I popoli germanici: il mito delle origini e il pantheon

Cesare non inventò il nome dei Germani, né fu il primo Romano a incontrarli di persona, ma furono le sue esperienze durante le guerre galliche ad aiutare quella che oggi chiameremmo «etnografia germanica» a far breccia presso i Romani: si manifestò infatti un immediato interesse per le leggende relative alla loro provenienza, per le loro «origini sacre» e per le loro divinità. Uno studioso che riporti queste leggende prendendone allo stesso tempo le distanze dal punto di vista storiografico non corre grandi rischi. È invece di gran lunga più difficile, se non addirittura impossibile, rispondere alle domande sulla «vera» origine e provenienza geografica dei Germani. Se si pensa alle discussioni degli studiosi e degli appassionati della materia, alla gravosa eredità delle ideologie, fino alle aberrazioni del razzismo che erano e sono state connesse a questo tema, si è tentati di non parlarne affatto; tuttavia, siccome l’obiettivo è offrire una conoscenza il più possibile certa (conoscenza che sull’argomento è davvero modesta), proveremo ugualmente a occuparcene.

Sebbene non vi sia alcuna certezza assoluta al riguardo, è molto accreditata l’ipotesi secondo la quale le prime attestazioni dei Germani sono rintracciabili intorno al 500 a.C., in un’area che può essere fatta coincidere, dal punto di vista archeologico ma, con l’aiuto dell’idronimia, anche filologico, con quella della “Cultura di Jastorf” dell’Età del Ferro. Jastorf, nei dintorni di Uelzen, si trova al margine orientale della Lüneburger Heide (Bassa Sassonia), quasi 40 km a sud di Lüneburg, ed è il luogo di ritrovamenti archeologici che dà il nome a una cultura il cui nucleo comprendeva in un primo momento solo l’Hannover orientale, lo Schleswig-Holstein, il Meclemburgo e le regioni limitrofe. All’incirca nella stessa zona ebbe probabilmente inizio quell’importante processo storico-linguistico che viene chiamato «mutazione consonantica germanica» (o Legge di Grimm). Per illustrarlo basteranno due esempi: la p del latino pater diventa f, come nell’inglese father; la c di centum diventa h, come nel tedesco hundert. Attraverso la mutazione fonetica delle consonanti velari e labiali il germanico comune si differenziò dalle altre lingue indoeuropee, quali il greco, il latino, il sanscrito, lo slavo e il celtico. Mentre si compiva questo processo linguistico, divenne germanica una regione che si estendeva dalla foce del Reno, a ovest, fino all’Oder, a est, e dalla barriera di Löss, a sud, fino alla Scandinavia meridionale, a nord. Inoltre, va ricordato che gli Sciri e i Bastarni dovevano già essersi messi in cammino verso l’Europa sudorientale prima della conclusione della mutazione fonetica germanica; mutazione che essi, in un’area in cui si parlava dacico, getico e greco, portarono a compimento autonomamente, cosicché rimasero, dal punto di vista linguistico, germanici.

Massima espansione della “Cultura di Jastorf” tra IV e II secolo a.C. Da Krüger 2003; Dąbrowska 1986; Grygiel 2013.

È vero, peraltro, che proprio i migliori specialisti del settore mettono in guardia dall’equiparare i reperti archeologici a quelli filologici. Non è quindi possibile porre sullo stesso piano la cultura di Jastorf, di per sé molto espansiva, con i suoi sottogruppi, e i confini del territorio linguistico germanico; pertanto, sebbene i risultati dell’archeologia e della linguistica siano considerevoli, i metodi di queste discipline non consentono di trarre alcuna conclusione sulle cause storiche dei fenomeni descritti. Uno di questi fenomeni è senz’altro il fatto che i Germani si diffusero su vasti territori dell’Europa centrale e settentrionale prima che la migrazione di popoli vera e propria avesse luogo.

Come la slavizzazione di mezza Europa tra la fine del V e l’inizio del VII secolo, avvenuta con incredibile velocità, anche l’espansione germanica si può a stento descrivere con le categorie storiche utilizzate di solito. Bisogna però ricordare che già Cesare, nella sua qualità di etnografo, aveva compreso che, per molte tribù della Gallia nordorientale e orientale, la provenienza germanica era elemento di grande prestigio. Ciò sembra trovare conferma nel fatto che nei territori dell’originario nucleo germanico vi erano popoli la cui importanza si basava sulla loro antichità. Plinio il Vecchio, per esempio, riferisce che gli Ingevoni sarebbero stati il primo popolo della Germania (Plin. NH IV 96), mentre Cesare menziona i Suebi, quibus ne dii quidem immortales pares esse possint (Caes. BG IV 7, 5, «ai quali neppure gli dèi immortali potevano stare alla pari»).

All’interno del popolo suebo si distingueva la tribù dei Semnones, stanziata tra il medio corso dell’Elba e dell’Oder; nel III secolo, con il nuovo nome di Alamanni, si sarebbero spostati in direzione sud-ovest in una regione delimitata dal Meno e dall’alto corso del Danubio. Questi Semnones, riferisce Tacito (Germ. 39), si consideravano i più antichi e i più nobili e la tesi di questa presunta superiorità troverebbe conferma in particolari riti religiosi (fides antiquitatis religione firmatur): tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre i rappresentanti di tutte le tribù della medesima stirpe si radunano in silvam sacram per espletare i riti dedicati agli antenati e per un ancestrale sentimento religioso (prisca formidine); durante queste cerimonie, tra l’altro, compiono anche sacrifici umani. Per questa ragione i Semnones possedevano uno speciale carisma ed esercitavano il proprio dominio su un territorio così esteso che essi poterono essere considerati la tribù principale della loro stirpe (Sueborum caput).

Un elemento caratteristico dell’abbigliamento tribale suebo, ripreso e conservato da molti altri popoli, fra i quali i Bastarni stanziati presso il Mar Nero, era l’artistico “nodo suebo” di capelli intrecciati, anch’esso segno di grande prestigio, che gruppi originariamente provenienti da altre tribù vollero far proprio. L’esempio della diffusione dei Suebi all’interno della Germania Magna, a causa della quale al tempo di Cesare gli stessi Suebi erano spesso identificati con tutti i popoli transrenani, potrebbe perciò offrire una spiegazione della precedente germanizzazione di gruppi celti, veneti e altri antichi popoli europei non ulteriormente definibili.

Una peculiarità etnica ben distinta, un senso comunitario gentilizio, si manifestava nel loro distinguersi dagli altri popoli, dagli “stranieri”. Per i Germani i popoli a sud-ovest erano Volcae (cfr. ted. Volk, engl. folk, lat. vulgus), il cui nome ancora oggi serve a definire i vicino celto-romani come Welsh, Welschen, Walschen e Walchen. In conseguenza di ciò, nacque la denominazione ancora vigente presso i Greci moderni, gli Slavi e gli Ungheresi delle popolazioni romanze come Vlahi, Vlasi, Walachen e Olàh. Il pendant orientale era rappresentato dai Veneti, emigrati dal Mar Baltico fino all’Adriatico, il cui nome, nelle forme Wenden, Winden e Windische, sopravvive ancora oggi come denominazione dei popoli balto-slavi. Gli Scandinavi, infine, avevano ancora dei vicini a nord, lo strano popolo dei Finni, dedito alla magia di tipo sciamanico.

Thor (dettaglio). Incisione su pietra, XI secolo, dalla Altunastenen. Altuna (Uppland, Svezia).

Particolare prestigio aveva, come sottolineato da Tacito, l’anzianità della tribù, costantemente rinnovata e ricordata da un preciso rituale religioso. Origini venerabili, ovviamente dovute agli dèi, e il culto degli dèi stessi, origo et religio costituivano il fulcro della vita di una gens: quanto più antiche erano le origini e quanto migliori erano gli dèi, tanto migliore, nel senso di «più rispettabile», era il popolo. I Semnones coltivavano le origini della gens Sueborum, gli initia gentis, presso la quale a governare era il supremo dio onnipotente (regnator omnium deus). I popoli che si sentivano di appartenere alla stessa comunità d’origine, eiusdem sanguinis populi, inviavano in determinati momenti presso i Semnones dei propri delegati, che dovevano prendere parte alle cerimonie. Che le osservazioni svolte da Tacito fossero considerate attuali anche molto tempo dopo la sua morte è confermato dal fatto che i Quadi suebi, sconfitti da Marco Aurelio, volevano abbandonare il territorio dov’erano stanziati, fra le odierne Slovenia e Moravia orientale, per trasferirsi presso i Semnones tra l’Elba e l’Havel, cosa che tuttavia, a quanto sembra, l’imperatore riuscì a impedire (DCass. LXXI 20, 2).

Sebbene la vita di una tribù fosse sottoposta a continui cambiamenti, o forse proprio per questo, la sua vetustà era fonte di particolare prestigio. Dagli inizi dell’etnografia antica (già Erodoto aveva indagato prima di tutto sull’antichità di una nazione) alla visione nazionalistica moderna, l’antichità di un popolo decide infatti della sua posizione gerarchica, fino a creare le basi per rivendicazioni territoriali. Tuttavia, ha osservato Wenskus (1961, 82), «ciò che distingue la visione nazionalistica dalla coscienza etnica è il suo spirito missionario rivolto al futuro, che può portare all’aggressività e all’imperialismo. Mentre l’orgoglio per i propri antenati e per l’antica fama dovrebbe solo rendere consapevoli della posizione privilegiata della propria coscienza etnica, la visione nazionalistica ne trae delle conclusioni per il comportamento del singolo che risultano estranee all’originario pensiero etnico. Non si può pensare di comprendere lo spirito missionario della visione nazionalistica senza le correnti universalistiche che dal Cristianesimo e dalle filosofie antiche si riversarono sul pensiero etnico: senza la concezione di un’umanità comune, che è oggetto dello spirito missionario e che manca alla coscienza etnica, la visione nazionalistica è impensabile. La coscienza etnica non ha alcuna tendenza missionaria in sé, cerca solo di salvaguardare e di legittimare la propria posizione privilegiata».

Le società cultuali vengono presentate dalle fonti antiche più importanti come comunità originarie, genera (Plin. NH IV 99; Tac. Germ. 2), un termine in contrasto con il loro costituirsi come associazioni di entità autonome in un culto comune, paragonabile all’incirca alla lega anfizionica greca; tale contraddizione si può sciogliere se consideriamo che le tradizioni etniche vivono sempre più a lungo delle entità politiche che le hanno principalmente sostenute. Così il ricordo di alcune società cultuali pre-germaniche (Ingevoni e Lugi) potrebbe essere sopravvissuto in età successiva e aver portato, in virtù della sua antichità, un «senso di appartenenza» nei popoli germanici; in questo senso va inteso, con ogni probabilità, il più importante mito d’origine germanico.

In Germania 2, 2, Tacito riferisce che negli antichi carmi (carminibus antiquis), la sola forma di tradizione storica in loro possesso, i Germani celebrano il dio Tuistone, «l’ermafrodito» nato dalla Terra, il cui nome doveva essere *Tiwaz (cfr. il Tyr norreno). Considerato il dio primigenio e il giudice celeste, garante del diritto e testimone dei giuramenti, era padre del mitico Mannus, considerato il capostipite della stirpe, primo ordinatore della società (originem gentis conditoremque). Il nome di Tuisto/Tiwaz deriva dalla radice i.e. *deiw-os, cioè «che splende come il Sole», o *djeus dalla quale, a loro volta, discenderebbero il grec. Ζεύς e le voci lat. divus, deus, «dio», e Iuppiter (< *Djus-piter, «dio padre»). Insomma, Tuisto era considerato il padre degli uomini e degli dèi. Sotto certi aspetti, però, questo nume ricorda da vicino il Mars Romanus, il padre della stirpe capitolina, proiezione ideale del Romano. Non è un caso, tra l’altro, che quando le popolazioni germaniche adattarono il proprio calendario a quello romano, identificando le due divinità, traducessero Martis dies con Zios dagaz (< ted. Dienstag, engl. Tuesday).

Divinità antropomorfica. Statuetta, legno di quercia, V secolo a.C., da Altfriesack. Berlin, Neues Museum.

Il progenitore Mann, secondo la leggenda, ebbe tre figli, dai nomi dei quali derivano rispettivamente quello degli Ingaevones, che al tempo di Tacito abitavano le coste dell’Oceano, quello degli Herminones, che vivevano nella Germania continentale, e quello degli Istaevones. È molto più verosimile che il processo si sia svolto in ordine inverso: dal nome di questi gruppi etnici si è ipotizzato quello dei mitici capostipiti Inguio, Hermin e Istwo (analogamente a quanto avvenuto in Grecia, dove i progenitori Ione, Doro ed Eolo derivano dal nome degli Ioni, dei Dori e degli Eoli). Plinio il Vecchio (Plin. NH IV 99) specifica che gli Ingaevones erano popolazioni stanziate lungo le coste del Mare del Nord e del Baltico (come Cimbri, Teutoni e Chauci); gli Herminones (NH IV 100) erano insediati a est del Reno (Suebi, Hermonduri, Chatti e Cherusci); più a ovest di loro, lungo il Reno, risiedevano gli Istaevones. Tuttavia, osserva Tacito, oltre al venerabile albero genealogico a tre rami esistevano anche «nomi autentici e antichi di popoli» che egualmente vantavano origini divine, fra i quali i già menzionati Suebi, ma anche i Marsi che difendevano il tempio di Tanfana e, infine, i Vandili (o Vandali). L’autore mostra dunque di essere a conoscenza di tradizioni differenti, che peraltro riporta non senza modificarle; il suo predecessore, Plinio il Vecchio, conosceva infatti cinque genealogie germaniche, cioè, oltre alle tre ricordate in seguito anche da Tacito e a quella dei Vandili, anche quella del gruppo celto-germanico dei Bastarni, stanziati sulle rive del baso Danubio e sul Mar Nero. La discussione sul significato di tali genealogie è oggi più che mai accesa. Come dato in una certa misura attestato può valore solo il fatto che queste antiche società di culto, all’epoca in cui i Romani penetrarono nell’interno della Germania, se non si stavano già sciogliendo, stavano comunque attraversando una fase di notevoli cambiamenti.

Plinio, per esempio, al pari di Tacito, nomina i Gutones (gli antenati dei Goti), come abitanti della Germania orientale. Ma mentre Tacito li annovera fra i Suebi, secondo Plinio i Gutones sarebbero stati un sottogruppo dei Vandili. Sia la leggenda sull’origine dei Goti, che pure fu messa per iscritto solo molto più tardi (da Giordane nel VI secolo), sia quella ancora più recente dei Longobardi (che nel I secolo erano ritenuti ugualmente Suebi) sull’Elba considerano la vittoria sui Vandali la prima azione determinante ai fini della creazione dell’identità del popolo. In simili storie probabilmente sopravviveva il ricordo del fatto che un tempo il proprio popolo non era che un sottogruppo che dipendeva da società cultuali e stirpi più grandi dalle quali ci si distaccò a forza, causando o accelerando con questo la loro rovina. Non di rado avvenimenti del genere sono legati ai nomi delle divinità e a fatti leggendari. Di conseguenza, per quanto possano essere stati importanti come causa di eventi storici, non possono essere pienamente oggetto di conoscenza storica.

Se non si tratta di uno scherzo della tradizione e se ci si può quindi fidare della cronologia relativa, furono in primo luogo le gentes, nel senso di popoli, tribù e gruppi tribali, che si richiamavano a un’origine divina a paragonarsi alle divinità stesse. La loro sconfitta costituì un trauma persino per i popoli vicini, perché l’aiuto divino, che per loro era scontato, non si era tradotto in concreto. Così dal dio Mannus discendevano non tre individui singoli, bensì tre popoli (Ingaevones, Herminones e Instaevones), con i quali erano in competizione altre «genti dai veri nomi antichi» (tribù o gruppi di tribù) come Suebi, Marsi e Vandili, con miti d’origine molto simili. Di contro, si pianse la caduta di Ariovisto e si celebrarono le gesta e la fine di Arminio senza che vi fosse alcun segno che i due fossero stati deificati (cfr. Tac. Germ. 8), e anche nel periodo effettivo della migrazione dei popoli (IV-VI secolo) nessun principe germanico fu oggetto di una venerazione paragonabile all’antico culto orientale del sovrano. Tuttavia, le dinastie reali più importanti riuscirono a trasferire su di sé l’origine divina del proprio popolo, in un certo senso monopolizzandola.

Così dai Vandali Hasdingi scaturì la dinastia regia degli Hasdingi («dalle lunghe chiome»), le cui tradizioni e istituzioni antiche risalgono con ogni probabilità all’età lugico-vandilica. Quelli che sono considerati i loro re più antichi conosciuti sono infatti coppie di dioscuri, i cui nomi, Ambri e Assi, o Raus e Rapt, significano all’incirca «ontano e frassino», o «trave e canna». Sono evidenti precise analogie con il nome dei Goti Amali, considerati, dal canto loro, «a(n)si», un termine che egualmente indica una «trave» o un «albero», dal quale si possono realizzare «idoli su pali»; e, in effetti, ci sono pervenute raffigurazioni di divinità del genere in legno, talvolta di dimensioni più grandi del naturale.

L’albero genealogico degli Amali inizia con Gaut, il padre divino della stirpe dei Gauti scandinavi; quando i genealogisti anglosassoni non si accontentarono più di far risalire l’origine della stirpe regia a Woðanaz/Odino (cfr. Beda, Hist. Angl. I 5), ricondussero le loro origini divino fino a quel dio dei Gauti. La famiglia reale degli Svedesi si chiamava Ynglingar: essi erano i discendenti di Yngvi/Freyr e ogni nuovo sovrano era considerato la reincarnazione di questo dio. Probabilmente, questa credenza fu anche alla base della decisione dei Goti di chiamare «a(n)si» (cioè «semidei») gli Amali vittoriosi: il successo su un nemico superiore rendeva evidente l’origine «necessariamente sovrumana» della famiglia reale. Ma anche la seconda stirpe dei Balti, predecessori dei Visigoti, aveva origine, come gli Amali, da «semidei ed eroi» (Jord. Get. 78 ss.; Merob. Carm. IV 16 ss.). In questa forma attenuata, la stessa esegesi cristiana poteva accogliere antiche tradizioni di culto senza per questo fare proprio il politeismo pagano; un vescovo gallico, per esempio, sosteneva che il salico merovingio Clodoveo, che discendeva da un dio-toro, avrebbe dovuto rinunciare a rivendicare la divinità, ma non l’evidente rango dei suoi predecessori.

Dal tempo di Cesare fino all’anno Mille il tema delle divinità germaniche fu sempre attuale, quindi bisogna operare una distinzione fra le notizie che risalgono agli autori classici e all’epoca delle migrazioni dei popoli e quelle degli scrittori scandinavi che cercarono di dare organicità all’argomento: le figure di Odino, Frigg e Baldr, Freyr e Freya, Thor e Loki e tutti gli altri, che, dopo la grande battaglia dei Vani, abitano riuniti più o meno liberamente nel Walhalla o vengono evocate durante la festa di Bayreuth dalla musica di Wagner, hanno un valore limitato per la comprensione della religione germanica continentale. Tuttavia, l’idea della bipartizione del pantheon germanico che il Nord scandinavo tramanda nel racconto della battaglia fra gli Asi e i Vani, cui segue la conciliazione finale, si affermò con ogni probabilità anche nell’Europa continentale (questo scontro tra esseri divini, tra l’altro, sembra richiamare da vicino la Titanomachia della mitologia ellenica con l’affermazione degli dèi olimpici).

Secondo questa concezione da un lato c’erano i Vani, più antichi e stanziali, dispensatori di fertilità che conoscevano i matrimoni tra fratelli e, palesemente, anche le strutture matriarcali, ma che contavano fra loro anche divinità gemellari benigne; dall’altro c’erano gli Asi, più giovani e bellicosi, che rifiutavano i costumi della generazione precedente. Alla loro testa c’era Woðan/Odino, il dio intorno al quale si raccoglieva il seguito organizzato su base patriarcale. Gli Amali veneravano il loro predecessore Gaut e passarono agli Asi solo nel corso della loro storia continentale. Gli svedesi Ynglingar si consideravano discendenti del dio dei Vani Yngvi/Freyr. Prima che i Longobardi divenissero seguaci di Odino, si facevano chiamare Winnili ed erano associati alla divinità vanica Frea/Freya, sorella di Freyr.

Woðan. Bratteato, oro, c. fine VI secolo, da Vadstena (Östergötland). Stockholm, Statens historiska museum.

Queste storie furono trascritte molto tardi. Vi si può discernere una cronologia relativa, una successione di fenomeni e di processi, ma esse non trasmettono alcuna informazione su avvenimenti precisi e sui loro protagonisti: simili racconti non hanno una storicità databile e spazialmente definibile. Su un altro versante, Cesare, Plinio il Vecchio, Tacito e altri autori antichi descrivono la religione dei Germani a loro contemporanei, o almeno vicini nel tempo. Ovviamente, i loro interessi influenzavano la loro capacità di osservazione e di comprensione, vagliando la realtà germanica attraverso la pratica dell’interpretatio. Cesare, d’altronde, voleva raffigurare i Germani come selvaggi il più possibile primitivi e poco capaci di evolversi, affinché risultassero particolarmente temibili all’opinione pubblica romana e sentiti come una vera minaccia; sul piano cultuale, perciò, egli attribuì una religione naturale di tipo animistico che oltre al Sole, alla Luna e al fuoco non conosceva alcuna divinità né alcuna forma organizzata di venerazione. Dal canto suo, Tacito, nella sua interpretatio Romana, formulò un’equivalenza fra gli dèi che con variazioni minime sopravvive ancora oggi nel nome di quattro dei sette giorni della settimana, anche se raramente si è consapevoli della loro origine: Martis dies – Tuesday, Mercuris dies – Wednesday; Iovis dies – Thursday; Veneris dies – Friday.

Sulla scorta della descrizione cesariana del pantheon celtico (Caes. BG VI 17), Tacito (Germ. 9, 1) afferma che i Germani deorum maxime Mercurium colunt, cui certis diebus humanis quoque hostis litare fas habent («tra gli dèi tributano particolare venerazione a Mercurio, al quale ritengono sia lecito immolare anche vittime umane in giorni stabiliti»). L’autore equiparava Woðan/Odinoal romano Mercurius, per la sua funzione di guida delle anime (psicopompo): i guerrieri, infatti, prima di scendere in battaglia lo invocavano per offrirgli le proprie prodezze e nell’eventualità della morte lo pregavano affinché concedesse loro un’esistenza ultraterrena fra gli antichi eroi. Allo stesso modo, nell’Historia Langobardorum (VII secolo) Paolo Diacono identificò Odino (Goðan, «il re degli dèi») al Mercurio romano. Il teologo Abramo di Brema (XI secolo) ricondusse l’etimo del nome divino alla radice *wud- («furia»), mentre Agrippa di Nettesheim (1486-1535) alla radice * guð-, da cui il lang. Goðan e il norr. Óðr, che come aggettivo vuol dire «matto», «pazzo», «furioso», mentre come sostantivo significa «anima», ma anche «poesia». Il legame tra Woðan/Odino e Mercurio ritorna nell’identificazione del Mercurii dies al Woðanas dagaz (< engl. Wednesday, o.engl. wodnesdæg, ted. Mittwoch).

Stele votiva a Hercules Magusanus (AE 1971, 282). Pietra calcarea, c. 226. Bonn, Rheinisches Landesmuseum.

Mentre, dunque, Woðanaz era il dio della regalità, della magia e della guerra – tutte prerogative dell’élite guerriera – Þunaraz o Þonar (cfr. norr. Þórr) era un’entità elementale, connessa alla pioggia, al tuono e al fulmine. La maggior parte delle testimonianze pervenute dimostrano il forte legame tra la nazione germanica e questo dio: secondo la mitologia, Þonar era in costante lotta contro i Giganti (emanazione delle forze ostili della natura), raffigurato come un eroe solare e civilizzatore, paladino della giustizia e ordinatore del cosmo. Il suo legame con il popolo, che spesso era depositario della metallurgia, dimostra l’attributo del maglio (attrezzo che nella tradizione scandinava aveva persino un nome, Mjöllnir, «Il frantumatore»). Mentre Cesare riconduceva il dio Þonar al romano Vulcanus, sia per l’aspetto di artefice sia per quello di nume del fuoco e della luce, Tacito lo interpretò, in quanto uccisore di mostri e dotato di uno strumento simile alla clava, come Hercules. Per certi versi, entrambi gli autori avevano ragione. Ma, a proposito dell’interpretatio tacitiana si può aggiungere un’ulteriore spiegazione: gli antichi ritenevano che la clava di Ercole fosse stata ricavata dal tronco di una quercia, albero sacro a Giove, perché capace di attirare i fulmini. Per questo motivo la pianta era sacra, sia perché vista come oggetto di chiara manifestazione divina (Iuppiter tonans) sia perché luogo in cui l’umanità preistorica poteva reperire più facilmente la fonte principale della sua tecnologia e del suo sostentamento. Inoltre, tuoni e fulmini (e, per esteso, i temporali) erano forieri di pioggia, necessaria alla vita e alla produttività del suolo. Così, il semi-dio doveva essere un re sacro, che grazie alla clava di legno di quercia adunava le nuvole e attirava sul suo popolo le piogge benefiche; allo stesso modo, questo potere sovrannaturale di controllo degli elementi poteva essere usato per uccidere e incenerire i nemici. In pratica, presso i Germani, dalla clava in semplice legno (forse usata anche per i lavori manuali) fu gradualmente sostituita ed evoluta nel martello, che conservava ancora i poteri della quercia. In seguito, constatando che Hercules era Iovis filius – anch’egli assimilabile al germanico Þonar –, lo Iovis dies latino fu adattato al Þonaras dagaz (< ted. Donnerstag, engl. Thursday).

La Venere romana fu equiparata alla Frigg germanica, perciò, il Veneris dies fu interpretato come Frigu dagaz (< ted. Freitag; o.engl. Frigedæg > engl. Friday). Non è impossibile che vi sia quest’ultima dietro il culto di Iside che Tacito attribuisce a un sottogruppo dei Suebi (Germ. 9, 1): si spiegherebbe così la sua importanza presso i Longobardi, che provenivano anch’essi da quella stirpe.

Nella Abrenuntiatio Diaboli (formula battesimale) sassone vengono rinnegate le tre divinità principali Uuoðen, Þunaer e Seaxneat (quest’ultimo al posto di Tiu/Tuisto); presso gli Svedesi, a Uppsala, il terzo nome della lista è naturalmente Freyr. È significativo che Tacito conoscesse una dea tellurica di nome Nerthus, venerata dagli Ingaevones, tra i cui vicini scandinavi la figura del dio maschile Njörd svolgeva il ruolo di padre dei fratelli Freyr e Freya. Che intrattenesse oppure no un simile rapporto con Njörd, considerato tutto ciò che Tacito riferisce sul suo conto, Nerthus va inclusa nella cerchia delle divinità vaniche; ne facevano parte anche i numi Alci, oggetto di venerazione da parte delle tribù orientali in quanto salvatori e fratelli divini, che l’autore latino identificò con gli antichi dioscuri, Castore e Polluce (Tac. Germ. 43, 3).

André-Charles Voillemot, Veleda. Olio su tela, 1869.jpg

Al contrario di quanto racconta Cesare, le fonti riferiscono di sacerdoti in abiti femminili e soprattutto di sacerdotesse, che si mettono in evidenza non da ultimo in qualità di veggenti e indovine. Tacito (Germ. 8, 2) afferma che i Germani inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant, nec aut consilia earum aspernantur aut responsa neglegunt («ritengono anche che nelle donne vi sia qualcosa di sacro e profetico, e non disprezzano i loro consigli né trascurano i loro responsi»). Un passo di Cassio Dione dagli Excerpta Ursiniana riferisce dell’arrivo a Roma, sotto Domiziano, nel 91/2, della sacerdotessa Ganna insieme a Masio, re dei Semnones (DCass. LXVII 5, 3 = Exc. U 45, p. 400 = Suid. s.v. θειάζουσα): Μάσυος ὁ Σεμνόνων βασιλεὺς καὶ Γάννα (παρθένος ἦν μετὰ τὴν Οὐελήδαν ἐν τῇ Κελτικῇ θειάζουσα) ἦλθον πρὸς τὸν Δομιτιανόν, καὶ τιμῆς παρ’ αὐτοῦ τυχόντες ἀνεκομίσθησαν («Masio, re dei Semnones, e Ganna – era una vergine sacerdotessa che in Germania era succeduta a Veleda –, si presentarono da Domiziano e, dopo essere stati ospitati da lui con onore, ripartirono»).

Un’iscrizione su ostrakon del II secolo dall’egiziana Elefantina (SB III 6221), contenente una lista di persone appartenenti al seguito del praefectus Aegypti, menziona una veggente semnonica di nome Baluburg o Waluburg: Βαλουβουργ Σήνονι σιβύλλᾳ.

Nel 9 a.C., il figliastro di Augusto, il console Nerone Claudio Druso Maggiore, aveva condotto delle campagne militari in territorio suebico. Secondo Svetonio (Claud. 1), quando Druso volle attraversare il fiume Elba, indietreggiò spaventato alla vista di una barbara mulier straordinariamente grande, forse una semnona, che gli intimò sermone latino di non avanzare oltre. Anche Cassio Dione (LV 1, 3) riferisce che, come giunse in prossimità del fiume, Druso incontrò una donna dalle dimensioni sovrumane, che gli disse: ποῖ δῆτα ἐπείγῃ, Δροῦσε ἀκόρεστε; οὐ πάντα σοι ταῦτα ἰδεῖν πέπρωται. ἀλλ’ ἄπιθι· καὶ γάρ σοι καὶ τῶν ἔργων καὶ τοῦ βίου τελευτὴ ἤδη πάρεστι («Fin dove vuoi arrivare, insaziabile Druso? Non è nel tuo destino che tu veda tutti questi territori; torna indietro piuttosto, poiché la fine delle tue imprese è ormai prossima!»). Nonostante l’avvertimento, Druso aveva comunque tentato di attraversare la corrente, ma senza successo. Piuttosto si era accontentato di far erigere un monumento alle recenti vittorie. Quindi, decise di tornare indietro e, lungo la via, rimase ferito per una caduta da cavallo che gli aveva procurato la rottura di un femore e un’infezione tale da condurlo alla morte prima di raggiungere il Reno (DCass. LV 1, 4; Liv. Per. 142, 2; Val. Max. V 5, 3; Plin. NH VII 19, 20; 84; Tac. Ann. III 5, 2). Probabilmente la mulier barbarica di cui parlano Svetonio e Cassio Dione potrebbe essere identificata con quella Albruna menzionata da Tacito (Germ. 8, 2).

La barbara mulier ferma Druso. Illustrazione da Ward and Lock’s Illustrated History of the World, London 1882.

Tra le veggenti germaniche, una delle più celebri è senz’altro Veleda, virgo nationis Bructerae (Tac. Hist. IV 61): la sua vicenda, narrata da Tacito nei libri IV e V delle sue Historiae, è legata alla rivolta di Giulio Civile nel 69, apparentemente a favore di Vespasiano contro Vitellio.  Com’è noto, Civile apparteneva a un nobile casato dei Batavi, un popolo germanico che abitava un’isola (insula Batavorum) circondata dalle due ramificazioni del Reno, presso il Mare del Nord. Civile si era romanizzato servendo nell’esercito imperiale come praefectus di una coorte di suoi connazionali. A quanto si dice, fu la profetessa Veleda a ispirare la sua sollevazione, predicendo al principe batavo le vittorie che in seguito avrebbe conseguito contro le forze imperiali. La donna esercitava un fortissimo ascendente su diverse tribù germaniche (late imperitabat), proprio grazie alle sue conclamate capacità profetiche. Nel corso della ribellione, spesso ella fu chiamata insieme allo stesso Civile a presenziare negli arbitrati per la ricomposizione di rivalità e contese. Si dice che Veleda vivesse isolata all’interno di una torre e mantenesse i contatti con l’esterno soltanto grazie ai propri familiari. La sua dimora, verosimilmente, doveva trovarsi presso il corso del Lippe, dato che proprio su questo fiume i seguaci di Civile vittoriosi le portarono in dono la nave ammiraglia romana, bottino di guerra. Quando la ribellione fu repressa, anche Veleda finì fra i prigionieri dei Romani

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La crisi del III secolo: la paura di vivere e l’anarchia militare

Tra il II e il III secolo cominciò a serpeggiare per tutto l’Impero romano una sorta di angoscia esistenziale che sembrò non risparmiare nessuno e che investì tutti i gruppi sociali, dai più umili a quelli più elevati. In particolare, Eric R. Doods, in Pagan and Christian in an Age of Anxiety (1965), interpretò il periodo compreso fra il principato di Marco Aurelio (161-180) e tutto il secolo successivo come un’epoca di decadenza economica e di perdita dei valori tradizionali, che avevano dominato sulla civiltà. Questa crisi ebbe come conseguenza anche proprio l’insinuarsi tra gli abitanti dell’Impero di una nuova spiritualità e di nuovi modi di concepire il mondo. Ciò, all’unisono con una diversa prospettiva intellettuale e un mutamento della mentalità, non più rivolta alla vita materiale, impresse una maggiore spinta alla diffusione di culti monoteistici e soteriologici, alla base del cui credo ponevano la speranza in una vita ultraterrena migliore.

Jules-Élie Delaunay, La peste a Roma. Olio su tela, 1859.

Siccome il risentimento verso il mondo era per Marco Aurelio la peggiore delle empietà, egli lo rivolgeva all’interno, contro sé stesso. Già in una lettera al proprio maestro e pedagogo, Frontone, scritta all’età di venticinque anni, il futuro Augustus si dichiarava irritato contro la propria incapacità di raggiungere l’ideale di vita filosofica che si era proposto: itaque poenas do, irascor, tristis sum, ζηλοτυπῶ, cibo careo (Front. Ad M. Caes. IV 13, p. 129 Pepe, «Perciò faccio penitenza, sono adirato con me stesso, sono triste e invidio gli altri, mi astengo dal cibo»). Le medesime sensazioni lo avrebbero, in seguito, perseguitato anche una volta divenuto imperatore: nei suoi Τὰ εἰς ἑαυτόν (Pensieri a sé stesso) Marco diceva di aver fallito il proprio ideale, di aver mancato una vita onesta; la sua esistenza lo aveva sfregiato, macchiato, «contaminato» (M. Aur. Med. VIII 1, 1). Egli confessava di aspirare a essere diverso da quello che era, ripromettendosi le seguenti parole: «Incomincia una buona volta a essere umano, finché sei in vita» (XI 18, 5, ἄρξαι ποτὲ ἄνθρωπος εἶναι, ἕως ζῇς). Eppure, ammetteva che «è duro per un uomo sopportare anche sé stesso» (V 10, 1, καὶ ἑαυτόν τις μόγις ὑπομένει).

M. Aurelio Antonino. Busto giovanile barbato, marmo, metà II sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Quanto alle azioni dell’uomo e ai suoi casi, Marco si diceva: «Vedrai continuamente che le cose umane sono fumo e un nulla, soprattutto se terrai presente che ciò che una volta si è trasformato non esisterà mai più nel tempo infinito» (X 31, συνεχῶς θεάσῃ τὰ ἀνθρώπινα καπνὸν καὶ τὸ μηδέν, μάλιστα ἐὰν συμμνημονεύσῃς ὅτι τὸ ἅπαξ μεταβαλὸν οὐκέτι ἔσται ἐν τῷ ἀπείρῳ χρόνῳ). Così – riferendosi ai valori e ai successi personali –, «in questa fiumana, in cui non è possibile trovare un punto d’appoggio, quale si potrebbe apprezzare tra queste cose che ci passano accanto di corsa? Come se uno prendesse ad amare uno di quei passerotti che ci passano accanto e volan via, che già è scomparso alla vista» (VI 15, ἐν δὴ τούτῳ τῷ ποταμῷ, ἐφ’ οὗ στῆναι οὐκ ἔξεστιν, τί ἄν τις τούτων τῶν παραθεόντων ἐκτιμήσειεν; ὥσπερ εἴ τίς τι τῶν παραπετομένων στρουθαρίων φιλεῖν ἄρχοιτο, τὸ δ’ ἤδη ἐξ ὀφθαλμῶν ἀπελήλυθεν). E ancora: «Le cose tanto apprezzate nella vita sono vuote, marce, meschine, cagnolini che si mordono a vicenda, monelli rissosi che ridono e subito dopo piangono» (V 33, τὰ δὲ ἐν τῷ βίῳ πολυτίμητα κενὰ καὶ σαπρὰ καὶ μικρά· καὶ κυνίδια διαδακνόμενα καὶ παιδία φιλόνεικα, γελῶντα εἶτα εὐθὺς κλαίοντα).

Trofeo con armi barbariche (scudi, lance e un’ascia), posto fra le personificazioni di due province romane. Rilievo su plinto, marmo, II sec. d.C. dall’Hadrianeum. Roma, P.zzo dei Conservatori.

La pompa del trionfo sarmatico, riportato dall’imperatore nel 176, era ironicamente paragonata da Marco all’autocompiacimento di un ragno che coglie una mosca, alla preda catturata dai cacciatori (X 10). Per il princeps-filosofo questa non era vuota retorica, ma una concezione della condizione umana e aveva un significato profondamente serio.  Lui, che passava i suoi giorni ad amministrare un impero, poteva esprimere talvolta un desolato senso di non-appartenenza, di alienazione: «Nella vita umana la durata è un punto, la sostanza in perenne flusso, la sensazione oscura, la compagine del corpo intero corruttibile, l’anima eterna inquietudine, la sorte enigmatica, la fama incerta. Per dirla in breve, tutto ciò che riguarda il corpo è un fiume, tutto ciò che riguarda l’anima è sogno e vanità, la vita è una guerra e un soggiorno in terra straniera, la gloria postuma oblio» (II 17, 1, τοῦ ἀνθρωπίνου βίου ὁ μὲν χρόνος στιγμή, ἡ δὲ οὐσία ῥέουσα, ἡ δὲ αἴσθησις ἀμυδρά, ἡ δὲ ὅλου τοῦ σώματος σύγκρισις εὔσηπτος, ἡ δὲ ψυχὴ ῥόμβος, ἡ δὲ τύχη δυστέκμαρτον, ἡ δὲ φήμη ἄκριτον· συνελόντι δὲ εἰπεῖν, πάντα τὰ μὲν τοῦ σώματος ποταμός, τὰ δὲ τῆς ψυχῆς ὄνειρος καὶ τῦφος, ὁ δὲ βίος πόλεμος καὶ ξένου ἐπιδημία, ἡ δὲ ὑστεροφημία λήθη). L’imperatore lottava contro il predominio esclusivo di pensieri siffatti con tutta la forza della sua religione stoica, prendendo a guida la filosofia e ricordando a sé stesso che la sua stessa esistenza era parte e frazione della grande unità cosmica (VI 46).

Ora, non è mancato chi ha voluto scorgere in tanta autocritica e in tanto pessimismo aspetti morbosi, riconducibili a quella che gli psicologi moderni chiamerebbero una forma grade di depressione cronica, accompagnata da crisi d’identità. Con una maggiore prospettiva storica, invece, negli atteggiamenti di Marco Aurelio si possono riconoscere le manifestazioni di quell’angoscia che si stava diffondendo per tutta la compagine imperiale proprio a partire dal suo principato. Non è facile, in realtà, definire gli esatti confini cronologici di questa nuova tendenza spirituale né è possibile considerarla disgiunta da quegli aspetti di crisi sociale, economica e istituzionale che pure sarebbero emersi con prepotenza nel secolo successivo.

Filosofo seduto e pensante (dettaglio). Rilievo, marmo, II-III sec. d.C. da un sarcofago romano. Città del Vaticano, Grotte Vaticane.

Alcune avvisaglie sono comunque già avvertibili dall’inizio del principato e possono essere riconosciute nella progressiva diffusione e nel successo crescente dei culti misterici e orientali, un’indubbia reazione alla religione tradizionale romana. Ma è soprattutto nel II secolo, proprio nel corso di quella che è passata alla storia come «l’età d’oro degli Antonini», che la crisi spirituale si manifestò più pienamente. Un ruolo non trascurabile ebbe indubbiamente la peste che le legioni romane riportarono dall’Oriente nel 166-167 e che imperversò per anni, sterminando, secondo le stime, circa metà della popolazione dell’Impero. Un’epidemia tanto spaventosa dovette incidere profondamente su un mondo che, in larga parte privo di difese razionali e conoscenze medico-scientifiche, poneva all’origine dei fenomeni patologici la collera di divinità trascurate e vendicative; la contestuale diffusione di malattie mentali e di disagi psichici di varia natura fu quindi uno dei tanti terribili effetti della pestilenza.

La forte incertezza nel futuro creò le premesse per una profonda crisi spirituale e un’azione di straniamento dalla realtà quotidiana, una fuga verso il magico, il ricorso agli oracoli: ecco allora il diffondersi di certo misticismo, soprattutto di matrice orientale, i cui culti avevano per fondamento la promessa nell’immortalità dell’anima, la speranza nella salvazione, la rigenerazione della carne e il ritorno a una vita migliore.

Fedeli all’oracolo. Bassorilievo, calcare, II sec. d.C. Vicenza, Museo Archeologico.

Ma, allora, in che cosa cercavano rifugio gli abitanti dell’Impero per placare il loro senso di angoscia? Una prima risposta si può trovare nell’indubbia crescita di interesse che registrarono nel III secolo gli oracoli. Questo è stato verificato soprattutto dalle evidenze archeologiche negli antichi e tradizionali centri oracolari. Spesso città e intere comunità vi inviavano delegazioni per avere responsi su problemi che affliggevano la cittadinanza, come l’origine di una pestilenza o di una carestia. Numerosi erano anche i προφῆται, più o meno attendibili, maghi e ciarlatani, che venivano interpellati per un responso, esercitando persino la professione da privati. In certi casi, la richiesta assumeva un tono del tutto diverso, come domanda metafisica sulla natura del dio. A tal proposito, si possiedono varie redazioni di un oracolo proveniente dal santuario di Apollo a Claros, che risponde alla domanda: «Sei tu il dio o è qualcun altro?», tramandato dalla Theosophia Tubingensis (§. 13 Erbse), da Lattanzio (Lactant. Div. Inst. I 7, 1) e da un testo inciso sulle porte di Enoanda (SEG 27, 903). Apollo avrebbe vaticinato che, «al di sopra della volta iperurania, esiste una fiamma sterminata, mobile, eternità infinita» (Ἔσθ’, ὑπὲρ οὐρανίου κύτεος καθύπερθε λεγογχώς,  φλογµὸς ἀπειρέσιος, κινούµενος, ἄπλετος ἀίων), specificando che lui stesso e le altre divinità «non siamo che una minuscola particella del dio, noi messaggeri» (µικρὰ δὲ θεοῦ µερὶς ἄγγελοι ἡµεῖς). È questa una preziosa testimonianza della religiosità tradizionale nel II-III secolo e dei suoi orientamenti in senso enoteista, per cui il vecchio Olimpo, ormai sbiadito, subì una riorganizzazione su base gerarchica in modo da soddisfare l’esigenza primaria di quell’epoca, cioè quella di avere un solo dio con cui stabilire un dialogo intimo e personale o, addirittura, quel rapporto preferenziale che in passato sarebbe stato inconcepibile.

Naturalmente, l’incertezza sulla sorte della propria anima nell’aldilà era uno dei motivi di angoscia più diffusi: il II e il III secolo videro un aumento esponenziale del prestigio e del seguito di gruppi religiosi che assicuravano ai propri adepti un altro mondo dopo la morte, nel quale le difficoltà di tutti i giorni avrebbero trovato conclusione e pace. Ma se le persone di cultura media e inferiore si rivolgevano ai vari culti misterici con certa facilità, gli esponenti delle élites privilegiavano gli studi filosofici. Un seguace di Ermete Trismegisto affermava che «… la filosofia… consiste soltanto in una frequente contemplazione finalizzata alla conoscenza della divinità e in una santa devozione. Infatti, molti la confondono in molti modi» (Asclep. XII, Corp. Herm. II 312 Nock-Festugière, … philosophia, … sola est in cognoscenda divinitate frequens obtutus et sancta religio. Multi etenim et eam multifaria ratione confundunt).

Giovanni di Stefano (attribuito), Ermete Trismegisto. Tarsie, marmi policromi, 1488, dal pavimento della navata centrale. Siena, Duomo di S. Maria Assunta.

Nel II secolo, però, né il pensiero pagano né quello cristiano facevano ancora riferimento a un sistema riconosciuto e coerente, tanto meno a una ortodossia. Da questo punto di vista, il panorama dell’età degli Antonini e della prima età severiana era molto confuso: i cristiani erano divisi in innumerevoli gruppi spesso in lotta fra loro, mentre moltissimi Vangeli, Atti e Apocalissi, poi giudicati apocrifi, circolavano liberamente fra i fedeli. Per contro, le scuole filosofiche si dividevano fra stoiche, aristoteliche, pitagoriche e platoniche, e non mancò chi le avesse frequentate un po’ tutte, nel tentativo di trovare risposta alle proprie domande esistenziali. Una ben nota testimonianza di questo si trova nel Dialogo con Trifone di Giustino, in cui l’autore descrive di aver trascorso una ricerca del genere: dopo aver cercato invano di imparare qualcosa su Dio da uno stoico, da un peripatetico e da un pitagorico, alla fine si pose alla sequela di un platonico, che per lo meno gli diede la speranza di vedere Dio faccia a faccia, «visto che questo è lo scopo della filosofia di Platone» (Iustin. Tryph. II 3, 6, τοῦτο γὰρ τέλος τῆς Πλάτωνος φιλοσοφίας).

Nel III secolo, poi, mentre il Cristianesimo si diffondeva sempre più e altre sette, quali lo Gnosticismo, che dava ai propri accoliti solo cupe e lugubri prospettive, andavano scomparendo, il Neoplatonismo trovò nella figura di Plotino un interprete coerente, ma anche il protagonista più adatto per questa fase del paganesimo. Plotino, un mistico che in età matura aveva raggiunto attraverso una severa disciplina interiore la calma e la chiarezza, con il suo esempio e con i suoi scritti permise ai tradizionalisti di riafferrare il senso perduto del rapporto tra corpo e anima, fra uomo e mondo sensibile, fra dio e universo. Non è un caso che alcuni suoi discepoli sarebbero stati fra i più lucidi oppositori del Cristianesimo.

Uomini togati, forse senatori (dettaglio). Rilievo, marmo, 235, dal Sarcofago di Acilia. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Ranuccio Bianchi Bandinelli, in Roma. La fine dell’arte antica (1970), mostrò come l’elemento irrazionale fece la propria comparsa anche nelle arti figurative di II e III secolo, manifestandosi sia nelle espressioni private, come ritratti e sculture funerarie, sia nelle rappresentazioni ufficiali quali il ritratto degli imperatori e i rilievi storici. Un’opera che rappresenta emblematicamente questo nuovo linguaggio espressivo è certamente la Colonna Antonina, realizzata fra i principati di Marco Aurelio e di suo figlio Commodo (c. 176-193). Nel rilievo a spirale che si sviluppa lungo il fusto del monumento si fa spazio l’elemento soprannaturale. Questo è particolarmente evidente nelle scene del «Miracolo del fulmine» e del «Miracolo della pioggia», dove le divinità irrompono a risolvere la situazione a favore dei Romani. Nonostante il lucido razionalismo di Marco Aurelio, il tema dominante del periodo sembra piuttosto la fede in quella providentia deorum, che compare anche nelle monete del tempo.

Inoltre, a partire dalla seconda metà del II secolo, nella scultura furono volutamente accentuati alcuni tratti (occhi più grandi del naturale, pupilla profondamente incisa, testa inclinata), che facevano assumere ai volti espressioni di dolore, afflizione e angoscia. Con il III secolo, poi, il rigore formale della tradizione ellenistica cedette il passo a bruschi effetti chiaroscurali, su solchi profondi alternati a superfici lisce e luminose; alla rappresentazione naturalistica si sostituirono le illusioni ottiche e le rappresentazioni arbitrarie e simboliche. Barbe e capelli vennero resi in modo espressionistico, con fiorellini ravvicinati o fitti trattini. In queste rappresentazioni, Bianchi Bandinelli ravvisava l’espressione di angoscia spirituale, cui si affiancava una manifestazione di volontà di potenza, che non rifuggiva da ogni mezzo pur di affermarsi.

Nella pittura dello stesso periodo si diffuse l’effetto “a macchia”, che annullava il volume e i particolari delle figure, accentuandone l’intensità dell’espressione e il carattere simbolico. E anche quando l’artista voleva mantenere una certa solidità formale, la rappresentazione offriva una marcata drammaticità, approfondendo il contenuto umano delle scene.

Il «Miracolo della Pioggia». Rilievo, marmo di Carrara, c. 176-193, dalla Colonna Antonina. Roma, P.zza Colonna.

Gli storici sono concordi nel ritenere che il III secolo si sia profilato come un’incredibile concatenazione di eventi, accompagnata da una profonda trasformazione non solo nella psicologia delle persone e nell’estetica dell’arte, ma anche nel modo di vivere e di comunicare nel quotidiano, e pure nella maniera di rappresentare, il rapporto tra coloro che detenevano il potere e i subordinati. Fu dunque un periodo in cui le contraddizioni, i contrasti e i precari equilibri mai del tutto risolti della prima età imperiale conflagrarono per poi trovare una nuova, originale composizione. Cercare di spiegare i motivi e le dinamiche di questa crisi non è semplice, dal momento che essa investì gli strati profondi della compagine imperiale e ragioni diverse si intersecarono fra di loro in un groviglio quasi inestricabile.

Per quello che riguarda la storia politica, l’eliminazione di Severo Alessandro a Mogontiacum da parte dei soldati in tumulto nel 235 pose fine alla dinastia tradizionalmente definitiva «monarchia militare dei Severi», che nel complesso aveva rappresentato un periodo di stabilità per l’Impero. La definizione di «monarchia militare» allude al fatto che l’elemento militare era stato promotore del potere stesso e, insieme, al fatto che gli esponenti di tale dinastia si erano appoggiati con donativi e premi proprio agli eserciti. L’ammutinamento di Mogontiacum pose fine unilateralmente all’accordo tra soldati e imperatore: per tutta quanta la storia precedente, mai i soldati avevano pensato neppure un attimo di mettere in discussione l’istituto del principato e la sua autorità; la loro indispensabilità, riconosciuta dai fatti, li aveva spinti e li avrebbe spinti a proporre un proprio capax imperii, ponendo sempre più in ombra l’importanza del Senato.

I soldati della Cohors XX Palmyrenorum scrificano davanti al loro vexillum. Affresco, III sec. d.C. ca. da Dura Europos.

Il III secolo, e segnatamente il periodo tra il 235 e il 285, è altresì definito come «anarchia militare», definizione che sottolinea la preminenza dell’elemento militare nell’elezione imperiale. Si trattò del periodo più confuso della storia di Roma, tanto pernicioso nei suoi effetti da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa dell’Impero come entità politica. L’importanza, dunque, assunta dalle armi, garanti dell’integrità dello Stato, fu densa di conseguenze. La scelta del vertice era ormai saldamente nelle mani dei militari: gli stessi aspiranti alla porpora erano spesso esponenti della truppa, nemmeno ufficiali di alto rango e ancor più spesso di oscuri natali, se non addirittura di origine straniera. Molti di coloro che si succedettero nel giro di un cinquantennio rimasero in carica soltanto per pochi mesi, se non per pochi giorni; e, contrapponendosi l’uno all’altro, diedero vita a governi effimeri e ad ancor più effimeri progetti politici. Fu questa la stagione dei Soldatenkaiser.

Capo barbaro supplicante. Rilievo, marmo, fine II sec. d.C. dal pannello della clementia dell’arco di M. Aurelio. Roma, Arco di Costantino.

Il III secolo, tra l’altro, si aprì con la constatazione della presenza di una nuova realtà alle frontiere fluviali del Reno e del Danubio, nelle regioni comprese nel barbaricum. Quelle popolazioni che i Romani in precedenza avevano fronteggiato, e con le quali avevano sostanzialmente mantenuto una coesistenza relativamente pacifica, presentavano un assetto ben diverso da prima: non più parcellizzazione per pagi, sovente assai piccoli, con un’economia agricola di sussistenza e limitata allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, con migrazione quando queste fossero esaurite, ma una tendenza all’accorpamento, fino a costituire unità complesse e numerose di popoli: a tal proposito, si è parlato di «etnogenesi». L’attrazione naturale fu dunque verso l’Impero e questa attrazione aumentò, come entrarono in gioco vari fattori: l’aumento della popolazione, la diminuzione della produttività del suolo, dei cambiamenti climatici con un aumento della siccità estiva e della rigidità degli inverni, la spinta di altre tribù e popolazioni che migravano; si adducono tutti questi fenomeni per spiegare l’impulso delle genti barbariche verso il limes imperiale, e forse è più opportuno parlare di concomitanza di fattori.

Avvisaglie di questo mutato assetto si erano già manifestate ai tempi di Marco Aurelio, quando l’imperatore, prima con il collega Lucio Vero e poi da solo, aveva dovuto contenere la spinta offensiva di Quadi, Marcomanni, Iagizi e Sarmati. In effetti le cosiddette guerre marcomanniche avevano coinvolto gran parte dei barbari insediati lungo le frontiere e anche per loro si era trattato di un periodo di sconvolgimenti. Lungo tutto il confine, nel giro di poche generazioni avevano preso forma nuove popolazioni e nuovi raggruppamenti. Gli Alamanni comparvero nell’area tra l’alto Reno e l’alto Danubio, incorporando parte degli Svevi e di altre stirpi germaniche; a nord di costoro varie tribù, come i Bructeri e i Chatti, divennero note come Franci, una federazione di etnie mai completamente unite fino all’inizio del VI secolo. A est degli Alamanni, nell’alto Danubio, si stanziarono i Langobardi, mentre nel basso corso del fiume vennero alla ribalta potenti gruppi di genti che, nel corso del III, sarebbero diventati noti come Goti. Tutte queste popolazioni non abbandonarono le loro antiche tradizioni tribali: non si dovrebbe, perciò, prestare necessariamente fede ai Romani, quando utilizzavano tali etichette, poiché non vennero quasi mai a contatto con l’intero gruppo etnico e potrebbero non aver capito chi avessero di fronte. Le espressioni che utilizzavano per indicare queste genti sono, dunque, tutte ugualmente vaghe.

Guerriero germanico ferito e morente (dettaglio). Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

In ogni caso, dopo le guerre condotte da Marco Aurelio, i rapporti fra Romani e Marcomanni e Quadi si erano riallacciati e la dominazione romana era ripresa: si era tornati a chiedere l’approvazione di Roma per la scelta dei sovrani e, sotto Commodo, si era concesso loro di tenere regolari assemblee, solo in presenza di un ufficiale romano; alcuni barbari avevano preso la civitas, avevano prestato servizio nell’esercito, si erano stabiliti entro i confini dell’Impero: anche l’archeologia ha dimostrato l’esistenza di stretti rapporti commerciali nonché altri tipi di legame fra le due realtà, rinvenendo manufatti romani tra le sepolture dei benestanti e ceramiche di origine mediterranea anche nelle abitazioni più umili.

Nel 250 l’imperatore Decio inviò l’esercito nel regno greco del Bosforo, in Crimea, apparentemente allo scopo di scoprire gli spostamenti degli Sciti in quell’area (AE 1996, 1358). Purtroppo, il termine Σκύθοι, impiegato genericamente nella letteratura antica, non permette di conoscere il vero nome della stirpe in questione. Intorno al 500, Zosimo di Panopoli scriveva che erano state le popolazioni dei Borani, dei Goti, dei Carpi e degli Urugundi a invadere l’Impero romano tra il 253 e il 259 (Zos. I 27, 1; 31,1). I Carpi si trovano menzionati anche da un’altra fonte coeva (Dessippo, autore degli Σκυθικά, FGrH 100), ma la maggior parte degli storici ritiene che a determinare la caduta di Decio siano stati i Goti, anche perché Giordane (che, come Zosimo, scriveva nel VI secolo) afferma che uno dei primi re dei Goti fu Cniva, che era anche il nome del comandate «scita» (Jord. Get. 101-102). Chiunque essi fossero, nel 250 i barbari irruppero attraverso la frontiera e ad Abrittus inflissero una pesante sconfitta all’esercito romano guidato da Decio; lo stesso imperatore rimase ucciso.

Battaglia tra Romani e Germani. Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

Nella catastrofica situazione che seguì, intorno al 253, Cipriano, vescovo di Cartagine, diede voce all’opinione condivisa dell’imminente collasso dell’Impero romano, scrivendo all’allora proconsole d’Africa, Demetriano (Cyprian. Ad Demetr. 3-5):

Illud primo in loco scire debes, senuisse jam mundum, non illis viribus stare quibus prius steterat, nec vigore et robore eo valere quo antea praevalebat. Hoc etiam, nobis tacentibus et nulla de Scripturis sanctis praedicationibusque divinis documenta promentibus, mundus ipse jam loquitur et occasum sui rerum labentium probatione testatur. Non hyeme nutriendis seminibus tanta imbrium copia est, non frugibus aestate torrendis solis tanta flagrantia est, nec sic vernante temperie sata laeta sunt, nec adeo arboreis foetibus autumna foecunda sunt. Minus de effossis et fatigatis montibus eruuntur marmorum crustae, minus argenti et auri opes suggerunt exhausta jam metalla, et pauperes venae breviantur in dies singulos et decrescunt, deficit in arvis agricola, in mari nauta, miles in castris, innocentia in foro, justitia in judicio, in amicitiis concordia, in artibus peritia, in moribus disciplina. Putasne tantam posse substantiam rei senescentis existere quantum prius potuit novellu adhuc et vegeta juventa pollere? Minuatur necesse est quicquid fine jam proximo in occidua et extrema devergit. Sic sol in occasu suo radios minus claro et igneo splendore jaculatur; sic, declinante jam cursu, exoletis cornibus luna tenuatur, et arbor quae fuerat ante viridis et fertilis, arescentibus ramis fit postmodum sterili senectute deformis; et fons qui, exundantibus prius venis, largiter profluebat, senectute deficiens, vix modico sudore distillat. Haec sententia mundo data est, haec Dei lex est, ut omnia orta occidant et aucta senescant, et infirmentur fortia, et magna minuantur, et cum infirmata et diminuta fuerint, finiantur. Christianis imputas quod minuantur singula, mundo senescente. Quid si et senes imputent Christianis quod minus valeant in senectute, quod non perinde ut prius vigeant auditu aurium, cursu pedum, oculorum acie, virium robore, succo viscerum, mole membrorum; et cum olim ultra octingentos et nongentos annos vita hominum longaeva procederet, vix nunc possit ad centenarium numerum perveniri? Canos videmus in pueris, capilli deficiunt antequam crescant; nec aetas in senectute desinit, sed incipit a senectute. Sic in ortu adhuc suo ad finem nativitas properat; sic quodcumque nunc nascitur, mundi ipsius senectute degenerat: ut nemo mirari debeat singula in mundo coepisse deficere, quando totus ipse jam mundus in defectione sit et in fine. Quod autem crebrius bella continuant, quod sterilitas et fames sollicitudinem cumulant, quod, saevientibus morbis, valetudo frangitur, quod humanum genus luis populatione vastatur, et hoc scias esse praedictum, in novissimis temporibus multiplicari mala et adversa variari, et appropinquante jam judicii die magis ac magis in plagas generis humani censuram Dei indignantis accendi. Non enim, sicut tua falsa querimonia et imperitia veritatis ignara jactat et clamitat, ista accidunt quod dii vestri a nobis non colantur, sed quod a vobis non colatur Deus.

Devi sapere che è invecchiato già questo mondo. Non ha più le forze che prima lo reggevano: non più il vigore e la forza per cui prima si sostenne. Anche se noi cristiani non parliamo e non esponiamo gli avvenimenti delle Sacre Scritture e delle profezie divine, lo stesso mondo già parla da sé e coi fatti stessi documenta il suo tramonto e il suo crollo. D’inverno non c’è più abbondanza di piogge per le sementi, d’estate non più il solito calore per maturarle, né la primavera è lieta del suo clima, né è fecondo di prodotti l’autunno. Diminuita, nelle miniere esauste, la produzione d’argento e oro, e diminuita l’estrazione dei marmi; impoverite, le vene danno di giorno in giorno sempre meno. Viene a mancare l’agricoltore nei campi, sui mari il marinaio, nelle caserme il soldato, nel Foro l’onestà, nel tribunale la giustizia, la solidarietà nelle amicizie, la perizia nelle arti, nei costumi la disciplina. Pensi veramente che un mondo così vecchio possa avere l’energia che la giovinezza ancora fresca e nuova poté un tempo trarre? È necessario che perda vigore tutto ciò che, appressandosi alla fine, volge al tramonto e alla morte. Così nel suo tramonto il sole manda raggi meno luminosi e infuocati, così al suo declino meno luminosa è la luna; e l’albero, che prima era stato fertile e verde, inaridendosi i rami, diventa sterile e deforme per vecchiaia. Tu dai la colpa ai cristiani, se tutto diminuisce con l’invecchiare del mondo, ma certo non è colpa dei cristiani se ai vecchi è diminuita la forza e più non hanno l’udito di un tempo, la rapidità e la forza visiva di un tempo, la robustezza e la gagliardia e sanità di un tempo; prima i longevi arrivavano a 800 e 900 anni, ora a stento a 100. Vediamo fanciulli canuti; i capelli scompaiono ancor prima di crescere; ormai la vita non finisce, ma comincia con la vecchiaia… Quanto alla frequenza maggiore delle guerre, all’aggravarsi delle preoccupazioni per il sopravvenire di carestie e sterilità, all’infierire di malattie che rovinano la salute; alla devastazione che la peste opera in mezzo agli uomini – anche ciò, sappilo, fu predetto: che negli ultimi tempi i mali si moltiplicano e le avversità assumono vari aspetti, e per l’avvicinarsi al dì del giudizio, la condanna di Dio sdegnato si muove a rovina degli uomini. Hai torto tu, nella tua stolta ignoranza del vero, di protestare che queste cose accadono perché noi non onoriamo gli dèi; accadono perché voi non onorate Dio.

Scena della moltiplicazione dei pani. Rilievo, marmo bianco, c. 330-339, dal sarcofago di Marco Claudiano. Roma, Museo di P.zzo Massimo alle Terme

Questo fu l’inizio vero e proprio della crisi del III secolo, durante la quale l’Impero subì gli attacchi dei barbari e dei Persiani e, fatto ancor più preoccupante, quelli di una moltitudine di usurpatori, alcuni dei quali aspirarono alla conquista del governo di tutto l’Impero, mentre altri sembrano aver mirato a un potere meramente regionale. Ciò produsse – si è detto – inevitabilmente una pesante recessione economica, che peraltro riguardò soltanto alcune zone dell’Impero: per esempio, ci fu un declino del numero degli insediamenti nell’area renana e in certe regioni dell’Italia, mentre pare che il Nordafrica e il Medio Oriente abbiano goduto di una notevole prosperità.

I problemi interni e le divisioni consentirono agli invasori barbarici di sfruttare la situazione. Nel frattempo, infatti, gli «Sciti» o Goti avevano cominciato a muoversi anche via mare: nel 252, passando per il Bosforo, avevano raggiunto l’Egeo e razziato le coste dell’Asia Minore, distruggendo il famoso tempio di Artemide Efesia. Nel 258 un altro gruppo attraversò il Ponto Eusino saccheggiando la costa settentrionale dell’Anatolia, spingendosi persino nell’entroterra fino alla Cappadocia. In quell’occasione, l’imperatore Valeriano guidò l’esercito da Antiochia verso nord, senza peraltro riuscire a risolvere la situazione, anche perché si trovò contemporaneamente impegnato ad affrontare l’attacco dei Sassanidi, che, com’è noto, si concluse con la disfatta e la cattura dell’imperatore stesso.

Scontro equestre tra Romani e barbari. Rilievo, marmo, c. 190, da un sarcofago romano. Dallas, Museum of Art.

Infatti, i pericoli per l’Impero non venivano soltanto dal barbaricum europeo. I Parti, eterni nemici di Roma, avevano continuato a minacciare i confini orientali alla fine del II e agli inizi del III secolo, fin quando sotto il principato di Severo Alessandro non furono assoggettati dai loro vassalli persiani (224-226). Apparentemente, questo per Roma significò soltanto cambiare interlocutore: non più il regno partico degli Arsacidi, ma l’Impero persiano dei Sassanidi. È contro questo che dovettero misurarsi Gordiano III, Filippo Arabo e Valeriano.

Un interessante spaccato degli effetti delle invasioni sulla vita dell’Impero è offerto dalla Lettera Canonica di Gregorio Taumaturgo, vescovo di Neocaesarea (l’ant. Kabeira, l’od. Niksar) nel Pontus. Il prelato si angustia per i peccati commessi dai Romani a seguito delle invasioni; non si preoccupa del fatto che qualcuno possa essersi cibato di carne offerta in sacrificio agli dèi, poiché, come egli afferma, tutti erano d’accordo che i barbari non avrebbero fatto sacrifici mentre si trovavano nell’Impero. Il vescovo, piuttosto, si preoccupa di chi poteva aver approfittato delle agitazioni e del trambusto per commettere rapine, impossessarsi di bottini abbandonati, ridurre in schiavitù i prigionieri sfuggiti ai razziatori; ma parla anche di chi si era unito alle schiere barbariche, «dimenticando di essere uomini del Ponto e cristiani, e si sono barbarizzati a tal punto da mandare alla forca persone della loro stessa gente e da indicare ai barbari, che non potevano conoscerle, strade e abitazioni» (Greg. Taumat. Ep. Canon. VII 9-10).

Šāpur I trionfa su Filippo Arabo e Valeriano. Rilievo, roccia calcarea, c. 241-272. Naqš-e Rajab (Pārs), Necropoli monumentale.

Approfittando della crisi, gli Iutungi invasero l’Italia: un’iscrizione proveniente da Augsburg (AE 1993, 1231) ricorda la loro disfatta e la liberazione di migliaia di prigionieri a opera delle forze congiunte degli eserciti dalla Raetia e dalla Germania. Forse proprio a seguito di questa crisi, Postumo, il governatore della Germania inferior, si proclamò Augustus nel 260. Peraltro, non sembra aver dimostrato interesse a estendere la propria autorità, reclamando tutto l’Impero: al contrario, egli si accontentò di governare quello che sarebbe stato chiamato Imperium Galliarum, standosene nella capitale, Colonia.

Nel 268/9 gli «Sciti», che questa volta pare fossero guidati dagli Eruli, invasero ancora il territorio romano, attaccando nuovamente dal mare. Il nuovo imperatore, Claudio II, riuscì a sconfiggerli nel 269, guadagnandosi il titolo di Gothicus Maximus; ma ciò non fermò gli assalti e, nel 270, muovendosi separatamente, gli Iutungi e i Vandali invasero l’Italia, mentre un rinnovato attacco dei Goti condusse all’abbandono della provincia della Dacia.

L’imperatore Aureliano (270-275) riuscì, infine, a ripristinare l’ordine e l’unità dell’Impero, mettendo fine al cosiddetto «Impero delle Galliae», respingendo l’ennesima invasione degli Iutungi e recuperando il controllo sulle province orientali. Queste, infatti, avevano costituito un regno indipendente da Roma: durante la crisi del 260, infatti, dell’aiuto prestato all’imperatore Gallieno contro i Persiani aveva approfittato Odenato, signore di Palmira e governatore della Syria; costui aveva esteso la propria influenza anche sull’Aegyptus, riscuotendo consenso in diverse province limitrofe; inoltre, per i suoi meriti era stato investito dei titoli di dux Romanorum e corrector totius Orientis. Alla sua morte, nel 267, la moglie Zenobia aveva assunto il potere, proclamando sé stessa e il figlio Waballato Augusti. Il regno di Palmira mantenne la propria autonomia e un certo prestigio finché Aureliano non intervenne e lo sconfisse, riportandone il territorio sotto il controllo di Roma. Non molto tempo dopo, comunque, anche Aureliano venne assassinato dai suoi stessi alti ufficiali.

Aureliano. Aureum. Mediolanum, c. 271-272, Au 4,70 g. Dritto: Imp(erator) C. L. Dom(itius) Aurelianus P(ius) F(elix) Aug(ustus). Busto dell’imperatore laureato e corazzato, voltato a destra.

Probabilmente, a proposito di questi repentini cambi di vertice, la conseguenza più pesante del periodo fu il catastrofico declino della fiducia che i cittadini dell’Impero nutrivano nell’istituto imperiale e nella capacità del loro imperatore di difenderli. Per la prima volta si assistette non solo alla comparsa di imperatori «locali» (come Postumo nelle Galliae e Zenobia in Oriente nel 260, e Carausio in Britannia nel 286), ma anche allo scoppio di rivolte locali e regionali. Già nel 238 si era consumata la sollevazione dei proprietari terrieri dell’Africa proconsularis, che, oppressi dalla rapacità del fisco, si erano ribellati a Massimino Trace, armando i loro dipendenti e persino i loro schiavi; le forze leali all’imperatore avevano soffocato l’insurrezione in Africa, ma non avevano potuto impedire che il moto raggiungesse l’Italia e incontrasse il plauso del Senato, portando alla caduta di Massimino. Nelle province occidentali, a quanto sembra, endemico fu il fenomeno dei cosiddetti Bacaudae (“Bagaudi”). La questione di chi fosse precisamente questa gente e se ci sia stata una qualche continuità tra la loro prima comparsa alla fine del III secolo e il loro riemergere nel V è stata oggetto di aspre controversie tra gli interpreti moderni. Forse, per quanto attiene al III secolo, andrebbero considerati come «contadini allo sbando», che cercavano protezione nella leadership di personaggi di secondo piano, anziché dei piccoli aristocratici, proprietari terrieri o, perfino, dei visionari. Nel V secolo, anzi, questi ribelli potrebbero aver giocato un ruolo tanto significativo nel contribuire al crollo dell’autorità imperiale in alcune zone della pars Occidentis.

Non è possibile valutare esattamente quali siano state le ripercussioni della crisi del III secolo, ma con tutta probabilità si deve ritenere che furono assai pesanti. Non solo avviarono la riorganizzazione dell’Impero, ma produssero anche cambiamenti nel modo di concepire la compagine imperiale stessa. Tutti i Romani cives presero atto della fragilità delle istituzioni tradizionali e, forse, assunsero un atteggiamento nuovo nei confronti dei barbari: ora che l’Impero non si trovava più in posizione di superiorità e doveva tenersi sulla difensiva e che nessuno si aspettava nuove espansioni all’esterno, i barbari, dapprima visti come popolazioni che, un giorno, sarebbero state aggregate e incorporate nell’Impero, furono considerati solo come genti ostili a Roma.

Scena bucolica con villa rurale. Affresco, c. III secolo, da Augusta Treverorum (od. Trier).

È evidente che Roma si trovò a dover contrastare nemici esterni che premevano su tutti i fronti. Per poter far questo, si dovette puntare sulle forze armate, che subirono un forte aumento numerico, trasformazioni nella struttura e nel sistema di reclutamento, modificazioni quanto a tattica e a dislocazione. Naturalmente, per addivenire alle ingenti spese militari di mantenimento le autorità imperiali inasprirono l’imposizione fiscale. Laddove misure di difesa si fossero rivelate insufficienti, si fece ricorso ai mercenari, unità etniche composte o da barbari dediticii oppure da volontari, comunque non inquadrati nell’esercito romano. Queste formazioni offrivano il duplice vantaggio di integrare le fila delle truppe regolari e di familiarizzare i Romani con armamenti e tattiche loro estranee: si pensi ai cavalieri osroeni, clibanarii (cavalleria pesante d’assalto), arruolati in Oriente da Severo Alessandro, oppure agli equites cataphractarii istituiti da Gallieno. Spesso alcuni reparti di mercenari erano inviati a difesa delle aree di confine, come nel caso di un gruppo di Goti, distaccato nella fortezza di Mothana (nell’od. regione di Hawran, nella Siria meridionale). Un’iscrizione funeraria in greco, proveniente da quella località e risalente al 208, costituisce la prima testimonianza del ricorso a queste formazioni etniche già da Settimio Severo: μνημεῖον Γουθθα, υἱοῦ / Ἑρμιναρίου πραιποσίτου / γεντιλίων ἐν Μοθανοῖς ἀνα-/φερομένων, ἀπογεν‹ομέν›ου ἐτῶν ιδʹ. / ἔτι {²⁶ἔτει}²⁶ ρβʹ Περιτίου καʹ (AE 1911, 244, «[Questa è la] tomba di Gutta, figlio di Erminario, praepositus gentilium a Mothana, morto all’età di quattordici anni, nell’anno 102, nel ventunesimo giorno del mese di Peritio [= 28 febbr. 208]).

La sempre maggiore importanza via via assunta dai militari mutò la posizione dell’esercito nell’ambito dello Stato, garantendo ai suoi membri un posto migliore nella scala sociale. Come si è detto, il III secolo fu il periodo dei Soldatenkaiser, molti dei quali furono acclamati dalle truppe, spesso provenienti dai ranghi inferiori o ufficiali di carriera, e la cui nomina non sempre incontrò il plauso del Senato. Lo scenario dell’investitura degli Augusti mutò decisamente rispetto ai primi due secoli del principato, aprendo un’ulteriore incrinatura in un sistema ben collaudato e interrompendo il criterio di successione dinastica.

La fortezza romana di Qasr Bshir (Giordania), III secolo. Illustrazione di B. Delf.

Il bisogno di mantenere eserciti permanenti e che andavano continuamente incoraggiati e rabboniti con premi e donativi costrinse l’apparato imperiale a destinare alle forze armate una porzione sempre più grande delle entrate e, d’altra parte, a cercare nuovi modi per aumentarle. Questo non fu possibile se non con una forte esazione fiscale, che inizialmente gravò solo sulle province (con l’esclusione di quei territori che godevano dello ius Italicum), in particolare su quelle più ricche, dov’erano estese proprietà terriere in mano a diversi senatori: in questa prospettiva, dunque, è possibile leggere la rivolta del 238 in Africa proconsularis e sempre mutatis mutandis si può interpretare l’insurrezione dei Bacaudae nel 286 nelle Galliae. In ogni caso, l’esigenza di un più cospicuo gettito fiscale a un certo punto non risparmiò neppure l’Italia, già provata da carestie, spopolamento, invasioni e colonato, accelerando quel processo di provincializzazione che sarebbe culminato nella riforma amministrativa di Diocleziano.

In questo senso si erano manifestate alcune avvisaglie già sotto Adriano (117-138), quando l’imperatore aveva suddiviso la Penisola in quattro distretti, affidati ad altrettanti consulares; il processo era poi proseguito sotto Marco Aurelio con la creazione di quattro iuridices, con competenze analoghe ai predecessori; si era quindi arrivati con Caracalla da una parte all’istituzione del corrector Italiae (una sorta di amministratore o addirittura di governatore dell’Italia peninsulare), dall’altra all’istituzione dell’annona militaris, un’imposta in natura, al pagamento della quale ora dovevano contribuire pure gli Italici (gli abitanti della Lucania, per esempio, partecipavano attraverso l’invio di caro porcina, cioè carne di maiale, di cui la regione era particolarmente ricca). L’ultimo atto, prima di Diocleziano, fu siglato sotto Massimino Trace nel cruciale anno 238, quando, sia pur per un periodo limitato, l’Italia fu riorganizzata in dieci regiones a capo di ciascuna delle quali furono posti dei commissari speciali, i XXviri rei publicae curandae, con l’incarico di difendere lo Stato.

Clibanarius. Illustrazione di J. Shumate.

L’inasprimento della fiscalità si era manifestata sotto forme diverse. Alle imposte regolari costituite dai già gravosi tributum capitis e tributum soli, che colpivano rispettivamente la persona e il suolo, si erano aggiunte da una parte nuove forme di esazione, come l’annona militaris, dall’altra le già esistenti forme di imposizione irregolare – come la vicesima hereditatum (cioè una “tassa di successione” del 20%) e la vicesima libertatis (sulle manumissiones del 20%) – erano state estese a coloro che, con la Constitutio Antoniniana (212), erano entrati a far parte della cittadinanza romana. Sembra inoltre che fossero state raddoppiate, se si dà ascolto a Dione Cassio (DCass. LXXVII 9, 4-6). Come se ciò non bastasse, alle esazioni in denaro cominciarono poi ad affiancarsi sempre più spesso quelle in natura.

Ma a questi fattori di crisi economica occorre aggiungerne almeno altri due. Innanzitutto, va ricordato che la certezza di disporre di forza-lavoro in modo illimitato crollò miseramente nel corso del III secolo: ne furono causa la necessità di un sempre maggiore arruolamento, la iper-mortalità durante le innumerevoli guerre e ribellioni, e le epidemie. La peste, che si diffuse alla fine del principato di Marco Aurelio e che fu causa della morte dello stesso imperatore, non rimase purtroppo un fenomeno isolato: un nuovo contagio, sotto l’imperatore Probo, decimò una popolazione già decurtata dalle continue guerre. In secondo luogo, non si può trascurare che, pur non disponendo di un aumento di risorse in metallo prezioso, il conio monetale avvenne a ritmi serrati per venire incontro alle necessità amministrative: il governo imperiale ricorso all’espediente di eradere argento dal denarius, moneta argentea a maggiore circolazione; ma il rapporto 1:25 rispetto all’oro si fingeva inalterato, così da permettere un incremento nella quantità di moneta. È qui il germe dell’inflazione galoppante che tormentò la società dell’Impero per tutto il III secolo ed ebbe come conseguenza immediata l’aumento esponenziale dei prezzi, con enormi costi sociali. Questa situazione, mescolata alle condizioni di grande instabilità, portò a un forte contraccolpo anche nelle attività artigianali e nei traffici commerciali, con un impoverimento generale e una diminuzione della domanda.

Era fatale che tutto questo avesse forti ripercussioni anche sul piano religioso. In una cultura, come quella romana, in cui la pax deorum, cioè il rapporto armonioso tra uomo e divinità, era rispecchiata dalla felicitas imperii, cioè dalle sorti fortunate dell’Impero, era implicito che l’insuccesso, la sconfitta, il disordine scuotessero fin dalle fondamenta la fede religiosa. Di fronte a tale incrinarsi del sereno rapporto con gli dèi le reazioni furono di tipo diverso: o di fuga verso religioni consolatorie, misteriche, soteriologiche, oppure di condanna verso quello che veniva additato come il culto che avrebbe provocato l’ira degli dèi, cioè il monoteismo cristiano (di qui le persecuzioni dei cristiani, come quella di Massimino Trace, di Decio, di Valeriano e da ultimo di Diocleziano) o di tentativi sincretistici (come quello costituito dal culto di Iuppiter Dolichenus o dalla politica religiosa di Filippo Arabo).

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L’età degli imperatori per adozione

1. Un secolo di stabilità politica

Il periodo che comincia con il principato di Nerva (96) e arriva fino alla morte di Commodo (192) è – se si eccettuano gli ultimi dodici anni, quelli, appunto, del principato di Commodo! – un secolo intero di stabilità, che non ha uguali (per durata e benefici effetti) in nessun altro periodo della storia romana. Se il primo secolo dell’Impero era stato caratterizzato da tensioni e conflitti di governo, il secondo è contraddistinto da una sostanziale uniformità di conduzione del potere. Ormai saldo nei suoi confini, consapevole della sua grandezza, capace di romanizzare intimamente le genti assoggettate nei secoli, l’Impero sembrava effettivamente tutto pervaso di iustitia e humanitas, quale nessun’altra espressione politica antica conobbe mai. Gli imperatori che si succedettero nell’arco di tempo considerato fecero sincera professione di mitezza e di generosità e alcuni di loro furono addirittura fini intellettuali, di cultura estremamente aristocratica.

M. Cocceio Nerva. Statua equestre, bronzo, fine I sec. da Miseno. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Il Senato, di fatto ormai esautorato, ritrovò una sua parvenza di potere nei confronti dell’imperatore e finì per adattarsi a un ruolo limitato, o meglio subordinato, ma non più esposto a quelle aggressioni insultanti e violente che avevano segnato tanto negativamente il governo dei Caesares del I secolo.

Il problema della successione dei principi trovò, dunque, una soluzione soddisfacente nel sistema dell’adozione: e questo garantì, almeno fino a Marco Aurelio, una serie di imperatori dotati di alte qualità personali. La stabilità raggiunta dall’ordinamento governativo attenuò quello che era stato l’assillo continuo di congiure e ribellioni gestite dai grandi generali dell’esercito, pronti a servirsi della propria forza militare per realizzare personali ambizioni di potere; e consentì anche agli stessi principi di procedere a riforme istituzionali e sociali prima del tutto inattuabili.

M. Cocceio Nerva. Statua, marmo, fine I sec. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Chiaramonti.

In varia misura, ma con costanza, i provinciali furono ammessi a cariche pubbliche di prim’ordine, il che mostra come l’Impero sapesse valersi assennatamente di tutti gli uomini abili e onesti. E perciò tutti sentivano in Roma la loro patria e dalle più lontane regioni guardavano a lei come alla μήτηρ καὶ πατρὶς κοινὴ πάντων («madre e patria comune di tutti») e pregavano, come nell’encomio Εἰς Ῥώμην (Or. 26) del retore asiatico Publio Elio Aristide, che essa durasse in eterno. Fu questo pure il periodo in cui procedette instancabile l’opera di trasformazione dei centri urbani, processo che giustamente è stato definito «urbanizzazione dell’Impero», ma fu anche l’epoca in cui strade, commerci e opere pubbliche raggiunsero il massimo sviluppo.

2. Da Nerva a Traiano

2.1. L’adozione di Traiano e la romanizzazione dell’Occidente

Eliminato Domiziano con una congiura del 96, il Senato e i mandanti dell’esecuzione si accordarono sulla scelta di un illustre senatore, ormai anziano (aveva sessantasei anni) e privo di figli, Marco Cocceio Nerva, leale servitore dell’Impero e legato alla dinastia Flavia. Come primo atto formale, il nuovo principe giurò pubblicamente che sotto il suo governo non ci sarebbero state condanne a morte contro membri dell’aristocrazia, abolì i processi de maiestate, concesse l’amnistia e la restituzione delle proprietà confiscate sotto il predecessore, ma non riuscì comunque a coinvolgere il venerando consesso nella politica di governo; anzi, le sue relazioni con la fazione che aveva sostenuto i Flavi lo esposero a tentativi di congiura e ad ammutinamenti. Asceso al potere per volontà del Senato, Nerva cercò di guadagnarsi il consenso del popolo e dell’esercito con donativi, assegnazioni fondiarie e sgravi fiscali, depauperando così le casse dello Stato. Le misure adottate contro la crisi economica e finanziaria, e cioè l’istituzione di una commissione per ridurre la spesa corrente (i V viri minuendis publicis sumptibus), o la coniazione di monete con il metallo prezioso ricavato dalla fusione delle statue abbattute di Domiziano, non potevano avere una reale efficacia.

M. Cocceio Nerva. Denarius, Roma 96 d.C. AR 3,28 g. Rovescio: concordia exercituum. Simbolo della coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria su prora navale.

Presso l’esercito, inoltre, era ancora alto il prestigio del predecessore e Nerva mancava del sostegno di una forza militare. Quando destituì il prefetto del pretorio Tito Petronio, uno degli ufficiali coinvolti dell’assassinio di Domiziano, il vecchio Nerva non assecondò le richieste dei pretoriani che ne desideravano la messa a morte. L’insoddisfazione dei soldati sfociò in aperta rivolta: le guardie assediarono il palazzo e presero l’imperatore in ostaggio; Tito Petronio e altri congiurati furono uccisi. Il nuovo prefetto, Casperio Eliano, e i suoi uomini pretesero con minacce e violenze che il principe pronunciasse pubblici ringraziamenti per l’atto benemerito.

Quell’episodio di alto rischio indusse Nerva a cercare un’altra via per rafforzare la propria posizione e garantire continuità nell’Impero: gli eventi lo costrinsero, dunque, ad adottare e a scegliere come proprio successore il governatore della Germania Superior, Marco Ulpio Traiano. Costui, nato nel municipium di Italica nell’Hispania Baetica (od. Andalusia), poteva contare sul sostegno di un’armata e godeva di grande prestigio e di un’altissima reputazione presso i quadri militari di tutto l’Impero. Dotato di grandi capacità organizzative e strategiche e di ampia autorevolezza, quest’uomo avrebbe certamente contribuito alla soluzione della crisi e restituire all’imperatore il prestigio compromesso.

M. Cocceio Nerva in veste di Giove. Statua, marmo, fine I sec. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Nerva sarebbe rimasto a capo dello Stato ancora per poco; eppure, ebbe il tempo di iniziare un’importante svolta politica: ritornando alla collaborazione con il Senato, cui restituì alcune responsabilità giudiziarie che il predecessore aveva avocato a sé, tacitando il pretorio con lauti donativi e tenendo buono il popolino con alcuni sgravi fiscali, Nerva addossò all’amministrazione pubblica una serie di incombenze, come il cursus publicus (il sistema postale), prima a carico degli Italici. Una benemerita iniziativa fu senz’altro l’istituzione dei cosiddetti alimenta, un provvedimento in favore dei bambini bisognosi, legittimi e illegittimi, dell’Italia romana: il principe si impegnava, di tasca propria, ad assicurare a centinaia di bambini un futuro sereno e dignitoso. Questo programma, portato avanti dai successori di Nerva, costituì l’avvio della politica filantropica che segnò il secondo secolo dell’Impero. Nerva morì nel gennaio del 98, dopo appena un anno e quattro mesi di governo; gli successe Traiano senza incidenti.  

Tabula alimentaria traianea. Iscrizione (CIL XI 1147), bronzo, c. 107-114, da Lugagnano Val d’Arda (PC). Parma, Museo Archeologico Nazionale.

Di origini iberiche, anche se la sua famiglia vantasse antiche origini umbre, Marco Ulpio Traiano fu il primo provinciale assurto ai fastigi imperiali, segnando la fine della supremazia italica in Senato e nell’esercito, inaugurando la tendenza a preferire alla guida dell’Impero uomini provenienti dalle classi dirigenti provinciali. Il processo di “romanizzazione” dell’Occidente era ormai un fatto compiuto; l’Italia perdeva progressivamente il proprio prestigio rispetto alle altre regioni dell’Impero, e le nuove aristocrazie si dimostravano sempre più vicine agli interessi dei ceti medi in ascesa.

M. Cocceio Nerva. Denarius, Roma 97 d.C. AR. 3,26 g. Dritto: Imp(erator) Nerva Caes(ar) Aug(ustus) P(ontifex) M(aximus) tr(ibunicia) pot(estate). Testa laureata dell’imperatore voltata a destra.

Dopo gli eccessi di Domiziano, Traiano ripropose il modello del princeps che, primus inter pares, operava al servizio della res publica; inoltre, egli cercò una nuova intesa tra il principato e l’ideale tradizionale della libertas, fondata sul riconoscimento della funzione e dei privilegi delle classi dirigenti, e sull’adesione di queste al buon governo dell’imperatore.

2.2. L’espansionismo militare di Traiano

Quando seppe dell’adozione imperiale, Traiano non ebbe fretta di raggiungere Roma, ma preferì potenziare le misure di sicurezza: sostituì la tradizionale guardia del corpo imperiale (i corporis custodes) con 500 (e poi 1000) equites singulares, selezionati con cura dalla cavalleria ausiliaria (il pretorio, invece, continuò a essere prevalentemente composto da italici); privilegiò l’attività militare, rinverdendo una politica di conquiste in grande stile, accantonata dai tempi di Augusto.

M. Ulpio Traiano. Busto con paludamentum del tipo Decennalia, marmo, c. 108. Venezia, Museo Archeologico Nazionale.

Sotto Traiano, perciò, l’Impero riprese la sua espansione militare, raggiungendo la massima estensione con una serie di conquiste, destinate però a rivelarsi in gran parte effimere. Il nuovo slancio della politica militare fu determinato, al di là delle motivazioni occasionali che scatenarono i singoli conflitti, dall’aggravarsi della crisi economica e finanziaria, che imponeva l’acquisizione di nuove risorse da sfruttare. Una guerra si imponeva su tutte: quella di rivincita su Decebalo, re dei Daci, che aveva umiliato Domiziano e Roma. Il casus belli fu offerto dalla pressione esercitata ai confini settentrionali, lungo il corso del medio e basso Danubio: fatto che richiese l’intervento immediato dei Romani; in realtà, il vero obiettivo di Traiano era quello di assicurare all’Impero il controllo dei ricchi giacimenti auriferi che il territorio dacico custodiva.

All’inizio del II secolo l’esercito romano contava ormai un effettivo di trenta legioni, per un totale stimato di 180.000 uomini, tra i reparti legionari, quasi tutti di provenienza provinciale, e oltre 200.000 auxilia. Traiano poté, dunque, disporre di una forza armata davvero considerevole.

Arco di Traiano. Arco celebrativo, fornice unico, pietra calcarea, opera quadrata e marmo pario, c. 114-117. Benevento.

La conquista e la sottomissione della Dacia furono completate dopo due serie di operazioni: una prima campagna, nel 101-102, con la sonora sconfitta di Decebalo e dei suoi a Tapae, portò alla riduzione del territorio transdanubiano a regno-cliente di Roma. La seconda spedizione, nel 105-106, che si configurò come un’invasione massiccia di truppe romane in risposta a un tentativo di riscossa di Decebalo, si concluse con la presa della capitale, Sarmizegetusa e il suicidio del re. La Dacia fu redatta in provincia e in breve presidiata e romanizzata. La Colonna Traiana, ultimata nel 113, conserva la più splendida illustrazione di queste campagne daciche, mentre la contemporanea documentazione storico-letteraria è andata irrimediabilmente perduta. Fu questa l’ultima grande conquista romana, che fruttò all’aerarium un immenso bottino: l’afflusso dell’oro dei Daci risolse per parecchio tempo i problemi di liquidità finanziaria dell’Impero.

La battaglia di Tapae (XXIV, Cichorius). Rilievo, marmo, 113 d.C. dalla Colonna Traiana.

Negli stessi anni 105-106 Traiano operò anche l’annessione dell’Arabia Petraea (od. Giordania), già un regno-cliente di Roma, che controllava gran parte del vitale e proficuo commercio carovaniero con l’Oriente e occupava un’area strategicamente nevralgica. Negli anni successivi, tra il 107 e il 113, l’imperatore si dedicò al riassetto interno, con particolare riguardo per i problemi delle province, nelle quali promosse imponenti lavori di edilizia pubblica e introdusse su vasta scala i curatores civitatis, funzionari imperiali addetti al controllo delle finanze cittadine su mandato governativo centrale. Siccome, poi, numerosi erano ormai in Senato gli elementi provinciali con interessi locali, Traiano impose loro di investire un terzo del proprio patrimonio in terreni italici, onde incrementarne il valore e rinsanguarne la redditività – in linea, peraltro, con l’orientamento politico di Domiziano. L’Italia, infatti, avvezza da secoli a vivere sulle risorse delle province, subiva ormai la concorrenza di quelle più prospere e urbanizzate, come le Galliae e le Hispaniae. Traiano, inoltre, perfezionò e razionalizzò l’iniziativa del predecessore a beneficio dei bambini poveri: gli interessi sui prestiti concessi ai piccoli proprietari terrieri furono devoluti agli alimenta, che, come si è visto, costituivano una struttura assistenziale per raccogliere in comunità gli orfani italici. Questi bambini, allevati ed educati, avrebbero potuto accedere ai quadri dell’amministrazione pubblica e all’esercito.

Traiano, però, era stato sempre un militare: si comprende quindi che egli desiderasse lasciare traccia di sé nella storia di Roma, specialmente con imprese militari. E proprio la vocazione guerresca avrebbe finito col tradirlo, spingendolo a un’impresa ben al di là delle forze e delle risorse a sua disposizione: l’ossessione di Traiano era di liquidare il Regno dei Parti, che, nel 113, con l’ascesa al trono di Osroe I, aveva ripreso le ostilità con rinnovate pretese sul trono d’Armenia.

M. Ulpio Traiano. Aureus, Roma 116 d.C. AV 7,37 g. Rovescio: P(ontifex) M(aximus) Tr(ibunicia) p(otestas) co(n)s(ul) VI p(ater) p(atriae) SPQR – Parthia capta. Trofeo fra due prigionieri partici seduti.

Nell’ottobre dello stesso anno Traiano lanciò un’offensiva militare in grande stile: nel giro di tre anni, dopo aver annesso l’Armenia, istituito le province di Mesopotamia Superior e Assyria ed espugnato persino una delle capitali reali, Ctesiphon, le forze romane raggiunsero il Golfo Persico. Senonché i Parti fecero quadrato contro gli invasori: nel 116 la Mesopotamia meridionale si sollevò in una sommossa generale, mentre gli attacchi nel nord del Paese e nelle altre regioni occupate logorarono l’esercito, mettendo a repentaglio le linee di comunicazioni romane. Nel frattempo, tutto il Vicino Oriente romano era in ebollizione per violente sommosse giudaiche. L’imperatore ritenne perciò opportuno ritirarsi prima che accadesse l’irreparabile. Giunto in Cilicia, Traiano morì improvvisamente ai primi di agosto del 117, lasciando una situazione oggettivamente precaria, nonostante l’appellativo di optimus princeps con cui sarebbe passato alla storia. Il suo successore, Publio Elio Adriano, preferì rinunciare alle nuove conquiste, sanzionando di fatto il fallimento delle spedizioni di Traiano. L’Armenia, dunque, tornava a essere uno Stato cuscinetto sotto un re nominato dall’imperatore romano.

3. Adriano e gli Antonini

3.1. L’età d’oro del principato

L’epoca di Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio rappresenta già nella coscienza dei contemporanei un periodo felice nella vita dell’Impero romano. Il nuovo corso inaugurato da Adriano rispetto alla politica aggressiva del suo predecessore porta all’affermazione di un nuovo tipo di “monarca illuminato”, amante della cultura e delle arti, che si richiama ad Augusto in opposizione a Cesare: «Non cesarizzarti!» era il monito che Marco Aurelio ripeteva a sé stesso prendendo le distanze dalla gloria della vittoria militare e del potere. Alle differenze tra le singole personalità di questi principi e tra le varie vicende dei loro governi corrisponde un comune schema ideologico e una concezione condivisa del potere imperiale, tanto da incarnare il mito platonico del governo affidato ai filosofi.

P. Elio Adriano. Dracma, Alessandria d’Egitto, 133-134. R – L IH Iside Pharia in atto di reggere una vela, mentre naviga verso la città egizia, rappresentata dal Faro a destra.

3.2. L’impero umanistico di Adriano (117-138)

Nel giro di due giorni, Adriano, un parente alla lontana di Traiano, allora ad Antiochia ad Orontem come governatore della Syria, apprese delle ultime volontà dell’imperatore e della propria adozione: ricevette così l’acclamazione imperiale. In effetti, la designazione tardiva a successore di Traiano alimentò il sospetto di una montatura ordita da Adriano in accordo con la moglie del defunto, Plotina, che avrebbe tenuto nascosta la morte dell’Augusto sposo fino all’avvenuta acclamazione del nuovo Caesar da parte degli eserciti.

P. Elio Adriano. Statua, bronzo, 117 d.C. ca. Jerusalem, Israel Museum.

Con Adriano, cugino di Traiano e come lui di origini iberiche, Roma abbandonò la politica di espansionismo militare ritornando a una strategia difensiva, realizzata anche attraverso la costruzione di fortificazioni permanenti lungo i limites dell’Impero, come il celeberrimo “Vallo di Adriano” al confine settentrionale della Britannia. Il nuovo princeps era convinto che impegolarsi in ulteriori avventure orientali avrebbe portato le risorse umane e finanziarie dell’Impero all’esaurimento; rinunciò così alle province di nuova istituzione e si accontentò di insediare ove possibile reguli clienti. Adriano per questo motivo incontrò l’opposizione del Senato e di alti ufficiali dell’esercito, scandalizzati dalla rinuncia alla gloria e alle annessioni, sempre fruttuose: l’imperatore dovette porvi rimedio con durezza, portando all’esecuzione di eminenti consolari. Non coglie peraltro nel segno la polemica contrapposizione – già sostenuta nell’antichità – fra l’imperatore conquistatore e condottiero d’eserciti (Traiano) e il principe portatore di pace (Adriano). Il nuovo capo dello Stato romano, infatti, si era formato sotto le armi e non rinunciò a usarle quando necessario.

P. Elio Adriano rientra a Roma accolto dal Genio del Senato, dal Genio del Popolo e dalla dea Roma. Rilievo, marmo, inizi II sec. d.C. Roma, Musei Capitolini.

Per rendersi conto delle necessità urgenti e ovviare agli inconvenienti, Adriano viaggiò instancabilmente per tutto l’Impero da Oriente a Occidente, informandosi ovunque andasse delle condizioni e dei bisogni degli abitanti, per sopperirvi concretamente e partecipare attivamente all’amministrazione delle province. In ogni luogo trascorso, egli promosse inoltre la costruzione o il restauro di infrastrutture e opere pubbliche, ma non mancò di saziare la propria curiosità intellettuale e l’indubbia propensione per le lettere e le arti. Raffinato ellenizzante ed esteta, imbevuto di sapienza greca, Adriano colse l’occasione di visitare luoghi e monumenti, promuovendo manifestazioni culturali e sportive, cimentandosi personalmente nelle dispute dei dotti e dei letterati del suo tempo. Testimonianze architettoniche per eccellenza dei suoi gusti restano la tenuta di Tibur (od. Tivoli), che fece riedificare e ampliare (Villa Adriana), nella quale volle che fossero riprodotti i più importanti edifici e ambienti dei luoghi che aveva visitato; ma anche il rifacimento, con la pianta circolare, del Pantheon di Agrippa.

P. Elio Adriano. Aureus, Roma, c. 120-121, AV 7,26 g. Rovescio: P(ontefix) M(aximus) Tr(ibunicia) p(otestate) co(n)s(ul) III. Marte stante di fronte con lancia e scudo.

Adriano, con il suo regime, affermò il primato della politica interna su quella estera, dimostrandosi amministratore capace e sensibile ai mutamenti della società. Rispetto a Traiano, l’avvento di Adriano aveva segnato l’inizio di una politica moderata anche nella questione giudaico-cristiana; ma, negli ultimi anni del suo principato, l’imperatore dovette fronteggiare una nuova rivolta, che faceva centro su Gerusalemme. Il mondo giudaico, in fermento fin dai tempi di Caligola, costituiva da sempre un grosso problema per l’Impero romano, tollerante verso ogni religione e cultura che non ponesse problemi politici e di ordine pubblico, ma spietato nel reprimere atteggiamenti non consoni alla prassi imperiale. Ormai il Giudaismo si configurava come un “movimento insurrezionale” e in quanto tale andava soffocato. L’ultima grande rivolta, capeggiata da Simon Bar Kochba, un leader dalle pretese messianiche, impegnò le forze romane per tre anni (132-135). Alla fine, i Romani ebbero ragione dei ribelli, ma a caro prezzo: la repressione fu durissima con centinaia di migliaia di morti. Gerusalemme vide cancellato il proprio nome, mutato ufficialmente in Aelia Capitolina.

La battaglia di Ethri (134), durante la rivolta guidata da Bar Kochba. Illustrazione di P. Dennis.

3.3. Antonino Pio (138-161)

In assenza di eredi, Adriano si era posto il problema della successione. Per motivi che ai moderni sfuggono, ma che potrebbero affondare nei difficili rapporti con la moglie, il principe escluse dall’imperium lo scarso parentado, sopprimendone eventuali capaces a scanso di equivoci. Nel gennaio del 138, poco prima di passare a miglior vita, l’imperatore aveva adottò Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino, esponente dell’aristocrazia che vantava origini galliche. Costui meritò il titolo di Pius per essersi battuto con tenacia per l’apoteosi del padre adottivo presso il Senato recalcitrante. Poiché gli erano premorti i due figli maschi, Antonino non ebbe difficoltà ad adottare a sua volta, su richiesta del predecessore, Lucio Vero e Marco Aurelio, suo genero, marito dell’unica figlia femmina, Faustina Minore: in seguito, la successione dei due optimi chiamati a esercitare in coppia il potere imperiale, con una maggiore garanzia di “costituzionalità”, avrebbe espresso l’adesione del principe agli ideali tradizionali del Senato romano.

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Aureus, Roma, 151-152, AV 7,24 g. Rovescio: tr(ibunicia) pot(estate) XV co(n)s(ul) IIII. L’imperatore in toga con globo e pergamena.

Il lungo principato di Antonino Pio fu abbastanza tranquillo, senza scosse se non per una larvata minaccia degli Alani sui confini orientali. Il nuovo imperatore consolidò il sistema di governo del predecessore, perseguendo una politica di sgravi fiscali, resa possibile dallo sfruttamento delle risorse, ma anche dalla limitazione della spesa per le opere pubbliche. Amministratore attento e oculato, Antonino diede di sé l’immagine sobria del sovrano che agisce per il bene comune, con un continuo richiamo al passato di Roma, segno di una concezione tradizionalistica del potere. Il principe non si avventurò in operazioni militari che non fossero di stabilizzazione dello status quo: torbidi sulla frontiera britannica, causati dai Caledoni, lo indussero, dopo una repressione, ad avanzare le fortificazioni (vallum Antonini).

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Busto, marmo, metà II sec. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Anche per temperamento ed esperienza personale, essendosi formato in incarichi civili e amministrativi, sino a entrare nel consilium principis di Adriano, ormai tramutato in organo di governo istituzionalizzato, Antonino Pio non amava la guerra, e cercò nei limiti del possibile sempre l’accordo diplomatico, anche con l’eterno nemico partico. A differenza del predecessore, però, non si mosse mai da Roma, convinto che il principe dovesse governare dalla capitale.

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Statua, marmo, metà II sec. Città del Vaticano, Musei Vaticani-Museo Chiaramonti

Tradizionalista in ambito religioso, di condotta ispirata a principi dell’humanitas, anche nell’amministrazione della giustizia, Antonino si segnalò parimenti per l’attività evergetica, ampliando l’area di intervento a favore dei bisognosi e dei diseredati: promosse un piano di assistenza per le ragazze italiche orfane, raccolte e allevate in comunità come puellae Faustinianae (così chiamate in onore della moglie, Faustina Maggiore). Questa iniziativa rientrava nelle misure prese in favore dell’Italia, che Adriano aveva trattato alla stregua delle altre province, mentre Antonino, fedele al suo conservatorismo, volle riconfermare nel ruolo di padrona del mondo, potenziandone le infrastrutture e gli edifici pubblici.

3.4. Marco Aurelio, l’imperatore-filosofo (161-180)

Dei due figli adottivi di Antonino, il genero Marco Aurelio, maggiore di età, precedette Lucio Vero in carriera, ricevendo già nel 146 l’imperium proconsulare e la tribunicia potestas. Sul letto di morte, nel 161, il vecchio imperatore trasferì a lui soltanto l’autorità imperiale, ma volle che il Senato riconoscesse Lucio Vero come collega a tutti gli effetti. I due avrebbero governato congiuntamente, sebbene a Marco, come più anziano, sarebbe spettata una sorta di primato, sancito anche dall’investitura a pontifex maximus. Marco Aurelio, inoltre, era un esponente dello Stoicismo, che teorizzava il potere monarchico come la migliore forma di governo per il sapiens. Inaugurando così una prassi che non sarebbe rimasta isolata nella storia di Roma, il nuovo imperatore si associò con pari poteri il fratello adottivo: fu il primo esempio di una diarchia istituzionalizzata ai vertici dello Stato.

Antonino Pio adotta Marco Aurelio e Lucio Vero. Altorilievo, marmo, c. 138, dal Monumento dei Parti di Efeso. Wien, Kunsthistorischen Museum.

A Lucio fu affidato il compito di condurre una campagna militare contro i Parti: questi, nello stesso 161, in occasione dell’insediamento di re Soemo, protetto da Roma, dapprima invasero il Regno d’Armenia, imponendo sul trono Pacoro, fratello del loro re Vologase IV; poi sferrarono una temibile offensiva contro le province romane di Syria e Cappadocia. Il conflitto, protrattosi fino al 166, si concluse a favore dei Romani, che, cinquant’anni dopo Traiano, tornarono a occupare il territorio partico fino a Ctesiphon, che presero e rasero al suolo. Soemo fu restaurato re d’Armenia, e i territori conquistati a est dell’Eufrate costituirono la nuova provincia di Mesopotamia.

Scena di battaglia tra Romani e Parti. Altorilievo, marmo, c. 138, dal Monumento dei Parti di Efeso. Wien, Kunsthistorischen Museum.

Una nuova minaccia proveniva dal settore danubiano, dove alcune popolazioni germaniche, spinte da massicci movimenti migratori, avevano invaso la Pannonia. Nel 167 entrambi gli imperatori mossero contro il nemico, con un esercito nei cui ranghi si stava diffondendo un’epidemia di peste, importata dalla spedizione in Oriente e destinata con il tempo a desertificare intere contrade. All’arrivo dell’armata imperiale ad Aquileia, gli invasori si ritirarono e chiesero una tregua, ma Marco Aurelio preferì spingersi oltralpe per dare ai nemici una prova di forza. Dopo aver svernato ad Aquileia, la ripresa virulenta dell’epidemia consigliò il rientro a Roma; per via Lucio morì di un colpo apoplettico agli inizi del 169.

L. Vero. Busto, marmo, II sec. d.C., dalla Stoà di Attalo. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

In quel torno di tempo, tuttavia, i Romani patirono due disastrose sconfitte a opera di alcuni popoli federati sotto i vessilli di Quadi e Marcomanni, che, dilagando un po’ ovunque, superarono perfino le Alpi e arrivarono a incendiare Opitergium (od. Oderzo) e ad assediare Aquileia. Come se non bastasse, bande di predoni scesi dai Carpazi penetrarono in Grecia, dove saccheggiarono Eleusi. Marco Aurelio, che nel frattempo era stato impegnato in una spedizione contro gli Iagyzi al di là del Danubio, dovette rientrare e organizzare un’ampia controffensiva: la messa in sicurezza del territorio romano fu lenta e faticosa, ma alla fine riportò l’ordine. L’imperatore consentì l’insediamento di grandi masse di nomadi in Dacia, Pannonia, Moesia, Germania e in alcune zone dell’Italia nordorientale, dove, alle dipendenze dei proprietari terrieri o del demanio, i nuovi arrivati si sarebbero impegnati a lavorare la terra e a difenderla da altri invasori.

Guerrieri transdanubiani. Illustrazione di G. Embleton.

Mentre si stava risolvendo, o tamponando, il problema delle frontiere settentrionali, si ebbe in Oriente la ribellione di Gaio Avidio Cassio, legatus Augusti in Syria, che era stato artefice del successo in Mesopotamia e allora era plenipotenziario per quel settore. Costui nel 175 accampò pretese alla porpora imperiale, avendo appreso che Marco, malato, era dato per spacciato. Ma quando i sostenitori di Cassio seppero che il principe si era ristabilito e si apprestava a marciare contro di loro, sconfessarono il loro capo e lo uccisero. Risolta così la crisi in Oriente, Marco poté riprendere la via del nord, per risolvere la questione germanica, ma ricadde malato e si spense a Vindobona (od. Vienna) il 17 marzo del 180. Ebbe la consecratio, che lo accomunò al già divinizzato Lucio Vero. Per ironia della storia, il principe-filosofo aveva dovuto operare quasi ininterrottamente sui campi di battaglia.

M. Aurelio Antonino. Statua equestre, bronzo, fine II sec. Roma, Musei Capitolini

Come si è visto, il suo equilibrato governo fu dunque attraversato da gravi difficoltà sul fronte esterno, per la pressione delle externae gentes ai confini; ma tali problemi ebbero ripercussioni su quello interno, poiché le difficoltà militari erano fattori d’instabilità politica, acuendo la crisi economico-finanziaria (l’impegno bellico aveva reso necessaria una nuova svalutazione della moneta). L’ultimo atto del principato di Marco Aurelio, in rottura con la prassi dei suoi predecessori, si rivelò dannoso. Rinnegando il principio dell’adozione, nel 176 il principe si era associato nell’imperium il figlio Commodo, che gli successe nel 180 a diciannove anni. In realtà, il principio dell’adizione non aveva mai ricevuto alcuna sanzione giuridica e da Nerva ad Antonino Pio si era trattato di una scelta obbligata, determinata dal fatto che gli imperatori non avessero avuto figli.

M. Aurelio Antonino in veste di pontifex maximus. Busto, marmo, fine II sec. d.C. London, British Museum.

4. Il principato di Commodo (180-192): la fine di un’epoca

A Marco Aurelio successe il figlio Commodo, di soli diciannove anni. Le fonti antiche, come Elio Lampridio, autore della Vita Commodi Antonini, e Cassio Dione, concordi nel giudizio negativo, sono da valutare con cautela, perché ostili per principio al sistema dinastico, che pure rientrava nella logica dei giochi di potere, in cui i vincoli di sangue erano avvertiti come essenziali per la stabilità del regime. Ma come tutti i paladini “del cambiamento”, anche Commodo si guadagnò una pessima nomea, essendo ritratto a tinte fosche. Eppure, attribuirgli tutte le responsabilità per una situazione socio-economica già abbastanza compromessa sarebbe assurdo. Sembra comunque che il giovane imperatore abbia voluto fin da subito imporsi come un autocrate, suscitando la naturale opposizione del Senato con una serie di congiure per eliminarlo. Commodo, ultimo degli Antonini, è considerato a parte rispetto alla gloriosa sequenza dei suoi predecessori: il suo regime costituisce quindi uno spartiacque nella storia dell’Impero, un nuovo capitolo nel quale si manifestarono in modo definitivo numerose trasformazioni nel mondo romano.

Commodo. Testa, marmo, fine II sec. d.C. Wien, Kunsthistorisches Museum.jpg

Conclusa in fretta la pace sul fronte danubiano e consolidatone il confine, Commodo rivelò sin da subito una concezione del potere antitetica rispetto a quella del padre, comportandosi con cinismo e furbizia, ma dimostrandosi altrettanto miope e ottuso. Resosi conto delle possibilità che derivavano dalla sua posizione nel governo, per non consentire ad altri di prevaricarlo tolse di mezzo molti membri del proprio entourage. Il suo fare sospettoso e paranoico e il clima di tensione a palazzo costrinsero alcuni cortigiani, fra i quali anche sua sorella Lucilla, a ordire già nel 182 un complotto ai danni del principe. La congiura fu però sventata e duramente repressa.

Privo di interesse per l’amministrazione dell’immenso dominio di Roma, il giovane imperatore lasciò le redini del governo nelle mani dei propri collaboratori: prima si affidò al prefetto del pretorio Tigidio Perenne, poi, dopo averlo eliminato con l’accusa (falsa) di tradimento nel 185, lo sostituì con uno dei suoi liberti, Cleandro; ma anche questi, in seguito a una rivolta della plebe urbana nel 192, fu messo a morte da Commodo come capro espiatorio.

Dominus e servus. Bassorilievo, marmo, IV sec. d.C., dal sarcofago di Valerio Petroniano. Milano, Museo Archeologico.

La politica interna del giovane imperatore fu tutta concentrata sui problemi della capitale, sulle dinamiche di palazzo e sull’organizzazione di spettacolari ludi circenses: tale atteggiamento, in breve, gli alienò le simpatie delle masse provinciali. La concezione autocratica del potere da una parte spinse Commodo a ricercare il consenso degli eserciti, aumentando le paghe e conferendo donativi, e del popolino, gratificandolo con congiaria e varie forme d’intrattenimento. Mostrò grande attenzione alla logistica annonaria, creando una nuova flotta, che doveva fare la spola tra l’Italia e l’Africa, e facendo ampliare i magazzini di Ostia. Inoltre, per fronteggiare l’aumentato costo della vita, il principe cercò di imporre un calmiere forzoso, ma questo provvedimento ebbe l’unico risultato di far sparire alcune merci dal mercato, aggravando la carestia e facendogli perdere credibilità.

Come Nerone si era dilettato di esibirsi in vesti di citaredo e di auriga, Commodo nel suoi dodici anni di principato diede nuovo impulso alle arti, facendo erigere monumenti alla gloria del padre – come la Colonna Antonina e la statua equestre di Marco Aurelio in Campidoglio –; tuttavia, egli colpì per la sua smania di scendere nell’arena per duellare contro i gladiatori o per prendere parte agli spettacoli di caccia (venationes), in parte ricollegandosi alla tradizione orientale, che vedeva nelle abilità venatorie dell’uomo la sua bravura militare.

Combattimento tra gladiatori. Mosaico, inizi III sec. d.C. da Lussemburgo.

Certamente in netto contrasto con la tradizione romana fu l’atto assunto in occasione dell’incendio scoppiato nella capitale nel 191: l’imperatore, facendo ricostruire i quartieri più colpiti dal disastro, volle rifondare l’Urbe con il nome di Colonia Commodiana. Oltretutto, pur essendo un devoto seguace di Iside, Commodo fu estremamente tollerante nei confronti di Giudei e Cristiani; ma soprattutto amò identificarsi con Ercole, al punto da impugnare la clava e vestire la leontea durante le sue apparizioni in pubblico e nell’arena. L’imperatore, infatti, assunse il titolo di Hercules Romanus, facendosi rappresentare in quella veste non solo in numerosi ritratti diffusi in tutto l’Impero, ma utilizzando la medesima effige persino sui coni monetali, nell’intento di proporsi ai sudditi come colui che si sarebbe preso cura di loro.

Commodo, come Hercules Romanus. Busto, marmo di Luni, 191-192 d.C. Roma, Museo del P.zzo dei Conservatori.

Una nuova congiura, però, nella notte di fine anno 192, ordita tra gli altri dalla concubina dell’imperatore, Marcia, e dal prefetto del pretorio, Quinto Emilio Leto, tolse di mezzo Commodo, il cui atteggiamento era ormai divenuto insostenibile: secondo le fonti, egli fu strangolato dal suo maestro di ginnastica, Narcisso. L’evento aprì la strada ai pronunciamenti militari, che avrebbero caratterizzato le successioni al soglio imperiale nel secolo incipiente.

Il Cippo del Foro

Durante la campagna di scavo del 1899, a Roma, l’archeologo Giacomo Boni portò alla luce il cosiddetto “Cippo del Foro” e lo associò a un frammento di Sesto Pompeo Festo, un grammatico latino di II-III secolo d.C., che riferiva:

Niger lapis in comitio locum funestum significat, ut alii dicunt Romani morti destinatum, sed non usu obuenisse ut ibi sepeliretur, sed Faustulum nutricium eius, ut alii dicunt, Hostilium auum Tulli Hostilii regis.

«La pietra nera indica nel comizio un luogo funesto, che alcuni dicono destinato al sepolcro di Romolo, ma che non accadesse più che ivi si seppellisse, ma alcuni lo dicono destinato a tomba di Faustolo, suo patrigno, altri di Ostilio, avo di re Tullo Ostilio».

(Fᴇsᴛ. 𝐿.𝐿. p. 177 Lindsay)

Pianta del Comitium in età tardorepubblicana (in tratteggio più spesso la fase arcaica). Da COARELLI 1983.

La collocazione del cippo piramidale in pietra tufacea nell’area del Comitium, una zona del Foro Romano in cui, in epoca repubblicana, i cives Romani erano soliti adunarsi per eleggere i magistrati e votare le leggi, segnava un locus funestus, cioè il luogo in cui sarebbe scomparso il fondatore dell’Urbe. Lo scavo di Boni al di sotto del pavimento in marmo nero, risalente al I secolo a.C., portò alla luce un complesso monumentale molto arcaico, accessibile tramite una scaletta, costituito da una piattaforma con un altare a tre ante e a “U”, un tronco di stilobate (forse il basamento per una statua), e il cippo piramidale: quest’ultimo su ogni faccia recava un’iscrizione bustrofedica (da βουστροφηδόν, cioè «a somiglianza dei buoi che arano un campo»), in un alfabeto di derivazione greco-etrusca.

Data l’ubicazione e l’importanza del luogo, il testo inciso doveva essere destinato a un uso e a un pubblico particolari: siccome, in epoca molto antica, soltanto un’élite di cittadini sapeva leggere, l’epigrafe, per essere fruibile ai più, richiedeva la mediazione di un sacerdote-interprete e deteneva un carattere magico:

Lapis Niger (CIL I 1). Schema dell’iscrizione.

quoi·hon…|…·sakros·es|ed·sord…|…oka·fhas·|·recei·io…|…euam·|·quos·re…|…kalato|rem·hab…|…tod·iouxmen|ta·kapiad·otau…|…m·iter·pe…|…m·quoi·ha|uelod·nequ…|…iod·iouestod·louquiod·qo…

«Sia consacrato agli dèi Mani colui per colpa del quale questo termine venga rimosso. Chiunque abbia commesso impurità funerarie paghi al re, come saldo della multa, il patrimonio di famiglia. Qualora il re venisse a sapere che qualcuno transiti [per la via vicina al locus funestus], allora per voce dell’araldo, in ottemperanza a una legge pubblica, ne sequestri gli animali da strada… di chi voglia intraprendere il cammino sia la responsabilità: il re non consenta ad alcuno di intraprenderlo, se non per legittimo decreto…».

(CIL I 1)

Tutto il contesto fa pensare a una lex sacra, contenente norme e disposizioni relative alle penalità, se non addirittura alle ἀποτροπαί (“maledizioni”) da scagliare contro quanti avessero tentato di violare l’area consacrata. Non a caso, sul monumento compare la formula sakrod esed (corrispondente al latino “classico”, sacer esto). Il monito, inciso sul cippo, era reso perenne dalla pietra, rimasta esposta per cinque secoli, fino agli inizi del I secolo a.C., quando appunto l’area fu ricoperta da una pavimentazione in marmo nero. La storiografia romana di epoca repubblicana (soprattutto Livio e le sue fonti annalistiche) hanno abituato a pensare che fino alla seconda metà del V secolo a.C. i Tarquini spadroneggiassero su Roma senza legge, decidendo le sorti dei cittadini secondo il loro capriccio. Evidentemente, l’iscrizione del Lapis Niger dimostra l’esatto contrario, e cioè che almeno fin dalla metà del secolo precedente la comunità romana disponesse di un’auto-regolamentazione scritta.

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Bibliografia:

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La 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑄𝑢𝑎𝑑𝑟𝑎𝑡𝑎 e il “muro di Romolo”

Una tradizione storiografica, formatasi e perfezionatasi in un lungo periodo di tempo, pone sul 𝑚𝑜𝑛𝑠 𝑃𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑢𝑠 il nucleo primario attorno al quale si sarebbe poi sviluppata Roma (Pʟᴜᴛ. 𝑅𝑜𝑚. 9, 4; Dɪᴏɴ. Hᴀʟ. 𝐴𝑛𝑡. 𝑅𝑜𝑚. I 88, 2; Aᴘᴘ. 𝑅𝑒𝑔. FF 1-9). Compreso entro un originario 𝑝𝑜𝑚𝑒𝑟𝑖𝑢𝑚 (da 𝑝𝑜𝑠𝑡+𝑚𝑜𝑒𝑟𝑖𝑢𝑚, “dietro le mura”, un confine sacrale e immaginario che delimitava la città dall’esterno), il colle era dunque considerato fin dagli albori dell’abitato come uno spazio consacrato e fortificato.

Così in epoca imperiale Tacito (Tᴀᴄ. 𝐴𝑛𝑛. XII 24, 1) avrebbe ricostruito il tracciato della città primitiva sul Palatino:

Igitur a foro boario […] sulcus designandi oppidi coeptus ut magnam Herculis aram amplecteretur; inde certis spatiis interiecti lapides per ima montis Palatini ad aram Consi, mox curias ueteres, tum ad sacellum Larum.

«Dal mercato dei buoi […] si cominciò a segnare il solco dei limiti della città, fino a comprendere il grande altare di Ercole; in un tempo successivo, a partire da quel punto si posero a intervalli cippi di pietra lungo le pendici del Palatino fino all’altare di Conso, e più tardi fino alle Curie Vecchie, quindi fino al sacello dei Lari».

L’area così delimitata da quattro vertici sarebbe stata identificata come 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑄𝑢𝑎𝑑𝑟𝑎𝑡𝑎, realizzata da Romolo stesso con l’uso dell’aratro.

Il “Muro di Romolo” (Studio Inklink).


La tradizione conserva, inoltre, anche il nome di alcune porte più antiche: 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛𝑎 (𝑜 𝑅𝑜𝑚𝑎𝑛𝑢𝑙𝑎), verso il Foro, 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑀𝑢𝑔𝑜𝑛𝑖𝑎, verso la Velia, e 𝑃𝑜𝑟𝑡𝑎 𝐼𝑎𝑛𝑢𝑎𝑙𝑖𝑠.

A questa tradizione storiografica l’archeologia ha portato sia in passato sia in tempi più recenti alcune singolari conferme: l’abitato antico, ricostruibile grazie ai solchi e ai fori dei pali di fondazione delle capanne sul tufo dell’altura, e i resti di fortificazione alle pendici nord-occidentali del colle. Quest’ultima scoperta, avvenuta grazie alle campagne di scavo condotte da Andrea Carandini negli ultimi decenni del XX secolo, ha avuto una vasta eco mondiale e le notizie relative al cosiddetto “muro di Romolo” hanno occupato uno spazio considerevole nella stampa nazionale e internazionale. Sulle scoperte del Palatino esistono due interpretazioni opposte: una prima, che si potrebbe definire “minimalista”, che rilegge i resti come relativi alla fortificazione dell’antico abitato (il più importante nucleo di quella che sarebbe stata in seguito la città); e una seconda, più “estrema”, avanzata dagli stessi scavatori, i quali riconoscono nell’opera la prova esauriente di un atto di fondazione urbana: una conferma, praticamente, della storicità della leggenda.

La tradizione storiografica romana e greca, che riassume e sintetizza la narrazione delle origini, sancirebbe così l’importanza del 𝑚𝑜𝑛𝑠 𝑃𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑢𝑠 nella formazione dell’Urbe. Sul piano geografico, non potrebbe effettivamente trovarsi un luogo più adatto di questo colle per un insediamento stabile: l’altura era morfologicamente meno accidentata e impervia rispetto al 𝐶𝑎𝑝𝑖𝑡𝑜𝑙𝑖𝑢𝑚, per esempio; ma, al tempo stesso, più arretrato rispetto al Tevere. Non stupisce dunque che nelle memorie leggendarie (e, a quanto è sembrato, archeologiche) del colle risalgano a ben più addietro della già mitica età romulea.
Nonostante numerose incertezze, aporie e lacune, il quadro demografico precedente l’età urbana nell’area di Palatino, Velia e Foro è confermato dall’evidenza archeologica.

Palatino, mura romulee. Porta Mugonia (sezione ricostruttiva, in A. CARANDINI, 2007).

Particolare importanza hanno avuto nella ricostruzione i rinvenimenti nell’area del Foro romano, pure limitati a una zona molto circoscritta. Qui, insieme a resti di abitato, è noto un sepolcreto in uso dal IX secolo fino alla prima metà circa dell’VIII, quando cessarono le sepolture di individui adulti: l’area sarebbe stata in seguito utilizzata come insediamento, mentre la “città dei morti” sarebbe stata trasferita sull’Esquilino. Mentre l’abitato del Palatino andava sviluppandosi, il settore nord-occidentale della città sarebbe stato occupato, stando alla tradizione, dai Sabini e dal loro re Tito Tazio. Proprio dall’accordo tra i due capi, Romolo e Tazio, si sarebbe poi sviluppata l’Urbe vera e propria. La tradizione restituisce, dunque, l’immagine di una comunità sorta con una notevole componente “geminata”, latina e sabina (elemento, sovente scartato dalla critica moderna). La questione della “sabinità” della Roma più antica è tuttavia molto forte nella tradizione arcaica: tra i 𝑟𝑒𝑔𝑒𝑠 dopo Romolo si sarebbero alternati esponenti delle due stirpi.

Quello che la leggenda tramanda in maniera più o meno favolistica può forse essere compreso in una prospettiva storica più complessa, che rende probabile una graduale immissione di elementi sabini sul territorio latino.

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Bibliografia:
C. Aᴍᴘᴏʟᴏ, 𝐼𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑏𝑙𝑒𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑜𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑟𝑖𝑣𝑖𝑠𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜: 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑖𝑝𝑒𝑟𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑎𝑐𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐𝑜, 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑠𝑡𝑖. 𝐼, ASNSP 5 (2013), 217-284; 441-447 [Jstor].
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Vd. anche A. Cᴀʀᴀɴᴅɪɴɪ, 21 𝑎𝑝𝑟𝑖𝑙𝑒 753 𝑎.𝐶., 𝑙𝑎 𝐹𝑜𝑛𝑑𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑅𝑜𝑚𝑎 [link].