Il Prometeo incatenato di Eschilo

di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca, 2, A. Il teatro, Messina-Firenze 2004, 80-82.

Il Prometeo incatenato è il dramma centrale e l’unico superstite di una trilogia, che iniziava forse con il Prometeo portatore del fuoco e si concludeva con il Prometeo liberato. Di difficile collocazione cronologica, si tende a considerarla posteriore al soggiorno di Eschilo in Sicilia, perché ai vv. 365-369 il protagonista, parlando del destino del gigante Tifone (o Tifeo), fulminato da Zeus e sepolto sotto la montagna dell’Etna, allude a una devastante eruzione del vulcano, che aveva inondato con fiumi di fuoco le fertili campagne siciliane. Alcuni studiosi dubitarono addirittura dell’autenticità del Prometeo, adducendo come giustificazione la profonda diversità nella trattazione del personaggio di Zeus, qui presentato come una divinità violenta e crudele, mentre nelle altre opere egli appare l’incarnazione di una giustizia suprema e perfetta; ma la perdita degli altri due drammi della trilogia e del dramma satiresco suggerisce cautela nel mettere in dubbio la paternità dell’opera.

Il Prometeo incatenato è l’unica tragedia in cui tutti i personaggi sono divinità; l’azione è ambientata nelle squallide e selvagge plaghe della Scizia, dove Kratos e Bia, il Potere e la Forza, servi di Zeus, per ordine del loro signore e con l’aiuto di Efesto, stanno incatenando a una roccia il gigantesco corpo del Titano. Prometeo ha attirato su di sé la collera di Zeus per aver voluto beneficiare il genere umano; infatti, mosso a pietà delle fragilità e della miseria degli uomini, dopo aver rubato una scintilla del fuoco divino, l’ha donata loro, permettendo alle deboli, ma intelligenti, creature di sopravvivere e di progredire in un mondo ostile.

Quando ormai il Titano è avvinto alla roccia da catene indistruttibili, arriva su un carro alato il coro delle Oceanine, figlie di Tetide, profondamente turbate per la crudele pena del loro consanguineo. Addolorate, esse si domandano quale divinità possa essere tanto spietata da infliggere a un altro essere divino un simile supplizio, e per quale motivo. Prometeo risponde loro che è stato Zeus, il nuovo signore degli dèi, a punirlo così, per l’aiuto da lui dato agli uomini. Dotato di capacità profetiche, il Titano aveva già previsto quale sarebbe stata la sua sorte, per aver osato opporsi al volere di Zeus, che desiderava l’annientamento del genere umano, e proclama orgogliosamente questa sua consapevole trasgressione:

Ma io sapevo bene tutto questo.

Volontariamente, volontariamente commisi la colpa: e non lo negherò.

Portando aiuto ai mortali mi procurai dolori.

(Prometh. 265-267)

Luca Giordano, Il supplizio di Prometeo. Olio su tela, 1666.

Tuttavia, Prometeo non si considera ancora sconfitto; alle Oceanine, che cercano di confortarlo, e allo stesso Oceano, che gli consiglia un atteggiamento più sottomesso per intenerire il nuovo signore degli dèi e per ottenerne il perdono, il Titano rivela di essere a conoscenza di un segreto che potrebbe abbattere il potere di Zeus e costringere la tirannica divinità a chiedergli aiuto; però, non vuole ancora rivelarlo a nessuno.

Con parole di pietà, le Oceanine e il loro padre si allontanano; e sulla scena compare un nuovo personaggio, la ninfa Io. Figlia del dio-fiume Inaco, è anch’essa vittima della prepotenza di Zeus, che, dopo averla sedotta, non ha voluto difenderla dalla collera e dalla gelosia di Hera. Così, l’infelice, trasformata in giovenca, è costretta a errare di terra in terra, perseguitata da un tafano che si è attaccato ai suoi fianchi e la fa impazzire di dolore. Purtroppo, Prometeo non può far niente per aiutarla, ma le predice che le sue sofferenze, per quanto lunghe e tormentose, avranno termine al suo arrivo in Egitto, dove partorirà Epafo, il figlio concepito da Zeus, destinato a diventare capostipite di una numerosa progenie. Subito dopo, il Titano rivela a Io l’esistenza di un segreto che riguarda il futuro di Zeus. Quando Crono fu detronizzato da lui, lo maledisse, augurandogli di subire la stessa sorte da parte di un suo figlio; ma nessuno, tranne Prometeo, conosce il nome della dea dalla quale dovrà nascere colui che abbatterà il potere di Zeus e non lo rivelerà mai. Proprio mentre il Titano afferma che il regno di Zeus non sarà lungo, compare sulla scena Hermes, il messaggero degli dèi, che gli impone di svelare il fatidico nome. All’orgoglioso rifiuto di Prometeo, la collera di Zeus si abbatte terribile su di lui: uno spaventoso cataclisma scuote la Terra, che si spalanca, inghiottendo nelle proprie viscere la montagna a cui è incatenato il Titano.

Francesco Foschi, Prometeo incantenato in cime innevate del Caucaso.

Il Prometeo incatenato fu uno dei drammi eschilei di maggior successo, soprattutto nel Romanticismo; ma ciò fu dovuto in parte a un errore di valutazione, perché i letterati dell’epoca lo considerarono un dramma isolato, facendo del suo fiero e indomabile protagonista il simbolo della libertà che essi stessi propugnavano, venendola oppressa da un potere tirannico. In realtà, questa interpretazione è assai lontana dal pensiero di Eschilo, che considerava Zeus una divinità supremamente giusta; i pochi frammenti superstiti del Prometeo liberato ci consentono, infatti, di ricostruire il momento di riconciliazione tra il Titano e il padre degli dèi. In questa tragedia, il coro era formato dagli altri Titani; Prometeo, dopo avere subito il ben noto supplizio dell’aquila che gli dilaniava il fegato per un lunghissimo numero di anni, veniva liberato da Eracle e otteneva il perdono di Zeus, rivelandogli che la dea con cui non avrebbe mai dovuto unirsi era Teti, figlia del dio marino Nereo.

Più difficile è, invece, stabilire il contenuto dell’altro dramma, il Prometeo portatore del fuoco; infatti, se il titolo, come generalmente si crede, alludeva al furto del fuco da parte di Prometeo, che lo sottrasse agli dèi per donarlo agli uomini, allora ci troveremmo di fronte alla prima tragedia della trilogia. Se, invece, fosse vera l’ipotesi che in esso si faceva riferimento alle corse con le fiaccole, che avevano luogo durante le feste Prometee, istituite per celebrare la riconciliazione fra Zeus e il Titano, allora il dramma riguarderebbe l’argomento finale della trilogia. Tuttavia, poiché nessuna fonte antica avvalora la supposizione che i drammi costituissero una trilogia concatenata, ogni conclusione in proposito deve essere accettata con molta cautela.

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