν ἀγαθῶν τοῖς κακοῖς; κρίνει μὲν οὖν ὁ δῆμος καὶ διαφόρου πολλάκις, ὅταν ἀξιόχρεων ᾖ τὸ τίμημα τῆς ἀδικίας, καὶ μάλιστα τοὺς τὰς ἐπιφανεῖς ἐσχηκότας ἀρχάς. θανάτου δὲ κρίνει [7] μόνος. καὶ γίνεταί τι περὶ ταύτην τὴν χρείαν παρ’ αὐτοῖς ἄξιον ἐπαίνου καὶ μνήμης. τοῖς γὰρ θανάτου κρινομένοις, ἐπὰν καταδικάζωνται, δίδωσι τὴν ἐξουσίαν τὸ παρ’ αὐτοῖς ἔθος ἀπαλλάττεσθαι φανερῶς, κἂν ἔτι μία λείπηται φυλὴ τῶν ἐπικυρουσῶν τὴν κρίσιν ἀψηφοφόρητος, ἑκούσιον ἑαυτοῦ καταγνόντα [8] φυγαδείαν. ἔστι δ’ ἀσφάλεια τοῖς φεύγουσιν ἔν τε τῇ Νεαπολιτῶν καὶ Πραινεστίνων, ἔτι δὲ Τιβουρίνων πόλει, καὶ ταῖς ἄλλαις, πρὸς ἃς ἔχουσιν [9] ὅρκια. καὶ μὴν τὰς ἀρχὰς ὁ δῆμος δίδωσι τοῖς ἀξίοις· ὅπερ ἐστὶ κάλλιστον ἆθλον ἐν πολιτείᾳ καλοκἀγαθίας. [10] ἔχει δὲ τὴν κυρίαν καὶ περὶ τῆς τῶν νόμων δοκιμασίας, καὶ τὸ μέγιστον, ὑπὲρ εἰρήνης [11] οὗτος βουλεύεται καὶ πολέμου. καὶ μὴν περὶ συμμαχίας καὶ διαλύσεως καὶ συνθηκῶν οὗτός ἐστιν ὁ βεβαιῶν ἕκαστα τούτων καὶ κύρια ποιῶν ἢ τοὐναντίον. [12] ὥστε πάλιν ἐκ τούτων εἰκότως ἄν τιν’ εἰπεῖν ὅτι μεγίστην ὁ δῆμος ἔχει μερίδα καὶ δημοκρατικόν ἐστι τὸ πολίτευμα.

C. Cassio Longino. Denario, Roma 63 a.C. 𝐴𝑟. 3,75 gr. Rovescio: 𝐿𝑜𝑛𝑔𝑖𝑛(𝑢𝑠) 𝐼𝐼𝐼𝑉(𝑖𝑟). Cittadino in atto di votare, stante, verso sinistra, mentre ripone una tabella contrassegnata con 𝑈(𝑡𝑖 𝑟𝑜𝑔𝑎𝑠) in una cista.

“Erano dunque tre gli elementi dominanti nella costituzione, che ho tutti citati in precedenza; ogni settore dell’amministrazione in particolare era stato disposto e veniva regolato per mezzo di loro in modo così equo e conveniente che nessuno, nemmeno tra i cittadini stessi, avrebbe potuto dire con sicurezza se questo sistema politico nel suo complesso fosse aristocratico, democratico o monarchico. Ed era naturale che la pensassero così. A fissare lo sguardo sull’autorità dei consoli, infatti, esso ci sarebbe apparso senz’altro monarchico e regale; considerando invece il potere del Senato, aristocratico; se, invece, ci fossimo soffermati su quello del popolo, sarebbe sembrato chiaramente democratico. Ciascuna di queste componenti aveva le sue competenze di governo e, salvo alcune modifiche, sia allora che oggi sono le seguenti.

I consoli, prima di guidare le legioni per una spedizione militare, quando si trovano a Roma esercitano la loro autorità su tutti gli affari pubblici. Infatti, tutti gli altri magistrati, a accezione dei tribuni della plebe, sono subordinati e obbediscono a loro, i quali introducono anche le ambascerie straniere in Senato. Oltre a quanto si è già detto, sono loro a proporre le deliberazioni urgenti e a curare per intero l’attuazione dei decreti. Per di più, tocca a loro provvedere a tutte le questioni concernenti gli affari pubblici, che devono essere trattate con l’intervento del popolo: proporre i decreti, dirigere l’esecuzione delle decisioni dei più. Ancora, hanno un’autorità quasi assoluta nei preparativi di guerra e, in generale, nella condotta sul campo. Hanno infatti facoltà di dare ai contingenti alleati le disposizioni che ritengono opportune, di nominare i tribuni militari, di arruolare i soldati e scegliere quelli idonei. Oltre a quanto si è detto, sul campo hanno l’autorità di infliggere punizioni a chi vogliono, tra i loro subordinati. Sono anche autorizzati a investire, del denaro pubblico, le cifre che stabiliscono: un questore li accompagna ed esegue prontamente ciò che gli è stato ordinato. Perciò, se qualcuno prendesse in considerazione questi aspetti, potrebbe a buon diritto affermare che l’organizzazione politica sia veramente monarchica e regia. E se alcune di queste cose o di quelle che sto per dire subirà qualche cambiamento o nel presente o fra qualche tempo, non smentirebbe quanto affermiamo ora.

Il Senato, da parte sua, esercita la sua autorità in primo luogo sull’erario: esso controlla infatti tutte le entrate e, analogamente, le uscite. I questori, infatti, non possono fare alcuna spesa, per esigenze particolari, senza decreto senatorio, a eccezione degli investimenti destinati ai consoli; sulla spesa di gran lunga più importante e gravosa di tutte – quella che i censori fanno ogni cinque anni per restaurare o costruire opere pubbliche – il Senato esercita il proprio controllo, e da esso viene la concessione ai censori. Nello stesso modo, di tutti i reati commessi in Italia che richiedano un’inchiesta pubblica – mi riferisco, per esempio, a tradimenti, congiure, venefici, omicidi – si occupa il Senato. Inoltre, se un privato, o un’intera città italica, ha bisogno di un arbitrato o magari di una censura, o di soccorso, oppure ancora di sorveglianza, di tutto ciò si occupa sempre il Senato. Per di più, se bisogna inviare un’ambasceria all’estero o per un’opera di pacificazione, o per avanzare richieste, o magare per dare ordini, o per accettare sottomissioni, o per dichiarare guerra, esso vi provvede puntualmente. Allo stesso modo, ancora, è il Senato a stabilire come si debbano trattare tutte le delegazioni che giungono a Roma e quale risposta si debba dare loro. In nessuna di queste faccende interviene il popolo. In conseguenza di ciò, quando qualche straniero soggiorna in città in assenza dei magistrati, la forma di governo può sembrargli compiutamente aristocratica. E di ciò sono convinti anche molti dei Greci e dei re, perché il Senato ha la competenza di quasi tutti i loro affari.

Visto e considerato tutto ciò, è lecito domandarsi quale sia mai la parte lasciata al popolo in questo ordinamento, dal momento che il Senato ha il controllo su tutte le questioni particolari delle quali abbiamo parlato e che – l’aspetto più importante – regolamenta tutte le entrate e le uscite, mentre i consoli, da parte loro, detengono pieni poteri sui preparativi di guerra e autorità assoluta in battaglia. Ebbene, anche al popolo viene lasciata una parte, e assai rilevante. Soltanto il popolo, infatti, in questa costituzione, ha il controllo degli onori e delle pene, le sole cose dalle quali sono tenuti uniti gli imperi, le città e, insomma, la vita della gente! Dove tale distinzione o non è conosciuta o, pur essendo nota, è praticata male, infatti, nessuna questione può essere risolta con criterio: e come potrebbe, visto che i buoni sono considerati alla stregua dei cattivi? Il popolo, dunque, spesso giudica una causa che prevede sanzioni pecuniarie, quando l’ammenda per il reato sia considerevole, e soprattutto giudica coloro che hanno ricoperto cariche importanti. È il solo a deliberare sulle cause capitali. Riguardo a quest’uso, avviene presso di loro una cosa degna di lode e di menzione. A coloro che vengono giudicati in una causa capitale, infatti, appena vengono condannati, il costume vigente presso di loro concede la facoltà di allontanarsi apertamente se resta anche una sola tribù, tra quelle che emanano il giudizio, a non aver ancora votato, condannandosi all’esilio volontario. Gli esuli sono al sicuro nelle città di Napoli, Preneste e Tivoli, e nelle altre con le quali hanno stretto patti giurati. Per di più, il popolo assegna le cariche a chi n’è degno: questa, in un ordinamento politico è la più bella ricompensa per la rettitudine di un uomo! Il popolo esercita la sua autorità anche sull’approvazione delle leggi e il dato più notevole è che sia esso a decidere della pace e della guerra. Per giunta, riguardo a un’alleanza, a un trattato di pace e alla stipula di patti, è il popolo a ratificare e a rendere operante o meno ciascuno di questi atti. Così, ancora, da ciò si potrebbe a buon diritto concludere che il popolo romano detenga un ruolo importantissimo nel sistema politico e che questo sia a tutti gli effetti democratico”.

Scena di lettura del testamento davanti al magistrato. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. da un sarcofago.

L’analisi dell’ordinamento romano operata dallo storico greco coincide con il momento di massima efficienza della res publica, che, uscita poi vincitrice dalla durissima prova delle guerre contro Cartagine, non aveva trovato ostacoli degni di nota alla sua espansione nel bacino orientale del Mediterraneo. Questo stato di cose non solo indusse Polibio a tentare di convincere i propri connazionali a cedere di buon grado alla nuova potenza, ma lo spinse anche ad approfondire lo studio delle istituzioni e delle usanze romane, allo scopo di mettere in luce quei caratteri che, secondo lui, dopo aver facilitato la rapida ascesa dell’Urbe, avrebbero anche garantito la solidità e la lunga durata (non l’eternità e l’immutabilità) della sua egemonia. Questo tipo di indagine non era nuovo presso i Greci: l’esempio più antico e autorevole si trova infatti in Erodoto (Hdt. III 80-83), in un celebre passo nel quale Dario e i suoi compagni, Otane e Megabizo, stroncata la congiura dei Magi, discutono fra loro su quale sia la migliore forma di governo (λόγος τριπολιτικός). Tale analisi, poi ripresa in forma molto più estesa e approfondita nei vasti sistemi filosofici di Platone e di Aristotele, aveva finito con giungere a una schematizzazione teorica, fondata su una duplice tripartizione, che valutava gli aspetti positivi e negativi di ciascun ordinamento statale: monarchia e tirannide, aristocrazia e oligarchia, democrazia e oclocrazia, evidenziandone la dinamica e le cause di mutamento e degenerazione. Dopo aver constatato, attraverso la considerazione dei fatti storici, che ciascuna di questi regimi contenesse in sé, per natura, i germi del proprio cambiamento e della propria distruzione, si era approdati alla convinzione che la costituzione migliore fosse quella mista, che riuniva in sé le caratteristiche più valide delle tre forme positive. Fino a Polibio, il modello ideale era stato identificato nella costituzione degli Spartani stabilita da Licurgo, fondata sull’interazione del potere dei due re (δυαρχία), della γερουσία (consiglio degli anziani) e degli ἔφοροι (guardiani del popolo), che controllavano l’operato dei re. Polibio segue questa stessa linea di ricerca, senza pretesa di originalità, ma affermando di voler chiarire, verificare e completare le conclusioni a cui erano giunti tutti i suoi predecessori con il concreto appoggio della sua diretta esperienza. Infatti, avendo vissuto in un periodo di grandi e rapidi mutamenti politici, la compatta solidità con cui i Romani avevano reagito a momenti estremamente difficili della loro storia, come la sconfitta del Trasimeno o quella, ancor più disastrosa, di Canne, lo aveva convinto a vedere nell’ordinamento quiritario un modello perfetto di costituzione mista, pur ammettendo che anch’essa avrebbe potuto modificarsi nel tempo, essendo soggetta – come ogni fatto umano – all’eterna legge del divenire.

Le osservazioni dello storico megalopolitano sull’assetto politico dei Romani suscitano nel lettore l’impressione che l’autore provasse un’incondizionata ammirazione per questa forma istituzionale, che sembra avere, ai suoi occhi, soltanto caratteristiche positive. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che egli ebbe modo di fare le sue valutazioni in un periodo in cui il governo della res publica aveva raggiunto il massimo grado di funzionalità, mentre le questioni che ne avrebbero in seguito determinato la decadenza erano ancora abbastanza lontane e indefinite. Alla mente di Polibio, tesa a una visione universale del divenire storico, le vicende di Roma apparivano del tutto diverse da quelle di altri popoli e civiltà; nessun’altra delle nazioni di cui egli aveva seguito la parabola, dapprima in ascesa e poi sempre più declinante verso l’inevitabile decadenza, aveva avuto la forza di coesione, la disciplina, le capacità di reazione dei Romani, né tantomeno aveva avuto le qualità necessarie per attirare nella propria orbita le altre potenze del mondo antico. Queste peculiarità meritavano un’indagine più approfondita sia per soddisfare l’interesse dello storico, posto per la prima volta di fronte a una realtà nuova, sia per l’utilità dei suoi lettori, fine ultimo del suo lavoro.

Un console (𝑐𝑜𝑛𝑠𝑢𝑙) in tenuta da campagna, con il suo seguito di scribae e lictores. Illustrazione di A. McBride.

Fedele alla concretezza che permea tutta l’opera, Polibio evita considerazioni di carattere puramente teorico e ideologico, calandosi nella realtà dei fatti. In quest’ottica, lo statuto misto di Roma viene presentato come un solido e ben connesso organismo, le cui parti interagiscono attivamente, grazie alle possibilità di intervento e di veto di cui dispongono, pur nel rispetto delle specifiche competenze attribuite a ciascuna, in un sistema di complementarietà saldamente equilibrata. Anziché disquisire in maniera astratta sulle possibilità, sulle caratteristiche e sugli effetti delle varie organizzazioni statali (come, per esempio, aveva fatto Erodoto), o di dar vita all’utopia dello “Stato ideale”, lasciandosi vincere dal fascino della speculazione filosofica, Polibio si cala nel cuore di una realtà empirica senza idealizzarla, presentandola nei suoi meccanismi e nei suoi obiettivi utilitaristici.

Condizione irrinunciabile perché ciascuna delle tre componenti, minuziosamente analizzate nei poteri e nei compiti specifici, possa funzionare nel migliore dei modi in collaborazione con le altre è l’esistenza di un chiaro fine comune, che implichi per tutte uguali responsabilità e uguali vantaggi. Poiché la validità di questi principi si può saggiare soprattutto nelle situazioni più difficili, le guerre puniche costituirono, agli occhi dello storico, un eccellente banco di prova per dimostrare la tenuta dell’ordinamento romano, derivata dalla volontà di tutte le sue componenti di affrontare ogni sacrificio per la sopravvivenza di un organismo in cui sia la collettività sia i singoli cittadini si identificavano con egual convinzione.

Paradossalmente, per un autore come Polibio, deciso a rifiutare con assoluta coerenza qualsiasi forma di teorizzazione distaccata dalla realtà storica, l’utopia dello “Stato perfetto” sembra incarnarsi proprio nel Senatus popolusque Romanus. Forse, finché lo storico visse (scomparve nel 124 o nel 118 a.C.), la stabilità delle istituzioni fu tale da alimentare in lui la certezza di una lunga durata nel tempo; ma già nel 129, la morte violenta e misteriosa del suo fraterno sodale, Publio Cornelio Scipione Emiliano, preannunciava i sintomi di una crisi non solo istituzionale, ma anche politica e morale, che avrebbe corroso dall’interno quell’ordinamento che, fino ad allora, aveva resistito con granitica compattezza a ogni attacco esterno, anche quando, dopo Canne, i suoi cittadini avevano gridato per le strade: Hannibal ad portas!

Gneo Nevio

Gneo Nevio, al contrario di Livio Andronico, era un cittadino romano, seppur di origine campana: le città campane avevano ricevuto la Romana ciuitas sine suffragio nel 295, a seguito delle guerre sannitiche. Sulla biografia dello scrittore si dispone di scarse notizie, ma quel che si sa di certo è che combatté contro i Cartaginesi durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), verosimilmente negli ultimi anni del conflitto. Non era un aristocratico, e anzi sembra che avesse avuto aspri scontri con la nobilitas romana, in particolare con la potente famiglia dei Caecilii Metelli. Della burbanza di questo clan gentilizio è un ottimo esempio il brano conservato da Plinio il Vecchio della laudatio funebris tenuta da Quinto Cecilio Metello (cos. 206) in onore del padre Lucio Cecilio Metello (cos. 251; 221):  

Q. Metellus in ea oratione, quam habuit supremis laudibus patris sui L. Metelli pontificis, bis consulis, dictatoris, magistri equitum, XVuiri agris dandis, qui primus elephantos ex primo Punico bello duxit in triumpho, scriptum reliquit decem maximas res optimasque, in quibus quaerendis sapientes aetatem exigerent, consummasse eum: uoluisse enim primarium bellatorem esse, optimum oratorem, fortissimum imperatorem, auspicio suo maximas res geri, maximo honore uti, summa sapientia esse, summum senatorem haberi, pecuniam magnam bono modo inuenire, multos liberos relinquere et clarissimum in ciuitate esse; haec contigisse ei nec ulli alii post Romam conditam.

«Quinto Metello nel discorso che tenne durante le onoranze funebri di suo padre Lucio Metello, il pontefice – il quale fu due volte console, dittatore, comandante della cavalleria, quindecemviro per l’assegnazione delle terre e, per primo, nella prima guerra punica, portò degli elefanti in trionfo – lasciò scritto che egli aveva riassunto in sé le dieci qualità più grandi e belle, nella ricerca delle quali gli uomini saggi trascorrono la vita: aveva voluto essere un guerriero di prim’ordine, un ottimo oratore, un comandante valorosissimo; sotto il suo comando si erano compiute grandissime imprese; aveva ricoperto le cariche più alte; era stato sommamente saggio, era stato considerato il senatore più prestigioso; aveva messo insieme con mezzi leciti un immenso patrimonio; lasciava molti figli, era il cittadino più illustre. Queste fortune erano toccate a lui e a nessun altro dal tempo della fondazione dell’Urbe».

(Plin. N.H. VII 45, 139-140)

Come si vede, la ripetuta insistenza fa di questo testo non solo un documento di albagia, ma anche di propaganda politica; d’altra parte, in esso il profilo delineato era quello dell’uomo di Stato romano della media età repubblicana, per il quale rappresenta una sorta di decalogo, senza dubbio significativo ma quasi inarrivabile.

Il cosiddetto «Togato Barberini». Statua, marmo, fine I secolo a.C. con testa non pertinente. Roma, Musei Capitolini.

Da una discussa allusione contenuta nel Miles gloriosus (vv. 211-212) di Plauto, sembra di ricavare che Nevio fu perfino incarcerato dai suoi avversari, ob assiduam maladicentiam et probra in principes ciuitatis («per lo sparlare continuo e per le offese a danno dei cittadini più in vista», Gell. N.A. III 3, 15). Secondo la maggior parte degli studiosi, infatti, l’alterco tra Nevio e la famiglia dei Metelli sarebbe avvenuto con ogni probabilità sotto il consolato di Quinto Cecilio Metello e la pretura di suo fratello Marco, nel 206: forse il poeta li attaccò apertamente in una commedia, con un verso apparentemente innocuo, ma che dimostra lo spirito libero e fiero dell’autore: Fato Metelli Romae fiunt consules («Per volere del destino i Metelli sono stati eletti consoli di Roma», F 4 Traglia). È innocuo all’apparenza, perché, com’è noto, il termine fatum è in latino una vox media e poteva essere inteso nel senso di “disgrazia”, generando un arguto doppio senso: «Per la rovina di Roma i Metelli sono stati eletti consoli». In ogni caso, i personaggi diffamati non fecero attendere la propria replica – quando si dice “rispondere per le rime”! – con un monostico carico di minaccia: Malum dabunt Metelli Naeuio poetae («I Metelli la faranno pagare cara al poeta Nevio»).

Ritratto virile. Busto, bronzo, 30 a.C. c.

Per quanto sia dato a intendere, caratteristica della commedia neviana doveva essere la mordacità con cui egli alludeva all’attualità politica in chiave polemica e satirica. Non è certo, ma è molto probabile per alcuni studiosi che gli strali contro i Caecilii Metelli derivi dalle origini stesse di questa schiatta, origini, per la verità, plebee. Il poeta Nevio, dunque, era particolarmente infastidito dalla nouitas e dall’arroganza dei giovani Metelli, al punto che, sembrerebbe dalla commedia Ludus, egli mise in scena un dialogo di questo tenore:

A. Cedo, qui uestram rem publicam tantam amisistis tam cito?

B. Proueniebant oratores noui, stulti adulescentuli.

A. Dimmi: come avete fatto a mandare in rovina il vostro Stato, un tempo così potente?

B. Si facevano avanti nuovi politici, degli stupidi ragazzetti!

(F 51 Traglia)

Il riferimento alla situazione contemporanea, molto probabilmente nel 206, è implicito: gli stulti adulescentuli potevano essere benissimo i fratelli Quinto e Marco, ma anche il loro giovanissimo amico e sodale, Publio Cornelio Scipione (il futuro Africano), anch’egli vittima degli strali del poeta:

etiam qui res magnas manu saepe gessit gloriose,

cuius fata uiua nunc uigent, qui apud gentes solus praestat,

eum suus pater cum pallio unod ab amica abduxit.

«Anche colui che spesso compì grandi gesta con gloria,

le cui azioni ora raggiungono la fama eccelsa e che presso le gentes si distingue lui solo,

suo padre lo portò via dalla casa dell’amante con un unico straccio indosso».

(F 86 Traglia)

Davvero una pessima figura per il futuro grande generale romano, colto in flagrante tra le braccia di una ragazza forse non bene accetta dalla famiglia, portato via con forza dal burbero padre senza nemmeno avere il tempo di rivestirsi: la frecciata dell’arguto poeta è rafforzata dal contrasto tra la solennità dei primi due versi (che riecheggiano i famosi elogia Scipionum!) e il terzo, che descrive una tipica scena comica.

Scena di un incontro galante. Affresco, 19 a.C. ca. Cubiculum D. Casa della Farnesina. Roma, P.zzo Massimo alle Terme.

Ora, queste vicende fecero di Nevio il solo letterato romano che abbia preso parte autonoma alle mene politiche e il solo privo di protettori autorevoli negli ambienti dell’élite. Egli pagò di persona il proprio anticonformismo: morì, forse in esilio, a Utica, in Africa, nel 204 o nel 201.

Il forte impegno di Nevio nella vita sociale e culturale romana traspare dai caratteri originari della sua produzione letteraria, della quale si conservano soltanto frammenti riportati da autori posteriori. In particolare, è interessante il suo poema epico, il Bellum Poenicum, dedicato alla narrazione della prima guerra punica, probabilmente composto in tarda età, verso gli anni 220-210. L’opera, che adotta – come già l’Odusia di Livio Andronico – il saturnio, verso della tradizione religiosa latina, doveva estendersi per quattromila o cinquemila versi: ne resta appena una sessantina. Allo stesso modo, anche la sua produzione teatrale dovette essere cospicua, se si presta fede alle testimonianze degli antichi, che lo celebravano fra i maggiori. Sono suoi, del resto, i primi titoli di fabulae praetextae (tragedie di argomento romano) che siano tramandati, Romulus e Clastidium.

Guerrieri celti (dettaglio). Rilievo, terracotta policroma, II sec. a.C. dal fregio del tempio di Civitalba. Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

Quanto al poema, la scelta di un soggetto storico quasi contemporaneo non fu l’unica novità dell’epica di Nevio. L’autore non si limitò infatti a trattare in poesia il primo scontro con Cartagine, ma nella prima parte dell’opera (o forse in un excursus), con un salto cronologico arditissimo, il suo racconto toccava le origini leggendarie di Roma. Dai frammenti superstiti, si apprende che Nevio narrò con una certa ampiezza dell’arrivo nel Lazio di Enea, il mitico progenitore dei Romani, e delle altre vicende preistoriche fino alla fondazione della città. Per esigenze forse scolastiche il grammatico Ottavio Lampadione (vissuto nel II secolo a.C.) suddivise la materia neviana in sette libri. In effetti, la mescolanza di eventi storici e mitologia fece di Nevio un precursore di Virgilio: il Bellum Poenicum, dunque, anticipò molti motivi e situazioni propri dell’Aeneis e, infatti, molti dei passi dell’opera neviana sarebbero stati trasmessi dai commentatori virgiliani. Nonostante il debito nei confronti di Nevio, il grande successo dell’Aeneis in epoca imperiale contribuì a oscurare i meriti del predecessore.

L’eroe protagonista della vicenda virgiliana, nell’ultima notte di Troia, correva a casa del vecchio padre Anchise e, consegnati nelle sue mani i Penates della città, se lo caricava sulle spalle, prendeva per mano il figlioletto Ascanio e, seguito dalla moglie Creusa (che nella concitazione della fuga sarebbe andata perduta per sempre), correva via da Ilio in fiamme, invasa dagli Achei. In Nevio, come mostrano due frammenti tra i più significativi, che descrivono in maniera assai espressiva i momenti della fuga, le cose andarono diversamente. Secondo un’interpretazione minoritaria, Anchise ed Enea, avvertiti per tempo da Venere, avrebbero lasciato Troia destinata alla distruzione subito dopo l’orrenda morte di Laocoonte. Nel F 4 Morel le spose di Anchise e di Enea abbandonavano piangenti la città al suo fato, uscendo furtivamente di notte con il capo velato:

… amborum uxorem

noctu Troiad exibant capitibus opertis,

flentes ambae, abeuntes lacrimis cum multis…

«… le spose di entrambi

uscivano notte tempo da Troia a capo coperto,

entrambe piangendo, mentre se ne andavano con molte lacrime…».

Nel F 5 Morel al seguito degli esuli fuggitivi si poneva una moltitudine, genti d’ogni età (multi mortales), ma anche numerosi guerrieri valorosi (strenui uiri), capaci di opporsi all’avverso destino e pronti a costruire una nuova patria (l’oro che portavano con sé non era, una volta tanto, moralistico sintomo di corruzione o avidità, ma realistica garanzia di rinascita):

eorum sectam sequuntur multi mortals,

multi alii e Troia strenui uiri,

urbi foras cum auro illic exibant.

«Al loro seguito si pose molta gente,

molti altri coraggiosi guerrieri di Troia,

uscivano allora dalla città, portando con sé l’oro».

Il tragico tema dell’esilio è dunque sviluppato da Nevio con i tratti espressionistici tipici dell’epos arcaico. Nel primo frammento il poliptoto (cioè la ripetizione della stessa parola in due casi diversi della flessione) amborum… ambae, allitterante con abeuntes, sottolinea il comune destino delle due donne: la segretezza e il pianto muliebre che accompagnano la fuga sono racchiusi rispettivamente nei due versi finali. Nell’altro frammento, invece, la potente figura etimologica (che lega verbo e complemento tratti dalla medesima radice) sectam sequuntur è collegata dall’allitterazione con strenui uiri, ma all’interno della struttura sintattica la formula patetica multi mortales, enfatizzato dal raddoppiamento di multi, dice il destino doloroso di tutta una stirpe.

La partenza degli Eneadi per l’Esperia. Disegno ricostruttivo, dalla Tabula Iliaca Capitolina (in SCAFOGLIO 2005, 127).

Nel racconto della “preistoria” di Roma, Nevio doveva dare notevole spazio all’intervento divino, ma, a differenza dell’epica omerica, gli dèi assumevano anche una funzione storica e sanzionavano, attraverso grandiosi conflitti, la fondazione dell’Urbe. Se da una parte è giusto insistere sull’ispirazione “nazionale” dell’opera e sull’originalità della struttura, dall’altra non conviene staccare troppo Nevio dalla tradizione letteraria greca, quasi a farne un contraltare del “traduttore” Andronico. Nevio stesso, d’altronde, doveva essere stato un profondo conoscitore di poesia ellenica: anche la sua terra d’origine, la Campania, era regione di lingua e cultura grecanica. Certi aspetti di stile rivelano in lui un’originale mescolanza di cultura poetica greca e ispirazione tradizionale romana.

Il poeta, si è accennato, scrisse molto anche per il teatro: a quanto pare, fu l’inventore di un nuovo genere teatrale, la fabula praetexta, così detta dal nome con cui i Romani indicavano la toga orlata di porpora propria dei magistrati. Di questa produzione, le prime tragedie latine di argomento storico di cui si ha notizia, il Romulus (o Lupus) trattava la drammatica storia della fondazione dell’Urbe; il Clastidium doveva essere una celebrazione della vittoria nell’omonima località (l’od. Casteggio, PV), ottenuta nel 222 a.C. sui Galli Insubri dal console Marco Claudio Marcello: una tragedia su un evento così vicino nel tempo era una grande novità. Fra i drammi di argomento mitologico e greco si segnala, per il suo legame con questioni sociali e politiche di grande attualità, il Lucurgus.

Licurgo. Mosaico, II-III sec. d.C. da St.-Colombe. Vienne, Musée de St. Romain-en-Gal.

Di questa fabula cothurnata si conservano almeno ventiquattro frammenti, grazie ai quali è possibile ricavare una vaga idea della trama: la fabula narrava un episodio relativo all’introduzione del culto dionisiaco in Grecia, e precisamente la terribile punizione inflitta da Dioniso a Licurgo, re di Tracia, il quale aveva malamente cacciato dal regno il dio e tutto il suo seguito di Baccanti. Dioniso si vendicò facendo perire l’empio sovrano tra atroci sofferenze nel rogo del suo stesso palazzo. Per la composizione dell’opera, Nevio si ispirò a un originale greco, forse alla perduta tetralogia eschilea nota come Lykourgheia.

Il tema bacchico era, dunque, particolarmente attuale a Roma tra la fine del III e gli inizi del II secolo: per la verità, il culto di Dioniso, chiamato a Roma Liber o Bacchus, era stato riconosciuto ufficialmente dalle autorità religiose già da molto tempo (almeno dal 496 circa); eppure, negli ultimi decenni del III secolo si erano diffusi dalla Magna Graecia rituali di tipo orgiastico, che preoccupavano enormemente le autorità civili romane a tal punto che, come attesta una tavola di bronzo rinvenuta presso l’od. Tiriolo (CZ), il 7 ottobre 186 il senatus consultum de Bacchanalibus fu promulgato per “depurare” i sacra dionisiaci di tutti quegli elementi che li avevano resi sovversivi, e ricondurli nell’ordinamento cultuale pubblico. La vicenda è raccontata con dovizia di particolari da Tito Livio (XXXIX 8-19). Per comprendere, dunque, l’ostilità che i Romani provavano per quei cerimoniali tanto oltraggiosi e pericolosi basta citare la drammatica e concitata descrizione delle Baccanti che giungono nel regno di Licurgo: Alte iubatos angues inlaesae gerunt («Portano illese serpi dall’alta cresta», F 18 Traglia); oppure le devastazioni compiute dalle invasate: Liberi sunt: quaqua incedunt omnis aruas opterunt («Sono seguaci di Libero: dovunque passino, calpestano tutti i campi», F 19 Traglia).

Di gran lunga più importante, comunque, sembrerebbe la produzione comica di Nevio, consistente in almeno trentadue fabulae, le cui caratteristiche erano tali da indurre il grammatico Volcacio Sedigito a includere il poeta nel canone dei dieci migliori commediografi latini di tutti i tempi. Tra i titoli di questa produzione, il più noto è Tarentilla (“La ragazza di Taranto”): di quest’opera si ha un frammento assai vivace, il ritratto di una ragazza – forse proprio la protagonista – che fa la civetta (F 63 Traglia):

… quasi pila

in choro ludens datatim dat se[se] et communem facit.

alii adnutat, alii adnictat, alium amat, alium tenet.

alibi manus est occupata, alii peruellit pedem;

anulum dat alii [ex]spectandum, a labris alium inuocat,

cum alio cantat, attamen alii <suo> dat digito litteras.

… come una palla

in cerchio passa dall’uno all’altro ed è di tutti.

Fa un cenno a uno, all’altro strizza l’occhio; a uno fa le moine, ne abbraccia un altro.

Mentre la destra è occupata altrove, da un’altra parte fa piedino;

mostra a questo l’anello, chiama quell’altro sussurrando,

con uno canta, a un altro fa segni con le dita.

L’immagine offerta è quella del personaggio stereotipato della ἑταίρα, che grande fortuna ebbe nella Commedia di Mezzo e nella Nea.

Scena di rapimento erotico. Puteale, marmo pentelico, I-II sec. d.C., dalla Campania.

In un altro frammento (F 62 Traglia), appartenente alla stessa opera, il poeta espone il proprio pensiero sulla libertas attraverso l’intervento iniziale del seruus /prologus, che entra in scena burlandosi del pubblico:

quae ego in theatro hic meis probaui plausibus

ea non audere quemquam regem rumpere:

quanto libertatem hanc hic superat seruitus.

«La legge che io ho fatto valere qui con i miei applausi

nessuno osa infrangere, nemmeno se fosse un re:

quanto qui sulla scena la servitù supera questa vostra libertà!».

Splendidi versi davvero teatrali, tutti giocati sui gesti dell’attore: hic, puntando l’indice verso il palcoscenico; hanc con un grande gesto sfottitore all’indirizzo degli spettatori.

Il poeta e Thalia, la Musa della commedia. Rilievo da un sarcofago a colonna, marmo, II sec. d.C., da Roma, Horti Pompeiani. London, British Museum.

Del resto, il teatro comico di Nevio dovette essere più “impegnato” di quello del secolo successivo. La sua opera, come si è visto, non si risparmiava attacchi personali contro avverse figure politiche, e scandiva a più riprese il suo amore per la libertas (intesa come la greca παρρησία, cioè la libertà di espressione). Questo spirito censorio ben si adatta all’immagine del mordace poeta superbo, esaltatore del proprio ingegno; sarà difficilmente un caso, allora, che molti personaggi delle sue commedie rivendicassero la propria libertà personale, di pensiero e d’azione, come dimostra un allitterante monostico: Libera lingua loquemur ludis Liberalibus («Con libera lingua parleremo ai ludi di Bacco», F 5 Traglia). L’aggressione satirica dell’avversario politico aveva un precedente illustre nella commedia ateniese dei tempi di Aristofane (V sec.), ma non trovava altri continuatori nel teatro comico latino.

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