La felicità consiste nella virtù (Sen. beat. 16)

di G. GARBARINO, L. PASQUARIELLO (eds.), Veluti flos. Cultura e letteratura latina: testi, temi, lessico, Torino 2012, pp. 766-767.

La filosofia stoica pone come fine ultimo del sapiente il vivere secondo natura. L’uomo, in quanto essere razionale, realizza pienamente se stesso solo nella misura in cui uniforma ogni proprio atto al principio razionale, il λόγος, che regge l’universo: il conseguimento della somma virtù lo libera dalle passioni e lo rende pari agli dèi. Al tema del raggiungimento della felicità è interamente dedicato il De vita beata. Nella prima parte dell’opera Seneca fa corrispondere la felicità con un’esistenza dedita alla virtù; nel capitolo 16, in cui si passa alla seconda parte, il filosofo riesamina la natura della felicità, riconducendola a una coerente pratica di vita in accordo con la ragione. Chi osserva questa condotta è affrancato da ogni necessità o condizionamento esterno e attinge alla condizione di superiorità propria della divinità. Vi sono tuttavia anche uomini che intraprendono la strada del perfezionamento, ma che ancora non hanno raggiunto la virtù: i vincoli che impediscono di conseguirla si sono allentati, ma occorre l’intervento benevolo della Fortuna perché tali condizionamenti vengano meno. Tra queste persone vi è anche Seneca, che aspira alla sapientia, si impegna per essa, ma è consapevole della propria imperfezione e dei propri limiti.

Barcelona, Archivo de la Corona de Aragón. Col. Manuscritos, Sant Cugat 11 (XIV sec.), f. 1r., illustrazione di una miscellanea con le opere morali di Seneca, che raffigura l’autore intento a leggere, davanti a un armarium.

 

Ergo in uirtute posita est uera felicitas. Quid haec tibi uirtus suadebit? ne quid aut bonum aut malum existimes quod nec uirtute nec malitia continget; deinde ut sis inmobilis et contra malum et ex bono, ut qua fas est deum effingas. Quid tibi pro hac expeditione promittit? ingentia et aequa diuinis: nihil cogeris, nullo indigebis, liber eris, tutus indemnis; nihil frustra temptabis, nihil prohibeberis; omnia tibi ex sententia cedent, nihil aduersum accidet, nihil contra opinionem ac uoluntatem. «Quid ergo? uirtus ad beate uiuendum sufficit?». Perfecta illa et diuina quidni sufficiat, immo superfluat? Quid enim deesse potest extra desiderium omnium posito? Quid extrinsecus opus est ei qui omnia sua in se collegit? Sed ei qui ad uirtutem tendit, etiam si multum processit, opus est aliqua fortunae indulgentia adhuc inter humana luctanti, dum nodum illum exsoluit et omne uinculum mortale. Quid ergo interest? quod arte alligati sunt alii, adstricti [alii], districti quoque: hic qui ad superiora progressus est et se altius extulit laxam catenam trahit, nondum liber, iam tamen pro libero.

 

È dunque nella virtù che è posta la felicità. Che cosa ti consiglierà, questa virtù? Di desiderare o come bene o come male esclusivamente ciò che capiterà per effetto o di virtù o di malvagità; poi, di stare saldo sia davanti al male sia in seguito al bene, in modo che, nei limiti del lecito, tu faccia di te stesso un dio. Che cosa ti promette, in ricompensa di questa impresa? Cose straordinarie e pari a quelle divine: non sarai costretto a nulla, non avrai bisogno di nulla, sarai libero, al sicuro dai pericoli, dai danni; nessun tuo tentativo sarà vano, nessun impedimento ti ostacolerà; ogni cosa ti andrà secondo il tuo desiderio, nulla di avverso ti capiterà, nulla che sia contro la tua aspettativa e volontà. «E che dunque? Basta la virtù per la felicità di vita?». Perché non dovrebbe bastare e anzi avanzare, essa è perfetta e divina? Che cosa, infatti, potrebbe mancare a chi di nessuna cosa sente più la mancanza? Di che cosa che provenga dall’esterno ha bisogno colui che ha raccolto tutte le sue cose dentro di sé? Ma colui che sta cercando di giungere alla virtù, anche se è andato molto avanti, ha bisogno di una qualche indulgenza della fortuna nella propria lotta in mezzo alle debolezze umane, fino a che non scioglie completamente quel nodo che lo tiene legato alle cose periture. Che differenza c’è, dunque? Che altri sono legati stretti, serrati, incatenati, perfino, con le membra tese: questo, che ha progredito verso le cose che son poste più in alto e si è più in alto levato, trascina una catena allentata, non ancora libero, è vero, ma già come se lo fosse.

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