L’𝐸𝑑𝑖𝑐𝑡𝑢𝑚 𝑑𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑡𝑖𝑖𝑠 𝑟𝑒𝑟𝑢𝑚 𝑣𝑒𝑛𝑎𝑙𝑖𝑢𝑚

Salito al potere nel 284, Diocleziano ereditò un impero economicamente al collasso: nel precedente mezzo secolo di anarchia militare, infatti, il valore nominale delle monete romane aveva subito una costante e progressiva svalutazione a causa della presenza di molteplici candidati alla porpora e altrettanti usurpatori, i quali non avevano esitato a battere nuova moneta per consolidare la propria posizione, corrompendo senatori, funzionari e militari e per farsi propaganda. Di conseguenza, l’eccessivo esubero di moneta in circolazione aveva provocato la riduzione del potere d’acquisto del denaro, a cui parallelamente, si sommavano altri fenomeni perniciosi, come l’aumento dei prezzi, a sua volta prodotto in parte da periodiche carestie e dai conflitti e in parte da una speculazione selvaggia; insomma, si trattava di segnali di quella che gli economisti oggi chiamano inflazione.

C. Aurelio Valerio Diocleziano. Testa, marmo, c. 284-305, da Nicomedia. Istanbul, Museo Archeologico.

Diocleziano, dunque, concepì un progetto di riforma su vasta scala con il quale intese risanare l’economia e le finanze imperiali, revitalizzare il sistema monetario e soprattutto garantire la regolare corresponsione degli stipendia ai quadri amministrativi e militari. L’imperatore, poste fuori corso le emissioni dei predecessori, dal 294 introdusse nuovi tipi monetali e dal 1 settembre 301 attuò una serie di misure volte a rifondare l’apparato monetario, cercando di renderlo nuovamente coerente e affidabile, quale era stato al tempo di Nerone; in altre parole, l’imperatore imperniò il sistema sul rapporto tra l’aureus (5,45 g = 1/60 di libbra) e i nuovi coni: l’argenteus, il cui peso e il valore nominale lo rendevano in tutto e per tutto comparabile al denarius del principato, deteneva un contenuto di metallo prezioso pari a più del 90% e un peso teorico che si aggirava attorno ai 3 g o poco più, equivalenti a 1/96 di libbra – come riportato sui rovesci delle monete (XCVI); il follis (o nummus) era una grossa moneta di bronzo (∅ c. 30 mm), rivestita di una sottile patina d’argento (al 4%), avente un peso compreso tra i 9 e i 13 g (= 1/32 di libbra). Il rapporto di cambio tra queste monete erano i seguenti: per un argenteus ci volevano 8 folles; per un aureus 25 argentei. A causa, però, di un’eccessiva tesaurizzazione da parte della popolazione, queste nuove emissioni ebbero una circolazione di breve durata: entro il 307 scomparvero gradualmente.

C. Aurelio Valerio Diocleziano. Argenteus, Sciscia c. 294. AR 2,879 g. Obversus: Virtus – militum. Porta turrita di un castrum con i tetrarchi intenti a prestare un solenne giuramento.

Oltre alla riforma monetaria, Diocleziano cercò di fissare un tetto massimo, imponendo un calmiere, sui salari, sui prezzi delle merci, sulle prestazioni d’opera e sui servizi in genere. Il provvedimento fu varato attraverso il cosiddetto Edictum de pretiis rerum venalium tra il novembre e il dicembre del 301, sotto il consolato di Tito Flavio Postumio Tiziano e Virio Nepoziano, a nome degli Augusti, Gaio Aurelio Valerio Diocleziano e Marco Aurelio Valerio Massimiano, e i loro Caesares, Flavio Valerio Costanzo Cloro e Galerio Valerio Massimiano. Mentre la politica monetaria, perseguita per abbattere l’inflazione imperante, si limitava a introdurre nuove emissioni in sostituzione di quelle svalutate, per difendere il potere d’acquisto della moneta “buona” i tetrarchi stabilirono una relazione unica tra le singole voci di spesa e il loro valore, fissando un massimale per ogni elemento. I prezzi imposti dal decreto, dunque, furono calcolati in base al valore dell’oro (di cui una libbra corrispondeva a 72.000 denarii) e a quello dell’argento (di cui una libbra valeva 6.000 denarii), metalli il cui rapporto era di 12:1. Onde evitare confusione, è bene specificare che, dopo il crollo della monetazione argentea nel III secolo, il denarius sopravvisse come unità di calcolo nella riforma dioclezianea.

Il testo dell’Editto sui prezzi è noto, seppur in forma incompleta, dalla documentazione epigrafica, che fra Ottocento e Novecento ha restituito all’incirca 150 frammenti delle copie del rescritto, sia in latino sia in greco, provenienti per lo più dalla pars Orientis. Tra i reperti più significativi si possono menzionare, per esempio, il frammento di una stele di marmo proveniente da Platea (Achaia), contenente la copia del preambolo dell’editto (CIL III, p. 1913 = AE 1980, 66) e conservato al Museo Archeologico Nazionale di Atene, e i lacerti di un pannello marmoreo scoperti tra i resti della facciata della basilica civile di Afrodisiade in Caria (CIL III, pp. 2208-2209 = CIL XII 69 = IAphr. 231 = ILS 642).

Calco cartaceo della copia del tariffario dell’Edictum de pretiis (CIL III, p. 1913 = AE 1890, 66 [], []) da Platea (Achaia) [].

La denominazione di edictum fu ricavata dal Mommsen (1850) dalla presenza del verbo tecnico dicunt nell’esordio (praef. 4); tuttavia, nello stesso testo si fa riferimento al dispositivo anche nei termini di lex (ibid. 15) e statutum (15; 18-20). A ogni modo, si tratta di un documento complesso e per meglio comprenderlo è opportuno leggerne un passo della lunga premessa (ibid. 15), nella quale si dichiarano le ragioni e gli scopi del provvedimento:

his omnibus, quae supra conprehensa sunt, iuste ac merito | permoti, cum iam ipsa humanitas deprecari videretur, non pretia venalia rerum – neque enim fieri id iustum putatur, cum | plurimae interdum provinciae felicitate optatae vilitatis et velut quodam afluentiae privilegio glorientur – sed modum statuen|dum esse censuimus, ut, cum vis aliqua caritatis emergeretquod dii omen averterint! – avaritia, quae velut campis quadam immensitate diffusis teneri non poter‹at›, statuti nostri finibus vel moderaturae legis terminis stringeretur.

“A buon diritto, spinti da queste motivazioni, che sopra sono state passate in rassegna, siccome l’umanità stessa sembrava chiederlo con insistenza, abbiamo deciso di fissare non i prezzi delle merci in vendita – infatti, ciò non può avvenire nel modo giusto, poiché parecchie province di solito si vantano della felicità dei desiderati prezzi bassi e, per così dire, di un certo privilegio di abbondanza – bensì un loro tetto massimo, in modo tale che, nel caso in cui dovesse capitare una qualche carestia – che gli dèi allontanino un simile presagio! – l’avidità, la cui diffusione non poteva essere frenata, sarà costretta entro i limiti della nostra normativa e nei termini consentiti dalla legge”.

Scena di pagamento delle imposte. Rilievo, calcare, fine II secolo, da Neumagen. Trier, Rheinisches Landesmuseum.

Il passo mostra chiaramente la distanza ideologica del pensiero economico antico dalla moderna dottrina: l’aumento incontrollato dei prezzi e l’inflazione galoppante erano attribuiti all’avaritia di mercatores e negotiatores, che non si erano fatti scrupolo a speculare sul costo delle merci, arrivando persino a ottuplicarne il valore di mercato; non si tenevano in conto altre concause, come guerre, carestie ed epidemie, ma si addossava interamente la responsabilità della situazione al comportamento sconsiderato di una particolare categoria economico-sociale, che nel mercato aveva parte attiva. Insomma, le ragioni dell’intervento pianificato degli imperatori sembra più morale che altro. Di contro, infatti, si presumeva che in condizioni ordinarie la sovrabbondanza e il benessere procurassero non solo la felicità della popolazione ma anche la riduzione dei costi.

Allo stato attuale, è difficile formulare una valutazione complessiva di questo provvedimento, ma è comunque interessante osservare gli indicatori numerici dei prezzi calmierati, raccolti in sessantanove categorie (più un’appendice) a comporre un vero e proprio tariffario – una testimonianza utile a ricostruire il quadro economico e sociale del tempo. Vale dunque la pena di fare qualche esempio, cominciando dalle professioni (VII de mercedibus operariorum): si stabilì che un bracciante agricolo potesse ricevere fino a 25 denarii al giorno, che i lavoratori impegnati nell’artigianato (lapidarii, fabri, calcis coctores, ecc.) potessero ottenere una paga massima di 50 denarii. Secondo le disposizioni imperiali, gli oratori sive sophistae potevano incassare fino a 250 denarii al mese per ogni studente al loro seguito, mentre più contenuto era l’onorario dei grammatici (200 denarii) e dei pedagogi (50 denarii). Un avvocato, a seconda del servizio fornito ai clienti, poteva godere di una parcella fino a 250 denarii per tenere un’accusa (in postulatione) oppure fino a 1000 denarii per sostenere una difesa (in cognitione).

Frammenti di lastra marmorea iscritta (IAphr. 231) con le tariffe sui trasporti dell’Edictum de pretiis (301) da Afrodisiade (Caria). Aphrodisias Museum.

Quanto ai beni, ecco il costo massimo di alcuni generi alimentari: una libbra italica (circa poco più di 300 g) di carne di maiale ammontava fino a 12 denarii, una libbra di carne bovina valeva al massimo 8 denarii e un paio di polli era venduto a 60 denarii complessivi. Vari, a seconda della qualità e della specie, i prezzi del pesce e della verdura, come pure quelli del vino: per esempio, un sestario (circa 0,5 l) di ottimo Falerno era ceduto a 30 denarii, più del triplo del valore del comune vino da tavola (vinum rusticum). Insomma, mezzo litro di vino di qualità valeva più della paga giornaliera di un operaio agricolo.

Che l’editto non abbia conseguito i risultati auspicati è noto, dato che le sue disposizioni furono spesso ampiamente aggirate, incrementando il mercato nero. A dimostrare comunque l’importanza della prescrizione era la pesantissima sanzione prevista per i trasgressori: in caso di sovrapprezzo, contrattazioni non autorizzate o altri comportamenti illeciti, i contravventori erano puniti con la pena capitale. Nonostante le numerose condanne comminate e l’eccessivo rigore dei giudici, le merci calmierate sparirono rapidamente dal mercato, l’inflazione riprese la sua corsa e molti prodotti si vendettero sotto banco a prezzi ancora più alti, dato che i commercianti più coraggiosi si facevano pagare una sorta di indennizzo per i rischi corsi.

Un macellaio (Tib. Giulio Vitale) e il suo servo (Marco). Rilievo sepolcrale con iscrizione (CIL VI 9501), marmo, c. metà del II secolo. Roma, Villa Albani.

A proposito degli effetti negativi delle misure dioclezianee parla Lattanzio nel suo De mortibus persecutorum, la fonte più polemica nei confronti della persona e dell’operato dell’imperatore. Nonostante la tradizione storiografica ricordi Diocleziano come un grande riformatore e restauratore, pur con tutti gli errori, i fallimenti e le contraddizioni, l’apologeta lo presenta non solo come un empio e sanguinario persecutore di cristiani ma anche come un uomo debole, pieno di vizi e pessimo governante; ne denuncia il malgoverno, a causa del quale trionfano illegalità, prepotenza e arbitrio, e lo accusa di essere responsabile perfino della crisi economica del cinquantennio precedente. Quanto all’Editto sui prezzi, il prosatore cristiano rinfaccia all’imperatore gli effetti e le modalità di attuazione (Lactant. De mort. pers. 7, 6-7):

idem cum variis iniquitatibus immensam faceret caritatem, legem pretiis rerum venalium statuere conatus est; tunc ob exigua et vilia multus sanguis effusus, nec venale quicquam metu apparebat, et caritas multo deterius, donec lex necessitate ipsa post multorum exitium solveretur.

“E siccome le sue malefatte avevano prodotto un’enorme inflazione, egli cercò di fissare per legge i prezzi delle merci; al che avvenne che per cose insignificanti e senza valore il sangue scorresse a fiumi, il timore faceva sparire tutte le merci e l’inflazione subì una forte impennata, finché la legge per forza di cose non decadde, non prima di aver provocato la morte di tante persone”.

Come gli interventi in ambito monetario, dunque, anche l’Edictum de pretiis alla lunga si rivelò un fallimento: la crescita del mercato nero assunse forme così vistose e il meccanismo sanzionatorio divenne tanto insostenibile da costringere le autorità imperiali ad abrogare il provvedimento e ritornare al mercato libero.

I quattro tetrarchi con le loro famiglie. Bassorilievo su fregio, marmo, inizi IV secolo. Salonicco, Arco di Trionfo di Galerio.

***

Riferimenti bibliografici:

R. Allen, How prosperous were the Romans? The Evidence of Diocletian’s Price Edict (AD 301), in A.K. Bowman, A. I. Wilson (eds.), Quantifying the Roman Economy: Methods and Problems, Oxford 2009, 327-345.

R. Alston, Roman Military Pay from Caesar to Diocletian, JRS 84 (1994), 113-123.

P. Arnaud, Diocletian’s Prices Edict: the Price of Seaborne Transport and the Average Duration of Maritime Travel, JRA 20 (2007), 321-336.

―, L’Afrique dans le chapitre XXXV de l’Edit du Maximum de Dioclétien, in J.M. Candau Morón, F.J. González Ponce, A.L. Chávez Reino (eds.), Libyae Lustrare Extrema: Realidad y literatura en la visión grecorromana de África. Homenaje al Prof. Jehan Desanges, Sevilla 2008, 127-144.

T.D. Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine, Cambridge MA-London 1982.

H. Blümner, s.v. Edictum Diocletiani, RE V, 2 (1905), 1948-1957.

H. Böhnke, Ist Diocletians Geldpolitik gescheitert?, ZPE 100 (1994), 473-483.

A.K. Bowman, A. Cameron, P. Garnsey (eds.), The Cambridge Ancient History, Vol. 12: The Crisis of Empire, AD 193-337, Cambridge 2005.

H. Brandt, Geschichte der römischen Kaiserzeit : von Diokletian und Konstantin bis zum Ende der Konstantinischen Dynastie (284-363), Berlin 2014.

J.-P. Callu, La politique monétaire des empereurs romains de 238 à 311, Paris 1969.

G. Caputo, R. Goodchild, I.A. Richmond, Diocletian’s Price-Edict at Ptolemais (Cyrenaica), JRS 45 (1955), 106-115.

F. Carlà, Il sistema monetario in età tardoantica: spunti per una revisione, AIIN 53 (2007), 155-218.

―, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, Torino 2009.

M. Cassia, Διχθᾶς nell’Edictum de pretiis dioclezianeo: un’ipotesi interpretativa, Hormos 12 (2020), 176-195.

J. Chameroy, Réformes monétaires tardo-romaines à la lumière des dépôts enfouis en Gaule (c. 274-c. 310), in Id., P.-M. Guihard (eds.), Produktion und Recyceln von Münzen in der Spätantike, Mainz 2016, 47-68.

A. Chaniotis, G. Preuss, Neue Fragmente des Preisedikts von Diokletian und weitere lateinische Inschriften aus Kreta, ZPE 80 (1990), 189-202.

―, T. Fujii, A New Fragment of Diocletian’s Currency Regulation from Aphrodisias, JRS 105 (2015), 227-233.

L. Chioffi, Caro: il mercato della carne nell’Occidente romano, Roma 1999.

L.H. Cope, Diocletian’s Price Edict and Second Coinage Reform in the Light of Recent Discoveries, NC 137 (1977), 220-226.

S. Corcoran, Diocletian, in A Barrett. (ed.), Lives of the Caesars, Malden-Oxford 2008, 228-254.

―, s.v. Edict on prices, Diocletian’s, in R.S. Bagnall, K. Brodersen, C.B. Champion, A. Erskine, S.R. Huebner (eds.), The Encyclopedia of Ancient History, Chichester 2013, 2312-2313.

―, The Empire of the Tetrarchs: Imperial Pronouncements and Government, AD 284-324, Oxford 1996.

―, The Heading of Diocletian’s Prices Edict at Stratonicea, ZPE 166 (2008), 295-302.

M.H. Crawford, J.M. Reynolds, The Aezani Copy of the Prices Edict, ZPE 34 (1979), 163-210.

―, ―, The Publication of the Prices Edict. A New Inscription from Aezani, JRS 65 (1975), 160-163.

―, Discovery, Autopsy, and Progress: Diocletian’s Jigsaw Puzzles, in T.P. Wiseman (ed.), Classics in Progress: Essays on Ancient Greece and Rome, London 2002, 145-163.

E. Culasso Gastaldi, A. Themos, Nuovi frammenti dell’Edictum Diocletiani: i testi di Lemnos e di Sparta a confronto, AnnSAIA 95 (2017), 371-382.

A. Demandt, Die Spätantike römische Geschichte von Diocletian bis Justinian, 284-565 n. Chr., München 2007.

G. Depeyrot, Le système monétaire de Dioclétien à la fin de l’Empire, RBN 138 (1992), 33-106.

E.J. Doyle, Two New Fragments of the Edict of Diocletian on Maximum Prices, Hesperia 45 (1976), 77-97.

R.P. Duncan-Jones, Pay and Numbers in Diocletian’s Army, Chiron 8 (1978), 541-560.

K.T. Erim, J.M. Reynolds, J.P. Wild, M.H. Ballance, The Copy of Diocletian’s Edict on Maximum Prices from Aphrodisias in Caria, JRS 60 (1970), 120-141.

―, ―, The Aphrodisias Copy of Diocletian’s Edict on Maximum Prices, JRS 63 (1973), 99-110.

P. Flemestad, M. Harlow, B. Hildebrandt, M.L.B. Nosch, Observations on the Terminology of Textile Tools in the Edictum Diocletiani on Maximum Prices, in M.L.B. Nosch, S. Gaspa, C. Michel (eds.), Textile Terminologies from Orient to the Mediterranean and Europe, 1000 BC to 1000 AD, Lincoln 2017, 256-277.

T. Frank, An Economic History of Rome, Kitchener 2004.

Giacchero M. (ed.), Edictum Diocletiani et collegarum de pretiis rerum venalium, 2 voll., Genova 1974.

―, Il valore delle monete dioclezianee dopo la riforma del 301 e i prezzi dell’oro e dell’argento nei nuovi frammenti di Aezani dell’edictum de pretiis, RIN 22 (1974), 145-154.

E.R. Graser, The Edict of Diocletian on Maximum Prices, in T. Frank (ed.), Economic Survey of Ancient Rome, vol. 5, Baltimore 1940, 305-421.

―, The Significance of the Two New Fragments of the Edict of Diocletian, TAPhA 71 (1940), 157-174.

M.J. Groen-Vallinga, L.E. Tacoma, The Value of Labour. Diocletian’s Price Edict, K. Verboven, C. Laes (eds.), Work, Labour, and Professions in the Roman World, Leiden 2017, 104-132.

K.W. Harl, Marks of Value on Tetrarchic Nummi and Diocletian’s Monetary Policy, Phoenix 39 (1985), 263-270.

―, Roman Economy, 300 B.C. to A.D. 700, Baltimore-London 1996.

M. Hendy, Mint and Fiscal Administration under Diocletian, His Colleagues, and His Successors A.D. 305-24, JRS 62 (1972), 75-82.

D. Hollard, La crise de la monnaie dans l’Empire romain au 3e siècle après J.-C. Synthése des recherches et résultats nouveaux, Annales 50 (1995), 1045-1078.

J. Jahn, Zur Geld- und Wirtschaftspolitik Diokletians, JNG 25 (1975), 91-105.

A. Jelocnik, The Sisak Hoard of Argentei of the Early Tetrarchy, Ljubljana 1961.

R.G. Kent, The Edict of Diocletian Fixing Maximum Prices, UPLR 69 (1920), 35-47.

F. Kolb, Diocletian und die Erste Tetrarchie, Berlin 1987.

A. Kropff, Diocletian’s Currency System after 1 September 301: an Inquiry into Values, RBN 163 (2017), 167-188.

E. Kurzke, Das Preisedikt des Diokletian: Ein Spiegel für soziale Strukturen im römischen Reich?, Hausarbeit 2007.

G. Leiner, W. Leiner, Kleinmünzen und ihre Werte nach dem Preisedikt Diokletians, Historia 29 (1980), 219-241.

S. Lauffer, Diokletians Preisedikt: Texte und Kommentare, Berlin 1971.

W. Loring, A New Portion of the Edict of Diocletian from Megalopolis, JHS 11 (1890), 299-342.

I. Lukanc, Diokletianus: der römische Kaiser aus Dalmatien, Wettern 1991.

R. MacMullen, Diocletian’s Edict and the «castrensis modius», Aegyptus 41 (1961), 3-5.

I.W. Macpherson, A Synnadic Copy of the Edict of Diocletian, JRS 42 (1952), 72-75.

A. Marcone, Il mondo tardo antico: antologia delle fonti, Roma 2000.

H. Michell, The Edict of Diocletian: a Study of Price Fixing in the Roman Empire, CJEPS 13 (1947), 1-12.

T. Mommsen, Das Edict Diocletians de pretiis rerum venalium vom J. 301, Leipzig 1850.

―, The Plataian Fragment of the Edict of Diocletian, AJA 7 (1891), 54-64.

―, H. Blümner (eds.), Der Maximaltarif des Diokletian, Berlin 1893 (rist. 1958).

H.C. Montgomery, Diocletian’s Ceiling Prices, CO 21 (1944), 45-46.

F. Morelli, Tessuti e indumenti nel contesto economico tardoantico: i prezzi, AnTard 12 (2004), 55-78.

K.L. Noethlichs, Spätantike Wirtschaftspolitik und «adaeratio», Historia 34 (1985), 102-116.

J.H. Oliver, The Governor’s Edict at Aezani after the Edict of Prices, AJPh 97 (1976), 174-175.

A. Polichetti, Costo del lavoro e potere d’acquisto nell’editto dei prezzi, in L. De Blois, J. Rich (eds.), The Transformation of Economic Life under the Roman Empire, Amsterdam 2002, 218-231.

M. Prantl, Diocletian’s Edict on Maximum Prices of 301 AD: a Fragment Found in Aigeira, HistScrib 3 (2011), 359-398.

L. Radulova, Osservazioni sulla pubblicazione dell’Edictum de pretiis rerum venalium ad Odessos, Orpheus 23-24 (2016-2017), 93-102.

J.M. Reynolds, The Aphrodisias Copy of Diocletian’s Edict on Maximum Prices, ZPE 33 (1979), 46.

―, Diocletian’s Edict on Maximum Prices: the Chapter on Wool, ZPE 42 (1981), 283-284.

―, Imperial Regulations, in C. Roueché (ed.), Aphrodisias in Late Antiquity: The Late Roman and Byzantine Inscriptions Including Texts from the Excavations at Aphrodisias Conducted by Kenan T. Erim, London 1989, 252-318.

J.C. Rolfe, F.B. Tarbell, Discoveries at Plataia in 1889. I. A New Fragment of the Preamble to Diocletian’s Edict, “De Pretiis Rerum Venalium”, AJA 5 (1889), 428-439.

B. Salway, «Mancipium rusticum sive urbanum»: the Slave Chapter of Diocletian’s Edict on Maximum Prices, in U. Roth (ed.), By the Sweat of Your Brow: Roman Slavery in Its Socio-Economic Setting, London 2010, 1-20.

M.A. Speidel, Wirtschaft und Moral im Urteil Diokletians: Zu den kaiserlichen Argumenten für Höchstpreise, Historia 58 (2009), 486-505.

M. Spinelli (ed.), Lattanzio. Come muoiono i persecutori, Roma 2005.

K. Strobel, Anmerkungen zum Währungsedikt Diocletians vom 1.9.301 n. Chr. aus Aphrodisias, Philia 2 (2016), 816-827.

A. Wassink, Inflation and Financial Policy under the Roman Empire to the Price Edict of 301 A.D., Historia 40 (1991), 465-493.

L.C. West, Notes on Diocletian’s Edict, CPh 34 (1939), 239-245.

D. Whitehouse, Glass in the Price Edict of Diocletian, JGlassS 46 (2004), 189-191.

J.P. Wild, The Edict of Diocletian, Aria and Cashmere, Saitabi 64-65 (2014-2015), 11-23.

S. Williams, Diocletian and the Roman Recovery, London-New York 2000.

R. Wolters, Nummi Signati: Untersuchungen zur römischen Münzprägung und Geldwirtschaft, München 1999.

Il Laterculus Veronensis (o Registro di Verona)

Il manoscritto II (2), della Biblioteca Capitolare di Verona, databile alla prima metà del VII secolo, conserva ai ff. 225r, l. 14-226r, l. 19 una lista delle province romane risalente all’epoca di Diocleziano e Costantino. L’elenco contiene centouno province organizzate secondo il sistema delle dioeceseis (διοίκησεις) introdotto da Diocleziano alla fine del III secolo: il documento riporta sei diocesi orientali (Oriens, Pontica, Asiana, Thracia, Moesiae, Pannoniae) e sei diocesi occidentali (Britanniae, Galliae, Viennensis, Italiciana, Hispaniae, Africa). Nella parte conclusiva di questa lista, sono riportati i nomi delle gentes barbarae sottomesse all’Impero e quelli delle città sorte oltre il Reno.

Mappa dell’Impero romano durante la prima Tetrarchia di Diocleziano (284-305 d.C.).

Pubblicato per la prima volta da Scipione Maffei nel 1742 e, dopo un lungo periodo di silenzio, riscoperto da Theodor Mommsen nel 1862 ed edito con il titolo di Verzeichniss der römischen Provinzen aufgesetzt um 297, da allora il documento, convenzionalmente noto come Laterculus Veronensis (o Registro di Verona), fu oggetto di aspri dibattiti. A proposito della cronologia della compilazione, il Mommsen sosteneva che la lista fosse databile attorno al 297, ma le scoperte epigrafiche e papirologiche del XX secolo smentirono ben presto questa ipotesi. La vexata quaestio si appuntò quasi fin da subito intorno a due poli: da una parte, coloro che, con il Mommsen, ribadivano la tesi dell’omogeneità integrale del documento l’hanno variamente datato chi intorno al 305 (Costa 1912, 1834; Nesselhauf 1938, n. 2, 8-9; Stein 1959, 437), chi tra il 304 e il 314 (Keyes 1916, 196 ss.), chi ancora tra il 308 e il 315 (Bury 1923, 127 ss.), oppure tra il 312 e il 320 (Jones 1954, 21-29) o tra il 312 e il 314 (Kolbe 1962, 65 ss.) o ancora più precisamente verso il 314 (Jones 1964, 381-391); altri interpreti, invece, hanno compulsato del tutto questa tesi, attribuendo la caratteristica dell’omogeneità agli elenchi delle due partes imperii: secondo tale ricostruzione, la configurazione amministrativa delle province occidentali andrebbe datata agli anni 303-306, mentre quella delle province orientali agli anni 312-324 (Mispoulet 1906, 254 ss.; Schwartz 1937, 79 ss.; Chastagnol 1960, 3-4).

Verona, Biblioteca Capitolare. MS II (2), prima metà VII secolo, f. 225r-226r. Laterculus Veronensis – Lista delle province raggruppate in diocesi [ed. dipl. di BARNES 1982, 201-208].

In realtà, la congettura della presunta omogeneità del Registro è sempre stata molto fragile, anche perché costringerebbe a collocare il testimone in un arco di tempo davvero circoscritto. Da un lato, mentre ancora esistevano due Numidiae distinte nella primavera del 314 (Cirtensis e Militiana), quando Costantino convocò il Concilio di Arelate (od. Arles) per il 1° agosto (Optat. App. 3, 205, 33/34 Ziwsa), e le due province sarebbero state riunificate entro la fine di quell’estate (CIL VIII 18905), dall’altro i papiri contemporanei non menziona alcun governatore per l’Aegyptus Herculia (P. Cairo Isid. 73-74; cfr. Boak, Youtie 1960, 285-286; de Salvo 1964, 34 ss.), mentre il Laterculus di Verona raggruppa sotto la diocesi d’Oriente le due suddivisioni egizie della Iovia (che comprendeva il Basso Egitto e i dintorni di Alessandria) e dell’Herculea (cioè la regione a est del Delta del Nilo, con capitale Pelusium), entrambe create sotto Diocleziano. Secondo Timothy D. Barnes (1982, 204-205), sebbene il registro veronese possa apparire un documento omogeneo circa gli ultimi mesi del 314, prove più precise sulla riunificazione delle Numidiae e sulla divisione dell’Aegyptus potrebbero facilmente smentire questo assunto.

C. Aurelio Valerio Diocleziano. Follis, Nicomedia c. 294-295. Æ 9,62 g. Recto: Imp(erator) C(aesar) C(aius) Val(erius) Diocletianus P(ius) F(elix) Aug(ustus). Testa barbata e laureata dell’imperatore, voltata a destra.

Anche l’opinione che le due partes registrate siano omogenee, pur con cronologie differenti, per la quale ogni elenco delle diocesi dovrebbe presentare una certa coerenza interna, risulta decisamente smentita proprio dal caso della dioecesis Orientis: Barnes ha osservato che l’elenco veronese menziona due province chiamate Arabia (Arabia, item Arabia), seguite appunto dall’Aegyptus Iovia e dall’Aegyptus Herculea (in seguito chiamata Augustamnica). In particolare, la regione meridionale della provincia arabica di fondazione traianea era stata accorpata da quella di Palaestina già prima del 314 (Brümnow, von Domaszewski 1909): Eusebio di Cesarea nel suo De martyribus Palaestinae, infatti, riferisce che nel 307 il governatore locale aveva condannato dei cristiani ai lavori forzati nelle miniere di rame di Fenò in Palestina (Euseb. De mart. Pal. VII 2). Ora, se Fenò (od. Khirbet-Fenan) faceva parte della Palaestina nel 307 (o ancora nel 311, quando l’autore compose il suo libello), allora – secondo Barnes (1975, 277-278) – una delle due province arabiche menzionate dal Laterculus doveva essere stata soppressa ancor prima dell’istituzione dell’Aegyptus Herculea; da ciò consegue che il Registro di Verona non è assolutamente omogeneo né nella sua interezza né nelle sue singole parti.

Funzionari romani in Egitto, III secolo. Illustr. di G. Sumner.

In altre parole, lo storico britannico identifica l’Arabia Nova con l’Aegyptus Herculea, ma l’equazione proposta non trova conferma nei papiri coevi: l’argomentazione di Barnes, secondo cui all’interno della presunte provincia sarebbe esistito un νόμος Ἀραβικός (corrispondente al Delta orientale), non è convincente a causa della moltitudine di toponimi di questo genere in tutto l’Egitto. Lo studioso menziona un papiro, all’epoca ancora inedito, attestante la presenza tra il 314 e il 318 di una circoscrizione detta Νέα Ἀραβεία (Arabia Nova), e suppone che una città, Ἐλευθεροπόλις, si trovasse nei pressi dell’Herculea (inv. P. Oxy. 29 4B.48/G [6-7]a). John R. Rea (1983, 183-186), invece, ha respinto l’interpretazione di Barnes, pubblicando il papiro come P. Oxy. 50, 3574: egli, a ragione, ha osservato che esiste un’unica città chiamata Eleuteropoli (in Palaestina) e che ciò sarebbe confermato dal nome semitico del firmatario, Αὐρ(ήλιος) Μάλχος (Aurelio Malco), figlio di Gionata, che presentò la sua petizione al praeses Herculiae; conferme sulle relazioni tra questa città e Ossirinco si trovano anche altrove (P. Oxy. 14, 1722). Insomma, Rea sostiene che all’epoca in cui fu redatto il Laterculus Veronensis esistevano effettivamente due Arabiae: l’una (comprendente Eleuteropoli) era l’Arabia Nova, con capitale Petra, mentre l’altra, forse denominata Arabia Vetus, aveva come centro amministrativo la città di Bostra. Questa ricostruzione è abbastanza convincente, soprattutto perché non implica la costruzione congetturale di altre entità territoriali, come una presunta Eleuteropoli da qualche parte sul Delta del Nilo. In seguito, Barnes (1996) ha ritrattato la sua posizione, collocando la redazione del documento nel 314.

Seguendo un ordine geografico approssimativo, il Registro di Verona prosegue con un elenco delle varie gentes barbarae che si trovavano lungo i confini dell’Impero partendo da ovest, con gli Scoti (gli Irlandesi), e terminando a est sulle coste occidentali del mar Nero con i Persae. Le etnie note ai funzionari e ai militari romani dell’epoca costantiniana erano le seguenti:

Scoti. Picti. Caledonii. Rugii. Herulii. Saxones. Camari. Crinsiani. Ampsivarii. Angrivarii. Flevi. Bructer. Chatti. Burgundiones. Alamanni. Suebi. Franci. Chattuarii. Iuthungi. Armilausini. Marcomanni. Quadi. Taifali. Hermonduri. Vandali. Sarmatae. Sciri. Carpi. Scythae. Gothi. Indii. Armeni. Palmyreni. Mosoritae. Theui. Isauri. Phryges. Persae.

L’elenco continua menzionando le genti quae in Mauretania sunt e si conclude con gli abitati sorti trans Rhenum fluvium. Il registro di per sé fa capire i problemi incontrati dalle autorità imperiali, le quali dovevano cercare di raccogliere informazioni di carattere militare e civile su tutte queste popolazioni (peraltro molto variegate linguisticamente e culturalmente) e seguire la complessa politica interna ed estera di ognuna di esse così da essere pronte a fronteggiare qualunque minaccia imminente. Senza contare che queste erano soltanto le stirpi più vicine alle frontiere.

***

Riferimenti bibliografici:

R.S. Bagnall, Egypt in Late Antiquity, Princeton 1996.

T.D. Barnes, The Unity of the Verona List, ZPE 16 (1975), 275-278.

― , The New Empire of Diocletian and Constantine, Cambridge MA-London 1982.

― , Emperors, Panegyrics, Prefects, Provinces and Palaces (284-317), JRA 9 (1996), 548-550.

A.E.R. Boak, H.C. Youtie, The Archive of Aurelius Isidorus, Ann Arbor 1960.

G.W. Bowersock, Naming a Province: More on New Arabia, ZPE 56 (1984), 221-222.

A.K. Bowman, H.M. Cokle et alii (eds.), The Oxyrhynchus Papyri 50, London 1983 (J.R. Rea, 183-186).

J.B. Bury, The Provincial List of Verona, JRS 13 (1923), 127-151.

L. Cantarelli, La diocesi Italiciana da Diocleziano alla fine dell’Impero occidentale, Roma 1964.

T. Carboni, L’impatto della Tetrarchia nelle province africane: il suo riflesso nei monumenti epigrafici, in W. Eck, S. Puliatti (eds.), Diocleziano: la frontiera giuridica dell’impero, Pavia 2018, 153-177.

A. Chastagnol, La Préfecture urbaine à Rome sous le Bas-Empire, Roma 1960.

G. Costa, s.v. Diocletianus, DEAR 2 (1912), 1792-1908.

L. de Salvo, La data d’istituzione delle province d’Aegyptus Iovia e d’Aegyptus Herculia, Aegyptus 44 (1964), 34-46.

L. Di Segni, Changing Borders in the Provinces of Palaestina and Arabia in the Fourth and Fifth Centuries, LiberAnnu 68 (2018), 247-267.

W. Eck, Die Neuorganisation der Provinzen und Italiens unter Diokletian, in Id., S. Puliatti (eds.), Diocleziano: la frontiera giuridica dell’impero, Pavia 2018, 111-151.

A. Gkoutzioukostas, The Reforms of Constantine the Great in the Provincial Administration: A Critical Approach to the Conclusion of Modern Research, Βυζαντινά 34 (2015-2016), 93-110.

R. Hanslik, s.v. Laterculus Veronensis, DKP 3 (1979), 506.

U. Hartmann, Die literarischen Quellen, in K.-P. Johne (ed.), Die Zeit der Soldatenkaiser: Krise und Transformation des römischen Reiches im 3. Jahrhundert n. Chr. (235-284), Berlin 2008, 19-44.

M. Hendy, Mint and Fiscal Administration under Diocletian, His Colleagues, and His Successors A.D. 305-24, JRS 62 (1972), 75-82.

A.H.M. Jones, The Date and Value of the Verona List, JRS 44 (1954), 21-29 = in The Roman Economy: Studies in Ancient Economic and Administrative History, Oxford 1974, 263-279.

― , The Later Roman Empire, 284-602: A Social, Economic and Administrative Survey, III, Oxford 1964.

C.W. Keyes, The Date fo the Laterculus Veronensis, CPh 11 (1916), 196-201.

R. Klein, s.v. Laterculus Veronensis, LMA 5 (1999), 1745-1746.

H.-G. Kolbe, Die Statthalter Numidiens von Gallien bis Konstantin (268-320), München 1962.

Ph. Mayerson, P. Oxy. 3574: Eleutheropolis of the New Arabia, ZPE 53 (1983), 251-258.

― , Nea Arabia (P. Oxy. 3574): An Addendum to ZPE 53, ZPE 64 (1986), 139-140.

J.-B. Mispoulet, Diocèses et ateliers monétaires de l’Empire romaine sous le règne de Dioclétien, CRAI (1906), 254-266.

Th. Mommsen, Verzeichniss der römischen Provinzen aufgesetzt um 297, Berlin 1862, 489-518 = Gesammelte Schriften, 5, Berlin 1908, 561-588.

H. Nesselhauf, Die spätrömische Verwaltung der gallisch-germanischen Länder, Berlin 1938.

A. Riese (ed.), Geographi Latini minores, Heilbronn 1878.

O. Seeck (ed.), Notitia dignitatum: accendunt Notitia urbis Constantinopolitanae et laterculi provinciarum, Berlin 1876.

E. Schwartz, Über die Bischofslisten der Synoden von Chalkedon, Nicaea und Konstantinopel, München 1937.

L. Smorczewski, Some Remarks on the Chronology of Laterculus Veronensis: A Special Case of the Diocese of Pontus, PontCauc 2 (2021), 389-402.

E. Stein, Histoire du Bas-Empire, trad. fr. J.-R. Palanque, 1, Paris-Bruges 1959.

W.D. Ward, «In the Province Recently Called Palestine Salutaris»: Provincial Changes in Palestine and Arabia in the Late Third and Fourth Centuries C.E., ZPE 181 (2012), 289-302.

J. Wilkes, Changes in Roman Provincial Organization, A.D. 193-337, in A.K. Bowman, P. Garnsey, A. Cameron (eds.), The Cambridge Ancient History. XII – The Crisis of Empire, A.D. 193-337, Cambridge 2008, 706-707.

La raccolta dei “Panegirici Latini”

di D. Lassandro, G. Micunco (eds.), Panegirici Latini, Torino 2000, introduzione, 9-41.

1. I Panegirici Latini

Tra la fine del III e la fine del IV secolo d.C. (dal 289 al 389), nell’ambito della molteplice e vasta letteratura latina tardoantica, si collocano undici discorsi di elogio e di ringraziamento per alcuni imperatori romani[1], che furono grandi protagonisti di un’epoca densa di trasformazioni politiche, sociali, economiche e religiose: Massimiano, che, con il titolo di Augustus, fu al vertice dell’Impero dal 286 al 305 (insieme al fondatore e capo della «tetrarchia» Diocleziano) e poi ancora nel 307-308 (insieme a Costantino, suo genero); Costanzo Cloro, che, con il titolo di Caesar, operò soprattutto in Britannia, ove morì nel 306; il figlio di quest’ultimo, Costantino il Grande, proclamato Augustus dalle truppe alla morte del padre, che fu imperatore dal 312 al 337 ed è passato alla storia per la sua conversione al Cristianesimo; il nipote di Costantino, l’Augustus Giuliano (detto poi l’Apostata per aver egli abbandonato la religione cristiana della sua famiglia), che regnò brevemente dal 361 al 363; Teodosio il Grande, infine, l’ultimo sovrano dell’Impero romano unitario, che regnò dal 379 al 395.

Tali discorsi — tramandati con il titolo di Panegirici Latini[2]— furono tenuti in pubblico in circostanze ufficiali e solenni, e spesso alla presenza degli stessi imperatori, di cui venivano celebrate le gesta. Gli autori, tutti di origine gallica e provenienti dalle città di Treviri, Autun e Bordeaux, sedi di rinomate scuole, pronunciarono i loro discorsi — per la maggior parte (sette) proprio a Treviri, una delle abituali residenze imperiali dell’epoca, ma anche ad Autun (uno), a Roma (due) e a Costantinopoli (uno) — esprimendo in una prosa classica e solenne, di chiara impronta ciceroniana, non solo il loro pensiero riconoscente e devoto nei confronti del princeps, ma anche la mentalità dell’establishment politico-burocratico della Gallia tardoantica, cui essi, professori di retorica e funzionari dell’amministrazione, appartenevano.

Fu probabilmente l’ultimo dei panegiristi, Latino Pacato Drepanio, a mettere insieme in un’unica silloge i panegirici a noi pervenuti, che ovviamente non furono i soli discorsi di tal genere a essere scritti e pronunciati in quel secolo, ma che, a differenza di tutti gli altri, ebbero la ventura di essere tramandati, proprio grazie al loro essere raccolti in un’antologia, che forse era di natura scolastica. Non è poi difficile ipotizzare che Pacato abbia collocato al primo posto della silloge — raggiungendo così il canonico numero di dodici — un testo a suo giudizio paradigmatico, quale la gratiarum actio di Plinio il Giovane a Traiano del 100 (orazione che, anche se cronologicamente e tematicamente distante dalle altre, poteva ben essere assunta come modello latino del genere encomiastico), e poi, partendo da sé e risalendo nel tempo, abbia inserito al secondo posto il panegirico da lui stesso pronunciato per Teodosio (389) e, di seguito, quelli di Claudio Mamertino per Giuliano (362) e di Nazario per Costantino (321); a questi quattro discorsi abbastanza lunghi (rispettivamente di 94, 47, 32 e 38 capitoli) Pacato stesso — o un altro ordinatore? — avrebbe aggiunto altri otto discorsi, più brevi (mediamente di 20 capitoli), in onore di Massimiano (due: quelli del 289 e del 291), Costanzo Cloro (due: quelli del 297 e del 298) e Costantino il Grande (quattro: quelli del 307, 310, 312 e 313), continuando a disporli, ma non sempre rigorosamente, in ordine cronologico inverso (dal 313 al 289)[3].

Giovane magistrato romano. Statua, marmo, fine IV secolo, dal ninfeo degli Horti Liciniani. Roma, Centrale Montemartini.

2. Gli autori e i contenuti

Dei panegiristi conosciamo, perché essi stessi talvolta ne parlano, la provenienza geografica — le città di Augustodunum (Autun) nella Gallia Lugdunensis, Augusta Treverorum (Treviri) nella Belgica, Burdigala (Bordeaux) nell’Aquitania — la formazione culturale (avvenuta nelle scuole di quelle città), le carriere politiche e amministrative e — di alcuni — anche il nome: Mamertino, Eumenio, Nazario, Claudio Mamertino, Latino Pacato Drepanio.

I panegirici del 21 aprile 289 (II [10]) e il «Genetliaco» del 21 luglio (?) 291 (III [11]) furono tutti e due pronunciati a Treviri da un retore del luogo, Mamertino, in onore degli Augusti Massimiano «Erculio» e Diocleziano «Giovio»: nel primo si celebrano le vittorie di Massimiano sulle bande rivoltose dei contadini gallici (i Bagaudi), sui Germani e sui pirati; nel secondo l’anniversario della assunzione dei titoli «divini» da parte degli imperatori e la loro concordia e felicitas.

Il panegirico del 1° marzo 297 (IV [8])[4] fu detto, molto probabilmente a Treviri, da un anonimo retore proveniente da Autun, a nome della civitas Aeduorum (Autun appunto), in occasione dei Quinquennalia, le solenni feste anniversarie della elevazione di Costanzo Cloro al titolo di Cesare: nel discorso si celebrano la campagna di Britannia del principe e le sue vittorie sugli usurpatori Carausio e Alletto.

Il panegirico della primavera del 298 (V [9]) ha per autore, espressamente nominato nel testo stesso (cap. 14)[5], Eumenio, retore e professore, nato in Autun, ma appartenente ad una famiglia di maestri di origine greca, stabilitasi prima a Roma e poi in Gallia. Il discorso, che è l’unico tra gli undici non direttamente rivolto all’imperatore (Costanzo Cloro), fu pronunciato in Autun davanti al governatore della provincia lionese (cui l’oratore si rivolge nel corso del discorso col titolo ufficiale di Vir perfectissimus[6]), in occasione della rinascita — dopo la distruzione avvenuta molti anni prima ad opera dei Bagaudi — della città e delle sue antiche e celebri scuole «Meniane»[7]: l’autore, già magister memoriae di Costanzo, preposto alla direzione delle scuole stesse, alla cui ricostruzione generosamente egli destina parte del suo considerevole stipendio di direttore (cap. 11), traccia un quadro interessante della realtà scolastica della sua città e del suo tempo[8].

Nel panegirico del 31 marzo 307 (VI [7]), tenuto probabilmente a Treviri da un retore del luogo (forse un discepolo di Mamertino, come può dedursi dalle analogie dello stile, breve ed elegante), in occasione delle nozze di Costantino con Fausta, la figlia di Massimiano, sono accomunati nell’elogio il genero ed il suocero: la loro concordia è giudicata una garanzia di difesa per lo Stato.

Nel panegirico di fine luglio del 310 (VII [6]), invece, pronunciato sempre a Treviri da un retore di Autun, sono celebrati gli inizi della carriera imperiale di Costantino, mentre Massimiano, morto ormai in disgrazia, è dipinto a fosche tinte. Significativa in questo (e nel successivo) discorso la consapevolezza degli abitanti di Autun — la cui voce il panegirista rappresenta nella residenza imperiale di Treviri — di essere non soltanto Galli, ma anche e soprattutto Romani, e di meritare per questo una speciale protezione da parte dell’imperatore.

Nel panegirico del 312 (VIII [5]), detto a Treviri, l’autore, cittadino e senatore di Autun, professore anch’egli nelle scuole «Meniane», ringrazia Costantino — convenuto nella città imperiale per celebrarvi le feste Quinquennalia (quinto anniversario della nomina ad Augusto e del matrimonio con la figlia di Massimiano) — per la visita compiuta l’anno precedente nella civitas Aeduorum (Autun), quando l’imperatore, resosi conto dei gravi danni subiti dalla città a causa delle rivolte bagaudiche, aveva mostrato la sua benevolenza e generosità condonando agli abitanti parte delle imposte arretrate.

I panegirici del 313 (IX [12]) e del 1° marzo 321 (X [4]) — pronunciati, rispettivamente, da un anonimo di Autun a Treviri alla presenza di Costantino, e da Nazario di Bordeaux (retore famoso di cui tramandano notizia anche Ausonio nella Commemoratio professorum Burdigalensium[9] e Girolamo nel Chronicon[10]) a Roma davanti ai due Cesari figli di Costantino, Crispo e Costantino il Giovane — hanno entrambi come tema centrale il racconto della discesa di Costantino in Italia (Susa, Torino, Milano, Brescia, Verona, Modena) e della gloriosa vittoria di Ponte Milvio, terminata con la sconfitta e la morte dell’usurpatore Massenzio.

Il panegirico XI [3] fu tenuto il 1° gennaio 362 a Costantinopoli dal trevirese Claudio Mamertino (forse discendente del primo Mamertino), convinto sostenitore di Giuliano e da questo nominato, nell’anno precedente, amministratore del tesoro, prefetto dell’Illiria e infine console[11]. Come l’orazione pliniana il discorso è una gratiarum actio per il consolato ottenuto: il panegirista, che aveva seguito Giuliano nella lunga marcia dalla Gallia verso l’Oriente, descrive l’attività di buon governo del principe e ne esalta le virtutes militari e morali, quelle virtù che avevano consentito a lui di avanzare alla testa delle truppe seguendo il corso del Danubio, per giungere finalmente a Costantinopoli (nel frattempo, era morto a Naissus il cugino e rivale, l’Augusto Costanzo) a prender pieno possesso della dignità imperiale.

Il panegirico XII [2] — detto a Roma nell’estate del 389, davanti al Senato dell’Urbe ed all’imperatore Teodosio il Grande, da Latino Pacato Drepanio di Bordeaux (come si rileva dalle frequenti menzioni del suo nome nell’opera del conterraneo Ausonio)[12] — celebra le virtù civili e il valore militare dell’imperatore, dedicando ampio spazio alla rivolta dell’usurpatore Massimo in Gallia, alla sua sconfitta in Pannonia e alla sua morte in Aquileia.

Teodosio I e la sua corte. Missorium (replica), argento, 388-392, da Almendralejo (Badajoz). Mérida, Museo Nacional de Arte Romano.

3. Retorica e storia nei Panegirici

Il nome «panegirico» risale all’omonimo discorso che nel 380 a. C. il celebre oratore greco Isocrate scrisse per un’immaginaria assemblea del popolo ellenico, con lo scopo di rivendicare la preminenza politica di Atene e sollecitare la collaborazione con Sparta[13]. Il vocabolo nelle sue componenti etimologiche racchiude i valori semantici della «universalità» (πᾱν) e della «assemblearità» (ἀγoρά) e sta ad indicare un genere oratorio — il genere epidittico o dimostrativo (γένος έπιδειχτιχόν)[14] — caratterizzato dall’essere destinato ad una ricezione pubblica e solenne.

La πανηγυριχή λέξις, ritenuta in seguito da Cicerone più adatta alle esercitazioni scolastiche che non alle dispute forensi[15] e da Quintiliano inidonea alle battaglie politiche e giudiziarie[16], divenne poi nella tarda antichità sinonimo di laudatio e di gratiarum actio e come tale si cristallizzò, fino a essere canonizzata nello schema del βασιλιχòς λóγος, che un retore greco del III secolo d. C., Menandro di Laodicea, teorizzò in un suo trattato (Περί γενεθλίων ἐπιδεικτικῶν)[17], prescrivendo agli scrittori del genere la trattazione dei seguenti punti: 1. proemio: inadeguatezza dell’autore/grandezza dell’elogiato; 2. patria, città e popolo di origine del personaggio (πατρίς πόλις ἔθνς); 3. famiglia (γένος); 4. nascita (τὰ πεϱὶ τῆς γενέσεως); 5. qualità naturali (τά περί φύσεως); 6. educazione e infanzia (ἀνατροφή καί παιδεία); 7. genere di vita e occupazioni (ἐπιτηδεύματα); 8. gesta per illustrare le virtutes (πράξεις); 9. fortuna (τά τῆς τύχης); 10. epilogo, comprendente confronti con altri personaggi celebri.

E tale schema elogiativo fu sostanzialmente seguito dai panegiristi gallici, i quali con abile arte retorica, da un lato nutrita di solida cultura (formatasi soprattutto sui grandi classici della letteratura latina: Cicerone, Virgilio, Orazio, ecc.) e dall’altro esercitata nella vivace palestra dell’oratoria scolastica, elaborarono dei discorsi politici e di propaganda filoimperiale, nei quali, in genere con intelligenza e misura, presentarono le linee portanti dell’ideologia del buon reggitore dello Stato, realizzatasi finalmente con l’avvento dell’imperator invictus. Tale idealizzazione invero, fondata sul modello repubblicano del buon reggitore della cosa pubblica (si pensi al Somnium Scipionis ciceroniano), con Augusto aveva avuto inizio ed era poi, nei secoli successivi, divenuta sempre più patrimonio della mentalità comune delle popolazioni dell’Impero, per giungere, nell’età tardoantica, a essere formulata con grande chiarezza e con marcata connotazione politica nei Panegirici Latini.

La caratterizzazione ideologico-politica — di creazione e ricerca del consenso intorno alla figura del principe — è evidente nei panegirici, e di tale caratterizzazione la accorta e studiata retorica degli autori è utile strumento di diffusione: questa era d’altronde nel mondo romano l’essenza della retorica che, come aveva notato Quintiliano nel I secolo, non era solo capacità di persuadere — una simile e più ampia forza avevano, a suo giudizio, anche il denaro, il favore popolare, la bellezza (come quella della cortigiana Frine, accusata di empietà e difesa più che dalla orazione di Iperide[18], dall’avvenenza del suo corpo) — ma si identificava con la politica e la filosofia[19]. I panegiristi infatti nei loro retorici discorsi appaiono testimoni attendibili della realtà politica e sociale della Gallia renana del III-IV secolo, nell’epoca in cui, soprattutto in quelle regioni di frontiera, si venivano contrapponendo, ed anche fondendo, il mondo romano e quello barbarico.

I panegiristi, che appartenevano ai quadri della burocrazia statale e della dirigenza politica dello Stato romano (furono in genere professori e/o funzionari), divennero non solo convinti sostenitori della politica dell’imperatore, ma anche attivi promotori del consenso attorno a lui: ne rappresentarono perciò la figura come quella di un principe forte, giusto, vittorioso, clemente, liberale, e così via, delineando in tal modo le linee costitutive di un ideale di sovrano (Herrscherideal), che essi ritenevano pienamente realizzato in colui del quale di volta in volta celebravano le lodi[20]. Per questo nei loro discorsi mirano a dare un’immagine di generale felicitas, diffusa nell’intero Impero romano, in ogni parte del quale — essi dicono — sono finalmente tornate la sicurezza e la pace (IV 18, 4: omnibus nationibus securitas restituta). E diffusa in primo luogo in Gallia, una grande provincia, i cui popoli, soprattutto gli Edui di Autun, che si sentono distinti e separati dalle vicine gentes transrenane (le barbarae nationes), sono orgogliosamente consapevoli di essere da secoli fratres populi Romani (V 4, 1; VIII 2, 4 e 3, 1)[21].

Ma al di là dell’evidente valenza «ideologica», altrettanto significativo è il valore storico dei panegirici, che già il grande Gibbon riteneva fonti di «verità»[22] e che cominciano ad essere apprezzati anche dagli studiosi moderni[23]. Questi discorsi infatti sono talvolta fonti uniche, o comunque decisive, nel tramandare notizie su accadimenti importanti svoltisi tra il III e il IV secolo d. C., come, ad esempio, le rivolte bagaudiche — quei movimenti «rivoluzionari» di contadini e soldati ribelli, che per lunghi anni scossero l’assetto sociale della Gallia romana, soprattutto nei territori lungo il Reno — o la vittoria di Costantino su Massenzio a Ponte Milvio, ecc.

Oratore. Statua, marmo, II-III sec. da Eracleopoli Magna (Medio Egitto). Cairo, Egyptian Museum.

Diverse e molteplici sono le tematiche svolte dai panegiristi per elogiare le res gestae dell’imperatore romano e celebrarlo come il sovrano ideale. Tra queste le più ricorrenti appaiono: la celebrazione dell’imperatore e la demonizzazione dell’avversario; la repressione delle rivolte contadine dei Bagaudi e la ricostituzione dell’ordine sociale; il rinnovamento politico, il risanamento morale e la rinascita economica; la vittoria sulle barbarae nationes e la difesa del limes renano-danubiano; l’integrazioneromanobarbarica e l’inserimento dei cultores barbari.

1. La celebrazione dell’imperatore e la demonizzazione del nemico

Soprattutto sul concetto di invincibilità del principe — attraverso i resoconti delle spedizioni militari, delle battaglie, degli assedi, delle imprese valorose dei soldati romani, degli atti di clemenza nei confronti degli sconfitti, ecc. — i panegiristi incentrano i loro discorsi, nei quali l’elogio delle virtutes sia civili sia militari dell’imperatore ricorre con frequenza costante.

In questa prospettiva poi, e in modo specularmente antitetico rispetto alla celebrazione dell’imperatore, è demonizzato ogni suo nemico o avversario, interno o esterno, politico o militare che sia, il quale viene descritto secondo un cliché negativo[24]: in tal modo da una parte è collocato l’imperatore, personificazione e simbolo del bene, dall’altra invece l’avversario, incarnazione stessa del male; da una parte colui che riunisce nella sua persona tutte le qualità positive (religiose, civili, militari, ecc.), elevate al massimo grado, dall’altra invece chi racchiude in sé, sempre al massimo grado, ogni elemento negativo[25].

Molti invero sono gli elementi, sia di contenuto sia di forma, che denotano la forte presenza nei panegirici di un’idea politica e propagandistica, secondo la quale è da ritenersi mostruoso e turpe chi, agendo sacrilegamente, osa contrapporsi al legittimo e divino potere dell’imperator sacratissimus: Carausio, Alletto, Massimiano (pur elogiato in un altro panegirico), Massenzio, Massimo — di volta in volta i nemici di Costanzo, Costantino, Teodosio — sono infatti presentati come estrema antitesi del principe ideale; sono tyranni e hostes, nemici non solo dello Stato, ma di tutto il genere umano, meritevoli quindi del più totale disprezzo.

Carausio, per esempio, l’usurpatore che nel 287 si fece riconoscere imperatore, ponendosi a capo di una ribellione ai tetrarchi scoppiata nelle regioni costiere della Gallia settentrionale ed estesasi a quelle della Britannia meridionale, è da Mamertino bollato col termine spregiativo di pirata, giudicato meritevole della più totale rovina e paragonato a Gerione, il mitico e orribile pastore dalla triplice testa, del quale è ancor più spaventoso (II 12, 1-2). Ancora alcuni anni dopo, nel 297, il panegirista di Costanzo conserva le linee propagandistiche della negativa raffigurazione di Carausio, definendolo condottiero di una banda di disperati e autore di un’esecrabile ed empia azione delittuosa (IV 12, 1) e disegnando a tinte forti anche il successore, il satelles Alletto, che, amens (IV 16, 2)[26], è predestinato a sconfitta e morte senza onore.

Soprattutto nei panegirici costantiniani è descritta con molta efficacia espressiva e a fosche tinte la figura del nemico: costui, opponendosi all’imperatore, che ovviamente è invincibile perché protetto dalla divinità, è fatalmente spinto dalla sua stessa follia e rabbia all’annientamento di se stesso. Esemplare, sotto questo aspetto, la rappresentazione di Massimiano. Accomunato in un primo discorso al potente genero nella lode (nel panegirico del 307 è elogiato il divinum iudicium di Massimiano), dopo la rottura con Costantino e la morte per suicidio, subisce un processo di demonizzazione postuma e viene presentato come il prototipo dell’uomo maledetto dalla divinità: nel panegirico del 310 infatti egli non è più l’imperator aeternus celebrato nel discorso precedente, ma un uomo che fin dalla nascita ha avuto in sorte un esecrabile destino (VII 14, 5) e che, folle perché privo della protezione divina, ha osato ribellarsi a Costantino, usurpando l’Impero e turbando la fides dei soldati: perciò il suo empio atto è stato punito con la morte dagli dèi. Come è evidente, il ribaltamento della prospettiva da un panegirico all’altro è totale e rispecchia il reale svolgersi della vicenda storica e «ideologica» di Massimiano, il quale nell’immaginario collettivo — che i panegirici fedelmente rispecchiano — passa da principe ideale a tiranno detestabile, da simbolo del bene a simbolo del male.

È poi la raffigurazione di Massenzio, nei panegirici del 313 e del 321, a rivelare chiaramente la forza di un tema di natura religiosa — l’abiezione cui inevitabilmente perviene chi profana la sacra maestà dell’imperatore — utilizzato nella propaganda politica costantiniana quale supporto ideologico per l’opera di damnatio memoriae. Massenzio, sprezzantemente definito suppositus, cioè figlio illegittimo di Massimiano, è presentato come l’antitesi esatta di Costantino (IX 4, 3-4): la nascita (da una parte il figlio del pius Costanzo, dall’altra un figlio illegittimo), l’aspetto fisico (da una parte il decor tutto romano di Costantino, dall’altra la deformità «barbarica» di Massenzio), le qualità morali (da un lato la pietas, la clementia, la pudicitia, dall’altro l’impietas, la crudelitas, la libido), il rapporto con la divinità (l’uno segue i divina praecepta, l’altro si lascia trascinare dai superstitiosa maleficia), il modo di esercitare il potere (l’uno rigetta calunnie e delazioni, l’altro saccheggia i templi ed è rovina per il popolo romano), tutto divide e allontana Massenzio, simbolo del male, da Costantino, simbolo del bene.

E nel resoconto della decisiva battaglia di Ponte Milvio (312) il quadro è costruito, soprattutto dal panegirista del 313, con lo scopo di colpire l’immaginazione degli uditori (IX 17). Al solo apparire di Costantino in tutto il suo splendore di sovrano, Massenzio e i suoi restano atterriti e volgono in fuga precipitando in gran numero nel Tevere. Massenzio stesso viene inghiottito dal fiume, perché a lui, empio, non sia concesso l’onore di essere ucciso di spada o di freccia; e il Tevere non ne trascina via il corpo, ma lo lascia in quel luogo a perenne memoria della estinzione definitiva di un così deforme prodigium. La descrizione della battaglia si conclude con la preghiera al Tevere, nella quale l’antichissimo concetto dell’esecrazione del tiranno viene applicato a Massenzio: il fiume — proclama l’anonimo autore — non ha sopportato che sopravvivesse un falso Romolo, un parricida urbis: nel passo il tono dell’invocazione, nella quale retorica e sincerità di ispirazione sono ugualmente presenti, evidenzia il significato religioso attribuito alla vittoria di Costantino e alla damnatio memoriae di Massenzio.

Nel panegirico scritto da Nazario invece, più lontano dalla data della battaglia (si è nel 321), vi è forse meno asprezza verbale nei confronti dello sconfitto Massenzio, ma la tematica è identica: a Costantino, che nella sua generosità e magnanimità vorrebbe evitare lo scontro e preferirebbe vincere piuttosto i vitia che non le armi dell’avversario, si oppone la cieca follia di Massenzio, il quale, nella terribile disfatta, non ottiene nemmeno una morte virile, ma, tradito dalla sua stessa turpe fuga, precipita nel Tevere: così finalmente — esclama Nazario — scelleratezza, perfidia, furore, superbia, lussuria sono eliminate dal mondo (X 31, 3).

Nel panegirico di Claudio Mamertino a Giuliano, così come nel discorso di Eumenio, lo sviluppo della topica antitesi imperator victor et optimus / hostis victus et pessimus è assente, data la particolare struttura dell’orazione che è una gratiarum actio; ma basta un solo accenno agli usurpatori, per rincontrare le usuali requisitorie: furore, follia, corsa cieca verso l’inevitabile morte accomunano infatti agli usurpatori del passato anche il romano Flavio Popilio Nepoziano, che nel 350 si era impadronito della città di Roma, facendosi proclamare imperatore, e il franco Silvano, un magister peditum, che nell’agosto 355 aveva assunto la porpora, ma era stato assassinato qualche settimana dopo (XI 13, 1-2).

Nell’ultimo panegirico infine vengono ricordate l’usurpazione, la sconfitta e la morte nel 388 in Aquileia di un importante avversario politico di Teodosio, Magno Massimo. Latino Pacato Drepanio, che scrive nell’anno successivo alla vittoria di Teodosio, presenta l’usurpatore con lo stesso schema concettuale, e perfino con la stessa terminologia, usati dai panegiristi precedenti per gli altri tiranni. Anche da Pacato la detestata figura di Massimo è contrapposta alla celebrata immagine dell’imperatore: mentre Teodosio infatti compiva le sue imprese vittoriose in terre lontane, Massimo — sprezzantemente definito patris incertus, tyrannus, carnifex purpuratus, belua furens, pirata, praedo, latro (XII 24, 1 sgg.) e inoltre connotato come uomo dalla crudeltà senza limiti, tanto da esser capace di infierire persino sulle donne[27] — osava tramare una segreta congiura per assumere il potere,invadendo l’Italia e scacciandone il legittimo sovrano Valentiniano II; ma dopo la sconfitta veniva indotto dalla sua stessa follia, ormai disperato, a fuggire verso Aquileia incontro alla morte, che pur desiderando pavidamente rifuggiva[28].

La battaglia di Ponte Milvio (312). Illustrazione di Seán Ó’ Brógáin.

2. La repressione delle rivolte dei Bagaudi

Nei panegirici vi sono le più antiche e importanti testimonianze sulle rivolte dei Bagaudi[29], quei contadini ribelli, di natura probabilmente celtica (come parrebbe dall’etimologia del nome)[30], i quali, spinti dalla miseria e dalla disperazione, nei secoli III e IV d. C. percorsero la Gallia, devastando città, tra cui in primo luogo Autun (e forse per questo sono augustodunensi i due panegiristi che ne parlano), e campagne, per essere poi sconfitti dall’imperatore Massimiano (ma non definitivamente, perché il movimento bagaudico continuò a sussistere per almeno altri due secoli, estendendosi anche in Spagna)[31].

Nelle prime due testimonianze — contenute, l’una nel discorso di Eumenio (V 4, 1-2), l’altra in quello anonimo del 312 (VIII 4, 2) — è ricordata la distruzione della ricca e fiorente città di Autun, avvenuta nel 269, durante l’impero di Claudio Gotico, a opera di rebelles Gallicani. Eumenio dà la notizia quasi di sfuggita, in un passo dedicato all’orgogliosa rivendicazione dei meriti della città (la fraterna amicizia con Roma) e all’elogio della liberalità degli imperatori, grazie ai quali era stata risollevata dalle rovine causate dal latrocinium e dalla rebellio Bagaudica[32]. Il panegirista del 312 invece, ricordando l’ormai lontano assedio, ne descrive le condizioni con espressioni che fanno trasparire, a distanza di oltre quarant’anni, l’ancora amaro ricordo di un evento tanto funesto.

Altre importanti testimonianze sui Bagaudi sono nei due panegirici di Mamertino per Massimiano (anni 289 e 291), nei quali si celebra la vittoria dell’imperatore sui ribelli, sconfitti militarmente negli anni 285-86 (II 4, 3-4; III 5, 3). Massimiano viene celebrato perché egli, appena ottenuta la nomina a Caesar, ha abbracciato il difficile compito di portare soccorso alla navicella dello Stato, e non in un momento di tranquillità, ma quando tale navicella era in grave pericolo a causa delle sommosse dei Bagaudi, pastori e contadini ribelli, che avevano indossato l’armatura militare ed erano insorti arrecando ovunque danno e rovina. Ma, come un tempo aveva fatto il dio Ercole (Herculius era stato il titolo assunto da Massimiano al momento dell’ascesa al potere, Iovius invece dal collega maggiore Diocleziano), che aveva prestato soccorso a Giove impegnato nell’epica lotta contro i «biformi» Giganti (metà uomini e metà serpenti), così Massimiano era giunto in aiuto di Diocleziano, combattendo e sconfiggendo altri «mostri biformi», i Bagaudi, simili, per l’insolito loro duplice aspetto — di contadini e di soldati insieme — ai mitologici nemici di Giove[33].

In entrambi i passi ricordati, Mamertino esprime idee e valutazioni non soltanto sue, ma comuni all’ambiente e alla classe sociale cui egli, come tutti gli altri panegiristi, appartiene — la classe dell’establishment, vicina all’imperatore e a lui grata per la restaurazione dello status quo, cioè del benessere e dei consueti privilegi, che erano stati minacciati e messi in pericolo dalle sommosse bagaudiche — e ben ne rappresenta la mentalità e l’opinione pubblica, di «odio» verso quei ribelli. La ricorrente presenza di figure retoriche poi (anafora, chiasmo, ecc.) rivela lo stupore di Mamertino davanti all’ardire di pastores e cratores (termini usati in senso spregiativo, in quanto contrapposti ai più nobili pedites, equites), che hanno osato rivestire l’armatura militare, tentando così di turbare l’assetto sociale e politico della Gallia e la prosperità economica delle città e della gente onesta che in esse viveva. Il panegirista nel rievocare, ovviamente con enfasi, l’opera devastatrice dei contadini nelle campagne da essi stessi coltivate, esalta la figura di Massimiano, rivolgendoglisi direttamente e ricordandone la fortitudo, la clementia e la pietas: la virtus degli imperatori ha liberato lo Stato da un dominatus saevissimus, causa di iniuriae gravissimae per le province galliche, le quali, ormai stremate dalle rivolte, hanno così potuto ristabilire rapporti di devota e spontanea sudditanza verso Roma.

Dai vivaci resoconti di Mamertino emerge in particolare la caratterizzazione e rappresentazione della natura dei ribelli, contadini e soldati, e quindi, come i mitici Giganti, «biformi» e «mostri». Significativa riprova della diffusione di un simile paragone «ideologico» può essere ritenuto un grande gruppo scultoreo, certamente databile all’epoca delle prime e più violente rivolte bagaudiche (ultimi decenni del III secolo), rinvenuto in frammenti (circa duecento) nel 1878, proprio nella stessa zona (casuale coincidenza?) che era stata teatro delle jacqueries bagaudiche, e precisamente nel villaggio di Merten in Lorena[34]. Si tratta di un reperto in pietra arenaria, formato da una base a tre piani, da una colonna con capitello e da un gruppo statuario, di pregevole fattura ed espressività, rappresentante un cavaliere che atterra sotto le zampe del suo cavallo una figura per metà uomo (fino alla cintola) e per il resto serpente. Il cavaliere, dal volto barbuto, indossa la corazza e, al di sopra di questa, il paludamentum, il tipico mantello dei generali romani, e porta, ai piedi, i coturni; il braccio destro, oggi mancante, doveva essere posto in posizione elevata, nell’atto di colpire con la lancia il nemico caduto. Costui poi appare nell’atto di fare resistenza al cavallo che lo sta schiacciando, mentre il suo volto che, rispetto a quello nobile del condottiero, presenta tratti di rozzezza e primitività, ha un’espressione di stupore attonito e terrorizzato. Ma la caratteristica più interessante del personaggio sconfitto è la sua duplice natura: egli ha infatti, al posto delle gambe, il corpo di un drago (o, se si vuole, di un serpente)[35].

La scultura di Metz rappresenta certamente una scena di vittoria e fu probabilmente elevata sulla colonna per celebrare, come era usuale per monumenti del genere nell’antichità (e come d’altronde si è continuato a fare anche in età moderna), la vittoria su un nemico particolarmente spaventoso ed efferato: non si tratta infatti di una generica celebrazione della civiltà romana vincitrice sulla barbarie, ma di un preciso evento di natura militare, una battaglia cioè, in cui il Romano (il cavaliere) vince sulle forze avverse (il gigante anguiforme). Per questo un ideale accostamento del testo letterario di Mamertino al gruppo statuario di Metz sembra quanto mai credibile: molte infatti appaiono le analogie e le somiglianze, tanto che il passo del panegirista potrebbe in un certo qual senso essere posto come didascalia esplicativa del monumento stesso: il cavaliere barbuto rappresenterebbe assai bene Massimiano, l’imperatore vittorioso e, soprattutto, il gigante sconfitto — raffigurato come anguipede, secondo uno schema tipico della letteratura e dell’arte antiche — raffigurerebbe il monstrum biforme di cui parla il panegirico riferendosi al ribelle Bagauda in armi, il contadino divenuto soldato[36].

Anche nel panegirico del 307 infine vi sono i temi (e, in parte, i termini) di Mamertino: l’autore, esponente illustre della sua città (Treviri) e portavoce degli stati d’animo, della cultura, dei ricordi e dei desideri dei suoi concittadini, elogia l’imperatore per aver posto riparo ai danni provocati dai Bagaudi e aver restaurato finalmente in Gallia l’autorità dello Stato, da cui è giunta nuova salvezza per la nazione.

L’atteggiamento dell’opinione pubblica dei ceti cittadini che, attraverso le testimonianze panegiristiche, riusciamo a intravedere è dunque nettamente ostile ai Bagaudi e può forse essere interpretato come una significativa testimonianza di quel contrasto «di classe» — da una parte gli abitanti delle città, civilizzati ed istruiti, dall’altra le masse contadine, che aspiravano a un migliore livello di vita — che, secondo il Rostovzev, sarebbe stato alla base della progressiva decadenza dell’impero[37]: le rivolte dei Bagaudi contro l’establishment dimostrerebbero infatti che si andavano formando, in quell’epoca di tensioni sociali ed economiche, come «due mondi culturali distinti, quasi incomunicabili, ed in opposizione tra loro»[38] e si approfondiva ancor più la distinzione sociale ed economica tra gli honestiores, cioè i benestanti, depositari della «onorabilità» sociale, e gli humiliores, la gente più povera, addetta ai lavori della terra.

Naturalmente i panegirici — in quanto fonti contemporanee al momento di massima esplosione delle rivolte bagaudiche — determinano una vulgata storiografica sulle rivolte stesse, caratterizzata, da un lato, dall’elogio del vincitore, dall’altro, quasi rovescio della medaglia, dalla valutazione fortemente negativa degli insorti. E gli storici successivi conserveranno le linee fondamentali di questa tradizione, anche se elimineranno, specie i cristiani, il tono aspro e duro nei confronti dei ribelli[39].

Cavaliere romano abbatte un gigante anguipede. Gruppo scultoreo su colonna, marmo, fine III secolo, da Merten. Metz, Musée de la Cour d’Or.

3. Il rinnovamento politico e morale e la rinascita economica

Con grande frequenza i panegiristi esprimono il concetto secondo cui l’adventus dell’imperatore — e con lui di un governo giusto e liberale — ha dato finalmente avvio al risanamento sociale e morale dello Stato: sulla base di questo parametro elogiativo compaiono frequentemente nei panegirici, da un lato la ricorrente lamentazione sullo stato delle province devastate dalle guerre e dai soprusi degli amministratori disonesti, dall’altro l’elogio del principe, che ha posto fine alle incessanti rapinae di costoro e ha finalmente fatto trionfare la giustizia, dispensando altresì i doni della sua liberalità, ristabilendo il buon governo e promuovendo il rifiorire dell’agricoltura e dell’economia della Gallia.

Nel panegirico del 297, per esempio, l’autore ringrazia Costanzo, reduce da un’importante vittoria sui pirati Britanni, per aver riportato la felicitas nelle terre dell’impero, e in particolar modo in Britannia, che così è tornata a essere regione fertile, ricca di pascoli e miniere, fornitrice di ricchezza per l’impero grazie alle sue rendite fiscali (IV 11, 1). Il panegirista si mostra ben lieto perché, dopo le tante rovine dovute al malgoverno e alla corruzione dei funzionari, si è finalmente ottenuta una stagione di benessere e prosperità: lungo i portici di Treviri si può vedere infatti — segno di potenza e di ricchezza — una folla di barbari impauriti trapiantati nel territorio romano, destinati ad animare il mercato cittadino e a contribuire con il loro lavoro al benessere collettivo (IV 9).

Nel panegirico del 310 per Costantino si elogia il padre Costanzo per l’alto senso di giustizia da lui mostrato nel restituire i beni perduti a coloro che ne erano stati ingiustamente privati. Analogamente sono elogiati i soldati di Costantino, perché non si erano lasciati corrompere dalle promesse di denaro di Massimiano, il suocero divenuto rivale ed avversario del potente genero, ed erano rimasti fedeli al loro condottiero.

Ma è soprattutto nel panegirico del 312 che appaiono lunghe digressioni sullo stato di corruzione e decadenza morale delle province: l’autore si sofferma lungamente a descrivere le afflictiones di Autun, causate soprattutto dalla gravosissima pressione fiscale (novi census acerbitas VIII 5, 4), ed elogia Costantino per aver finalmente, con la sua visita, riportato la giustizia e risollevato le finanze degli abitanti, condonando tutta una serie di insostenibili gravami fiscali. Per il panegirista l’arrivo dell’imperatore rappresenta l’atteso segnale di renovatio, di un rinnovamento sociale, economico e morale. Egli accenna alle tristi condizioni in cui versa il popolo degli Edui, cui l’insicurezza politica e sociale ha tolto la volontà e i mezzi stessi per lavorare la terra. L’aspetto della regione rivela infatti squallore e abbandono: non si incontrano più, come in passato, coltivatori barbari (Remi, Nervi o Tricassini) intenti al lavoro nei campi e le terre, pur un tempo ben coltivate, sono ora infestate da paludi e roveti; anche le vigne dell’ampia pianura della Saone, un tempo floride, sono ormai distrutte e arse; la pianura stessa, già amena e fertile per i suoi corsi d’acqua e le sue sorgenti, è divenuta regione di stagni e acquitrini; le strade infine sono abbandonate e per questo inidonee al transito delle merci e allo sviluppo del commercio. Ma con l’adventus di Costantino, che ha voluto rendersi direttamente conto delle differenti realtà territoriali delle regioni attraversate (a occidente, campagne coltivate, aperte, fiorite, strade percorribili, fiumi navigabili scorrenti presso le porte delle città; a oriente invece, verso il territorio dei Belgi, campi devastati, incolti, desolati, strade che, utilizzate per il passaggio dei soldati e divenute perciò impraticabili, a mala pena consentono il passaggio dei carri), gli abitanti di Autun hanno ottenuto benefici e gioia grande. Per questo essi hanno offerto un’accoglienza lieta e festosa all’imperatore: uomini di ogni età, tutti insieme, sono giunti dalle campagne per vederlo e augurargli una vita lunga e prospera. E un sincero entusiasmo si è impadronito di tutti gli Augustodunensi, che hanno visto nella presenza di Costantino un presagio di futura prosperità: tutte le strade sono state perciò adornate, anche se in modo modesto, sono state esposte le insegne dei collegi cittadini e le immagini delle divinità locali e un piccolo numero di suonatori ha accompagnato il passaggio dell’imperatore benefattore. E questi con grande sollecitudine ha deciso generose provvidenze per la popolazione: ha alleggerito i debiti fiscali, riducendo i tributi dovuti (dei 32.000 capita ne ha abolito 7.000, ben più della quinta parte) e condonando cinque anni di arretrati di imposta: e questo sgravio è stato davvero apportatore di speranza per l’intera cittadinanza, che, pur non restando del tutto libera dai debiti, ha avvertito comunque esserne divenuto molto più leggero il peso. Certamente — conclude l’oratore con enfasi — i figli ora amano di più i genitori, i mariti hanno maggior cura delle mogli, i padri e le madri non si pentono più di aver messo al mondo e aver allevato dei figli: tutti riprendono le proprie attività, fiduciosi per l’avvenire e senza il timore che il peso di tassazioni eccessive renda vana ogni intrapresa.

Un altro tema di rilievo è trattato nel panegirico del 312: dopo le vittorie sui nemici e il ristabilimento della pace e del buon governo il sovrano promuove in primo luogo l’agricoltura. Così aveva fatto Augusto e così, secoli dopo, nella scia di quello, fanno gli imperatori del IV secolo. Esemplificativo sotto questo rispetto — elogio della fertilità dei campi, dell’abbondanza del raccolto e della salubrità dell’aria, collegate alla presenza e al buon governo dell’imperatore — appare un possibile raffronto tra alcuni versi del Carme secolare di Orazio (vv. 29-32: Fertilis frugum pecorisque Tellus / spicea donet Cererem corona / nutriant fetus et aquae salubres / et lovis aurae) e un passo, dal contenuto analogo, del panegirico (VIII 13, 5-6: …valet piena fuisse horrea, plenas cellas… Hoc nobis est ista largitio, quod Terra mater frugum, quod Iuppiter moderator aurarum…)[40].

Nei suoi ispirati versi, dedicati a un motivo centrale della ideologia e della politica augustee, Orazio aveva religiosamente augurato che la Terra, madre di messi e di bestiame, donasse abbondanza di raccolto e che le acque apportatrici di vita ed i climi inviati dal padre degli dèi fossero propizi alla crescita e al pieno sviluppo dei virgulti[41]. A sua volta il panegirista, che a Treviri — egli che è di Autun — sta celebrando i Quinquennalia dell’ascesa all’impero di Costantino, paragona l’avvento dell’imperatore nella sua città al giorno che sorge e illumina, ed esprime gioia per la rinnovata fertilità dei campi e l’abbondanza del raccolto. Appare chiara nelle sue parole una significativa e ideale consonanza con quello che è stato definito lo «spirito» del Carme secolare, consistente in primo luogo nel sentimento di aspettazione di un abbondante raccolto[42]. Questo tipico e tradizionale tratto dell’ideologia romana, sia repubblicana sia imperiale, è documentato fin da Catone il Censore, e non è forse senza significato che l’orazione del 183 a.C., De lustri sui felicitate — nella quale egli orgogliosamente rivendicava, durante la solenne cerimonia della lustratio con cui concludeva la censura, la felicitas del periodo in cui era stato in carica — sia stata tramandata, limitatamente al passo riguardante appunto l’abbondanza del raccolto, proprio dal panegirico VIII (13, 3: Praeclara fertur Catonis oratio de lustri sui felicitate. Iam tunc enim in illa vetere re publica ad censorum laudem pertinebat, si lustrum felix condidissent, si horrea messis implesset, si vindemia redundasset, si oliveta large fluxissent)[43].

Proseguendo nella indicazione delle tematiche celebrative della renovatio promossa dagli imperatori, può notarsi come nel panegirico del 313 si sottolinei l’evento felice della vittoria di Costantino sull’usurpatore Massenzio, rapace predone, che non solo aveva posto le mani su tutte le ricchezze giunte a Roma nel corso della sua lunghissima storia da ogni parte del mondo, ma aveva perfino depredato i templi degli dèi (IX 3-4); e nel discorso di Nazario del 321 si elogi l’imperatore perché, dopo la vittoria sul «tiranno» Massenzio, è stato finalmente posto un freno alle confische e alle rapine da quello brutalmente compiute: ora, dice il panegirista, la nobiltà è finalmente libera dall’oppressione imposta dal corrotto tiranno e il giorno dell’ingresso in Roma di Costantino, che riporta pace e benessere, è simile per splendore solo a quello che aveva visto la fondazione della città di Romolo (X 30).

Nel panegirico del 362, infine, l’oratore Claudio Mamertino professa con orgoglio la propria onestà, contrapponendola alla diffusa corruzione di tanti rapaci funzionari preposti al governo delle province (XI 1, 4: exhaustae provinciae… praesidentium rapinis), ed elogia Giuliano con accenti di viva sincerità: l’imperatore nella sua discesa da Occidente a Oriente ha voluto ascoltare le doléances dei popoli incontrati lungo il corso del Danubio e ha ristabilito la giustizia, ponendo fine ai soprusi e alla corruzione, soprattutto  fiscale, degli amministratori; tutto perciò è tornato a risplendere, tanto che, per esempio — dice con enfasi retorica il panegirista — a chi, per avventura posto nell’alto del cielo, fosse stato possibile scorgere da lì ogni cosa, sarebbe apparso un panorama talmente mirabile, da indurlo a ridiscendere sulla terra per fruire del novus ordo ristabilito dal sovrano.

Per i panegiristi l’adventus dell’imperatore rappresenta dunque — in ideale continuità con la tradizionale aspirazione romana a un nuovo magnus saeclorum ordo[44] — un punto di rottura con il passato di malgoverno e corruzione: grazie al sacratissimus imperator si instaura un rinnovato clima di rigenerazione politica e morale, sociale ed economica, e l’intero territorio della Gallia rifiorisce: le città risorgono e nelle campagne ritornano la fertilità e l’abbondanza.

Scena di vita campestre (dettaglio). Bassorilievo, marmo, IV sec. d.C. dal sarcofago di L. Annio Ottavio Valeriano. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

4. La vittoria sulle barbarae nationes e la difesa del limes

Tema tra i più ricorrenti nei panegirici è l’esaltazione dell’imperatore vittorioso sui barbari: la figura del princeps romano si innalza sulla folla degli sconfitti e risalta per valore militare e livello di civiltà. I panegiristi insistono nelle definizioni e valutazioni del mondo barbarico, utilizzando un’ampia gamma di concetti e di espressioni. Essi osservano la vasta e crescente realtà delle invasioni con l’attenzione e la partecipazione di chi, pur vivendo nel pieno della civiltà romana, si sente troppo vicino al limes renano, al di là del quale le barbarae nationes appaiono come qualcosa di grandioso e di terribile.

Denominatore comune nella valutazione del mondo barbarico da parte dei panegiristi appare un atteggiamento di condanna e di disprezzo: i barbari, definiti devastatori di ogni segno di civiltà, sono posti in contrapposizione con i Romani, quasi antitesi tra bene e male[45]. Leggendo nei panegirici le tante menzioni del mondo barbarico — di invasioni e di scontri militari, ma anche di progressiva integrazione — siamo in grado di valutare la risonanza di una così imponente realtà nella vita e nella cultura di una regione romanizzata come la Gallia; e possiamo anche trarre utili notizie sui rapporti (di scontro, ma anche di incontro) tra mondo romano e mondo germanico nei secoli III-IV d.C.[46]

Capo barbaro supplicante. Rilievo, marmo, fine II sec. d.C. dal pannello della clementia dell’arco di M. Aurelio. Roma, Arco di Costantino.

a. Le barbarae nationes

Particolarmente significativo appare nei panegirici l’uso ricorrente dell’espressione barbarae nationes: nel discorso per Massimiano e Diocleziano del 289, per esempio, esse sono viste nell’atto devastatore della loro irruzione nelle province galliche (II 5, 1), mentre in quello del 291 appaiono sine animo dinanzi agli imperatori (III 14, 1); nel panegirico per Costanzo del 297 poi alla loro sconfitta corrisponde la rinascita delle province (IV 1, 4), mentre in quello per Costantino del 313 il valore dell’imperatore è per esse motivo di terrore (IX 3, 2) e in quello per Teodosio del 389 l’immagine delle genti barbare appare di tragica grandiosità nel richiamo a una inondazione devastatrice di civiltà: Iacebat innumerabilibus malis aegra vel potius dixerim exanimata res publica, barbaris nationibus Romano nomini velut quodam diluvio superfusis (XII 3, 3)[47].

La contrapposizione tra i due mondi, il romano ed il germanico, si rivela anche nell’uso di un concetto, secondo cui la realtà geografica e umana dei barbari è caratterizzata da immanitas, cioè da immensità di estensione e incommensurabile numero di uomini, presupposti entrambi di quegli attributi di orrore e di terrore, che i barbari portano con sé (II 7, 3; III 17, 4; VII 2, 2 e 6, 4). Nei panegirici la definizione più efficace del concetto di immanitas è data da Nazario, il quale, evocando una coalizione dei popoli germanici (Brutteri, Camavi, Cherusci, Lancioni, Alamanni, Tubanti) sconfitta da Costantino all’inizio della sua carriera, dice di sentire nel suono stesso di tali nomi tutto l’orrore del mondo barbarico (X 18, 1).

Oltre che sul concetto di immanitas i panegiristi si soffermano su quelli relativi alla feritas, alla ferocia, al furor, alla vesania, alla rabies, alla perfidia, tutte «qualità» dei barbari e tutte riconducibili a un unico status, quello appunto del barbaro incivile. La feritas sta a indicare la natura selvaggia, sia dei barbari — quella natura che ostinatamente li spinge verso la meritata autodistruzione (III 16, 5: ruunt omnes in sanguinem suum populi… obstinataeque feritatis poenas nunc sponte persolvunt) — sia dei loro territori, situati nelle interne regioni dell’Illirico e della Pannonia, ultima ferarum gentium regna (XI 6, 2). La ferocia ha invece una connotazione più specifica di carattere militare, come nel panegirico del 297, ove Costanzo viene elogiato per aver fatto prigioniero il re di una nazione «ferocissima» (IV 2, 1), o in quello del 312, ove l’oratore, rivolgendosi retoricamente ai popoli barbari, che non osano più attraversare il Reno, perché andrebbero incontro a sconfitta sicura a opera di Costantino, chiede loro dove sia finita la loro famosa «ferocia» (VII 11, 4). Il furor dei barbari è poi messo in risalto sia, per esempio, nel secondo panegirico per Massimiano, ove le barbarae nationes appaiono pervase da tal furore, da giungere a distruggersi a vicenda (III 16, 1; 17, 1), sia in quello per Giuliano, ove si afferma con enfasi che i barbari che si sollevano contro l’imperatore vindice della libertà romana, altro non fanno che ritornare al loro primitivo furore (XI 6, 1). Anche la vesania e la rabies sono tipiche del mondo barbarico: nel panegirico per Massimiano, per esempio, Mamertino ringrazia gli dèi protettori dei tetrarchi perché essi hanno finalmente trasferito le guerre civili, le lotte e le discordie intestine fuori dai confini dell’impero, all’interno di popolazioni folli e rabbiose (III 16, 2). Ulteriore caratteristica negativa dei barbari è la loro perfidia, che i panegiristi contrappongono alla fides romana: nel panegirico del 310 a Costantino, l’oratore, ricordando la spedizione nel Paese dei Brutteri e parlando dei prigionieri di quel popolo, afferma che era la perfidia a renderli inadatti per la milizia ed era la ferocia a impedirne una possibile utilizzazione come schiavi, per cui era giusto metterli a morte, e in modo crudele (VII 12, 3).

Con queste premesse ideologiche è ovvio che la raffigurazione dei barbari maggiormente ricorrente nei panegirici sia quella che li rappresenta sconfitti e annientati dall’imperatore. Anche per il nemico esterno dunque, come per quello interno, i panegiristi offrono, in contrasto con l’immagine ideale del principe, quella brutta e deforme dello / degli sconfitto/i.

Mamertino, per esempio, ricordando l’invasione della Gallia nel 286 da parte di Burgundi, Alamanni, Caiboni, Eruli, popoli disordinati in battaglia e danneggiati nei movimenti militari dal loro stesso numero, esalta Massimiano per aver sottomesso con ogni mezzo (vastatione, proeliis, caedibus, ferro ignique) popolazioni fiere e indomite, vincendole nel loro stesso territorio (in media barbaria) e riportando al collega Diocleziano, in segno di fraterna concordia, le spoglie di guerra germaniche (II 5-9: III 5)[48]. Il panegirista di Costanzo a sua volta ricorda le imprese vittoriose dei tetrarchi nelle regioni dei barbari (IV 1, 4: tot excisae undique barbarae nationes), in particolare la cattura di un non identificato re. La devastazionedell’intera Alamannia dal ponte del Reno fino a Gunzburg (IV 2, 1: deusta atque exhausta penitus Alamannia), le vittorie sui Sarmati e sui popoli dellaRezia, del Norico, della Pannonia e infine sui Franchi.

Nei panegirici costantiniani le vittorie dell’imperatore sui barbari sono ricorrentemente celebrate: per esempio, in quello del 310, secondo l’usuale schema laudativo del discorso epidittico, che prevedeva la celebrazione del padre e degli antenati dell’elogiato, sono ricordate le vittorie di Costanzo Cloro sugli Alamanni a Langres (battaglia particolarmente gloriosa) e a Vindonissa, ove — dice con enfasi il panegirista — dopo oltre dieci anni si potevano ancora vedere nei campi i segni della strage dei nemici (VII 6, 3); nello stesso panegirico è menzionata anche l’aeterna victoria di Costantino sui barbari Ascarico e Merogaiso, fatti prigionieri e gettati insieme agli altri davanti alle bestie nei giochi del circo (VII 11, 5). Anche nel panegirico del 313, che pur è quasi interamente dedicato alla celebrazione del trionfo su Massenzio, vi sono accenni alle battaglie contro i barbari (i Franchi): la vittoria dell’imperatore è completa, le sue navi riempiono l’alveo del Reno e il suo esercito reca devastazione nelle case e nei territori di una gens periura, della quale viene cancellato per il futuro perfino il nome (IX 21-22)[49]. Nel discorso di Nazario del 321 sono ricordate le vittorie di Costantino e del figlio Crispo sui re barbari Ascarico e Merogaiso, sui Franchi e su altri popoli, la cui barbarie è talmente cieca (O vere caeca barbaria…!), da impedir loro di riconoscere l’imperatore in persona (X 17-18).

Possiamo infine osservare come nella Gratiarum actio del 362 Claudio Mamertino elogi Giuliano per aver sconfitto i barbari nella battaglia di Strasburgo dell’agosto 357 (XI 4, 3: una acie Germania universa deleta est, uno proelio debellatum), sottomettendoli dall’Alamannia fino all’Illirico e fino agli ultima ferarum gentium regna (XI 6, 2), e nel panegirico del 389 Pacato Drepanio ricordi, in un tipico crescendo retorico, le vittorie di Teodosio, sia sui popoli abitanti al di là del Reno e del Danubio, sia su Sarmati, Britanni, Mauri, Scoti e tante altre lontane gentes (XII 5, 2).

Scena di battaglia equestre tra Romani e barbari. Rilievo, marmo, fine II secolo. Pisa, Camposanto.

b. Il limes renano-danubiano

Tra mondo dei barbari e provinciae dell’impero era il Reno, con il Danubio, la linea di frontiera, non soltanto reale ma anche ideale. Il grande fiume era per gli abitanti della Gallia — come rivelano appunto i panegiristi gallici — una realtà geograficamente vicina ed emotivamente incombente. Nel discorso di Mamertino del 289, per esempio, sono elencati i confini naturali dell’impero (Reno e Danubio, Oceano ed Eufrate), per affermare, ovviamente con enfasi, che il Reno ormai non è più l’unica difesa dell’impero, perché, anche se esso divenisse guadabile a causa della scarsità delle piogge, ciò non sarebbe però motivo di paura, perché la presenza dell’imperatore rappresenta una difesa ben più sicura dello stesso fiume (II 7, 3-4). Il panegirista, che fa riferimenti precisi alle campagne che negli anni 286-288 Massimiano compì contro gli Alamanni provenienti dal medio corso del Reno e contro i Burgundi che invece giungevano dalle regioni danubiane, ovviamente esagera nella valutazione del ruolo di difesa della figura del princeps, ma è proprio attraverso l’amplificazione retorica che egli vuol evidenziare la preminenza della difesa politico-militare, rappresentata dall’esercito dell’imperatore, rispetto a quella naturale data dal fiume. E nel secondo panegirico di Mamertino (del 291) la pacificazione dell’impero operata da Massimiano è interpretata come la realizzazione di un accordo universale tra tutte le terre poste all’interno dei confini, mentre al di là del limes, sia a oriente, presso la palude Meotide e nelle lontane regioni settentrionali, dove — dice l’oratore — l’Elba, orrido come i suoi popoli, attraversa la Germania, sia a occidente, nelle regioni ove tramonta il sole, i popoli barbari continuano ad aggredirsi sanguinosamente a vicenda (III 16, 4-5).

Anche nel panegirico a Costanzo del 297 vi sono riferimenti sia al limes germanico-retico, ristabilito sotto la tetrarchia, sia alla presenza dell’imperatore in ripa, presenza che, per quella zona di frontiera, al panegirista appare difesa ben più valida degli stessi contingenti militari (IV 13, 3). Nel panegirico di Eumenio del 298 sono a loro volta menzionate le tradizionali frontiere di Reno e Danubio, finalmente ristabilite dai tetrarchi e tutelate per il futuro dallo stanziamento in quei luoghi di accampamenti militari (V 18, 4).

Dai panegirici costantiniani poi apprendiamo notizie, tanto sulle operazioni di guerra compiute da Massimiano, che per primo — dice il panegirista del 307 — portò le insegne romane al di là del Reno (VI 8, 4), quanto sulla realtà fisica del limes. Ricordando la vittoria di Costanzo sugli Alamanni presso Langres e Vindonissa (inverno 298-299 d. C.), il panegirista del 310 narra di alcune tribù germaniche, le quali approfittando del fiume ghiacciato, passarono su di un’isola del fiume stesso, e lì, in seguito al successivo scioglimento del manto ghiacciato, restarono imprigionate e furono quindi facilmente sconfitte (VII 6, 4); celebrando inoltre gli inizi dell’attività militare e politica di Costantino e in particolare le sue vittorie sui barbari, il panegirista afferma, secondo l’usuale topos, che il Reno non è più l’unico baluardo posto a fronte del mondo germanico, perché, a difesa della Gallia, basta la presenza dell’imperatore, il cui solo nome incute terrore e paura nelle popolazioni germaniche, timorose perfino di avvicinarsi al grande fiume (VII 11, 1-5). Il Reno ormai, grazie alle flottiglie militari che continuamente lo solcano e alle legioni dislocate lungo tutto il suo corso, non è più soltanto barriera naturale, ma anche invalicabile linea fortificata (VII 13, 1-3): e proprio lungo questa, a Colonia, Costantino ha fatto costruire un grandioso ponte. Nel panegirico del 312 infine vi sono delle interessanti sottolineature circa la realtà del fiume, inteso come confine della Gallia e, in particolare, della regione degli Edui (VIII 2, 4 e 3, 3), mentre in quello del 313 si afferma che, dopo la vittoriosa conclusione della battaglia contro Massenzio a Ponte Milvio, Costantino volle nello stesso anno ritornare sulla frontiera del Reno inferiore, sospinto sia dall’ansia dei soldati di tornare nelle zone a loro più gradite (segno evidente della provenienza di quei soldati), sia dalla necessità di arginare nuove invasioni (IX 21-22, 3).

La suggestione del Danubio poi, l’altro immenso tratto del limes d’acqua posto tra romanità e barbarie, è soprattutto rinvenibile nel panegirico per Giuliano di Claudio Mamertino. Questi, compagno di viaggio dell’imperatore, descrive le due rive del fiume, delle quali la destra gli appare piena di città in festa all’arrivo del princeps, la sinistra invece popolata da barbari, costretti ad inginocchiarsi in atteggiamento supplice e miserevole: da una parte dunque, al di qua del limes, le città romane, ove la gente stupita ammira Giuliano, che nonostante la fatica del lungo percorso appare per nulla stanco, ma con l’aspetto vivace di uomo forte e avvezzo alle fatiche militari; dall’altra invece, al di là del fiume, il mondo delle gentes externae, che hanno osato muovere guerra all’imperatore, costringendolo a intervenire in difesa del nome di Roma.

Nel panegirico è evidenziata una netta divisione tra le due partes separate dal Danubio, l’occidentale e l’orientale: il panegirista ricorda la discesa di Giuliano verso Costantinopoli e afferma che, mentre la nave solcava il fiume, l’imperatore distribuiva «doni» diversi: a destra, in territorio romano, speranza, libertà, ricchezze, a sinistra, sul suolo barbarico, terrore, paura e fuga. Nelle regioni poste a destra del fiume si riversavano dunque i benefici del sovrano, per i popoli della Dalmazia, per gli abitanti dell’Epiro e anche per i cittadini di città lontane, quali Nicopoli, Atene ed Eleusi: tali città, che si trovavano in uno stato di estrema rovina morale e materiale, così risorgevano e tornavano ad animarsi: le fontane riprendevano a scorrere, i portici e i ginnasi si riempivano nuovamente di gente, le antiche festività venivano rimesse in auge e nuove se ne istituivano in onore del principe benefattore; nei territori della riva sinistra invece il mondo dei barbari appariva in preda a sentimenti di paura e di terrore e volgeva in fuga davanti all’imperatore che avanzava (XI 8-9).

Guerriero germanico ferito e morente (dettaglio). Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

c. Oriente e Occidente

L’ideale limes dei panegiristi non si identifica però solo con il Reno e il Danubio, ma attraversa anche una divisione più ampia, quella tra l’Occidente e l’Oriente, tra il mondo della tradizionale virtus romana e quello delle deliciae Orientis (IX 24, 1). La menzione dell’Oriente è infatti nei panegirici abbastanza frequente e, ogni volta che tale parte del mondo viene contrapposta o paragonata a quella occidentale, essa è definita come distante, separata ed inferiore, soprattutto sul piano delle virtutes tipiche dell’uomo romano, il valore militare, la morigeratezza, la parsimonia, ecc. La sottolineatura dell’antitesi, a vantaggio naturalmente di tutto quello che è «occidentale», è chiaro segno della mentalità diffusa nelle regioni a ovest del Reno e del Danubio, regioni che si sentono in tutto e per tutto romane, ove i lontani territori dell’Oriente sono ritenuti distanti e divisi, non solo e non tanto geograficamente, ma anche e soprattutto idealmente.

La prima divisione tra Oriente e Occidente evidenziata dai panegiristi è ovviamente di carattere geografico: a indicare, per esempio, che l’imperatore ha esteso il suo dominio sul mondo intero, Claudio Mamertino proclama solennemente che Giuliano è divenuto in pochi mesi, e per dono divino, Libyae Europae Asiaeque regnator (XI 27, 2)[50]; e a sua volta Pacato Drepanio identifica l’Oriente con le regioni lontanissime in cui sorge il sole e dove, segno di grande valore, riesce a giungere Teodosio vittorioso (XII 23, 1). Altri riferimenti all’Oriente geografico sono in quei luoghi dei panegirici, ove vengono ricordati i più importanti fiumi del mondo, il Tanai, il Reno, il Danubio, l’Eufrate, il Tigri, il Nilo: ancora nel panegirico di Pacato Drepanio, per esempio, si parla del Tanai, il fiume che per gli antichi segnava il confine tra Asia ed Europa[51], per esaltare le vittoriose attività militari di Teodosio, in seguito alle quali l’attraversamento di quel fiume era stato interdetto agli Sciti e agli imbelli Albani (XII 22, 3)[52].

Ma la divisione tra Oriente e Occidente è per i panegiristi soprattutto una divisione ideale, sentita fortemente ed espressa frequentemente. Tale divisione, teorizzata già da Aristotele[53], è per la mentalità dei panegiristi — mentalità perfettamente nel solco della tradizione greca e latina — separazione tra un mondo, l’orientale, caratterizzato da assenza di valore militare e scelta di una vita molle e raffinata, e una realtà invece, quella occidentale, connotata da grande capacità bellica, spirito di sacrificio, senso austero della famiglia e così via. Per esempio, nel panegirico per Costantino del 313, per celebrare le diverse campagne realizzate dall’imperatore contro i Franchi che avevano attraversato il fiume Reno, penetrando al di qua del limes, viene formulata una distinzione tra occidentali e orientali, fondamentalmente basata sulle opposte caratteristiche degli uni e degli altri: gli orientali, tra cui anche i Greci[54] — dice il panegirista — sono inadatti alla guerra e pieni di paura, immemori della libertà e pronti ad asservirsi pur di ottenere pietà; gli occidentali invece, o sono legati alla disciplina militare da un giuramento sacro, come i Romani, o sono totalmente sprezzanti del pericolo della vita, come i Franchi (IX 24, 1-2). Al panegirista anche il confronto tra il famoso Alessandro Magno e Costantino serve per evidenziare la superiore capacità militare degli occidentali rispetto agli orientali: nella scia del noto confronto liviano tra il grande Alessandro e i Romani[55], viene infatti esaltato Costantino come soldato e condottiero più valoroso perché, mentre il Macedone aveva facilmente combattuto contro degli orientali — i Medi effeminati, i Siri imbelli, i Parti abili unicamente nel lancio delle frecce — destinati solo a mutar padrone nella loro condizione di perenne e vile schiavitù, l’imperatore romano ha dovuto invece affrontare duramente i soldati di Massenzio, traditori sì, ma pur sempre valorosi e forti, in quanto romani (IX 5, 3). Il valore militare degli occidentali è posto in risalto anche nel panegirico per Teodosio, ove Pacato Drepanio elogia la Spagna, terra di nascita dell’imperatore, fortunata, oltre che per la felice posizione geografica, anche, e soprattutto, per essere patria di soldati fortissimi (durissimi milites) e condottieri espertissimi, come appunto Teodosio (XII 4, 5). Per concludere, anche Pacato istituisce un confronto militare tra i soldati «orientali» di Antonio e Cleopatra, vinti da Ottaviano ad Azio, e quelli «occidentali» di Teodosio, assai più validi e forti in guerra (XII 33, 4-5).

Caccia alle fiere (particolare). Mosaico pavimentale della Megalopsychia, c. V-VI secolo, dal villaggio di Yakto (Daphne, Antiochia). Antakya, Hatay Archaeology Museum.

5. Un’integrazione romano-barbarica

Se nei panegirici la rappresentazione delle gentes externae è fatta in chiave negativa, ciò non impedisce che negli stessi discorsi appaiano talvolta le tracce di una valutazione diversa, forse più vicina alla complessa realtà storica e geografica di un’epoca di grandi mutamenti sociali e di una regione — quella del limes renano-danubiano — che era di grande importanza strategica, politica e militare. Lì infatti, in una terra di frontiera, proprio nel secolo dei panegiristi, era in atto uno scontro, reale e ideale, tra due civiltà — la romana e la germanica — incommensurabili e distanti tra loro, ben diversamente evolute, eppure destinate necessariamente a integrarsi.

Nei panegirici possiamo leggere importanti testimonianze relative a tale incipiente integrazione: sono le notizie — le prime che possediamo sul fenomeno — di quegli stanziamenti di agricoltori barbari nei territori dell’impero romano, che gli imperatori del III-IV secolo, seguendo la tradizione dei loro predecessori[56], decisero di attuare. Leggiamo pertanto nel panegirico del 297 l’elogio di Massimiano, perché ha fatto coltivare dai Laeti (cioè da cultores barbari) i campi abbandonati nel territorio di Treviri, e di Costanzo, perché si è servito degli stessi cultores per far rifiorire il territorio della Gallia Lugdunensis (IV 21, 1). E leggiamo anche, nello stesso discorso, quello che può essere ritenuto il passo più significativo di tutto il corpus dei panegirici in ordine alla tematica dell’integrazione (IV 9, 1-4): i barbari, sconfitti e fatti prigionieri, sono raccolti in una (non determinata) ricca e fiorente città della Gallia e disciplinatamente ordinati per gruppi (ad obsequium distribuii)[57], per essere quindi destinati a coltivare i terreni abbandonati (ad destinatos sibi cultus solitudinum), vendere nei mercati i prodotti della pastorizia e dell’agricoltura (operatur et frequentat nundinas meas pecore venali), contribuire a sollevare le tristi condizioni economichedella città (cultor barbarus laxat annonam), o — destinazione quest’ultimasommamente gratificante — essere inseriti nell’esercito tra gli auxilia militari (si ad dilectum vocetur… servire se militiae nomine gratulatur)[58].

I panegirici testimoniano dunque che gli scontri, militari e sociali, tra romani e barbari si andavano pian piano mutando in incontri e che lentamente prendeva avvio un progressivo e inarrestabile processo di romanizzazione dei territori posti al di là dei fiumi Reno e Danubio. Nel discorso del 289, per esempio, Mamertino elenca le vittorie di Massimiano, grazie alle quali l’imperatore, «primo tra tutti», ha dimostrato che unico confine dell’impero è quello delle armi del principe: per cui il Reno, posto dalla natura a difesa delle province romane dinnanzi all’immensità delle regioni barbariche, ha ormai perso la sua antica importanza difensiva: per gli abitanti della Gallia renana infatti non è più causa di paura l’eventuale abbassamento delle acque dovuto a scarsità di piogge, perché anche l’intravedersi dei sassolini sul fondo, non sarebbe segnale di pericolo, in quanto tutto ciò che si scorge al di là del Reno è ormai parte del mondo romano: quidquid ultra Rhenum prospicio Romanum est, esclama convinto il panegirista (II 7, 7). Significativa, nel passo di Mamertino, non tanto la memoria delle vittorie degli imperatori, al di qua e al di là del Reno, quanto la coscienza, che vi traspare, dei provinciali della Gallia, i quali sentono ormai come romane le terre transrenane; sentono insomma che tra le due sponde del Reno vi è meno distanza di prima.

Altri panegiristi vanno ancora più in là, affermando la necessità di un’«amicizia» tra Romani e barbari. Nel panegirico del 307 l’oratore ricapitola le imprese di Massimiano — le vittorie sui Bagaudi in Gallia e le spedizioni tra i Germani — affermando con enfasi che l’imperatore è stato «il primo» a trasferire le insegne romane tra i barbari della Germania, costringendo questi a deporre le armi e a divenire, nell’obbedienza a Roma, «amici» del popolo romano (VI 8, 5: domita Germania aut boni consulit ut quiescat aut laetatur quasi amica si pareat). Tale concetto, della «necessità» dell’amicizia tra barbari e romani, è poi significativamente ripetuto in panegirici successivi, come in quello di Nazario per Costantino (X 38, 3) o di Pacato Drepanio per Teodosio (XII 22, 4).

Da qui, da questo lento ma inevitabile processo di integrazione etnica e sociale tra popoli diversi, i cittadini dell’impero romano e i «barbari», iniziato nei secoli della tarda antichità — e per cui i Panegyrici Latini rappresentano un corpus di coeve e significative testimonianze storiche e culturali — sorgerà, grazie anche all’immensa forza ideale e morale del Cristianesimo (della cui presenza una qualche traccia può forse scorgersi anche nei pagani panegirici)[59], la civiltà medievale, dai regni romano-barbarici al Sacro Romano Impero, e la stessa civiltà moderna.

Guerriero germanico si arrende a un Romano (dettaglio). Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

***

Riferimenti bibliografici

N. Baglivi, Nota a Paneg. VIII (5) 13, 4, Orpheus 6 (1985), 136-148.

____ , Paneg. VII (6) 3, 3 e l’età di Costantino, ibidem, 437-441.

____ , Osservazioni su Paneg. VII (6) 9, Orpheus 7 (1986), 329-337.

H.R. Baldus, Theodosius der Grosse und die Revolte des Magnus Maximus, Chiron 14 (1984), 175-192.

R.C. Blockley, The Panegyric of Claudius Mamertinus on the Emperor Julian, AJPh 93 (1972), 437-450.

A.D. Booth, The Image of the Professor in Ancient Society, EMC 20 (1976), 1-10.

H. Caplan, The Latin Panegyrics of the Empire, in A. King, H. North (eds.), Of Eloquence: Studies in Ancient and Medieval Rhetoric, Ithaca-London 1970, 26-39.

P.J. Casey, Carausius and Allectus. Rulers in Gaul?, Britannia 8 (1977), 283-301.

Y.A. Dauge, Le barbare. Recherches sur la conception romaine de la barbarie et de la civilisation, Bruxelles 1981.

L. De Giovanni, Costantino e il mondo pagano, Napoli 1977.

E. Demougeot, A propos de Lètes gaulois du IVe siècle, in R. Stiehl, H. Stier (eds.), Beiträge zur Altengeschichte und deren Nachleben. Festschrift für Franz Altheim, Berlin 1969, 101-113.  

F. Del Chicca, La struttura retorica del Panegirico latino tardoimperiale in prosa: teoria e prassi, AFLFUC 6 (1985), 79-113.

S. D’Elia, Ricerche sui Panegirici di Mamertino a Massimiano, Napoli 1961.

P. Dockés, Révoltes bagaudes et ensauvagement, in Sauvages et ensauvagement, Lyon 1980, 147-195.

J.F. Drinkwater, Paesants and Bagaudae in Roman Gaul, EMC 28 (1984), 349-371.

P.-M. Duval, La Gaule jusqu’au milieu du Ve siècle, II, Paris 1971, 523-534.

R. Etienne, Bordeaux antique, Bordeaux 1962.

A. Giardina, Aspetti della burocrazia nel Basso Impero, Roma 1977.

____ (ed.), Società romana e impero tardoantico. Istituzioni, ceti, economie, I-IV, Roma-Bari 1985.

L. Gracco Ruggini, Bagaudi e Santi innocenti: un’avventura fra demonizzazione e martirio, in E. Gabba (ed.), Tria corda. Scritti in onore di A. Momigliano, Como 1983 121-142.

E. Groag, s.v. Maxentius, in RE XIV, 2 (1930), 2417-2484.

T. Janson, Notes on the Text of the Panegyrici Latini, CPh 79 (1984), 15-27.

A.H.M. Jones, J.R. Martindale, J. Morris (eds.), The Prosopography of the Later Roman Empire, I. A.D. 260-395, Cambridge 1971, 272 (Latinius Pacatus Drepanius); 294-295 (Eumenius); 539-540 (Mamertinus); 540-541 (Claudius Mamertinus); 618-619 (Nazarius).

____ , Il tramonto del mondo antico, trad. it. M. Zucconi, Bari 1972.

____ , Il tardo impero romano, trad. it. E. Peiretti, I-III, Milano 1973-1981.

F. Kolb, Diocletian und die Erste Tetrarchie. Improvisation oder Experiment in der Organisation monarchischer Herrschaft ?, Berlin-New York 1987.

I. Lana, La storiografia del Basso Impero, Torino 1963.

D. Lassandro, I manoscritti H N A nella tradizione dei Panegyrici Latini, BCENCGL 15 (1967), 55-97.

____ , Batavica o Bagaudica rebellio? A proposito di Pan. Lat. IV 4, 1 e VIII 4, 2, GIF 25 (1973), 300-308.

____ , Rivolte contadine e opinione pubblica in Gallia alla fine del III secolo d.C., CISA 4 (1978), 204-214.

____ I «cultores barbari» (Laeti) in Gallia da Massimiano alla fine del IV secolo d.C., CISA 6 (1979), 178-188.

____ , La demonizzazione del nemico politico nei Panegyrici Latini, CISA 7 (1980), 237-249.

____ , La rappresentazione del mondo barbarico nell’oratoria encomiastica del IV secolo d.C., InvLuc 2 (1980), 191-205.

____ , Le rivolte bagaudiche nelle fonti tardoromane e medievali: aspetti e problemi (con appendice di testi), InvLuc 3-4 (1981-1982), 57-110.

____ , L’integrazione romano-barbarica nei Panegyrici Latini, CISA 12 (1986), 153-159.

____ , Il «limes» renano nei Panegyrici Latini, CISA 13 (1987), 295-300.

____ , Inventario dei manoscritti dei Panegyrici Latini, InvLuc 10 (1988), 107-200.

S.N.C. Lieu (ed.), The Emperor Julian: Panegyric and Polemic, Liverpool 1989².

A. Lippold, s.v. Theodosius I, in RE suppl. XIII (1973), 837-961.

____ , Theodosius der Grosse, München 1980².

B. Luiselli, L’idea romana dei barbari nell’età delle grandi invasioni germaniche, Romanobarbarica 8 (1984-1985), 33-61.

S. MacCormack, Latine Prose Panegyrics. Tradition and Discontinuity in the Later Roman Empire, REA 22 (1976), 29-77.

J.F. Matthews, Gallic Supporters of Theodosius, Latomus 30 (1971), 1073-1099.

M. Mause, Die Darstellung des Kaisers in der lateinischen Panegyrik, Stuttgart 1994.

S. Mazzarino, Il De rebus bellicis e la Gratiarum actio di Claudio Mamertino, in Studi di storiografia antica in memoria di L. Ferrero, Torino 1971, 209-214.

M.G. Messina, Il Panegirico di Costantino del 312 e alcuni aspetti fiscali della Gallia del IV secolo, Index 9 (1980), 41-77.

J. Moreau, Pont Milvius ou Saxa Rubra ?, in Scripta minora, Heidelberg 1964, 72-75.

C.E.V. Nixon, The Occasion and Date of Panegyric VIII (V) and the Celebration of Constantine’s Quinquennalia, Antichthon 14 (1980), 157-167.

____ , The Panegyric of 307 and Maximian’s Visits to Rome, Phoenix 35 (1981), 70-76.

____ , Latin Panegyric in the Tetrarchy and Constantinian Period, in B. Croke, A.M. Emmett (eds.), History and Historians in Late Antiquity, Sydney 1983, 88-99.

____ , Pacatus: Panegyric to the Emperor Theodosius, Liverpool 1987.

____ , The Use of the Past by the Gallic Panegyrists, in G. Clarke, B. Croke, R. Mortley, A. Emmett Nobbs (eds.), Reading the Past in Late Antiquity, Potts Point 1990, 1-36.

____ , B. Saylor Rodgers, In Praise of Later Roman Emperors, Berkeley-Los Angeles-Oxford 1994, 14-26.

J.-R. Palanque, L’empereur Maxime, in A. Piganiol, H. Terrasse (éds.), Les empereurs romanis d’Espagne, Paris 1965, 255-267.

A. Pasqualina, Massimiano Herculius. Per una interpretazione della figura e dell’opera, Roma 1979.

A. Piganiol, La captation de Dioclétien, in Scripta varia, III, Bruxelles 1973, 279-292.

W. Portmann, Geschichte in der spätantiken Panegyrik, Frankfurt a.-M. 1988.

L.D. Reynolds (ed.), Texts and Transmission. A Survey of the Latin Classics, Oxford 1983.

G. Ricciotti, Giuliano l’Apostata, Milano 1962.

D. Romano, Per una nuova interpretazione del Panegirico latino in onore dell’imperatore, in Letteratura e storia dell’età tardoromana, Palermo 1979, 9-25.

G. Sabbah, De la rhétorique à la communication politique : les Panégyriques Latins, BAGB 43 (1984), 363-388.

B. Saylor Rodgers, Merobaudes and Maximus in Gaule, Historia 30 (1981), 82-105.

____ , Eumenius of Augustodunum, AncSoc 20 (1989), 249-266.

____ , The Metamorphosis of Constantine, CQ 39 (1989), 233-246.

C.J. Simpson, Laeti in Northern Gaul. A Note on Pan. Lat. VIII, 21, Latomus 36 (1977), 169-170.

V.A. Sirago, Galla Placidia e la trasformazione politica dell’Occidente, Louvain 1961.

____ , L’agricoltura gallica sotto la tetrarchia, in Hommages à M. Renard, II, Bruxelles 1969, 687-699.

____ , Diocleziano, in Nuove questioni di storia antica, Milano 1969, 581-613.

M. Sordi, Magno Massimo e l’Italia settentrionale, AAA 22 (1982), 51-65.

____ , I cristiani e l’impero romano, Milano 1984.

T. Spagnuolo Vigorita, Exsecranda pernicies: delatori e fisco nell’età di Costantino, Napoli 1984.

D. Vera, I rapporti fra Magno Massimo, Teodosio e Valentiniano II nel 383-384, Athenaeum 53 (1975), 267-301.

E. Vereecke, Le corpus des Panégyriques Latins de l’époque tardive : problèmes d’imitation, AntClass 44 (1975), 141-160.

C.R. Whittaker, Agri deserti, in M.I. Finley (ed.), Studies in Roman Property, Cambridge 1976, 137-165.

K. Ziegler, s.v. Panegyrikos, in RE XVIII, 3 (1949), 559-581.


[1] In realtà, il corpus manoscritto comprende dodici discorsi, essendo i panegirici tardo-antichi preceduti da quello di Plinio il Giovane a Traiano (cfr. F. Trisoglio [ed.], Plinio Cecilio Secondo, Opere, vol. II, Torino 1973, 1125-1385).

[2] Per un’informazione sintetica sui Panegirici, cfr. D. Lassandro, I «Panegirici Latini» del III-IV secolo, in I. Lana, E.V. Maltese (dir.), Storia della civiltà letteraria greca e latina, III. Dall’età degli Antonini alla fine del mondo antico, Torino 1998, 476-483.

[3] Poiché la successione secondo la quale i XII Panegyrici Latini sono disposti nelle edizioni critiche non è cronologica, ma rispetta la «disordinata» sequenza manoscritta, è invalso l’uso di numerare queste orazioni in modo duplice, a indicare sia l’ordine tràdito, sia quello cronologico. Nella presente edizione, ai fini di un più immediato e chiaro inquadramento storico, si è adottato il solo criterio dell’indicazione «cronologica», segnalata con un numero romano, a partire dal II (con il numero I si indica ovviamente il panegirico di Plinio). Quando necessario, comunque, è stato anche notato l’ordine «manoscritto» (con numero arabo posto tra parentesi quadre).

[4] L’anno potrebbe anche essere il 298: per questo nelle edizioni la numerazione «cronologica» del panegirico è generalmente indicata con V (e con IV invece quella dell’oratio di Eumenio).

[5] Importante ai fini documentari questo capitolo (evidenziato nei codici con la miniatura della lettera iniziale dell’incipit), perché è l’esatta trascrizione della lettera di nomina imperiale con la quale Eumenio veniva preposto alla direzione delle scuole.

[6] I Viri perfectissimi erano ufficiali superiori di rango equestre: Cod. Theod. VI 38, 1.

[7] Ne parla anche Tac. Ann. III 43, 1, testimoniandone l’esistenza come sede di alti studi per la gioventù nobile della Gallia.

[8] Particolarmente significativo è il capitolo 20 del panegirico, non solo perché vi si indicano alcune materie oggetto di studio (la storia e la geografia), ma anche la metodologia di quello stesso studio: sono infatti descritte le «carte» geografiche affrescate nei portici della città, osservando le quali i giovani augustodunensi avrebbero potuto facilmente apprendere la storia degli imperatori e la geografia delle conquiste romane.

[9] XIV 9.

[10] Ad annum post natum Abraham 2340.

[11] Nomine formali, essendo in quest’epoca il consolato, come le altre magistrature, soltanto un titolo onorifico attribuito dall’imperatore ai suoi amici.

[12] Ausonio nomina più volte Pacato, dedicandogli anche alcuni carmi.

[13] Il discorso – «la prima grande orazione epidittica con fini politici» (A. Lesky, Storia della letteratura greca, trad. it., I, Milano 1962, 727) – destinato alla lettura, imitava la forma dei discorsi ufficiali pronunciati in occasione delle grandi feste panelleniche.

[14] Assieme al γένος σνμβονλεντιϰóν, di natura prettamente politica e deliberativa, e al γένος διϰανιϰóν, di indole giudiziaria, rappresentava il triplice mondo dell’eloquenza pubblica degli antichi.

[15] Cic. De or. 1, 81; orat. 37.

[16] Quint. X 1, 7.

[17] L. Spengel (ed.), Rhetores Graeci, III, Lipsiae 1856, 368-446.

[18] Hyp. F 171-180 Kenyon.

[19] Quint. XI 15.

[20] I tratti di questo «ideale di sovrano» possono ritrovarsi in seguito, fino ai nostri giorni, in tante propagande filo-imperiali o filo-regie (e non solo…). Sull’Herrscherideal tardoantico, cfr. J. Straub, Vom Herrscherideal in der Spätantike, Stuttgart 1937.

[21] Tale fratellanza è ricordata da Caes. BG I 33, 2, ove si dice che gli Edui erano stati con deliberazioni del Senato dichiarati fratelli del popolo romano (Aeduos fratres consanguineosque saepe numero ab Senatu appellatos), e da Tac. Ann. XI 25, 1, ove è scritto che i primi tra i Galli a ottenere dall’imperatore Claudio il diritto di sedere in Senato furono i rappresentanti degli Edui, e ciò in grazia di un’antica fratellanza (Datum id foederi antiquo, et quia soli Gallorum fraternitatis nomen cum populo Romano usurpant).

[22] «Si può spesso sapere la verità anche dal linguaggio dell’adulazione» (E. Gibbon, Storia della decadenza e caduta dell’impero romano, trad. it., Torino 1967, 320). La monumentale opera di E. Gibbon, The Decline and Fall of the Roman Empire (la narrazione va dal 180 al 1453), fu pubblicata in Inghilterra dal 1766 al 1788; ed è rimasta da allora non solo strumento indispensabile per chiunque voglia accostarsi alla storia antica, ma anche splendido libro ove risalta con grande evidenza la capacità narrativa del vero storico.

[23] Per esempio da M. von Albrecht, Storia della letteratura latina da Livio Andronico a Boezio, trad. it. di A. Setaioli, III, Torino 1996, 1459-1462.

[24] In questo schema confluiscono tutti gli elementi concettuali e verbali di una consolidata tradizione letteraria. La forma di tale schema deriva dalla sua tradizione «ideologica» e letteraria, risalente, per limitarci a un esempio significativo, a Cic. Phil. IV 2, 4-5, ove viene contrapposto il nobile Ottaviano ad Antonio, definito ardens odio… cruemtus sanguine civium Romanorum… hostis, latro, parricida patriae, pestis.

[25] Già Quint. III 7 (De laude et vituperatione) aveva teorizzato lo schema elogiativo, basato sull’antitesi bene/male, schema che poi sarebbe divenuto tipico dei panegirici: elogio del personaggio (sua patria, sua gens, presagi della sua grandezza, sua fortuna, suoi attributi: forza, bellezza, ecc.) da un lato, disprezzo per i nemici dall’altro.

[26] L’uso di un tale attributo (e del sinonimo tremens) rivela la studiata utilizzazione di un lessico evocante i fenomeni dello sconvolgimento mentale, che necessariamente subentra in chi osa profanare la divinità, e pertanto l’imperatore.

[27] … in sexum cui bella parcunt pace saevitum (XII 29, 1). Su Magno Massimo abbiamo invece testimonianze positive da parte di Sulp. Sev. Dial. II 6: vir omni vita merito praedicandus; si ei vel diadema non legitime, tumultuante milite, impositum repudiare vel armis civilibus abstinere licuisset, e di Oros. VII 14, 9: Maximus, vir quidem strenuus et probus atque Augusto dignus, nisi contra sacramenti fidem per tyrannidem emersisset: testimonianze che, pur condannando l’usurpazione, valutano con serenità ed elogiano il carattere dell’uomo.

[28] Il quadro è simile a quelli degli altri panegirici, ma vi è un’aggiunta: Quisquis purpura quandoque regali vestire umeros cogitabit, Maximus ei exutus occurat. Quisquis aurum gemmasque privatis pedibus optabit, Maximus ei plantis nudus appareat. Quisquis imponere capiti diadema meditabitur, avulsum umeris Maximi caput et sine nomine corpus adspiciat (XII 45, 1-2): Massimo con la sua fine tragica deve servire di esempio a chi osa o solo pensa di usurpare il regno.

[29] Sulle rivolte bagaudiche vd. D. Lassandro, Le rivolte bagaudiche nelle fonti tardoromane e medievali: aspetti e problemi (con appendice di testi), InvLuc 3-4 (1981-1982), 57-110.

[30] Vd. A. Holder, Altceltischer Sprachschatz, I, Leipzig 1896, 329-331.

[31] In documenti e carte medievali è attestata la sopravvivenza di un toponimo Castrum Bagaudarum presso Parigi, nel luogo dell’antico monastero di Saint-Maurdes-Fossés, ove oggi è situata l’omonima cittadina.

[32] I manoscritti riportano Batavica rebellio, ma la correzione Bagaudica (avanzata di Giusto Lipsio, nell’edizione e commentario di Tacito, Anversa 1581) è palmare, paleograficamente e filologicamente dimostrabile (vd. D. Lassandro, Batavica o Bagaudica rebellio?, GIF 4 [1973], 300-308).

[33] Il panegirista celebra ane il nuovo culto per Giove ed Ercole, gli dèi protettori dei tetrarchi: alle divinità celesti, unite da un patto di mutuo aiuto, corrispondono infatti, in terra, gli imperatori Diocleziano e Massimiano, legati anch’essi da un vincolo «di fedeltà reciproca e aiuto militare».

[34] Ricostruito quasi nella sua interezza, il monumento è ora conservato nei «Musées» della città di Metz in Francia.

[35] Il gruppo statuario ritrovato a Merten non può non richiamare alla memoria, per la notevole somiglianza figurativa ed espressiva, la Gigantomachia, il grande fregio scolpito a Pergamo negli anni 190-180 a.C., che correva esternamente, al di sotto del colonnato, sullo zoccolo dell’ara, il solenne monumento fatto erigere da Eumene II sull’acropoli della città (ora è conservato nel Pergamonmuseum di Berlino). E poiché la grandiosa allegoria della Gigantomachia pergamena rappresentava la vittoria su quei barbari, di origine celtica, che al tempo del re Eumene II avevano devastato le coste del regno di Pergamo, non può essere ipotizzabile che lo scultore di Merten abbia scelto proprio quel lontano, ma famoso modello, per celebrare un’analoga vittoria su altri Galli — i Bagaudi — anch’essi barbari e devastatori? Notevoli sono infatti le somiglianze plastiche tra la figura di Alcioneo, abbattuto da Atena nel fregio orientale dell’ara pergamena, e quella del gigante, atterrato dal cavaliere nel gruppo statuario di Metz: simile è, per esempio, l’inclinazione delle figure verso destra, dovuta al fatto che, in entrambe le opere, il vincitore (Atena o il cavaliere) sospinge a terra il vinto con la destra (Atena direttamente, il cavaliere con la lancia nell’atto di colpire); simile ugualmente è l’appoggio dei corpi, ovviamente sul lato destro (il ginocchio destro per il gigante pergameno, la parte destra della coda serpentina per quello di Metz); simile inoltre è la possente muscolatura dei due giganti, protesi nello sforzo di resistere alla forza del vincitore (il gigante pergameno tenta di trattenere col braccio destro la mano della dea che lo atterra; il gigante di Metz, a sua volta, tenta con la sinistra di bloccare lo zoccolo innalzato del cavallo, ad evitare di essere abbattuto). Anche le due teste presentano delle analogie: volti senza barba ed espressioni terrorizzate, sottolineate dagli occhi stravolti verso l’alto.

[36] E ragionevole pertanto supporre — come già fece nell’Ottocento O.A. Hoffmann, Die Bagaudensàule von Merten im Museum zu Metz, JGGA 1888-1889, 14-39 — che la colonna e il gruppo statuario ritrovati nei luoghi che furono teatro delle jacqueries bagaudiche possano riferirsi proprio alla vittoria che nel 285-286 Massimiano riportò sui contadini ribelli: l’elevazione della colonna poté perciò avvenire dopo quella vittoria, nello stesso luogo ove l’imperatore aveva sconfitto i Bagaudi, liberando la città di Treviri e la zona circostante da un pericolo gravissimo.

[37] Vd. M. Rostovzev, Storia economica e sociale dell’impero romano, ed. it., Firenze 1933.

[38] Vd. M. Mazza, Lotte sociali e restaurazione autoritaria nel III secolo d.C., Roma-Bari 1973, 90.

[39] Vd. Aur. Vict. Caes. XXXIX 17-20; Eutrop. IX 20, 3; Oros. VII 25, 1-2. Solo il cristiano Salviano, nato a Treviri e vissuto a Marsiglia, nel De gubernatione Dei (opera scritta intorno alla metà del V secolo), riuscì a comprendere le motivazioni delle rivolte bagaudiche, cioè la povertà, la miseria, le continue ingiustizie cui i più umili venivano quotidianamente sottoposti. Nel libro V (capp. 21-28) egli parla della condizione dell’impero invaso dai barbari e rileva gli aspetti più drammatici della nuova realtà: le vedove piangono, gli orfani sono maltrattati e, soprattutto, i poveri vengono «devastati» (vastantur pauperes); questa triste realtà spinge molti, anche di illustri natali, a cercare riparo tra gli stessi barbari e a preferire le difficoltà della vita presso di quelli alle vessazioni e ingiustizie diffuse nel mondo romano (cap. 21: malunt tamen in barbari; pati cultum dissimilem quam in Romanis inmstitiam saevientem). Sullo stesso piano dei barbari Salviano pone i Bagaudi, affermando che anche presso costoro fuggono gli oppressi: nella digressione sui rivoltosi (cap. 22) egli dà la sua interpretazione del fenomeno bagaudico, che certamente doveva essere ancora vivo ai suoi tempi, giudicando con profonda comprensione i ribelli e attribuendo la causa delle rivolte alle ingiustizie e ai soprusi di cui erano vittime. L’invettiva accusatrice di Salviano è rivolta soprattutto contro gli autori delle rapine fatte in nome dello Stato, i funzionari disonesti e gli esattori rapaci. Il linguaggio ha poi una vivezza e una passionalità fortissime, attraverso le quali si scorge con chiarezza la valutazione che del fenomeno bagaudico dà l’autore: è una valutazione che si scosta dalla vulgata storiografica sui Bagaudi (che li vedeva come ribelli e mostri) e nella quale invece vi è un’acuta (anche se retoricamente amplificata) visione delle cause delle rivolte contadine, la povertà e lo sfruttamento. Su Salviano, si vd. il fondamentale studio di M. Pellegrino, Salviano di Marsiglia, Roma 1940.

[40] Significative appaiono anche le analogie di ordine verbale (Terra mater frugum riprende fertilis frugum… Tellus; Iuppiter moderator aurarum può avvicinarsi a lovis aurae). Esse, però, non indicano tanto una ripresa diretta da Orazio, quanto piuttosto l’utilizzazione di un repertorio ideologico, che alla propaganda augustea faceva capo e che nei panegiristi dimostra ancora la sua vitalità.

[41] La solenne invocazione, cantata dai ventisette fanciulli e dalle ventisette fanciulle nei Ludi del 17 a.C., era nel segno dei tipici valori tradizionali dell’antico e agreste Lazio, da Augusto fortemente promossi e finalizzati alla prosperità dello Stato romano e alla continuazione dell’assetto politico-istituzionale e ideologico-morale da lui instaurato. Orbene, quei valori — grazie anche alla splendida letteratura che nel saeculum Augustum fiorì e che, tra i massimi, accanto al grande Virgilio, ebbe il poeta di Venosa — sopravvissero all’età augustea e conservarono grande rilevanza nell’ideologia imperiale delle epoche successive, fino alla tarda antichità.

[42] Vd. A. La Penna, Orazio e l’ideologia del principato, Torino 1963, 108.

[43] Si tratta dell’orazione De suis virtutibus contra L. Thermum post censuram (F 135 Malcovati; F 99 Sblendorio Cugusi): vd. R. Stark, Catos Rede de lustri sui felicitate, RhM 96 (1953), 184-187.

[44] Verg. Ecl. IV 5.

[45] Naturalmente la netta contrapposizione tra Romani e barbari e la valutazione di questi ultimi secondo i parametri della inciviltà, della violenza e della aggressività dipendono anche, in testi essenzialmente retorici e di provenienza scolastica quali i panegirici dall’utilizzazione di schemi e topoi fortemente radicati nella cultura e nella tradizione letteraria latina. Barbarus e i suoi derivati (barbarici, barbaries, barbaricus) nella letteratura precedente — e soprattutto in Cicerone, palesemente modello stilistico dei panegiristi — erano stati impiegati o nella accezione più semplicemente «narrativa», a indicare, sul modello del greco, popoli diversi e lontani, o nella accezione traslata, a indicare popoli crudeli e feroci, regioni selvagge e inospitali, ecc. E ovvio che il senso traslato poté porsi sulla base di una valutazione obiettiva della feritas dei barbari, contrapposta alla humanitas romana; ed è anche ovvio che l’effettiva diversità e inferiorità culturale del mondo barbarico fu accentuata ed evidenziata dai panegiristi, quasi con lo scopo di esorcizzare una realtà geograficamente vicina, ma troppo diversa, sconosciuta e paurosa.

[46] Cfr. B. Luiselli, Storia culturale dei rapporti tra mondo romano e mondo germanico, Roma 1992.

[47] Questa visione di un mondo barbarico devastatore è comune nella letteratura del tempo. Amm. Marc. XV 8, 1, per esempio, così descrive la situazione della Gallia prima dell’intervento di Giuliano: Constantium vero exagitabant assidui nuntii deploratas iam Gallias indicantes nullo renitente ad internecionem barbaris vastantibus universa.

[48] Anche nel discorso del 307 Massimiano è elogiato per le vittorie sui Franchi (VI 4, 2: Multa ille Francorum milia… interfecit, depulit, cepit, abduxit) e su molti altri popoli barbari, che egli però trattò con clemenza.

[49] Anche in questa occasione, come nella precedente, Costantino appare spietato (tantum captivorum multitudinem bestiis obicit) e anche qui il panegirista approva: Namquid hoc triumpho pulchrius quo caedibus hostium utitur etiam ad nostrum omnium voluptatem… ? (IX 23, 3).

[50] Il panegirista utilizza in tal modo la tradizionale divisione del mondo in tre parti (Libia, cioè Africa, Europa e Asia), di cui comunque le prime due rappresentano quasi un’unità (occidentale) contrapposta all’Asia (orientale): vd. August. De civ. D. XVI 17: Si in duas partes orbem dividas, Orientis et Occidentis, Asia erit una, in altera vero Europa et Africa.

[51] Il Tanais (Don), secondo Amm. Marc. II 8, 27, Asiam terminat ab Europa.

[52] Gli Albani erano – secondo Flor. III 6, 1 – stanziati nella parte orientale del Caucaso.

[53] In Aristot. Pol. III 6, 12853, si legge che «gli Asiatici, più che gli Europei, sopportano il potere dispotico senza sdegnarsi.

[54] I Greci, che per Aristotele ovviamente erano «occidentali», per il panegirista della lontana Gallia sono assimilati senza alcun dubbio agli Orientali.

[55] Liv. IX 17-19.

[56] Marco Aurelio, secondo la testimonianza dell’Historia Augusta (Aurel. 24, 3), infinitos ex gentibus in Romano socio collocavit. Anche Claudio Gotico volle, sempre secondo l’Historia Augusta (Claud. 9, 4), che le province romane fossero riempite di barbari servi e Scythici cultores.

[57] Nelle parole del panegirista si percepisce l’espressione compiaciuta di chi può fare affidamento su nuove e più robuste braccia per il lavoro nei campi; mentre fa da contraltare l’atteggiamento impaurito dei barbari: uomini che, nonostante la nativa feritas, trepidano sbigottiti, vecchie stupite davanti all’inusitata ignavia dei giovani, donne altrettanto meravigliate davanti a quella degli sposi, fanciulli e fanciulle costretti a restare immobili.

[58] Oltre al panegirico di Costanzo, testimonia la presenza e l’attività dei laeti in Gallia anche il panegirista del 310, il quale afferma che Costantino immise nella provincia popolazioni transrenane con lo scopo di ricavarne braccia per l’agricoltura e per la milizia (VII 6, 2). Anche Ammiano Marcellino riferisce di laeti barbari, che compiono un assalto alla città di Lugdunum (Lione) e vengono respinti dai soldati di Giuliano, allora Caesar in Gallia (XVI 11), di laeti adulescentes, menzionati in una lettera che Giuliano scrive dalla provincia a Costanzo (XX 8, 13) e ancora di laeti, citati nel resoconto di ordini dati da Costanzo II (XXI 13, 16). Importanti poi le attestazioni dei laeti nel Codex Theodosianus, in costituzioni degli anni 369 (de veteranis, VII 20, 10), 399 (de censitoribus, XIII 11, 10) e 400 (de veteranis, VII 20, 12). Tutte le testimonianze posteriori al panegirico confermano la duplice funzione dei laeti indicata dal panegirista: contadini, impiegati nel risanamento e nella coltivazione delle terre, e leve per l’esercito. Sui laeti in Gallia, vd. D. Lassandro, I «cultores barbari» (laeti) in Gallia da Massimiano alla fine del IV secolo d.C., CISA 6 (1979), 178-188.

[59] Non tanto e soltanto in probabili ed espliciti riferimenti (per esempio, la «visione» di Costantino in X 14, la reazione di Giuliano alle restrizioni filosofiche dovute alla cristianizzazione dopo l’Editto di Milano in XI 23, la persecuzione degli eretici priscillianisti appoggiata dai vescovi ispanici in XII 29, ecc.), quanto in un linguaggio in cui diventa sempre più difficile distinguere, soprattutto in ambito religioso, quanto si debba al latino cristiano (per esempio, deus ille mundi creator et dominus, in IX 13, 2; arbiter deus et scrutatura divinitas, in X 7, 3; nimia religio et diligentius culta divinitas, in XII 29, 2, ecc.) e quanto invece sia semplice eredità del linguaggio «filosofico» tradizionale.

Il culto di Iside a Roma

Come nel Mediterraneo orientale, durante il periodo ellenistico, il culto di Iside attecchì presto in Sicilia, Sardegna e Italia, al punto che, nelle città portuali della Penisola, come Puteoli, Pompeii e Ostia, questa religione era ormai ben radicata intorno all’88 a.C. La fondazione di un Iseum a Pompei risale alla fine del II secolo a.C., così come un santuario dedicato alle divinità alessandrine fu eretto a Puteoli nel 105. Con il ritorno forzato dei mercanti italici dall’Oriente, a causa della guerra mitridatica, era solo questione di tempo perché il culto isiaco da essi abbracciato si diffondesse e si affermasse anche in Roma: Lucio Apuleio racconta che il primo collegium pastophorum dell’Urbe fu istituito ai tempi di Silla (Apul. Met.  XI 30). La religione della dea, comunque, conobbe in età repubblicana vicende alterne: le reazioni contro il culto isiaco negli anni 58, 53 e 48 a.C. (Tert. Ad nat. 1, 10; DCass. XL 47; XLII 26) furono di natura eminentemente politica, visto che l’élite senatoria si sentiva sempre più limitata nell’esercizio del potere. Infatti, una delle prerogative del venerando consesso consisteva nell’approvazione e nell’introduzione di culti stranieri nel sistema religioso romano. In quelle occasioni, fu la rivendicazione dei propri privilegi e la salvaguardia della propria autorità a indurre i patres a sanzionare la soppressione e l’espulsione delle associazioni isiache da Roma. Tuttavia, l’approvazione e l’inaugurazione di un tempio votato alla dea da parte del secondo collegio triumvirale nel 43 a.C. dimostra chiaramente che il culto di Iside non era scomparso del tutto (DCass. XLVII 15, 4). Dopo la vittoria di Ottaviano ad Azio e il consolidamento del suo potere, il princeps varò due provvedimenti (nel 28 e nel 21 a.C.: DCass. LIII 2, 4; LIV 6, 6) con i quali bandì la religione isiaca dall’Urbe: queste disposizioni rientravano a pieno titolo nel suo programma di restitutio rei publicae e di restaurazione del mos maiorum, in una fase di definizione dell’autorità e dei poteri del primo imperatore.

Frederick Arthur Bridgman, Navigium Isidis. Olio su tela, 1902.

Il decreto di Tiberio di proibire a Roma le religioni straniere e le cerimonie egizie e giudaiche, espellendone i cultori (Tac. Ann. II 85, 4; Ios. AI XVIII 72; Suet. Tib. 36, 1), può essere inteso come un’ulteriore misura atta a preservare la morale tradizionale, sebbene sia più probabile che fosse legato agli eventi occorsi in Egitto nell’inverno 18-19 d.C., in occasione del soggiorno di Germanico nel Paese: il figlio adottivo dell’imperatore, infatti, aveva visitato il Paese per conoscerne le antichità, ma sembra che il reale motivo di quel viaggio fosse la carestia che vessava l’Egitto. Così, Germanico aveva ordinato l’apertura dei granai di Stato, facendo diminuire il prezzo delle derrate alimentari. Queste disposizioni, insieme ad altri atteggiamenti tenuti dal condottiero, suscitarono la disapprovazione del principe, anche perché Germanico era entrato in Alessandria, trasgredendo le disposizioni di Augusto e senza l’autorizzazione del principe (Tac. Ann. II 59). A ogni modo, l’allontanamento dall’Urbe dei seguaci di Iside e dei giudei fu un atto pubblico che Tiberio assunse per confermare la propria autorità politica e religiosa, come garante dell’ordine. La taccia di superstitio, che da allora colpì il culto isiaco, decadde con il consolidamento del principato e la progressiva assimilazione dell’Egitto come parte integrante dell’Impero romano. Difatti, già nell’ultimo periodo di Caligola la religione della dea fece il suo ingresso ufficiale a Roma, quando fu eretto il tempio di Iside Campense in Campo Marzio e all’inizio del principato di Claudio il culto fu riconosciuto tra i sacra publica.

Iside. Statua, marmo, prima metà del II secolo. Roma, Musei Capitolini.

Il legame tra Iside e la domus Augusta si rafforzò durante il governo di Vespasiano: questi, non a caso, era stato acclamato imperator dalle truppe di stanza ad Alessandria il 1 luglio del 70 (Ios. BI IV 10, 6) e, in seguito, aveva trascorso la notte prima del trionfo congiunto con il figlio Tito nell’Iseum Campense (Ios. BI VII 5, 3-6; Suet. Vesp. 8). La devozione e l’atteggiamento di pietas rivolto alle divinità alessandrine, mostrati dalla gens Flavia, si manifestarono dopo l’incendio dell’80, con la ricostruzione del santuario voluta da Domiziano (DCass. LXVI 24, 2; Eutrop. VII 23, 5). Tre iscrizioni romane rivelano il collegamento fra Marco Aurelio e gli dèi alessandrini, benché l’imperatore non ne fosse un diretto cultore (CIL 6, 570; 573; IG XIV 1024 = IGRR 2, 101). Nel corso del II secolo il culto isiaco si estese attraverso la città portuali e le vie militari in tutte le province dell’Impero, raggiungendo anche la Germania meridionale e il Noricum, in particolare dopo la vittoria di Marco Aurelio su Quadi e Marcomanni (DCass. LXXI 8). Dopo gli interventi di restauro al tempio in Campo Marzio voluti da Severo Alessandro (SHA Alex. 26, 8), la religione della dea rimase in vita fino all’abolizione dei culti tradizionali e l’avvento del Cristianesimo.

Il sacerdote di Iside e alcuni fedeli durante una cerimonia. Affresco, I secolo, da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Due sono le grandi festività associate alla dea Iside durante l’età imperiale romana: il cosiddetto navigium Isidis (o πλοιαφέσια), celebrato il 5 marzo (Apul. Met. XI 8-17; Lyd. Mens. 4, 45), e l’inventio (εὕρεσις) Osiridis, che si teneva dal 28 ottobre al 3 novembre; entrambe le solennità erano strettamente connesse al mito egizio di Iside e Osiride. La ricorrenza di primavera, stagione che coincideva con la ripresa della navigazione marittima, ricordava il viaggio di Iside a Biblo, in Libano, per ritrovare lo sposo Osiride. Apuleio fornisce una descrizione piuttosto vivace della processione mascherata (Apul. Met. VIII 17). L’altra cerimonia, con la sua progressione dal dolore alla gioia, commemorava la conclusione della ricerca di Iside con il ritrovamento del cadavere smembrato del divino marito, la sua ricomposizione e la sua resurrezione. Diversamente, i riti misterici legati alla dea sono, per loro stessa natura, difficili da spiegare: sempre Apuleio (Met. XI) a tal proposito traccia un ampio quadro dei rituali preparatori (comando onirico dell’iniziazione, bagno lustrale, digiuno, vestizione con il lino) e le cerimonie conclusive (vestizione con le dodici – cosmiche? – vesti, presentazione dell’iniziato alla comunità dei fedeli), ma si limita a circoscrivere il rito notturno come una sorta di viaggio nell’Oltretomba, l’incontro con la morte e gli dèi inferi.

Scena del Navigium Isidis. Affresco, I secolo, dal Sacrarium del tempio di Iside a Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Le comunità isiache presentavano un collegio di cinque intermediari del culto, variamente detti antistites o παστοφόροι, capeggiati da un sacerdote superiore e ben distinguibili durante le processioni grazie ai paramenti indossati (Apul. Met. XI 10). Ciascun ministro di culto, uomo o donna, ricopriva questa onorificenza per almeno un anno e in certi casi perfino a vita. Nelle iscrizioni votive e nelle dediche onorifiche compaiono figure di custodi templari, come νεωκόροι o ζάκοροι, che probabilmente assistevano anche gli officianti durante i sacrifici. I παστοφόροι (“portatori di reliquie”) di cui si ha notizia in Occidente erano equiparati agli ἱεροφόροι e agli ἁγιοφόροι di altre religioni. Ad Alessandria il grande sacerdote della dea era noto come προφήτης e inferiore a lui di un grado nella gerarchia compariva lo στολιστής (“vestitore”). Si possiede un’unica testimonianza di una ornatrix fani (“decoratrice del santuario”) in Occidente (SIRIS 731).

Sacerdote tenente nelle mani una corona di rose con serpente. Affresco, I secolo, dal Tempio di Iside a Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Allo στολιστής era direttamente subordinato lo scriba della comunità (Apul. Met. XI 17), che però, come gli astrologi (ὡροσκόποι, ὡρολόγοι) e i cantori (ὑμνῳδοί), non trova attestazione al di fuori dell’Egitto. C’erano poi i cosiddetti θεραπευταί o cultores, gli adepti privi di rango o funzione nella gerarchia. Infine, sui reperti epigrafici compaiono figure variamente note come ναύαρχοι o ναυβάται: si trattava spesso di membri del culto che officiavano la πλοιαφέσια. Nel complesso, si può notare come i sacerdoti quanto i funzionari delle associazioni cultuali laici potessero essere insigniti delle medesime dignità. Spesso non tutti i dedicanti o i destinatari di un’iscrizione erano iniziati al culto della dea: anzi, la maggior parte dei documenti iscritti è costituita da ex voto prodotti da fedeli e da cultori, mentre le epigrafi ufficiali (soprattutto quelle pro salute imperatoris) erano di natura eminentemente politica.

Iside. Statua, marmo, prima metà del I sec. d.C. dall’angolo nordorientale del porticus nel tempio di Iside a Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Ora, in tutti gli aspetti del culto, del mito e dell’immagine di Iside predominano gli elementi egiziani: nell’antico Egitto ella era una divinità salvatrice, legata alla fertilità della terra, e la concezione di lei come guaritrice, protettrice e madre era assai diffusa in tutto il Mediterraneo antico. Le statue di epoca ellenistica e imperiale la ritraggono come una divinità greca o romana, assimilata a Demetra/Cerere, ma i tratti caratteristici sono la presenza dell’ankh nella mano sinistra, simbolo egizio della vita, e vesti molto aderenti, che lasciano intravedere le curve. L’erotismo fu senz’altro una componente che contribuì al sincretismo fra la dea e Afrodite/Venere. D’altra parte, la statua di Iside, ora conservata presso i Musei Capitolini, mostra una dea pienamente romanizzata: ella è raffigurata con un’acconciatura tipicamente romana con i capelli coperti da un velo, un segno di rispettabilità degno di una matrona dell’alta società. Sembra che il culto di Iside abbia inciso profondamente sulla cultura occidentale nell’epoca della praeparatio evangelica, proponendo l’immagine di una figura femminile materna che allatta il bambino (Horus), capace di infondere pace e serenità.

L’antropologo inglese James George Frazer (1854-1941) individuò interessanti analogie tra il culto di Iside e quello cristiano della Vergine Maria, avanzando l’ipotesi che la religione dell’Antico Egitto possa aver influenzato il simbolismo cattolico e le sue astrazioni teologiche:

«I Greci concepivano Iside come divinità del grano, identificandola con Demetra. Un epigramma greco la descrive come “colei che ha partorito i frutti della Terra” e come “madre delle spighe di grano”, e, in un inno composto in suo onore, lei stessa si definisce “regina dei campi di grano”, e viene identificata come “colei che si prende cura del sentiero ricco di grano del solco fecondo”. Spesso, quindi, gli artisti greci e romani la raffiguravano con spighe di grano fra i capelli o tra le mani. Possiamo dunque supporre che, anticamente, Iside fosse un’agreste madre del grano, adorata con ingenue cerimonie dai contadini egiziani. Ma sarebbe difficile rintracciare le rustiche fattezze della zotica dea nell’elegante e ieratica immagine, affinata da secoli di evoluzione religiosa, che si presentava ai suoi fedeli in epoca assai più tarda: moglie fedele, tenera madre, benefica sovrana della natura, circonfusa da un nimbo di purezza morale, di arcaica e misteriosa santità. Così purificata e trasfigurata, conquistò molti cuori, ben oltre i confini della sua terra natale. In quella babele di religioni che accompagnò il declino della vita nazionale dell’antichità, il suo culto fu uno dei più popolari a Roma e in tutto l’Impero. Perfino alcuni imperatori romani le furono apertamente devoti. E, benché la religione di Iside, come altre religioni, possa spesso essere servita da copertura a uomini e donne di liberi costumi, i suoi riti ci appaiono, nel complesso, contraddistinti da una dignitosa compostezza, una decorosa solennità, pienamente idonee a placare una mente turbata, a lenire un cuore oppresso. Essi attiravano quindi le anime sensibili, soprattutto le donne, disgustate e scandalizzate dai riti cruenti e licenziosi di altre divinità orientali. Non fa meraviglia quindi che, in un’epoca di decadenza, quando ogni fede tradizionale era scossa, quando i sistemi crollavano, le menti erano turbate e il tessuto stesso dell’Impero, considerato un tempo eterno, cominciava a mostrare strappi e lacerazioni sinistre, la serena immagine di Iside, con la sua pacatezza spirituale, la sua benevola promessa di immortalità, apparisse agli occhi di molti come una stella in un cielo tempestoso, suscitando nei loro cuori una devozione estatica non dissimile da quella che, nel Medioevo, fu tributata alla Vergine Maria. In realtà, il suo rituale solenne, con i sacerdoti sbarbati e tonsurati, i suoi mattutini e i suoi vespri, la sua musica argentina e melodiosa, il battesimo e l’aspersione con l’acqua santa, le imponenti processioni, le immagini ingioiellate della Madre di Dio, presentavano molti punti in comune con le pompe e le cerimonie del Cattolicesimo. E non è detto che si tratti di una somiglianza puramente accidentale. L’antico Egitto può aver contribuito al sontuoso simbolismo della Chiesa cattolica e alle sue rarefatte astrazioni della sua teologia. Senza dubbio nell’iconografia, l’immagine di Iside che allatta il bimbo Horo è così simile a quella della Madonna col Bambino che, a volte, riceveva l’adorazione di cristiani inconsapevoli. E a Iside, nella sua successiva connotazione di patrona dei marinai, la Vergine Maria deve forse il suo stupendo appellativo di Stella Maris, con cui la invocavano i naviganti nella tempesta. Gli attributi della divinità marina vennero forse conferiti a Iside dai navigatori greci di Alessandria. Sono totalmente estranei alle caratteristiche innate e alle abitudini degli Egizi che non amavano il mare. In base a questa ipotesi Sirio, l’astro di Iside che sorge dalle acque del Mediterraneo orientale, foriero di un cielo sereno, era per i naviganti la vera Stella Maris, la “Stella del Mare”».

(J.G. Frazer, Il ramo d’oro, Roma 1992, 436-437)

Isis lactans. Affresco, IV secolo, dalle rovine di un’abitazione a Karanis (Egitto).

***

Riferimenti bibliografici:

L. Bricault, Isis au Capitole, Pallas 84 (2010), 179-180.

____ , Mater Deum et Isis, Pallas 84 (2010), 265-284.

F. Coarelli, Iside Capitolina, Clodio e i mercanti di schiavi, SMIAUP 6 (1984), 461-475.

F. Dunand, Le culte d’Isis dans le bassin oriental de la Méditerranée, Leiden 1973.

L. Hayne, Isis and Republican Politics, Acta Class 35 (1992), 143-149.

K. Lembke, Das Iseum Campense in Rom: Studie über den Isiskult unter Domitian, Heidelberg 1994.

B.B. Libby, Moons, Smoke, and Mirrors in Apuleius’ Portrayal of Isis, AJPh 132 (2011), 301-322.

M. Malaise, La diffusion des cultes Égyptiens dans les provinces européennes de l’empire romain, in ANRW II 17, 3 (1984), 1615-1691.

H.R. Moehring, The Persecution of the Jews and the Adherents of the Isis Cult at Rome A.D. 19, NT 3 (1959), 293-304.

E.M. Orlin, Octavian and Egyptian Cults: Redrawing the Boundaries of Romanness, AJPh 129 (2008), 231-253.

D.S. Richter, Plutarch on Isis and Osiris: Text, Cult, and Cultural Appropriation, TAPhA 131 (2001), 191-216.

S.A. Takacs, Isis and Sarapis in the Roman World, Leiden 1995.

R. Taylor, Hadrian’s Serapeum in Rome, AJA 108 (2004), 223-266.

I. Tóth, Marcus Aurelius’ Miracle of the Rain and the Egyptian Cults in the Danube Region, StudAeg 2 (1976), 101-113.

V. Tran tam Tinh, Essai sur le culte d’Isis in Pompei, Paris 1964.

­­____ , Le culte des divinités orientales en Campanie en dehors de Pompéi, de Stabies et d’Herculanum, Leiden 1972.

L. Vidman (ed.), Sylloge inscriptionum religionis Isiacae et Sarapiacae (SIRIS), Berlin 1969.

L’anfiteatro Flavio

Anticamente, il Colosseo era noto come amphitheatrum Flavium, dal nome della dinastia che lo fece costruire. Il nome Colysaeus compare per la prima volta in una nota profezia dell’VIII secolo, in forma di epigramma, del monaco anglosassone Beda: Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma; / cum cadet Colyseus cadet et Roma; / cum cadet Roma cadet et mundus (Beda Venerabilis, PL 94, 453, «Fin quando resterà il Colosseo, rimarrà Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; quando cadrà Roma, cadrà pure il mondo»). Questa denominazione, di origine popolare, deriva dal fatto che nelle vicinanze dell’edificio fu collocato il cosiddetto Colosso, un’imponente statua di Nerone rappresentato come il dio Helios e in seguito dedicata al dio Sole (Plin. NH. XXXIV 45-47; Suet. Nero 31; DCass. LXV 15, 1). Dopo essere giunto al potere, Vespasiano (Suet. Vesp. 11, 1) restituì solennemente al popolo di Roma l’area compresa tra Esquilino, Palatino e Celio, allora occupata dalla Domus Aurea del tiranno; fatto interrare il grande lago artificiale (stagnum), l’imperatore avviò tra il 70 e il 72 i lavori per la costruzione dell’anfiteatro. Nel 1813 fu rinvenuto un blocco marmoreo da reimpiego, che recava ancora i solchi dell’iscrizione dedicatoria, posta su uno degli accessi del monumento: I[mp(erator)] T(itus) Caes(ar) Vespasi[anus Aug(ustus)] / amphitheatru[m novum(?)] / [ex] manubi(i)s [fieri iussit(?)] (CIL VI 40454a2, «L’imperatore Tito Cesare Vespasiano Augusto ordinò di costruire un nuovo anfiteatro dai proventi del bottino»). L’inaugurazione del complesso avvenne, però, sotto Tito, nell’80 (CIL VI 2059, Acta fratrum Arvalium; Suet. Tit. 7, 3; Aur. Vict. Caes. 10, 5). Sotto Domiziano furono portati a termine alcuni lavori supplementari. Alcuni restauri e riparazioni furono effettuati nel corso del II secolo (SHA Anton. Pius 8, 2), mentre una ricostruzione di più ampio respiro fu resa necessaria dai danni causati dall’incendio del 217, innescato da un fulmine (Chron. min. 1, 147 Mommsen = Chronogr. 354, p. 277; DCass. LXXVIII 25, 2-3; SHA Heliogab. 17, 8; SHA Alex. Sev. 24, 3). L’inaugurazione dell’edificio fu celebrata da Tito anche con l’emissione di una serie di tipi monetali, che riportano l’effige del Colosseo (RIC II 113-148); mentre un’altra serie è riferita al completamento dei restauri sotto Gordiano III (SHA Max. Balb. 1, 3-4; Cohen 166: munificentia Gordiani Aug). Altre riparazioni sono registrate per gli anni 250-252 (Isid. Chron. 2, p. 463; Jer. Chron. p. 218; Amm. Marc. IV 10, 14), per il 320 (Cod. Theod. 16, 10), dopo il 442 (CIL VI 32089), il 470 (CIL VI 32091-32092) e verso il 508 (CIL VI 32094).

Roma, Colosseo.

Con un cantiere rimasto aperto per circa un decennio, gli imperatori flavi riuscirono dunque a colmare una grande lacuna monumentale dell’Urbe: l’edificio, eretto su un terreno pianeggiante per una superficie ellittica di 3357 m², è il più grande anfiteatro stabile mai costruito a Roma, dopo due strutture minori di età precedente, ovvero l’anfiteatro di Tito Statilio Tauro († post 16 a.C.) e quello di Caligola (37-41). Lungo l’asse longitudinale l’amphitheatrum Flavium misura 188 m, lungo quello trasversale 156 m; con i suoi quattro piani sovrapposti ha un’altezza di 48,3 m. Cinque ordini di gradinate assicuravano una capienza di circa 50.000 spettatori. Per i costruttori fu relativamente facile gettare le fondamenta, profonde 13 m, nel fondale del precedente lago; queste furono realizzate in calcestruzzo: su di esse poggiavano i muri di fondazione sotto l’arena, mentre la rete di pilastri in travertino sosteneva la cavea. L’intelaiatura dei pilastri di travertino fu riempita con blocchi di tufo o opus testaceum, a seconda della posizione. La facciata esterna mostrava chiaramente la suddivisione in quattro piani dell’edificio: i primi a partire dal basso tre erano costituiti da 80 arcate, fiancheggiate da semicolonne, in ordine crescente, in stile dorico, ionico e corinzio. L’ultimo piano, l’attico, era cieco e scompartito da lesene corinzie alternate a parti in cui si aprivano delle finestre quadrate. Intorno alla sommità dell’attico dovevano essere posizionati 250 piloni, che sostenevano una tenda retrattile, detta velarium, utilizzata per proteggere gli spettatori dal sole e dalla pioggia; si trattava di una struttura simile a una rete, ricoperta di tela e corde, che copriva i due terzi dell’arena. Al delicato e importantissimo compito di manovrare un tendaggio così grande adempivano i classarii provenienti da Misenum: dovevano essere circa un migliaio di persone perfettamente addestrare a governare vele e cordame, che avevano sede nei castra Misenatium, nei pressi dell’anfiteatro. Al pianterreno 76 delle 80 arcate, che davano accesso alle scalinate per i diversi settori della cavea,  erano contrassegnate da un numero per consentire agli spettatori di trovare rapidamente il proprio posto nel settore assegnato; i quattro accessi principali, posti alle estremità degli assi, erano riccamente decorati e fungevano da ingressi riservati per magistrati e artisti. Un passaggio sotterraneo conduceva al palco imperiale sul lato meridionale, verso il Celio.

L’anfiteatro Flavio (dettaglio). Rilievo, marmo, inizi II secolo dalla Tomba degli Haterii in via Labicana (Casilina), Roma. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

La cavea era suddivisa in gradinate (gradus), ove gli spettatori prendevano posto a seconda della classe sociale e del sesso, come attestano, tra l’altro, le iscrizioni sui sedili di marmo rialzati. I posti a sedere per i senatori erano situati sopra il podio che circondava l’arena; lì, su gradini di marmo, si trovavano i loro subsellia. Oltre i posti riservati all’élite, salendo, si sviluppavano altri tre settori, detti maeniana): il maenianum primum (con otto file), il maenianum secundum imum e il maenianum secundum summum, dei quali i primi due erano assegnati ai cavalieri, mentre l’ultimo in alto alla plebe urbana. Le sedute dei primi settori erano in marmo, quelle della fila più alta, detta maenianum summum in ligneis, costituivano invece una vera e propria tribuna di legno. Qui si trovavano anche undici file con posti destinati alle donne.

Roma, Colosseo. Sezione assonometrica (da Lueger, 1904).

Si poteva raggiungere i posti a sedere tramite un ingegnoso sistema di corridoi a volta, scalinate e rampe, che si aprivano attraverso portali riccamente decorati (vomitoria) su una delle tre praecinctiones, i camminamenti che interrompevano i settori sulle gradinate. L’aspetto interno dell’anfiteatro è forse quello che meno rende l’idea delle caratteristiche generali dell’edificio, in parte perché manca la superficie dell’arena, originariamente composta di tavolati lignei ricoperti da sabbia. A questo bisogna aggiungere il fatto che, nel corso dei secoli, gradinate (gradus) e cunei furono sistematicamente spogliati e divelti, dato che il Colosseo divenne una vera e propria cava di marmo e travertino a cielo aperto, accessibile a chiunque. I sotterranei dell’arena, comunque, restituiscono con chiarezza la complessità degli impianti di servizio, che furono con ogni probabilità le ultime strutture a essere costruite: si trattava di un vero e proprio labirinto di ambienti e cunicoli, che ospitavano i vari elementi di scena, le gabbie e le stalle per gli animali, le armi e macchinari. Grazie a ingegnose realizzazioni (piani inclinati, piattaforme mobili e rotanti, elevatori e pulegge mossi da contrappesi) era possibile introdurre nell’arena decine di comparse nello stesso momento e cambiare rapidamente le scenografie a seconda delle esigenze dello spettacolo.

T. Flavio Vespasiano (Jr.). Sestertius, Roma 81-82, Æ 25,92 g. Recto: l’Amphitheatrum Flavium con la Meta Sudans (a sinistra) e un portico (a destra).

La cerimonia di inaugurazione del Colosseo fu scandita da una serie di festeggiamenti che si protrassero per oltre cento giorni (Suet. Tit. 7, 3; DCass. LXVI 25), durante i quali si tennero combattimenti tra gladiatori (munera), venationes con bestie selvatiche ed esotiche (Svetonio parla di 5.000 animali uccisi, mentre Cassio Dione riferisce che a perdervi la vita furono oltre 9.000!) e persino delle battaglie navali simulate (naumachiae), per cui la superficie dell’arena fu appositamente allagata. I primi due tipi di ludi riscossero un entusiastico successo popolare al punto da entrare stabilmente nel programma degli spettacoli offerti nel Colosseo; non ci sono altre prove documentali di battaglie navali dopo Tito: questo con ogni probabilità indica che le strutture sotterranee dell’arena furono un’aggiunta successiva, realizzata per volere di Domiziano.

Lotta tra due gladiatori (un murmillo e un thrax). Rilievo funerario, marmo, c. 30-50 d.C., da Chieti. Tongeren, Musée Gallo-Romain.

Con l’avvento del Cristianesimo come religione di Stato, gli imperatori persero progressivamente interesse verso i ludi dell’arena. Tuttavia, benché Onorio avesse formalmente proibito i munera dei gladiatori nel 399 e nel 404, questo genere di intrattenimento proseguì almeno fino al 434. Rimasero in voga fino al VI secolo le cacce; si ha notizia del nobile Anicio Massimo, che per festeggiare la propria elezione a console, diede l’ultima imponente serie di venationes nel 523, attirandosi il biasimo di re Teoderico a causa dell’ingente spesa per organizzarle (Cassiod. Var. V 42).

***

Riferimenti bibliografici:

AA.VV., Anfiteatro Flavio: immagini – testimonianze – spettacoli, Roma 1988.

F.C. Albertson, Zenodorus’ Colossus of Nero, MAAR 46 (2001), 95-118.

G. Alföldy, Eine Bauinschrift aus dem Colosseum, ZPE 109 (1995), 195-226.

D. Augenti, Spettacoli del Colosseo nelle cronache degli antichi, Roma 2001.

H.J. Beste, The Construction and Phases of Development of the Wooden Arena Flooring of the Colosseum, JRA 13 (2000), 79-92.

A. Chastagnol, Le sénat romain sous le règne d’Odoacre, Bonn 1966.

A.M. Colini, L. Cozza, Ludus Magnus, Roma 1962.

G. Cozzo, Il Colosseo: anfiteatro Flavio, Roma 1971.

M. Di Macco, Il Colosseo: funzione simbolica, storica, urbana, Roma 1971.

N.T. Elkins, The Flavian Colosseum Sestertii: Currency of Largess?, NC 166 (2006), 211-221.

___ , A Monument to Dynasty and Death: The Story of Rome’s Colosseum and the Emperors Who Built It, Baltimore 2019.

A. Futrell, The Roman Games, Oxford 2006.

A. Gabucci (ed.), Il Colosseo, Milano 1999.

N. Goldman, Reconstructing the Roman Colosseum Awning, Archaeology 35 (1982), 57-65.

J.-C. Golvin, L’amphithéâtre romain : essai sur la théorisation de sa forme et des ses fonctions, II voll., Paris 1988.

P. Gros, Gli anfiteatri, in L’architettura romana. Dagli inizi del III sec. a.C. alla fine dell’Alto Impero. I monumenti pubblici, Milano 2001, 354-385.

K. Hopkins, M. Beard, Il Colosseo. La storia e il mito, trad. it. O.D. Cordovana, Roma-Bari 2008.

A. La Regina (ed.), Sangue e arena, Milano 2002.

C. Lega, Il Colosso di Nerone, BullCom 93 (1989-1990), 339-378.

C. Lo Giudice, L’impiego degli animali negli spettacoli romani: venatio e damnatio ad bestias, Italies 12 (2008), 361-395.

J. Pearson, Il Colosseo, Milano 1975.

S. Pfeiffer, Die Zeit der Flavier: Vespasian – Titus – Domitian, Darmstadt 2009.

S. Priuli, Epigrafi dell’Anfiteatro Flavio, in A.M. Bietti Sestieri et alii (eds.), Roma: Archeologia nel centro, vol. 1, Roma 1985.

R. Rea, s.v. amphitheatrum, LTUR 1 (1993), 30-35.

___ , Anfiteatro Flavio, Roma 1996.

___ , G. Alföldy et alii, Rota Colisei: la valle del Colosseo attraverso i secoli, Milano 2002.

___ , H.J. Beste, L.C. Lancaster, Il cantiere del Colosseo, MDAI 109 (2002), 341-375.

G. Schingo, Spazio antico e immagine moderna dell’arena del Colosseo, BCACR 100 (1999), 115-128.

T. Wiedemann, Emperors and Gladiators, New York 2002.