Le cohortes vigilum: la piaga degli incendi nell’antica Roma

Gli incendi a Roma erano fenomeni assai frequenti e costituivano un serissimo problema. All’interno delle abitazioni il fuoco era utilizzato per moltissimi scopi: per cucinare, per riscaldare, per illuminare. Era perciò sufficiente anche una minima negligenza, una lieve distrazione, perché una delle tante fiamme libere investisse le strutture lignee dei tetti, dei solai e dei tramezzi, causando un principio d’incendio. A partire dai secoli finali del periodo repubblicano, la popolazione residente nell’Urbe era aumentata in modo impressionante ed esponenziale, e molti speculatori avevano approfittato della situazione, costruendo strutture precarie, spesso senza un distanziamento sufficiente tra un edificio e l’altro. Di conseguenza, le condizioni di sicurezza all’interno dei quartieri residenziali erano spesso pessime (Vitr. De arch. II 8, 20; 9, 16; Juv. III 197-222).

Nella costruzione degli stessi monumenti pubblici, le precauzioni anti-incendio si limitavano a evitare contatti troppo ravvicinati con i caseggiati circostanti. In età repubblicana la prevenzione e l’intervento contro questi disastri erano appannaggio dei tresviri nocturni (cfr. Liv. XXXIX 14, 10), in seguito affiancati a dei funzionari ausiliari, i quinqueviri cis Tiberim: gli uni e gli altri disponevano di squadre di servi pubblici; è noto anche che alcuni privati mettessero a disposizione della cittadinanza i propri schiavi, gratuitamente o a pagamento, come nel caso di Marco Egnazio Rufo, uno dei dissidenti di Augusto, che nel 26 a.C., durante la sua edilità, aveva riscosso non poca popolarità grazie alla tempestività con cui soccorse i concittadini colpiti da un incendio (Vell. II 91, 2; DCass. LIII 24, 4-6). Uno dei quartieri più popolosi di Roma, in cui gli speculatori spadroneggiavano, era certamente la Suburra: era altresì tristemente noto per la frequenza degli incendi. Così, nella realizzazione del suo Foro, Ottaviano Augusto fece innalzare un alto muro di peperino e pietra gabina allo scopo di schermare il nuovo complesso dal quartiere retrostante.

Città romana (dettaglio). Rilievo, marmo, c. II sec. da Avezzano. Celano, Castello Piccolomini. Collezione Torlonia di Antichità del Fucino.

Il princeps affrontò il problema da più punti di vista: Cassio Dione riferisce che nel 22 a.C. Augusto «affidò l’estinzione degli incendi agli edili curuli, assegnando loro come aiutanti seicento servi» (LIV 24, 6, τοῖς δ’ ἀγορανόμοις τοῖς κουρουλίοις τὴν τῶν ἐμπιμπραμένων κατάσβεσιν ἐνεχείρισεν, ἑξακοσίους σφίσι βοηθοὺς δούλους δούς); nell’anno 7 a.C. l’imperatore divise la città e il suo suburbio in 14 regiones (δεκατέσσαρα μέρη) e 265 vici. Alla supervisione di ciascuna regio (quartiere) era preposto un magistrato tramite sorteggio, mentre a ciascun vicus quattro magistri, eletti ogni anno dagli abitanti della circoscrizione (cfr. Suet. Aug. 30, 1).

Mappa delle XIV regiones dell’Urbe. Opera di ColdEel

Al 6 d.C. risale l’istituzione ufficiale del corpo paramilitare dei vigiles, costituito da sette cohortes da 1000 uomini ciascuna, e posto sotto la guida di un praefectus vigilum di rango equestre. Ecco la testimonianza in merito di Cassio Dione: «In questo periodo, quando molte zone della città andarono distrutte a causa di un incendio, Augusto coscrisse dei liberti, ripartendoli in sette divisioni con il compito di soccorritori, ai quali prepose un cavaliere come comandante, con l’intenzione di sciogliere questa formazione nel giro di breve tempo. Tuttavia, non fece così, poiché, essendosi reso conto con l’esperienza che il loro intervento era quanto mai utile e necessario, li trattenne. Questi vigiles esistono ancora oggi come una specie di corpo scelto, ma non sono più reclutati soltanto tra i liberti, ma anche da altre classi sociali; essi dispongono di acquartieramenti in città e ricevono una paga dal Tesoro» (LV 26, 4-5, ἐπειδή τε ἐν τῷ χρόνῳ τούτῳ πολλὰ τῆς πόλεως πυρὶ διεφθάρη, ἄνδρας τε ἐξελευθέρους ἑπταχῇ πρὸς τὰς ἐπικουρίας αὐτῆς κατελέξατο, καὶ ἄρχοντα ἱππέα αὐτοῖς προσέταξεν, ὡς καὶ δι’ ὀλίγου σφᾶς διαλύσων. οὐ μέντοι καὶ ἐποίησε τοῦτο· καταμαθὼν γὰρ ἐκ τῆς πείρας καὶ χρησιμωτάτην καὶ ἀναγκαιοτάτην τὴν παρ’ αὐτῶν βοήθειαν οὖσαν ἐτήρησεν αὐτούς. καὶ εἰσὶ καὶ νῦν οἱ νυκτοφύλακες οὗτοι ἴδιόν τινα τρόπον οὐκ ἐκ τῶν ἀπελευθέρων ἔτι μόνον ἀλλὰ καὶ ἐκ τῶν ἄλλων στρατευόμενοι, καὶ τείχη τε ἐν τῇ πόλει ἔχουσι καὶ μισθὸν ἐκ τοῦ δημοσίου φέρουσιν). La stessa fonte riporta che il princeps «per il mantenimento dei praefecti vigilum introdusse una tassa (vicesima libertatis) del 2% sulla vendita degli schiavi» (LV 31, 4, ἐς τὴν τῶν νυκτοφυλάκων τροφήν, τό τε τέλος τὸ τῆς πεντηκοστῆς ἐπὶ τῇ τῶν ἀνδραπόδων πράσει ἐσήγαγε). A conferma del numero esatto delle divisioni in cui erano ripartiti i vigiles sono pervenuti alcuni documenti epigrafici, come l’iscrizione onorifica ostiense (ILS 2154) apposta su una base di statua, risalente al 162, e dedicata a Marco Aurelio dalle cohortes VII vig(ilum); o ancora una tabula marmorea frammentaria (ILS 2178), datata l’11 aprile del 212 e dedicata pro salute et incolumitate dal praefectus vigilum Cerellio Apollinare e dagli uomini delle 7 coorti a Caracalla e a sua madre Giulia Domna.

Iscrizione onorifica (ILS 2154) per M. Aurelio Antonino con dedica da parte delle cohortes VII vigilum. Base di statua, marmo, 162. Ostia, Caserma dei Vigili.

La competenza specifica dei vigiles (νυκτοφύλακες) era, dunque, la prevenzione e lo spegnimento degli incendi, ma è noto che si occupassero anche dei servizi notturni di ronda e svolgessero compiti di polizia. Ciascuna coorte era posta al controllo di due delle quattordici circoscrizioni in cui era suddivisa l’Urbe; i vigiles erano perciò dislocati in una caserma principale, detta statio o castra (CIL XIV 4381 = ILS 2155; CIL XIV 4387), posta in una regio, e in un distaccamento (excubitorium) in quella vicina (CIL VI 3010 = ILS 2174), in modo da garantire in tutta la città la massima tempestività di intervento. A testimonianza di ciò soccorrono anche le rovine delle caserme rinvenute sia in Roma sia a Ostia.

Il loro comandante non era un magistrato, ma disponeva di notevoli poteri di coercitio, che nel corso del tempo si accrebbero: rientravano nelle sue prerogative la lotta contro gli incendi dolosi o appiccati per negligenza, i danneggiamenti, i furti e le questioni inerenti la proprietà privata e l’impiego delle acque (Dig. I 15, 3; Cassiod. Var. VII 7; VI 8).

Due vigiles in azione durante una ronda notturna. Illustrazione di Ángel García Pinto.

All’interno delle cohortes gli uomini erano inquadrati per mansione e specializzazione: c’erano i siphonari, addetti all’azionamento delle pompe per lo spegnimento dei fuochi; gli aquarii, che si occupavano dell’approvvigionamento idrico in città; i carcerarii, che sorvegliavano a turno le prigioni; gli horrearii, che custodivano i magazzini pubblici; i balnearii, che assicuravano l’ordine pubblico negli stabilimenti termali. Ogni divisione disponeva, inoltre, di quattro medici, addetti alle cure e al primo soccorso degli uomini infortunati.

Per spegnere gli incendi, i vigiles erano equipaggiati in primo luogo con tubi e pompe. I tubi venivano collegati alla fontana più vicina, in modo da portare l’acqua alle pompe che, azionate da cinque o da sei uomini, potevano emettere getti d’acqua ad altissima pressione, come è stato possibile verificare ricostruendo il meccanismo in base alla descrizione di Vitruvio e ad alcuni esemplari rinvenuti a Roma e a Pompei (Heron. Pneum. I 28; cfr. Vitr. De arch. VII 4). I vigiles facevano ricorso anche a mezzi più semplici, come i secchi per attingere l’acqua e i centones, grandi coperte bagnate usate per soffocare le fiamme. È testimoniato anche l’utilizzo, in casi particolari, di sabbia e aceto. Erano, infine, dotati di scale, corde e attrezzi per demolire muri e abbattere porte (cfr. Petron. Sat. 78, 7; Plin. Ep. X 33, 2; Dig. XXXIII 7, 12, 18).

Siphona. Ricostruzione moderna di una pompa ad acqua romana. Madrid, Museo Arqueologico Nacional.

Le fonti letterarie antiche testimoniano la preoccupazione costante dei cittadini e delle autorità civili per il rischio degli incendi e ne ricordano alcuni degli esiti particolarmente catastrofici o che interessarono edifici sacri o pubblici del centro monumentale (Tac. Ann. IV 64; VI 45; XV 38-41; DCass. LVIII 26, 5; LXII 16). È possibile, dunque, redigere una sorta di “lista” di queste sciagure. In epoca imperiale, Tacito ricorda un incendio che distrusse buona parte del quartiere sul Celio nel 27 d.C. (Tac. Ann. IV 64; Suet. Tib. 48), mentre nove anni più tardi, nel 36, fu la volta del Circo Massimo e dell’Aventino (Tac. VI 45, 1; cfr. DCass. LVIII 26, 5; Suet. Tib. 48; Inscr. It. XIII 1, 5). Allora Tiberio nominò una commissione per la valutazione dei danni e fece versare una cospicua indennità (HS 100.000.000!) a tutti coloro che ne erano stati colpiti.

Pietra tombale di Q. Giulio Galato, vessillifero della cohors VI vigilum, con immagine e iscrizione (ILS 2169). Stele, pietra tiburtina, c. 71-130, dalla vigna Maccarani, presso Porta S. Paolo. Città del Vaticano, Musei Vaticani

Il celeberrimo incendio scoppiato nell’estate del 64, sotto Nerone, ebbe proporzioni spaventose (Tac. Ann. XV 38-45; cfr. Suet. Ner. 38-39; DCass. LXII 16-18; CIL VI 826; 30837; Hier. An. 64; Oros. VII 7, 4-6): dei quattordici quartieri romani solo quattro rimasero indenni; altre quattro regiones, forse perché le più centrali, furono distrutte e le altre sei rimasero pesantemente danneggiate. Per avere un’idea solo parziale dell’estensione dell’area andata in cenere si può considerare che a nord raggiungesse certamente il Quirinale, a ovest avesse superato il Tevere in direzione del Vaticano e a sud avesse toccato l’Aventino. Pochi anni dopo, nel 69, durante le lotte per la successione ai vertici dello Stato, andò in fiamme il Campidoglio con il tempio di Giove Ottimo Massimo (Tac. Hist. I 2; III 72; Suet. Dom. 1, 2; Vit. 15; DCass. LIV 17, 3; Aurel. Vict. Caes. 8, 5; Hier. ab Abr. 2285; Oros. VII 8, 7). Di nuovo nell’80, sotto il principato di Tito, un nuovo incendio colpì lo stesso colle, propagandosi fino al Campo Marzio (DCass. LXVI 24; Suet. Dom. 5, 1; 7; 20; Tit. 8, 3; Hier. ab Abr. 2096; Oros. VII 9, 14). Nel 104 andarono in fiamme le strutture rimanenti della Domus Aurea (Hier. ab Abr. 2120; Oros. VII 12, 4). Nel 191, sotto il principato di Commodo, furono colpiti dalle fiamme il Tempio di Vesta nel Foro e «gran parte della città» (Hier. ab Abr. 2208; Oros. VII 16, 3; DCass. LXXIII 24; Herod. I 14, 2-6). Al 23 agosto del 217 risalgono i danni da incendio riportati dall’Anfiteatro Flavio, in occasione dei Ludi di Vulcano: l’incidente fu inserito in una lista di prodigi che preannunciarono la caduta dell’usurpatore Macrino, culminati proprio in un fulmine che colpì la sezione superiore dell’edificio (DCass. LXXIX 25, 2-5; cfr. Chron. Min. 354; SHA Elag. 17, 8). Nel 283 fu la volta del teatro di Pompeo, finito in cenere a causa di un incidente con una macchina scenica (SHA Carin. 19; Chron. Min. 354). Infine, si può ricordare l’incendio che colpì il 19 aprile del 363, sotto l’imperatore Giuliano, il tempio di Apollo Palatino, propagatosi nelle vicinanze (Amm. Mar. XXIII 3, 3).

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Tabula Claudiana

Senatus consultum Claudianum de iure honorum Gallis dando, a. 48 (oratio Claudii)

CIL XIII 1668 = ILS 212 = FIRA I², 43 = Freis 34 = CAG 69, 02 (p. 304) = AE 1955, 115 = AE 1975, 612 = AE 1983, 693 = AE 2003, +41.

La generosità con la quale Claudio concesse la civitas Romana ad alcune comunità provinciali non dev’essere confusa con un’eccessiva benevolenza né con il desiderio di applicare tale provvedimento in maniera indiscriminata. Al contrario, le fonti (Suet. Claud. 25, 3; DCass. LX 17, 5) riportano chiaramente che il principe fece giustiziare quanti avessero usurpato tale beneficio. Invece, quando Seneca (Apocol. 3) accusa l’imperatore di volere Greci, Ispanici e Britanni tutti in vesti romane, è probabile che dietro gli strali sarcastici dell’autore si celino i malumori dell’ordine senatorio, che mal tollerava l’accesso dei provinciali alla vita pubblica dello Stato. Claudio, in realtà, era disposto a fare delle aperture verso le classi dirigenti dei popoli già romanizzati da tempo. A tal proposito verte proprio il documento epigrafico forse più noto e significativo del principato di Claudio: si tratta dell’orazione pronunciata dall’imperatore in persona nel 48 di fronte all’alto consesso (ILS 212), la cosiddetta Tabula Claudiana o Lugdunensis, venuta alla luce a Lione nel 1528 fra i resti dell’altare dedicato al culto imperiale. Del contenuto inciso sul bronzo anche Tacito conserva un ampio estratto (Tac. Ann. XI 23-24). Il discorso di Claudio riguarda lo scottante problema dell’ammissione alla carriera senatoria dei maggiorenti della Gallia Comata, argomento intorno al quale si ebbe un aspro confronto nella Curia. Di fronte all’opposizione di buona parte dei patres conscripti, che manifestava un netto rifiuto, il principe invocò le ragioni della storia patria e della dialettica che fino ad allora l’aveva guidata: richiamando tutta una serie di precedenti, risalendo fino alle origini dell’Urbe, Claudio intese dimostrare che caratteristica peculiare del popolo romano era stata l’accoglienza di elementi esterni e che il contributo del novum avesse sempre portato la città a imporre la propria egemonia sul mondo. Claudio, armatosi di tutta la sua dottrina e della sua proverbiale pedanteria, sfidò la pazienza degli astanti. Alla fine, soltanto agli Aedui, popolazione che da lungo tempo era stata legata a Roma, fu concesso di essere i primi tra i Galli a sedere in Senato.

Tiberio Claudio Germanico Augusto in trono. Statua, marmo, I sec. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

col. I

…[sum]|mae rerum no[straru]m sit u[tile]… | Equidem primam omnium illam cogitationem hominum, quam | maxime primam occursuram mihi prouideo, deprecor, ne | quasi nouam istam rem introduci exhorrescatis, sed illa | potius cogitetis, quam multa in hac ciuitate nouata sint, et | quidem statim ab origine urbis nostrae, in quod formas | statusque res p(ublica) nostra diducta sit. | Quondam reges hanc tenuere urbem, nec tamen domesticis succes|soribus eam tradere contigit. Superuenere alieni et quidam exter|ni, ut Numa Romulo successerit ex Sabinis ueniens, uicinus qui|dem, sed tunc externus; ut Anco Marcio Priscus Tarquinius. [Is] | propter temeratum sanguinem, quod patre Demaratho C[o]|rinthio natus erat et Tarquiniensi matre generosa, sed inopi, | ut quae tali marito necesse habuerit succumbere, cum domi re|pelleretur a gerendis honoribus, postquam Romam migrauit, | regnum adeptus est. Huic quoque et filio nepotiue eius, nam et | hoc inter auctores discrepat, insertus Seruius Tullius, si nostros | sequimur, captiua natus Ocresia; si Tuscos, Caeli quondam Vi|uennae sodalis fidelissimus omnisque eius casus comes, post|quam uaria fortuna exactus cum omnibus reliquis Caeliani | exercitus Etruria excessit, montem Caelium occupauit et a duce suo | Caelio ita appellitatus, mutatoque nomine, nam Tusce Mastarna | ei nomen erat, ita appellatus est, ut dixi, et regnum summa cum rei | p(ublicae) utilitate optinuit. Deinde, postquam Tarquini Superbi mores in|uisi ciuitati nostrae esse coeperunt, qua ipsius qua filiorum ei[us], | nempe pertaesum est mentes regni, et ad consules, annuos magis|tratus, administratio rei p(ublicae) translata est. | Quid nunc commemorem dictaturae hoc ipso consulari impe|rium ualentius, repertum apud maiores nostros, quo in a[s]|perioribus bellis aut in ciuili motu difficiliore uterentu[r]? | Aut in auxilium plebis creatos tribunos plebei? Quid a consu|libus ad decemuiros translatum imperium, solutoque postea | decemuirali regno ad consules rusus reditum? Quid in [pl]u|ris distributum consulare imperium tribunosque mil[itu]m | consulari imperio appellatos, qui seni et saepe octoni crearen|tur? Quid communicatos postremo cum plebe honores non imperi(i) | solum sed sacerdotiorum quoque? Iam si narrem bella, a quibus | coeperint maiores nostri, et quo processerimus, uereor, ne nimio | insolentior esse uidear et quaesisse iactationem gloriae pro|lati imperi ultra Oceanum. Sed illoc potius reuertar. Ciuitatem | […

col. II

…p]otest sane | nouo m[ore] et diuus Aug[ustus au]onc[ulus] meus et patruus Ti(berius) | Caesar omnem florem ubique coloniarum ac municipiorum bo|norum scilicet uirorum et locupletium, in hac curia esse uoluit. | Quid ergo? Non Italicus senator prouinciali potior est? Iam | uobis cum hanc partem censurae meae adprobare coepero, quid | de ea re sentiam, rebus ostendam. Sed ne prouinciales quidem, | si modo ornare curiam poterint, reiciendos puto. | Ornatissima ecce colonia ualentissimaque Viennensium quam | longo iam tempore senatores huic curiae confert! Ex qua colo|nia inter paucos equestris ordinis ornamentum, L(ucium) Vestinum, fa|miliarissime diligo et hodieque in rebus meis detineo; cuius libe|ri fruantur, quaeso, primo sacerdotiorum gradu, postmodo cum | annis promoturi dignitatis suae incrementa. Ut dirum nomen la|tronis taceam, et odi illud palaestricum prodigium, quod ante in do|mum consulatum intulit, quam colonia sua solidum ciuitatis Roma|nae benificium consecuta est. Idem de fratre eius possum dicere, | miserabili quidem indignissimoque hoc casu, ut uobis utilis | senator esse non possit. | Tempus est iam, Ti(beri) Caesar Germanice, detegere te patribus conscriptis, | quo tendat oratio tua: iam enim ad extremos fines Galliae Nar|bonensis uenisti. | Tot ecce insignes iuuenes, quot intueor, non magis sunt paenitendi | senatores, quam paenitet Persicum, nobilissimum uirum, ami|cum meum, inter imagines maiorum suorum Allobrogici no|men legere. Quod si haec ita esse consentitis, quid ultra desidera|tis, quam ut uobis digito demonstrem solum ipsum ultra fines | prouinciae Narbonensis iam uobis senatores mittere, quando | ex Luguduno habere nos nostri ordinis uiros non paenitet? | Timide quidem, p(atres) c(onscripti), egressus adsuetos familiaresque uobis pro|uinciarum terminos sum; sed destricte iam Comatae Galliae | causa agenda est. In qua si quis hoc intuetur, quod bello per de|cem annos exercuerunt Diuom Iulium, idem opponat centum | annorum immobilem fidem obsequiumque multis trepidis re|bus nostris plus quam expertum. Illi patri meo Druso Germaniam | subigenti tutam quiete sua securamque a tergo pacem praes|titerunt, et quidem cum ad census nouo tum opere et inadsue|to Gallis ad bellum auocatus esset. Quod opus quam ar|duum sit nobis, nunc cum maxime, quamuis nihil ultra, quam | ut publice notae sint facultates nostrae, exquiratur, nimis | magno experimento cognoscimus.

Tabula Claudiana (SC Claudianum de iure honorum Gallis dando). Iscrizione su tabula, bronzo, 48 d.C. (ILS 212), da Lyon, Croix-Rousse. Lyon, Musée Gallo-Romain.

(traduzione)

…Sia utile alla totalità dei nostri interessi… Quanto a me, prevedo che quella considerazione degli uomini che soprattutto per prima mi verrà obiettata, vi prego di non inorridire che questa riforma, per così dire inusuale, venga introdotta, ma che piuttosto pensiate a quante cose siano state innovate in questa cittadinanza e in quanti modi ideali e in quante forme di governo si sia dispiegata la nostra res publica fin dalle origini della città. Un tempo i re ressero questa città, e tuttavia non capitò mai che la trasmettessero ad un successore appartenente alla stessa casata. Sopraggiunsero estranei ed alcuni perfino stranieri. Di modo che a Romolo successe Numa che veniva dalla Sabina, un vicino, mi direte: certamente, ma all’epoca uno straniero; e così ad Anco Marcio successe Tarquinio Prisco. Costui era ostacolato dal suo sangue misto, poiché era nato da padre corinzio, Demarato, e da madre tarquiniese, sì, e anche di nobili natali, ma ridotta in povertà al punto da avere la necessità di soggiacere a siffatto sposo: essendo perciò escluso in patria dal concorso alle cariche pubbliche, quando poi si trasferì a Roma, ne ottenne il regno. Anche fra lui e il figlio, o il nipote – infatti su questo punto non c’è accordo fra gli storici – si inserì Servio Tullio. Costui, se ci attendiamo alle nostre fonti, sarebbe nato da una prigioniera di guerra, Ocresia, mentre, se seguiamo quella etrusche, sarebbe stato un tempo il più fedele amico di Celio Vivenna, e compagno d’ogni sua avventura. Egli, dopo aver vissuto alterne vicende ed essere uscito dall’Etruria coi resti dell’armata di Celio, occupò il monte Celio, che chiamò così in onore del suo comandante, e mutato il proprio nome – infatti in etrusco il suo nome era Mastarna – ottenne il regno con enorme profitto per la res publica. In seguito, dunque, l’atteggiamento di Tarquinio Superbo iniziò ad essere inviso alla nostra comunità, tanto il suo quanto quello dei suoi figli, di conseguenza l’idea di un regno fu aborrita, e l’amministrazione della res publica venne affidata ai consoli, magistrati annuali. Dovrei ricordare ora l’imperium della dittatura, più efficace di questo proprio dei consoli, che fu escogitato dai nostri antenati per essere impiegato nei conflitti più dolorosi o nelle agitazioni politiche più gravi? Oppure i tribuni della plebe, istituiti a favore della plebe? Che imperium è stato trasferito dai consoli ai decemviri e, una volta abolito il dispotismo decemvirale, ritornò di nuovo in mano ai consoli? Che imperium consolare distribuito a più individui e i tribuni militari nominati consulari imperio, che sono stati eletti sei, e spesso otto, alla volta? Che onori infine estesi alla plebe, non solo di imperium ma anche dei sacerdozi? Se io già narrassi le guerre, dalle quali avrebbero iniziato i nostri antenati e fino a che punto siamo arrivati, temo di sembrare un po’ troppo orgoglioso e di dimostrare di vantare la gloria di un imperium esteso oltre l’Oceano. Ma piuttosto tornerò al mio argomento…

col. II

Senza dubbio fu per un’innovazione che il mio prozio materno, il Divo Augusto, e il mio zio materno, Tiberio Cesare, vollero che in questa curia ci fosse il fior fiore da ogni colonia e municipio, purché si trattasse di gentiluomini e di ricchi. E che dunque? Non è migliore un senatore di origine italica di uno provinciale? Quando inizierò a dar prova di questa parte della mia attività di censore, allora vi mostrerò con i fatti quale sia la mia opinione a proposito. Ma ritengo che non si debbano certo rifiutare i provinciali, purché possano far onore alla curia. Ecco l’onorevolissima e potentissima colonia dei Viennenses, che da molto tempo ormai apporta senatori a questa curia! Tra i pochi di questa colonia sono particolarmente legato a Lucio Vestino, onore dell’ordine equestre, e ancor oggi lo tengo occupato a sbrigare i miei affari; prego che i figli di costui godano del primo grado delle cariche sacerdotali, affinché in seguito, con gli anni, implementino la promozione della propria posizione sociale. Per quanto io taccia il nome funesto del brigante, odio quel mostro palestrato, poiché introdusse nella sua casa il consolato prima che la sua colonia ottenesse il beneficio duraturo della cittadinanza romana. Lo stesso posso dire di suo fratello, miserabile e assolutamente indegno di questa sorte, da non poter essere per voi un utile senatore. È ormai tempo, Tiberio Cesare Germanico, che tu chiarisca ai senatori dove vada a parare il tuo discorso; infatti, ormai sei arrivato ai confini estremi della Gallia Narbonensis! Tutti questi illustri giovanotti che vedo qui dinanzi a me, non dobbiamo essere scontenti che siano senatori quanto il mio amico Persico, uomo di altissimo lignaggio, si dispiaccia di leggere il soprannome Allobrogico fra i ritratti dei suoi antenati. E se convenite che queste cose stanno così, che cosa desiderate di più se non che io vi indichi che proprio il territorio al di là dei confini della provincia Narbonensis vi invia ormai senatori, dal momento che non è vergognoso che noi disponiamo di uomini del nostro ordine provenienti da Lugdunum? Non senza cautele, o padri coscritti, mi sono avventurato al di là dei confini provinciali a voi consueti e familiari; ma ormai devo apertamente perorare la causa della Gallia Comata. A proposito della quale, se qualcuno considera attentamente il fatto che (i Galli) per dieci anni tennero occupato con la guerra il Divo Giulio, parimenti deve considerare i cento anni di incrollabile fedeltà e l’obbedienza più che sperimentate in tante nostre crisi di governo. Essi offrirono a mio padre Druso, mentre sottometteva la Germania, con la loro tranquillità, una pace salda e sicura alle spalle di mio padre Druso, e questo benché egli fosse stato richiamato alla guerra mentre stava organizzando il censo, operazione nuova e inconsueta per i Galli. Quanto sia difficile questa operazione, ora soprattutto, benché a null’altro sia diretta se non a far conoscere pubblicamente le nostre risorse finanziarie, l’abbiamo appreso fin troppo bene con grande impegno.

Tiberio Claudio Germanico Augusto in nudità eroica. Dettaglio della testa. Statua, marmo, c. 40. Paris, Musée du Louvre.

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Bibliografia:


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L’età degli imperatori per adozione

1. Un secolo di stabilità politica

Il periodo che comincia con il principato di Nerva (96) e arriva fino alla morte di Commodo (192) è – se si eccettuano gli ultimi dodici anni, quelli, appunto, del principato di Commodo! – un secolo intero di stabilità, che non ha uguali (per durata e benefici effetti) in nessun altro periodo della storia romana. Se il primo secolo dell’Impero era stato caratterizzato da tensioni e conflitti di governo, il secondo è contraddistinto da una sostanziale uniformità di conduzione del potere. Ormai saldo nei suoi confini, consapevole della sua grandezza, capace di romanizzare intimamente le genti assoggettate nei secoli, l’Impero sembrava effettivamente tutto pervaso di iustitia e humanitas, quale nessun’altra espressione politica antica conobbe mai. Gli imperatori che si succedettero nell’arco di tempo considerato fecero sincera professione di mitezza e di generosità e alcuni di loro furono addirittura fini intellettuali, di cultura estremamente aristocratica.

M. Cocceio Nerva. Statua equestre, bronzo, fine I sec. da Miseno. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Il Senato, di fatto ormai esautorato, ritrovò una sua parvenza di potere nei confronti dell’imperatore e finì per adattarsi a un ruolo limitato, o meglio subordinato, ma non più esposto a quelle aggressioni insultanti e violente che avevano segnato tanto negativamente il governo dei Caesares del I secolo.

Il problema della successione dei principi trovò, dunque, una soluzione soddisfacente nel sistema dell’adozione: e questo garantì, almeno fino a Marco Aurelio, una serie di imperatori dotati di alte qualità personali. La stabilità raggiunta dall’ordinamento governativo attenuò quello che era stato l’assillo continuo di congiure e ribellioni gestite dai grandi generali dell’esercito, pronti a servirsi della propria forza militare per realizzare personali ambizioni di potere; e consentì anche agli stessi principi di procedere a riforme istituzionali e sociali prima del tutto inattuabili.

M. Cocceio Nerva. Statua, marmo, fine I sec. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Chiaramonti.

In varia misura, ma con costanza, i provinciali furono ammessi a cariche pubbliche di prim’ordine, il che mostra come l’Impero sapesse valersi assennatamente di tutti gli uomini abili e onesti. E perciò tutti sentivano in Roma la loro patria e dalle più lontane regioni guardavano a lei come alla μήτηρ καὶ πατρὶς κοινὴ πάντων («madre e patria comune di tutti») e pregavano, come nell’encomio Εἰς Ῥώμην (Or. 26) del retore asiatico Publio Elio Aristide, che essa durasse in eterno. Fu questo pure il periodo in cui procedette instancabile l’opera di trasformazione dei centri urbani, processo che giustamente è stato definito «urbanizzazione dell’Impero», ma fu anche l’epoca in cui strade, commerci e opere pubbliche raggiunsero il massimo sviluppo.

2. Da Nerva a Traiano

2.1. L’adozione di Traiano e la romanizzazione dell’Occidente

Eliminato Domiziano con una congiura del 96, il Senato e i mandanti dell’esecuzione si accordarono sulla scelta di un illustre senatore, ormai anziano (aveva sessantasei anni) e privo di figli, Marco Cocceio Nerva, leale servitore dell’Impero e legato alla dinastia Flavia. Come primo atto formale, il nuovo principe giurò pubblicamente che sotto il suo governo non ci sarebbero state condanne a morte contro membri dell’aristocrazia, abolì i processi de maiestate, concesse l’amnistia e la restituzione delle proprietà confiscate sotto il predecessore, ma non riuscì comunque a coinvolgere il venerando consesso nella politica di governo; anzi, le sue relazioni con la fazione che aveva sostenuto i Flavi lo esposero a tentativi di congiura e ad ammutinamenti. Asceso al potere per volontà del Senato, Nerva cercò di guadagnarsi il consenso del popolo e dell’esercito con donativi, assegnazioni fondiarie e sgravi fiscali, depauperando così le casse dello Stato. Le misure adottate contro la crisi economica e finanziaria, e cioè l’istituzione di una commissione per ridurre la spesa corrente (i V viri minuendis publicis sumptibus), o la coniazione di monete con il metallo prezioso ricavato dalla fusione delle statue abbattute di Domiziano, non potevano avere una reale efficacia.

M. Cocceio Nerva. Denarius, Roma 96 d.C. AR 3,28 g. Rovescio: concordia exercituum. Simbolo della coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria su prora navale.

Presso l’esercito, inoltre, era ancora alto il prestigio del predecessore e Nerva mancava del sostegno di una forza militare. Quando destituì il prefetto del pretorio Tito Petronio, uno degli ufficiali coinvolti dell’assassinio di Domiziano, il vecchio Nerva non assecondò le richieste dei pretoriani che ne desideravano la messa a morte. L’insoddisfazione dei soldati sfociò in aperta rivolta: le guardie assediarono il palazzo e presero l’imperatore in ostaggio; Tito Petronio e altri congiurati furono uccisi. Il nuovo prefetto, Casperio Eliano, e i suoi uomini pretesero con minacce e violenze che il principe pronunciasse pubblici ringraziamenti per l’atto benemerito.

Quell’episodio di alto rischio indusse Nerva a cercare un’altra via per rafforzare la propria posizione e garantire continuità nell’Impero: gli eventi lo costrinsero, dunque, ad adottare e a scegliere come proprio successore il governatore della Germania Superior, Marco Ulpio Traiano. Costui, nato nel municipium di Italica nell’Hispania Baetica (od. Andalusia), poteva contare sul sostegno di un’armata e godeva di grande prestigio e di un’altissima reputazione presso i quadri militari di tutto l’Impero. Dotato di grandi capacità organizzative e strategiche e di ampia autorevolezza, quest’uomo avrebbe certamente contribuito alla soluzione della crisi e restituire all’imperatore il prestigio compromesso.

M. Cocceio Nerva in veste di Giove. Statua, marmo, fine I sec. Copenhagen, Ny Carlsberg Glyptotek.

Nerva sarebbe rimasto a capo dello Stato ancora per poco; eppure, ebbe il tempo di iniziare un’importante svolta politica: ritornando alla collaborazione con il Senato, cui restituì alcune responsabilità giudiziarie che il predecessore aveva avocato a sé, tacitando il pretorio con lauti donativi e tenendo buono il popolino con alcuni sgravi fiscali, Nerva addossò all’amministrazione pubblica una serie di incombenze, come il cursus publicus (il sistema postale), prima a carico degli Italici. Una benemerita iniziativa fu senz’altro l’istituzione dei cosiddetti alimenta, un provvedimento in favore dei bambini bisognosi, legittimi e illegittimi, dell’Italia romana: il principe si impegnava, di tasca propria, ad assicurare a centinaia di bambini un futuro sereno e dignitoso. Questo programma, portato avanti dai successori di Nerva, costituì l’avvio della politica filantropica che segnò il secondo secolo dell’Impero. Nerva morì nel gennaio del 98, dopo appena un anno e quattro mesi di governo; gli successe Traiano senza incidenti.  

Tabula alimentaria traianea. Iscrizione (CIL XI 1147), bronzo, c. 107-114, da Lugagnano Val d’Arda (PC). Parma, Museo Archeologico Nazionale.

Di origini iberiche, anche se la sua famiglia vantasse antiche origini umbre, Marco Ulpio Traiano fu il primo provinciale assurto ai fastigi imperiali, segnando la fine della supremazia italica in Senato e nell’esercito, inaugurando la tendenza a preferire alla guida dell’Impero uomini provenienti dalle classi dirigenti provinciali. Il processo di “romanizzazione” dell’Occidente era ormai un fatto compiuto; l’Italia perdeva progressivamente il proprio prestigio rispetto alle altre regioni dell’Impero, e le nuove aristocrazie si dimostravano sempre più vicine agli interessi dei ceti medi in ascesa.

M. Cocceio Nerva. Denarius, Roma 97 d.C. AR. 3,26 g. Dritto: Imp(erator) Nerva Caes(ar) Aug(ustus) P(ontifex) M(aximus) tr(ibunicia) pot(estate). Testa laureata dell’imperatore voltata a destra.

Dopo gli eccessi di Domiziano, Traiano ripropose il modello del princeps che, primus inter pares, operava al servizio della res publica; inoltre, egli cercò una nuova intesa tra il principato e l’ideale tradizionale della libertas, fondata sul riconoscimento della funzione e dei privilegi delle classi dirigenti, e sull’adesione di queste al buon governo dell’imperatore.

2.2. L’espansionismo militare di Traiano

Quando seppe dell’adozione imperiale, Traiano non ebbe fretta di raggiungere Roma, ma preferì potenziare le misure di sicurezza: sostituì la tradizionale guardia del corpo imperiale (i corporis custodes) con 500 (e poi 1000) equites singulares, selezionati con cura dalla cavalleria ausiliaria (il pretorio, invece, continuò a essere prevalentemente composto da italici); privilegiò l’attività militare, rinverdendo una politica di conquiste in grande stile, accantonata dai tempi di Augusto.

M. Ulpio Traiano. Busto con paludamentum del tipo Decennalia, marmo, c. 108. Venezia, Museo Archeologico Nazionale.

Sotto Traiano, perciò, l’Impero riprese la sua espansione militare, raggiungendo la massima estensione con una serie di conquiste, destinate però a rivelarsi in gran parte effimere. Il nuovo slancio della politica militare fu determinato, al di là delle motivazioni occasionali che scatenarono i singoli conflitti, dall’aggravarsi della crisi economica e finanziaria, che imponeva l’acquisizione di nuove risorse da sfruttare. Una guerra si imponeva su tutte: quella di rivincita su Decebalo, re dei Daci, che aveva umiliato Domiziano e Roma. Il casus belli fu offerto dalla pressione esercitata ai confini settentrionali, lungo il corso del medio e basso Danubio: fatto che richiese l’intervento immediato dei Romani; in realtà, il vero obiettivo di Traiano era quello di assicurare all’Impero il controllo dei ricchi giacimenti auriferi che il territorio dacico custodiva.

All’inizio del II secolo l’esercito romano contava ormai un effettivo di trenta legioni, per un totale stimato di 180.000 uomini, tra i reparti legionari, quasi tutti di provenienza provinciale, e oltre 200.000 auxilia. Traiano poté, dunque, disporre di una forza armata davvero considerevole.

Arco di Traiano. Arco celebrativo, fornice unico, pietra calcarea, opera quadrata e marmo pario, c. 114-117. Benevento.

La conquista e la sottomissione della Dacia furono completate dopo due serie di operazioni: una prima campagna, nel 101-102, con la sonora sconfitta di Decebalo e dei suoi a Tapae, portò alla riduzione del territorio transdanubiano a regno-cliente di Roma. La seconda spedizione, nel 105-106, che si configurò come un’invasione massiccia di truppe romane in risposta a un tentativo di riscossa di Decebalo, si concluse con la presa della capitale, Sarmizegetusa e il suicidio del re. La Dacia fu redatta in provincia e in breve presidiata e romanizzata. La Colonna Traiana, ultimata nel 113, conserva la più splendida illustrazione di queste campagne daciche, mentre la contemporanea documentazione storico-letteraria è andata irrimediabilmente perduta. Fu questa l’ultima grande conquista romana, che fruttò all’aerarium un immenso bottino: l’afflusso dell’oro dei Daci risolse per parecchio tempo i problemi di liquidità finanziaria dell’Impero.

La battaglia di Tapae (XXIV, Cichorius). Rilievo, marmo, 113 d.C. dalla Colonna Traiana.

Negli stessi anni 105-106 Traiano operò anche l’annessione dell’Arabia Petraea (od. Giordania), già un regno-cliente di Roma, che controllava gran parte del vitale e proficuo commercio carovaniero con l’Oriente e occupava un’area strategicamente nevralgica. Negli anni successivi, tra il 107 e il 113, l’imperatore si dedicò al riassetto interno, con particolare riguardo per i problemi delle province, nelle quali promosse imponenti lavori di edilizia pubblica e introdusse su vasta scala i curatores civitatis, funzionari imperiali addetti al controllo delle finanze cittadine su mandato governativo centrale. Siccome, poi, numerosi erano ormai in Senato gli elementi provinciali con interessi locali, Traiano impose loro di investire un terzo del proprio patrimonio in terreni italici, onde incrementarne il valore e rinsanguarne la redditività – in linea, peraltro, con l’orientamento politico di Domiziano. L’Italia, infatti, avvezza da secoli a vivere sulle risorse delle province, subiva ormai la concorrenza di quelle più prospere e urbanizzate, come le Galliae e le Hispaniae. Traiano, inoltre, perfezionò e razionalizzò l’iniziativa del predecessore a beneficio dei bambini poveri: gli interessi sui prestiti concessi ai piccoli proprietari terrieri furono devoluti agli alimenta, che, come si è visto, costituivano una struttura assistenziale per raccogliere in comunità gli orfani italici. Questi bambini, allevati ed educati, avrebbero potuto accedere ai quadri dell’amministrazione pubblica e all’esercito.

Traiano, però, era stato sempre un militare: si comprende quindi che egli desiderasse lasciare traccia di sé nella storia di Roma, specialmente con imprese militari. E proprio la vocazione guerresca avrebbe finito col tradirlo, spingendolo a un’impresa ben al di là delle forze e delle risorse a sua disposizione: l’ossessione di Traiano era di liquidare il Regno dei Parti, che, nel 113, con l’ascesa al trono di Osroe I, aveva ripreso le ostilità con rinnovate pretese sul trono d’Armenia.

M. Ulpio Traiano. Aureus, Roma 116 d.C. AV 7,37 g. Rovescio: P(ontifex) M(aximus) Tr(ibunicia) p(otestas) co(n)s(ul) VI p(ater) p(atriae) SPQR – Parthia capta. Trofeo fra due prigionieri partici seduti.

Nell’ottobre dello stesso anno Traiano lanciò un’offensiva militare in grande stile: nel giro di tre anni, dopo aver annesso l’Armenia, istituito le province di Mesopotamia Superior e Assyria ed espugnato persino una delle capitali reali, Ctesiphon, le forze romane raggiunsero il Golfo Persico. Senonché i Parti fecero quadrato contro gli invasori: nel 116 la Mesopotamia meridionale si sollevò in una sommossa generale, mentre gli attacchi nel nord del Paese e nelle altre regioni occupate logorarono l’esercito, mettendo a repentaglio le linee di comunicazioni romane. Nel frattempo, tutto il Vicino Oriente romano era in ebollizione per violente sommosse giudaiche. L’imperatore ritenne perciò opportuno ritirarsi prima che accadesse l’irreparabile. Giunto in Cilicia, Traiano morì improvvisamente ai primi di agosto del 117, lasciando una situazione oggettivamente precaria, nonostante l’appellativo di optimus princeps con cui sarebbe passato alla storia. Il suo successore, Publio Elio Adriano, preferì rinunciare alle nuove conquiste, sanzionando di fatto il fallimento delle spedizioni di Traiano. L’Armenia, dunque, tornava a essere uno Stato cuscinetto sotto un re nominato dall’imperatore romano.

3. Adriano e gli Antonini

3.1. L’età d’oro del principato

L’epoca di Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio rappresenta già nella coscienza dei contemporanei un periodo felice nella vita dell’Impero romano. Il nuovo corso inaugurato da Adriano rispetto alla politica aggressiva del suo predecessore porta all’affermazione di un nuovo tipo di “monarca illuminato”, amante della cultura e delle arti, che si richiama ad Augusto in opposizione a Cesare: «Non cesarizzarti!» era il monito che Marco Aurelio ripeteva a sé stesso prendendo le distanze dalla gloria della vittoria militare e del potere. Alle differenze tra le singole personalità di questi principi e tra le varie vicende dei loro governi corrisponde un comune schema ideologico e una concezione condivisa del potere imperiale, tanto da incarnare il mito platonico del governo affidato ai filosofi.

P. Elio Adriano. Dracma, Alessandria d’Egitto, 133-134. R – L IH Iside Pharia in atto di reggere una vela, mentre naviga verso la città egizia, rappresentata dal Faro a destra.

3.2. L’impero umanistico di Adriano (117-138)

Nel giro di due giorni, Adriano, un parente alla lontana di Traiano, allora ad Antiochia ad Orontem come governatore della Syria, apprese delle ultime volontà dell’imperatore e della propria adozione: ricevette così l’acclamazione imperiale. In effetti, la designazione tardiva a successore di Traiano alimentò il sospetto di una montatura ordita da Adriano in accordo con la moglie del defunto, Plotina, che avrebbe tenuto nascosta la morte dell’Augusto sposo fino all’avvenuta acclamazione del nuovo Caesar da parte degli eserciti.

P. Elio Adriano. Statua, bronzo, 117 d.C. ca. Jerusalem, Israel Museum.

Con Adriano, cugino di Traiano e come lui di origini iberiche, Roma abbandonò la politica di espansionismo militare ritornando a una strategia difensiva, realizzata anche attraverso la costruzione di fortificazioni permanenti lungo i limites dell’Impero, come il celeberrimo “Vallo di Adriano” al confine settentrionale della Britannia. Il nuovo princeps era convinto che impegolarsi in ulteriori avventure orientali avrebbe portato le risorse umane e finanziarie dell’Impero all’esaurimento; rinunciò così alle province di nuova istituzione e si accontentò di insediare ove possibile reguli clienti. Adriano per questo motivo incontrò l’opposizione del Senato e di alti ufficiali dell’esercito, scandalizzati dalla rinuncia alla gloria e alle annessioni, sempre fruttuose: l’imperatore dovette porvi rimedio con durezza, portando all’esecuzione di eminenti consolari. Non coglie peraltro nel segno la polemica contrapposizione – già sostenuta nell’antichità – fra l’imperatore conquistatore e condottiero d’eserciti (Traiano) e il principe portatore di pace (Adriano). Il nuovo capo dello Stato romano, infatti, si era formato sotto le armi e non rinunciò a usarle quando necessario.

P. Elio Adriano rientra a Roma accolto dal Genio del Senato, dal Genio del Popolo e dalla dea Roma. Rilievo, marmo, inizi II sec. d.C. Roma, Musei Capitolini.

Per rendersi conto delle necessità urgenti e ovviare agli inconvenienti, Adriano viaggiò instancabilmente per tutto l’Impero da Oriente a Occidente, informandosi ovunque andasse delle condizioni e dei bisogni degli abitanti, per sopperirvi concretamente e partecipare attivamente all’amministrazione delle province. In ogni luogo trascorso, egli promosse inoltre la costruzione o il restauro di infrastrutture e opere pubbliche, ma non mancò di saziare la propria curiosità intellettuale e l’indubbia propensione per le lettere e le arti. Raffinato ellenizzante ed esteta, imbevuto di sapienza greca, Adriano colse l’occasione di visitare luoghi e monumenti, promuovendo manifestazioni culturali e sportive, cimentandosi personalmente nelle dispute dei dotti e dei letterati del suo tempo. Testimonianze architettoniche per eccellenza dei suoi gusti restano la tenuta di Tibur (od. Tivoli), che fece riedificare e ampliare (Villa Adriana), nella quale volle che fossero riprodotti i più importanti edifici e ambienti dei luoghi che aveva visitato; ma anche il rifacimento, con la pianta circolare, del Pantheon di Agrippa.

P. Elio Adriano. Aureus, Roma, c. 120-121, AV 7,26 g. Rovescio: P(ontefix) M(aximus) Tr(ibunicia) p(otestate) co(n)s(ul) III. Marte stante di fronte con lancia e scudo.

Adriano, con il suo regime, affermò il primato della politica interna su quella estera, dimostrandosi amministratore capace e sensibile ai mutamenti della società. Rispetto a Traiano, l’avvento di Adriano aveva segnato l’inizio di una politica moderata anche nella questione giudaico-cristiana; ma, negli ultimi anni del suo principato, l’imperatore dovette fronteggiare una nuova rivolta, che faceva centro su Gerusalemme. Il mondo giudaico, in fermento fin dai tempi di Caligola, costituiva da sempre un grosso problema per l’Impero romano, tollerante verso ogni religione e cultura che non ponesse problemi politici e di ordine pubblico, ma spietato nel reprimere atteggiamenti non consoni alla prassi imperiale. Ormai il Giudaismo si configurava come un “movimento insurrezionale” e in quanto tale andava soffocato. L’ultima grande rivolta, capeggiata da Simon Bar Kochba, un leader dalle pretese messianiche, impegnò le forze romane per tre anni (132-135). Alla fine, i Romani ebbero ragione dei ribelli, ma a caro prezzo: la repressione fu durissima con centinaia di migliaia di morti. Gerusalemme vide cancellato il proprio nome, mutato ufficialmente in Aelia Capitolina.

La battaglia di Ethri (134), durante la rivolta guidata da Bar Kochba. Illustrazione di P. Dennis.

3.3. Antonino Pio (138-161)

In assenza di eredi, Adriano si era posto il problema della successione. Per motivi che ai moderni sfuggono, ma che potrebbero affondare nei difficili rapporti con la moglie, il principe escluse dall’imperium lo scarso parentado, sopprimendone eventuali capaces a scanso di equivoci. Nel gennaio del 138, poco prima di passare a miglior vita, l’imperatore aveva adottò Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino, esponente dell’aristocrazia che vantava origini galliche. Costui meritò il titolo di Pius per essersi battuto con tenacia per l’apoteosi del padre adottivo presso il Senato recalcitrante. Poiché gli erano premorti i due figli maschi, Antonino non ebbe difficoltà ad adottare a sua volta, su richiesta del predecessore, Lucio Vero e Marco Aurelio, suo genero, marito dell’unica figlia femmina, Faustina Minore: in seguito, la successione dei due optimi chiamati a esercitare in coppia il potere imperiale, con una maggiore garanzia di “costituzionalità”, avrebbe espresso l’adesione del principe agli ideali tradizionali del Senato romano.

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Aureus, Roma, 151-152, AV 7,24 g. Rovescio: tr(ibunicia) pot(estate) XV co(n)s(ul) IIII. L’imperatore in toga con globo e pergamena.

Il lungo principato di Antonino Pio fu abbastanza tranquillo, senza scosse se non per una larvata minaccia degli Alani sui confini orientali. Il nuovo imperatore consolidò il sistema di governo del predecessore, perseguendo una politica di sgravi fiscali, resa possibile dallo sfruttamento delle risorse, ma anche dalla limitazione della spesa per le opere pubbliche. Amministratore attento e oculato, Antonino diede di sé l’immagine sobria del sovrano che agisce per il bene comune, con un continuo richiamo al passato di Roma, segno di una concezione tradizionalistica del potere. Il principe non si avventurò in operazioni militari che non fossero di stabilizzazione dello status quo: torbidi sulla frontiera britannica, causati dai Caledoni, lo indussero, dopo una repressione, ad avanzare le fortificazioni (vallum Antonini).

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Busto, marmo, metà II sec. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Anche per temperamento ed esperienza personale, essendosi formato in incarichi civili e amministrativi, sino a entrare nel consilium principis di Adriano, ormai tramutato in organo di governo istituzionalizzato, Antonino Pio non amava la guerra, e cercò nei limiti del possibile sempre l’accordo diplomatico, anche con l’eterno nemico partico. A differenza del predecessore, però, non si mosse mai da Roma, convinto che il principe dovesse governare dalla capitale.

T. Elio Adriano Antonino Cesare Augusto Pio. Statua, marmo, metà II sec. Città del Vaticano, Musei Vaticani-Museo Chiaramonti

Tradizionalista in ambito religioso, di condotta ispirata a principi dell’humanitas, anche nell’amministrazione della giustizia, Antonino si segnalò parimenti per l’attività evergetica, ampliando l’area di intervento a favore dei bisognosi e dei diseredati: promosse un piano di assistenza per le ragazze italiche orfane, raccolte e allevate in comunità come puellae Faustinianae (così chiamate in onore della moglie, Faustina Maggiore). Questa iniziativa rientrava nelle misure prese in favore dell’Italia, che Adriano aveva trattato alla stregua delle altre province, mentre Antonino, fedele al suo conservatorismo, volle riconfermare nel ruolo di padrona del mondo, potenziandone le infrastrutture e gli edifici pubblici.

3.4. Marco Aurelio, l’imperatore-filosofo (161-180)

Dei due figli adottivi di Antonino, il genero Marco Aurelio, maggiore di età, precedette Lucio Vero in carriera, ricevendo già nel 146 l’imperium proconsulare e la tribunicia potestas. Sul letto di morte, nel 161, il vecchio imperatore trasferì a lui soltanto l’autorità imperiale, ma volle che il Senato riconoscesse Lucio Vero come collega a tutti gli effetti. I due avrebbero governato congiuntamente, sebbene a Marco, come più anziano, sarebbe spettata una sorta di primato, sancito anche dall’investitura a pontifex maximus. Marco Aurelio, inoltre, era un esponente dello Stoicismo, che teorizzava il potere monarchico come la migliore forma di governo per il sapiens. Inaugurando così una prassi che non sarebbe rimasta isolata nella storia di Roma, il nuovo imperatore si associò con pari poteri il fratello adottivo: fu il primo esempio di una diarchia istituzionalizzata ai vertici dello Stato.

Antonino Pio adotta Marco Aurelio e Lucio Vero. Altorilievo, marmo, c. 138, dal Monumento dei Parti di Efeso. Wien, Kunsthistorischen Museum.

A Lucio fu affidato il compito di condurre una campagna militare contro i Parti: questi, nello stesso 161, in occasione dell’insediamento di re Soemo, protetto da Roma, dapprima invasero il Regno d’Armenia, imponendo sul trono Pacoro, fratello del loro re Vologase IV; poi sferrarono una temibile offensiva contro le province romane di Syria e Cappadocia. Il conflitto, protrattosi fino al 166, si concluse a favore dei Romani, che, cinquant’anni dopo Traiano, tornarono a occupare il territorio partico fino a Ctesiphon, che presero e rasero al suolo. Soemo fu restaurato re d’Armenia, e i territori conquistati a est dell’Eufrate costituirono la nuova provincia di Mesopotamia.

Scena di battaglia tra Romani e Parti. Altorilievo, marmo, c. 138, dal Monumento dei Parti di Efeso. Wien, Kunsthistorischen Museum.

Una nuova minaccia proveniva dal settore danubiano, dove alcune popolazioni germaniche, spinte da massicci movimenti migratori, avevano invaso la Pannonia. Nel 167 entrambi gli imperatori mossero contro il nemico, con un esercito nei cui ranghi si stava diffondendo un’epidemia di peste, importata dalla spedizione in Oriente e destinata con il tempo a desertificare intere contrade. All’arrivo dell’armata imperiale ad Aquileia, gli invasori si ritirarono e chiesero una tregua, ma Marco Aurelio preferì spingersi oltralpe per dare ai nemici una prova di forza. Dopo aver svernato ad Aquileia, la ripresa virulenta dell’epidemia consigliò il rientro a Roma; per via Lucio morì di un colpo apoplettico agli inizi del 169.

L. Vero. Busto, marmo, II sec. d.C., dalla Stoà di Attalo. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

In quel torno di tempo, tuttavia, i Romani patirono due disastrose sconfitte a opera di alcuni popoli federati sotto i vessilli di Quadi e Marcomanni, che, dilagando un po’ ovunque, superarono perfino le Alpi e arrivarono a incendiare Opitergium (od. Oderzo) e ad assediare Aquileia. Come se non bastasse, bande di predoni scesi dai Carpazi penetrarono in Grecia, dove saccheggiarono Eleusi. Marco Aurelio, che nel frattempo era stato impegnato in una spedizione contro gli Iagyzi al di là del Danubio, dovette rientrare e organizzare un’ampia controffensiva: la messa in sicurezza del territorio romano fu lenta e faticosa, ma alla fine riportò l’ordine. L’imperatore consentì l’insediamento di grandi masse di nomadi in Dacia, Pannonia, Moesia, Germania e in alcune zone dell’Italia nordorientale, dove, alle dipendenze dei proprietari terrieri o del demanio, i nuovi arrivati si sarebbero impegnati a lavorare la terra e a difenderla da altri invasori.

Guerrieri transdanubiani. Illustrazione di G. Embleton.

Mentre si stava risolvendo, o tamponando, il problema delle frontiere settentrionali, si ebbe in Oriente la ribellione di Gaio Avidio Cassio, legatus Augusti in Syria, che era stato artefice del successo in Mesopotamia e allora era plenipotenziario per quel settore. Costui nel 175 accampò pretese alla porpora imperiale, avendo appreso che Marco, malato, era dato per spacciato. Ma quando i sostenitori di Cassio seppero che il principe si era ristabilito e si apprestava a marciare contro di loro, sconfessarono il loro capo e lo uccisero. Risolta così la crisi in Oriente, Marco poté riprendere la via del nord, per risolvere la questione germanica, ma ricadde malato e si spense a Vindobona (od. Vienna) il 17 marzo del 180. Ebbe la consecratio, che lo accomunò al già divinizzato Lucio Vero. Per ironia della storia, il principe-filosofo aveva dovuto operare quasi ininterrottamente sui campi di battaglia.

M. Aurelio Antonino. Statua equestre, bronzo, fine II sec. Roma, Musei Capitolini

Come si è visto, il suo equilibrato governo fu dunque attraversato da gravi difficoltà sul fronte esterno, per la pressione delle externae gentes ai confini; ma tali problemi ebbero ripercussioni su quello interno, poiché le difficoltà militari erano fattori d’instabilità politica, acuendo la crisi economico-finanziaria (l’impegno bellico aveva reso necessaria una nuova svalutazione della moneta). L’ultimo atto del principato di Marco Aurelio, in rottura con la prassi dei suoi predecessori, si rivelò dannoso. Rinnegando il principio dell’adozione, nel 176 il principe si era associato nell’imperium il figlio Commodo, che gli successe nel 180 a diciannove anni. In realtà, il principio dell’adizione non aveva mai ricevuto alcuna sanzione giuridica e da Nerva ad Antonino Pio si era trattato di una scelta obbligata, determinata dal fatto che gli imperatori non avessero avuto figli.

M. Aurelio Antonino in veste di pontifex maximus. Busto, marmo, fine II sec. d.C. London, British Museum.

4. Il principato di Commodo (180-192): la fine di un’epoca

A Marco Aurelio successe il figlio Commodo, di soli diciannove anni. Le fonti antiche, come Elio Lampridio, autore della Vita Commodi Antonini, e Cassio Dione, concordi nel giudizio negativo, sono da valutare con cautela, perché ostili per principio al sistema dinastico, che pure rientrava nella logica dei giochi di potere, in cui i vincoli di sangue erano avvertiti come essenziali per la stabilità del regime. Ma come tutti i paladini “del cambiamento”, anche Commodo si guadagnò una pessima nomea, essendo ritratto a tinte fosche. Eppure, attribuirgli tutte le responsabilità per una situazione socio-economica già abbastanza compromessa sarebbe assurdo. Sembra comunque che il giovane imperatore abbia voluto fin da subito imporsi come un autocrate, suscitando la naturale opposizione del Senato con una serie di congiure per eliminarlo. Commodo, ultimo degli Antonini, è considerato a parte rispetto alla gloriosa sequenza dei suoi predecessori: il suo regime costituisce quindi uno spartiacque nella storia dell’Impero, un nuovo capitolo nel quale si manifestarono in modo definitivo numerose trasformazioni nel mondo romano.

Commodo. Testa, marmo, fine II sec. d.C. Wien, Kunsthistorisches Museum.jpg

Conclusa in fretta la pace sul fronte danubiano e consolidatone il confine, Commodo rivelò sin da subito una concezione del potere antitetica rispetto a quella del padre, comportandosi con cinismo e furbizia, ma dimostrandosi altrettanto miope e ottuso. Resosi conto delle possibilità che derivavano dalla sua posizione nel governo, per non consentire ad altri di prevaricarlo tolse di mezzo molti membri del proprio entourage. Il suo fare sospettoso e paranoico e il clima di tensione a palazzo costrinsero alcuni cortigiani, fra i quali anche sua sorella Lucilla, a ordire già nel 182 un complotto ai danni del principe. La congiura fu però sventata e duramente repressa.

Privo di interesse per l’amministrazione dell’immenso dominio di Roma, il giovane imperatore lasciò le redini del governo nelle mani dei propri collaboratori: prima si affidò al prefetto del pretorio Tigidio Perenne, poi, dopo averlo eliminato con l’accusa (falsa) di tradimento nel 185, lo sostituì con uno dei suoi liberti, Cleandro; ma anche questi, in seguito a una rivolta della plebe urbana nel 192, fu messo a morte da Commodo come capro espiatorio.

Dominus e servus. Bassorilievo, marmo, IV sec. d.C., dal sarcofago di Valerio Petroniano. Milano, Museo Archeologico.

La politica interna del giovane imperatore fu tutta concentrata sui problemi della capitale, sulle dinamiche di palazzo e sull’organizzazione di spettacolari ludi circenses: tale atteggiamento, in breve, gli alienò le simpatie delle masse provinciali. La concezione autocratica del potere da una parte spinse Commodo a ricercare il consenso degli eserciti, aumentando le paghe e conferendo donativi, e del popolino, gratificandolo con congiaria e varie forme d’intrattenimento. Mostrò grande attenzione alla logistica annonaria, creando una nuova flotta, che doveva fare la spola tra l’Italia e l’Africa, e facendo ampliare i magazzini di Ostia. Inoltre, per fronteggiare l’aumentato costo della vita, il principe cercò di imporre un calmiere forzoso, ma questo provvedimento ebbe l’unico risultato di far sparire alcune merci dal mercato, aggravando la carestia e facendogli perdere credibilità.

Come Nerone si era dilettato di esibirsi in vesti di citaredo e di auriga, Commodo nel suoi dodici anni di principato diede nuovo impulso alle arti, facendo erigere monumenti alla gloria del padre – come la Colonna Antonina e la statua equestre di Marco Aurelio in Campidoglio –; tuttavia, egli colpì per la sua smania di scendere nell’arena per duellare contro i gladiatori o per prendere parte agli spettacoli di caccia (venationes), in parte ricollegandosi alla tradizione orientale, che vedeva nelle abilità venatorie dell’uomo la sua bravura militare.

Combattimento tra gladiatori. Mosaico, inizi III sec. d.C. da Lussemburgo.

Certamente in netto contrasto con la tradizione romana fu l’atto assunto in occasione dell’incendio scoppiato nella capitale nel 191: l’imperatore, facendo ricostruire i quartieri più colpiti dal disastro, volle rifondare l’Urbe con il nome di Colonia Commodiana. Oltretutto, pur essendo un devoto seguace di Iside, Commodo fu estremamente tollerante nei confronti di Giudei e Cristiani; ma soprattutto amò identificarsi con Ercole, al punto da impugnare la clava e vestire la leontea durante le sue apparizioni in pubblico e nell’arena. L’imperatore, infatti, assunse il titolo di Hercules Romanus, facendosi rappresentare in quella veste non solo in numerosi ritratti diffusi in tutto l’Impero, ma utilizzando la medesima effige persino sui coni monetali, nell’intento di proporsi ai sudditi come colui che si sarebbe preso cura di loro.

Commodo, come Hercules Romanus. Busto, marmo di Luni, 191-192 d.C. Roma, Museo del P.zzo dei Conservatori.

Una nuova congiura, però, nella notte di fine anno 192, ordita tra gli altri dalla concubina dell’imperatore, Marcia, e dal prefetto del pretorio, Quinto Emilio Leto, tolse di mezzo Commodo, il cui atteggiamento era ormai divenuto insostenibile: secondo le fonti, egli fu strangolato dal suo maestro di ginnastica, Narcisso. L’evento aprì la strada ai pronunciamenti militari, che avrebbero caratterizzato le successioni al soglio imperiale nel secolo incipiente.

Marco Aurelio

Marco Antonino, in omni vita philosophanti viro et qui sanctitate vitae omnibus principibus antecellit, pater Annius Verus, qui in praetura decessit (SHA IV 1, 1 «Marco Antonino, il filosofo, superiore a tutti per principi di santità di vita, nacque da Annio Vero, che morì mentre reggeva la pretura»). Così, nella Historia Augusta, si apre la biografia composta da Giulio Capitolino e dedicata a Marco Aurelio. In poche righe sono messe in evidenza le caratteristiche principali della personalità dell’uomo: l’interesse per la filosofia, la sanctitas vitae, l’appartenenza a una famiglia importante dell’epoca.

M. Aurelio Antonino. Busto, marmo, 161-180 d.C. ca. Roma, Musei Capitolini, Museo di P.zzo Nuovo.

Il giovane fu notato dall’imperatore Adriano, che lo impose come figlio adottivo al suo diretto successore, Antonino Pio, sperando che riuscisse ad arrivare all’impero. Antonino, fedele alle volontà di Adriano, seguì da vicino la carriera politica del ragazzo e lo considerò sempre come suo erede. Di conseguenza, l’ascesa di Marco fu rapida e senza particolari difficoltà: nel 139 a diciott’anni divenne Caesar, a diciannove consul e a venticinque ricevette la tribunicia potestas e l’imperium pro consule. Il principato di Antonino Pio non fu breve come ci si aspettava e Marco ebbe tutto il tempo per completare la propria formazione: quando giunse ai vertici dello Stato, infatti, egli aveva già quarant’anni e una personalità ben definita. I suoi principali interessi erano andati verso le dottrine stoiche e ai loro principi rimase fedele anche negli anni di governo, pur sapendo far fronte alle necessità amministrative dell’Impero e, soprattutto, agli impegni militari. Se gli anni di Antonino Pio erano stati relativamente tranquilli, non lo furono quelli che dovette affrontare Marco Aurelio, che si trovò a fronteggiare una nuova crisi diplomatica con il Regno dei Parti, gli sconfinamenti di Quadi e Marcomanni al di qua del Danubio e la ribellione di Avidio Cassio, suo legatus pro praetore per l’Oriente.

Nelle difficoltà della politica Marco cercò per tutta la vita di tenersi vicino i familiari: il fratello adottivo Lucio Vero, la moglie Faustina e suo figlio Commodo. Personaggi che solo nella tradizione letteraria sono presentati in una luce non del tutto positiva: Lucio Vero è spesso additato come un violento, un amante sfrenato del lusso e un pessimo generale, benché la campagna contro i Parti si fosse conclusa egregiamente. Faustina, invece, è accusata esplicitamente di essere un’adultera e di condurre una vita non in sintonia con quella del marito. In merito, nella Historia Augusta è ricordata una considerazione amara che sarebbe stata pronunciata dallo stesso imperatore, quando gli fu consigliato di ripudiare la Faustina: Si uxorem dimittimus, reddamus et dotem (SHA IV 19, 9 «Se rimando la sposa, devo pure restituire la dote»). E la dote era l’impero concessogli dal suocero e padre adottivo.

M. Aurelio Antonino. Busto giovanile barbato, marmo, metà II sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Anche Lucio Vero, associato al governo con un gesto senza precedenti, fu difeso a oltranza da Marco. Contrasti tra i due, o almeno una concezione diversa dell’esercizio del potere, non mancarono certamente, ma l’imperatore volle rispettare fino in fondo le volontà dei suoi predecessori.

In apertura della sua opera Τὰ εἰς ἑαυτόν (A sé stesso), scritta in greco negli ultimi dieci anni della sua vita, Marco ricorda alcuni familiari: il nonno, da cui tentò di apprendere la gentilezza; il padre naturale, che gli dette «la vita, il pudore e costumi virili»; la madre, dalla quale cercò di prendere la religiosità, la liberalità, la frugalità. Un elenco di influenze assai lungo è riconosciuto al padre adottivo, Antonino, che gli insegnò la mitezza, la fermezza nelle decisioni, l’indifferenza verso gli onori, l’amore per il lavoro, la capacità di saper ascoltare e di apprezzare i consigli giusti e di saper distinguere i casi dove fosse necessaria «la severità oppure l’indulgenza», la consapevolezza della necessità di bastare a sé stessi, una giusta cura del corpo. Ma da Antonino aveva ricevuto pure insegnamenti minori: non imporre agli amici di mangiare insieme, non andare ai bagni fuori orario, non indossare vesti di tessitura o di colori appariscenti.

Marco ricorda anche il proprio debito nei confronti di alcuni maestri e intellettuali del suo tempo: il filosofo e pittore Diogneta, dal quale apprese l’avversione a perseguire cose stupide e vuote e la diffidenza per le chiacchiere dei fattucchieri e dei ciarlatani; il filosofo Rustico, al quale dové l’incontro con Epitteto e l’abitudine a leggere con attenzione; Apollonio, per «il tono libero del carattere» e la virtù di non affidarsi al caso; il retore Frontone, che gli mostrò come «in genere, i cosiddetti patrizi, questa gente famosa, sono indubbiamente persone di ben scarsa considerazione»; Massimo, per il dominio di sé stessi e il senso di fiducia in ogni difficoltà della vita. L’omaggio conclusivo è rivolto agli dèi, che Marco ringrazia per avergli dato un fisico capace di sopportare le avversità dell’esistenza e di avergli fatto incontrare le persone che aveva incontrato.

M. Aurelio Antonino mostra la sua clementia verso i popoli sconfitti. Bassorilievo, marmo fine II sec. d.C. dall’Arco di M. Aurelio. Roma, Musei Capitolini.

L’interesse di queste pagine delle sue “memorie” va ben oltre la curiosità di conoscere le persone vicine a Marco. Esse offrono un’idea piuttosto esaustiva dei valori dell’imperatore e di come egli avrebbe voluto essere: un uomo di potere al servizio della comunità, senza illusioni sugli uomini ma al contempo impegnato a loro favore. Consapevole della propria fortuna, ma anche delle proprie responsabilità, religioso, parco nelle abitudini, moderato nell’esercizio delle sue prerogative di principe, ma allo stesso tempo risoluto nelle decisioni prese. Rispettoso della memoria di chi lo aveva beneficiato e del valore della continuità del comando. Colto, ma anche consapevole della vacuità di una cultura fine a sé stessa e perciò sempre pronto all’azione. Esempio di virtù per le persone che aveva al fianco e finanche per le classi dirigenti dello sterminato impero di Roma.

Marco Aurelio riuscì davvero a essere tutto ciò? Ai suoi contemporanei parve di sì, giudicando almeno dalle fonti letterarie ed epigrafiche a nostra disposizione. In esse, egli viene descritto come voleva essere e apparire: un filosofo, un uomo giusto in grado di reggere l’imperium e che, per la consapevolezza del proprio ruolo e per il senso di responsabilità verso cittadini e sudditi, sapeva trasformarsi in generale e affrontare prove impegnative e, se necessario, estreme.

La stessa sua scomparsa fu letta in quest’ottica: l’imperatore morì probabilmente dopo aver contratto la peste nel marzo del 180, in un accampamento militare di Vindobona (od. Vienna), fra le sue truppe, impegnate a fronteggiare l’avanzata delle tribù germaniche.

I pretoriani: il braccio armato del potere

La guardia pretoriana di Roma, per la sua particolare funzione di corpo speciale preposto alla difesa della persona del principe, fu più volte protagonista – spesso in maniera determinante e drammatica – delle lotte di successione al trono. Il corpo, costituito da veri e propri professionisti delle armi, rappresentò un formidabile strumento politico di legittimazione e conservazione dell’imperium, dal principato di Ottaviano fino alla grande riforma costantiniana.

Richard Hook, Guardie pretoriana fuori servizio, I secolo d.C.

I particolari dell’istituzione della guardia pretoriana rimangono a tutt’oggi oscuri: già in epoca repubblicana si ha notizia dell’esistenza di cohortes praetoriae, che consistevano in piccole formazioni scelte di fanteria pesante, preposte alla guardia del praetorium, il quartier generale, e che in battaglia intervenivano a fianco dei comandanti nei momenti più critici. Secondo Festo (Fest. 223 M.), Publio Cornelio Scipione Africano fu il primo condottiero ad aver selezionato «i più coraggiosi» tra i suoi soldati per farne la propria guardia del corpo: questi militari, esentati dalle altre incombenze, godevano di paghe più alte rispetto ai propri colleghi. In età tardo-repubblicana, i potenti imperatores, in lotta fra loro per il potere, disponevano di consistenti corpi di guardia: è noto che, per esempio, Marco Antonio nel 44 a.C. avesse al proprio fianco ben 6.000 uomini.

Non è chiaro dalle fonti se Augusto abbia istituito ufficialmente la milizia dei praetoriani nel 29/8, dopo la vittoria ad Azio, o intorno al 22/1 a.C., a seguito della congiura di Varrone Murena e Fannio Cepione, che aveva seriamente minacciato la vita del principe e la stabilità del suo governo. A ogni modo, è certo che nel 14 d.C., alla morte di Ottaviano, il corpo di difesa speciale era costituito da nove cohortes, ognuna delle quali probabilmente contava 500 uomini (il numero degli effettivi era sicuramente questo nel 76, sotto Vespasiano, come attesta ILS 1993). Per motivi di sicurezza, tre di queste coorti furono poste di stanza a Roma, mentre le altre vennero dislocate in altre città della Penisola. Mentre erano di servizio nell’Urbe, questi militari non indossavano armamenti pesanti, ma portavano lance, scudi e gladi: il loro compito era quello di offrire al princeps un valido strumento di deterrenza per dissuadere eventuali attentatori e per assicurarsi il rispetto delle proprie volontà.  Augusto, avendo intuito il potenziale rappresentato da questi uomini armati, per esercitare su di loro il massimo controllo nell’anno 2 d.C. pose al loro comando due praefecti praetorio, carica prestigiosissima, che rappresentava il culmine della carriera equestre. Secondo Cassio Dione (DCass. LIII 11, 5), l’istituzione di queste coorti di guardia rappresentava l’autocrazia dell’imperatore. A partire dall’età flavia (69-96), alla fanteria pretoriana furono aggregati reparti di cavalleria, detti equites singulares Augusti.

Guardie pretoriane. Rilievo, marmo, c. 81-96 dal Pannello A dei Rilievi della Cancelleria. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

Fu Tiberio, nel 23, su consiglio di Lucio Elio Seiano, all’epoca suo unico prefetto del pretorio, a riunire le nove cohortes in un’unica grande caserma appositamente costruita sul colle Viminale, alla periferia dell’Urbe, nota con il nome di castra praetoria: questo provvedimento conferì indubbiamente ai soldati della guardia un maggiore peso politico (Tac. Ann. IV 2; Suet. Tib. 37, 1). Sotto i principi giulio-claudi, le cohortes praetoriae furono portate da nove a dodici (AE 1978, 286); passarono a sedici nel 69 con Vitellio, che ne aumentò i ranghi fino a 1.000 uomini ciascuna (Tac. Hist. II 93, 2), mentre Domiziano (81-96) le riportò a dieci, pur conservando il numero degli effettivi: insomma, in questo modo, il principe poteva disporre soltanto a Roma di una forza militare personale equivalente a circa due legioni.

I pretoriani furono presto coinvolti negli intrighi di palazzo, sebbene ciò fosse dettato più dalle ambizioni dei singoli prefetti, piuttosto che da una reale consapevolezza politica della truppa. Nei momenti cruciali della storia di Roma, essi esercitarono una notevole influenza sugli eventi: nel 41, assassinato Gaio Caligola, furono loro ad acclamare principe Claudio; questi, per ingraziarsi il loro favore, ricompensò ogni soldato della guardia con un donativum di 15.000 sesterzi. Sempre loro portarono alla porpora il giovane Nerone nel 54. I pretoriani ebbero un ruolo determinante anche durante il longus et unus annus, quando la grande caserma tiberiana si trasformò in uno straordinario baluardo strategico nella lotta per il potere (Tac. Ann. XII 69; Tac. Hist. I 36 ss.). Da Traiano in poi, almeno fino sotto agli Antonini, non si ebbero incidenti o interferenze da parte della guardia nelle vicende politiche, a riprova del fatto che quei principes seppero circondarsi di validi collaboratori e di gestire con saggezza e determinazione questo esercito personale.

Richard Hook, Cavalleria pretoriana, Prima guerra dacica (101-102 d.C.).

Tra il 192 e il 193, però, i pretoriani tornarono a far sentire la propria voce, prima prendendo parte alla congiura contro Commodo, poi a quella contro Pertinace, che, sebbene all’inizio avesse ricevuto da loro un incondizionato appoggio, ben presto considerarono tirchio e troppo duro sul piano disciplinare. Quindi, offrirono il loro supporto a Didio Giuliano, che aveva promesso loro un altissimo compenso, ma, rivelatosi incapace, lo abbandonarono subito dopo (SHA Pert. 10-11; SHA Did. 2). Fu Settimo Severo, che, deposto Didio Giuliano e assunto il potere a Roma, dichiaratosi vendicatore di Pertinace, sfogò il suo più profondo risentimento contro le guardie riottose: i pretoriani furono costretti a sfilare disarmati fuori le mura di Roma; al termine dell’umiliazione, l’imperatore ne ordinò l’arresto. Settimio Severo, dunque, decise di ricostituire i corpi di guardia promuovendo i soldati che avevano militato sotto le sue insegne tra le legioni danubiane e accogliendo quelli che si erano distinti tra asiatici e africani. Il numero degli effettivi per coorte fu portato a 1.500 uomini.

Tuttavia, la riforma severiana non mutò il comportamento scomposto e irrefrenabile di questi militari, che si fecero nuovamente sentire nel 238, quando sollevarono una rivolta contro Pupieno, in guerra contro Massimino. Asserragliate nei castra praetoria, le guardie furono assediate da una folla inferocita e armata che tentò di mettere a ferro e fuoco la loro caserma sul Viminale. La sommossa si concluse con l’uccisione di Pupieno e Balbino e con l’acclamazione imperiale del giovane Gordiano III.

Guardia pretoriana. Bassorilievo, marmo, c. II sec. d.C., da Pozzuoli. Berlin, Pergamonmuseum.

Fedeli a Massenzio, i pretoriani combatterono con eroismo nella battaglia di Ponte Milvio (312): il vincitore Costantino, dopo l’ingresso trionfale nell’Urbe, sciolse definitivamente il corpo di guardia e ne fece smantellare l’accampamento.

Sotto Augusto il reclutamento dei pretoriani avveniva su base volontaria: requisito obbligatorio era il possesso della Romana civitas optimo iure. Già con Caligola, comunque, tra gli elenchi delle guardie figuravano alcuni soldati di origine provinciale, che, dietro speciale concessione imperiale, erano trasferiti dai quadri delle legioni stanziate nelle province. Fu soprattutto la riforma severiana a sancire, però, l’esclusiva presenza di elementi extra-italici nelle coorti pretorie.

La protezione della persona del principe e della sua famiglia, all’interno del palazzo come nelle occasioni ufficiali, era il compito principale della guardia, che occupava il posto più prestigioso nelle forze armate di stanza a Roma sia per il numero di privilegi, sia per la paga e la qualità della vita. La durata della militia era di 16 anni, mentre quella dei legionari oscillava tra i 20 e il 25. La paga (stipendium) era la migliore: fissata da Augusto a 500 denarii annui, fu portata a 750 alla fine del I secolo, per raggiungere i 2.500 sotto Caracalla. Allo stipendio fisso andavano poi aggiunte le continue elargizioni degli imperatori (donativa), corrisposte per assicurarsi la fedeltà e il consenso della guarnigione, e i premi conferiti per l’espletamento di incarichi e missioni speciali. Il congedo avveniva regolarmente ogni due anni, in un giorno prestabilito (solitamente il 7 gennaio, anniversario dell’istituzione del principato).

Pretoriani alla decursio in onore dell’imperatore defunto (dettaglio). Rilievo, marmo, 161-162 dalla base della Colonna di Antonino Pio, in Campo Marzio. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

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